Premetto che non condivido tutto quanto scrive Kott ma voglio farlo conoscere perché fa comunque pensare.
La bacchetta di Prospero p. 166
La tempesta è l’ultimo dramma ( 1611) tutto di Shakespeare che morirà nel 1616.
Nell’ultimo atto Prospero rinnega l’arte magica e spezza la verga. Sembra che ci sia un lieto fine. Colpe perdonate. Il mondo, uscito dai cardini di Amleto (The time is out of joint), sembra tornato in sesto
In questo dramma l’azione si svolge in un tempo poco più lungo (4 ore) di quello occorrente per la recita. La recite andavano dalle tre alle sei; l’ azione dalle 2 alle sei
Alla fine Prospero chiede la benevolenza del pubblico. In Prospero Shakespeare. rappresenta se stesso
Alla fine Prospero dice che i suoi incanti sono oramai spezzati e gli rimane una forza molto debole.
Ariele, il puro spirito, è in contrasto con Calibano, la pura animalità.
In La tempesta si ritrovano i grandi temi rinascimentali: l’utopia filosofica, i confini del sapere umano, il dominio sulla natura. Poi il mondo dei grandi viaggi, delle terre appena scoperte, delle isole misteriose, Un mondo che svelava all’uomo tutta la sua potenza e tutta la sua pochezza. Il teatro elisabettiano rappresentava il mondo.
E, al pari di quello greco, rappresenta l’uomo come problema
Il prologo mostra la tempesta reale, una specie di correlativo oggettivo rispetto a quella interiore, alla follia dei personaggi.
inoltre: la nave trasporta un re, ma un nostromo dice “what cares these roarers for the name of king? To king; silence! Truble us not” (I, 1)
Cfr. Lucrezio De rerum natura i venti .., magno indignantur murmure clausi nubibus in caveisque ferarum more minantur (VI, 196 sgg.), si indignano con grande strepito chiusi nelle nubi e minacciano nei recinti come le belve. Cfr. anche Eneide: illi indignantes magno cum murmure montis/circum claustra fremunt; celsa sedet Aeolus arce/sceptra tenens mollitque animos et temperat vires” (I, 55-57)
Come nel Re Lear c’è la grande sconsacrazione rinascimentale della maestà: di fronte al mare ruggente un nostromo (boatswain) vale più di un re. Poi c’è un secondo prologo con il racconto di Prospero che riprende uno dei principali e quasi ossessivi temi scespiriani: quello del re buono e del re cattivo, del sovrano legittimo privato del trono. Tema presente nel Macbeth, nell’Amleto e anche nelle commedia Misura per Misura e A piacer vostro.
Il racconto di Prospero è la sintesi di Il Principe di Machiavelli. E’ la storia della sopraffazione e della congiura. La violenza è il principio del mondo. La storia di Ariele e Calibano è la stessa. La stessa situazione viene vissuta dai re, ripetuta dagli amanti, scimmiottata dai buffoni. O forse sono i re che scimmiottano i buffoni?
Il primo atto di sopraffazione è già nell’antefatto: Ariele era stato catturato dalla strega Sicorace che l’aveva imprigionato nella spaccatura di un pino siccome riottoso. Eri uno spirito troppo delicato, gli dice Prospero, per eseguire i suoi ordini bassi e odiosi (I, 2)
Prospero libera Ariele ma solo per sottometterlo e farne un servitore del proprio potere.
Ariele reclama la propria libertà, ma Prospero non vuole dargliela prima che passi il tempo e prima di essere servito ancora
Poi c’è Calibano nato dal connubio fra la strega Sicorace e il diavolo
Dopo la morte della madre, il figlio era il sovrano legittimo (I, 2), ma ha perso il potere come Prospero ha perso il ducato. Due atti paralleli di storia feudale
Calibano ha cercato di violentare Miranda, la figlia di Prospero ed è stato confinato in una caverna e ridotto a fare il servo e sottoposto a tormenti
Ariele, lo spirito puro, soffre in maniera astratta; Calibano il tellurico, in modo concreto.
Questa è l’isola deserta dove era naufragata la madre. E’ un’utopia? Dovrebbe trovarsi nel Mediterraneo. Il re di Napoli tornava da Tunisi, Sicorace arrivava da Algeri. Potrebbe essere Malta o Pantelleria o Lampedusa. Ma Setebo, il dio di Sicorace è un dio degli indiani della Patagonia, e Ariele porta a Prospero rugiada delle Bermuda.
Alcuni commentatori trovano nell’isola l’atmosfera dell’Arcadia. Ma l’sola di Prospero è il mondo, o la scena, che per gli elisabettiani era la stessa cosa. Anche là c’è la lotta per il potere, assassinio, rivolta, violenza, come nell’antefatto. Non c’entra niente con le isole felici, quelle di Orazio (Epodo 16) per esempio. Casomai assomiglia ai mondi di Gerolamo Bosch (1450-1516), il precursore del Barocco e del surrealismo. Vedi Le tentazioni di S. Antonio e Il giardino delle delizie.
Le grandi tele di Bosch potrebbero essere commentate da queste parole: “le nostre inclinazioni inseguono un male assetante (pursue a thirsty evil), come i topi che ingoiano il veleno e quando abbiamo bevuto, moriamo (Misura per misura; I, 2).
L’ isola di La Tempesta è il giardino dei tormenti o l’immagine della follia umana
Gonzalo dice: “all torment, trouble, wonder, and amazement inhabits here” (V, 1, 105), ogni tormento, angoscia, stupore, meraviglia abita qui.
Cfr. “su questa isola vengono inflitte le torture di questo duro mondo” (Re Lear, V, 3).
Ariel è angelo e carnefice. Trae in inganno i naufraghi, li tormenta e li disperde
Antonio dice della coscienza I feel not this deity in my bosom ( II, 1).
Quindi Antonio e Sebastiano sollevano le spade per uccidere Alonso e Gonzalo. Per Shakespeare questa è un’ossessione.
Ma Ariel sta all’erta
Nel Re Lear leggiamo: “Se il cielo non manda i suoi spiriti a frenare queste colpe, gli uomini si divoreranno tra loro, like monsters of the deep (IV, 2).
Non occorre che il delitto si compia, basta che sia stato mostrato nell’intenzione.
Sebastiano, istruito da Antonio, vuole ripeterne le gesta.
Dunque: benvenuti distruzione, eccidio, massacro. Io vedo come in una carta la fine di tutto” (Riccardo III, II, 4).
Ma sono in un’isola deserta e lì il colpo di Stato, l’attentato di Sebastiano sono pura follia.
Nel teatro di Shakespeare i buffoni dicono la verità
Stefano l’ubriacone e Trinculo, il buffone vogliono regnare pure loro e organizzano un attentato contro Prospero. L’isola di Prospero è l’arena del mondo reale, non un’utopia. Gonzalo è fedele e pure ridicolo. Descrive l’età dell’oro utilizzando il capitolo sui cannibali dei Saggi di Montaigne:
un mondo senza lavoro, né commerci, né impieghi né sovranità, né armi. La natura dovrebbe produrre tutte le cose in comune, senza sudore e senza pena (II, 1). Ma Sh non credeva alle isole felici. Erano troppo vicine alla terraferma. Sull’isola di Prospero è stata ripetuta la storia del mondo.
L’uomo è quintessenza di polvere per Amleto (II, 2) e per Montaigne la più disgraziata e fragile di tutte le creature, esposta alle ingiurie di tutte le cose, e pure la più orgogliosa.
Prospero ha fatto pensare a Leonardo
Il grande monologo di Prospero nel V atto ha toni da apocalisse, l’apocalisse delle esplosioni nucleari e del fungo atomico.
“ con l’aiuto di gnomi e folletti ho oscurato il sole meridiano, suscitato venti sediziosi, e provocato tra la volta azzurrina del cielo e il verde oceano una guerra ruggente, fatto svegliare i dormienti dentro le tombe. Ma a questo punto io rinnego questa mia rozza magia e spezzerò la mia bacchetta (I’ll break my staff), la interrerò diverse braccia sotto la terra e affonderò il mio libro più a fondo di quanto abbia mai sondato uno scandaglio ( V, 1).
Kott considera questo un monologo atomico che contiene più minacce che entusiasmo.
Leonardo scrive che la natura produce continue pesti e veleni sopra le gran moltiplicazioni soprattutto di uomini, perché altri animali non si cibano di loro. Leonardo chiama il tempo “veloce predatore delle cose create”
Prospero saluta la sua isola con amara tristezza; “mi ritirerò a Milano dove su tre pensieri, uno sarà per la mia tomba” (V, 1)
Shakespeare esprime il sentimento della fine del Rinascimento: il mondo contemporaneo era ripugnante, quello futuro si delineava ancora a tinte fosche.
Il nuovo dominio del denaro rendeva ancora più crudele l’antico dominio feudale. Guerre, fame epidemie, il terrore dei sovrani, quello della Chiesa, in Inghilterra regnava crudelmente Elisabetta, l’ Italia sotto li Spagnoli, Giordano Bruno bruciato a Campo dei fiori.
Galileo aveva scoperto i satelliti di Giove e il suo Sidereus Nuntius (1610 quasi l’anno della Tempesta) era stato un nuovo trionfo della scienza. Un trionfo apparente, Nel 1618 il Sant’Uffizio mise definitivamente all’indice la teoria copernicana come contraria al testo della Bibbia. Nel 1633 ebbe luogo il processo di Galileo e la sua pubblica ritrattazione delle dottrine eretiche. Abiurò e giurò che avrebbe denunziato al S. Offizio qualunque eretico conosciuto
Nel 1638 diventato cieco, scrive a un amico e gli parla della sua afflizione di uomo che ha ampliato il cielo e non ci vede più.
La bacchetta di Prospero non ha cambiato nulla e “la nostra breve vita è circondata dal sonno” (IV, 1)
“Ora non ho spiriti cui comandare, né arte da fare incantesimi, e la mia fine è disperazione” ( and my end is despair, Epilogo 15.
Cfr. la sapienza Silenica nell’Edipo a Colono di Sofocle.
La Tempesta è la grande tragedia rinascimentale delle illusioni perdute
Secondo Jean Paris l’Amleto è un dramma sulla fine dell’era del terrore perché Fortebraccio diventa re senza ammazzare nessuno.
Ma per Shakespeare il sovrano è sempre il Principe di Machiavelli che vive in un mondo nel quale i pesci grossi divorano i pesci piccoli. Re buono, tiranno, buffone, non sono diversi tra loro. Sono tutti mortali. La violenza e la lotta per il potere non sono prerogative dei sovrani: sono la legge di questo mondo. Una visione che si avvicina a quella che si troverà nel Leviatano di Hobbes (1588-1679) che fu il teorico della Restaurazione. Dalla guerra di tutti contro tutti deriva il potere assoluto. I despoti erano i garanti dell’ordine contro l’anarchia sempre all’erta. Shakespeare invece metteva i re allo stesso livello degli altri mortali. Lo ha già fatto Sofocle con Edipo e Creonte a dire il vero.
Alla fine tutto torna al punto di partenza
Ariele desidera la libertà. E’ stato interpretato come il simbolo dell’anima, della poesia, dell’aria, della grazia contrapposto alla natura. Kott lo immagina come un ragazzo sottile dal viso tristissimo.
Calibano è una delle più grandi e inquietanti creazioni di Shakespeare
Nell’elenco dei personaggi figura come schiavo selvaggio e deforme (a salvage and deformed slave), Prospero lo chiama pezzo di mota, mucchio di immondizie, diavolo, tartaruga e il più della volte mostro. Trinculo lo chiama pesce crapulone. Mastica, grugnisce, ha le braccia fatte come pinne.
Dürer (1471-1528) ha disegnato un maiale a due teste, un bambino barbuto, un rinoceronte simile a un elefante.
Ma Calibano parla in versi e tornerà a essere il signore dell’isola. Calibano ha imparato a parlare.
Miranda glielo ha insegnato. L’uso della parola però può diventare una maledizione e rendere ancora più totale la schiavitù
Calibano dice a Miranda: “you taught me language; and my profit on’t is, I know how to curse”. La peste rossa ti stermini per avermi insegnato la lingua (I, 2)
.
Calibano è un uomo e Miranda lo paragona con Ferdinando. Prospero le dice che Ferdinando rispetto ad altri uomini è un Calibano.
Per Shakespeare bellezza e bruttezza stanno nello sguardo di chi ci vede
Calibano è un fallimento educativo di Prospero: on whom my pains, humanely taken, all, all lost, quite lost.
A misura che il suo corpo diventa più brutto con l’età, il suo animo si corrompe sempre di più (IV, 1)
Dopo questa scena, Prospero spezzerà e butterà via la bacchetta magica
Le pene umanamente prese alludono all’umanità rinascimentale
Come il Don Giovanni di Molière (1622-1673) che prima offre l’elemosina a un povero in cambio di una bestemmia, poi il povero rifiuta e Giovanni gli getta una moneta d’oro dicendo Je te la donne pour l’amour de l’humanité.
Calibano ubriacato da Stefano canta inneggiando alla libertà.
Poi il beone, il buffone e il povero mostro vanno per uccidere Prospero.
Stefano canta il pensiero è libero (III, 2)
Ma interviene Ariele che imbroglia i toni con un tamburino e con uno zufolo.
Il tragico e il grottesco si fondono in Calibano, mentre Stefano e Trinculo sono solo grotteschi.
Calibano è tragico perché non vuole rassegnarsi al suo destino di deficiente e di schiavo.
C’è chi lo ha interpretato come personificazione del demos
C’è un momento in cui la musica di Calibano assomiglia a quela di Ariele
Il mostro la sente e dice che la musica gli ronza nelle orecchie talora e lo fa addormentare e sogna che le nuvole si aprono e mostrano dei tesori pronti a rovesciarsi su di lui, in modo che quando mi sveglio, piango per voler sognare di nuovo.
Anche Calibano è stato ingannato: ha preso un ubriacone per un dio.
Miranda e Ferdinando non partecipano alla storia del mondo. In poche ore scoprono l’amore e scoprono se stessi. Non vedono la lotta per il potere, il tentato fratricidio, ma solo se stessi. Sono stregati.
Prospero organizza uno spettacolo per i due giovani, forse una scena aggiunta per la rappresentazione del dramma in occasione dl matrimonio della figlia di Giacomo I con l’elettore del Palatinato.
C’è un’invocazione all’età dell’oro con divinità greche, Prospero mostra ai due giovani un paradiso perduto. Ma la festa si interrompe quando Prospero viene informato del tradimento di Calibano. Prospero si adira poi dice la frase più famosa di tutta la tempesta we are such stuff as dreams
are made on, and our little life is rounded with a sleep (IV 1)
Il concetto della vita sogno ricorre spesso nell’età barocca e non solo.
Sogno di ombra è l’uomo. Pulvis et umbra sumus.
La vita umana come ombra e sogno.
Non è l'uomo comunque sogno di un'ombra? E' questa una considerazione che va da Pindaro:" skia'" o[nar/a[nqrwpo""[1]; a Sofocle che nell'Aiace fa dire a Ulisse, preso da rispetto e compassione per il nemico precipitato nella follia :" JOrw'' ga;r hJ ma'" oujde;n o[nta" a[llo plh;n-ei[dwl j, o{soiper zw'men, h] kouvfhn skiavn "(vv.125-126) vedo infatti che non siamo altro che larve, quanti viviamo, o muta ombra; a Shakespeare nel Macbeth fa dire al protagonista prossimo alla fine:"Life's but a walking shadow; a poor player, That struts and frets his hour upon the stage, And then is heard no more: it is a tale Told by an idiot, full of sound and fury, Signifyng nothing" (V, 5), la vita è solo un'ombra che cammina; un povero attore che si pavoneggia e si agita sulla scena nella sua ora e poi non se ne parla più: è la storia raccontata da un idiota, piena di frastuono e di furia, che non significa nulla.
Pindaro chiama l'uomo "sogno di ombra" (skia'" o[nar/a[nqrwpo"", Pitica VIII, vv. 95-96 ).
Nell'Aiace di Sofocle, Odisseo esprime la convinzione che l'ombra sia la quintessenza dell'uomo e manifesta la compassione del poeta per tutte le creature umane cadute sulle spine della vita:"oJrw' ga;r hJma'" oujde;n o[nta" a[llo plh;n--ei[dwl j o{soiper zw'men h] kouvfhn skiavn", io infatti vedo che non siamo se non immagini quanti viviamo, o inconsistente ombra (Aiace, vv.125-126).
Nell’Elettra di Sofocle, la protagonista, stringendo fra le mani l’urna dove crede siano state poste le ceneri di Oreste, conclude il compianto sul fratello presunto morto dicendo: i nemici ridono (gelw'si d j ejcqroiv) , smania di gioia la madre non madre di cui tu mi hai mandato spesso, di nascosto, messaggi che saresti apparso a punire. Ma il destino contrario tuo e mio ci ha tolto questo esito, e ora ti ha mandato a me in queste condizioni: invece della persona carissima cenere e ombra vana (ajnti; filtavth~-morfh'~ spodovn te kai; skia;n ajnwfelh'), vv. 1153-1159). Toccherà a tutti
“Pulvis et umbra sumus”, polvere e ombra siamo, secondo Orazio (Odi, IV, 7, v. 16). Amleto dice che l’uomo è quintessenza di polvere.
Nel Seicento questa idea va di moda, tanto che Calderòn de la Barca intitola il suo capolavoro (del 1635) La vita è sogno, e, nel corso del dramma (I, 2), scrive:" il delitto maggiore dell'uomo è essere nato.
Mattia Pascal/Adriano Meis passeggiando per Roma riflette sulla propria ombra: “Uscii di casa, come un matto. Mi ritrovai dopo un pezzo per via Flaminia, vicino a Ponte Molle. Che ero andato a far lì? Mi guardai attorno;poi gli occhi mi s’affissarono su l’ombra del mio corpo, e rimasi un tratto a contemplarla; infine alzai un piede rabbiosamente su essa. Ma io no, non potevo calpestarla, l’ombra mia. Chi era più ombra di noi due? Io o lei? Due ombre! Là, là per terra; e ciascuno poteva passarci sopra: schiacciarmi la testa, schiacciarmi il cuore: e io, zitto, l’ombra, zitta. L’ombra d’un morto: ecco la mia vita…Ma sì! Così era! Il simbolo, lo spettro della mia vita era quell’ombra: ero io, là per terra, esposto alla mercè dei piedi altrui. Ecco quello che restava di Mattia Pascal, morto alla Stìa: la sua ombra per le vie di Roma”[2].
Concludo (per ora) con Proust:"Ci si accanisce a cercare i rottami inconsistenti d'un sogno, e intanto la nostra vita con la creatura amata continua: la nostra vita, distratta dinanzi a cose di cui ignoriamo l'importanza per noi, attenta a quelle che forse non ne hanno, succube di esseri senza nessun rapporto reale con noi, piena di oblii, di lacune, di ansietà vane; la nostra vita simile a un sogno" (La prigioniera, p. 147)
L’isola è il mondo e il mondo è il teatro. Prospero è il regista dello spettacolo che è breve e fragile quanto la vita
Prospero dopo lo spettacolo dato sull’isola dice che quegli attori non erano che degli spiriti e si sono sciolti nell’aria impalpabile, così svaniranno le torri con le loro cime eccelse, i sontuosi palazzi, i templi maestosi, il grande globo stesso (the great globe itself), come questo svanito spettacolo non sostanziale e non lasceranno traccia alcuna (IV, 1).
Alla fine del dramma Prospero mostra ad Alonso Ferdinando e Miranda che giocano a scacchi
Miranda vede tutti insieme gli attori e dice: Oh meraviglia, quante buone creature sono qui! Come è bello il genere umano! Oh magnifico nuovo mondo che contiene tali abitatori!
Invero sono un branco di farabutti.
A Prospero bastano 4 brevi parole per smentire quanto ha detto Miranda: ‘Tis new to thee. È nuovo per te (V, 1)
Prospero pronuncia la parola disperazione: and my ending is dispair. Ma è una disperazione che non è rassegnazione. Come fa a dirlo? Kott alterna alcune idee azzeccate con giribizzi suoi taora gratuiti.
Seguirà un risuunto –commento mio, forse più equilibrato
Pesaro 23 luglio 1026 giovanni ghiselli ore 18, 19
p. s.
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