II Episodio 516-822
Entra Clitennestra che ricorda a Elettra l’assassinio di Ifigenia, sua sorella. Quindi è stata Dike ad ammazzare Agamennone. Io, dice, partorii quella ragazza con dolore; lui l’ha solo seminata.
“ejpei; path;r ou\to" sov", o{n qrhnei'" ajeiv,
th;n sh;n o{maimon mou'no" JEllhvnwn e[tlh
qu'sai qeoi'sin, oujk i[son kamw;n ejmoi;
luvph" o{t j e[speir j , w{sper hJ tivktous j ejgwv (530-533)
poiché tuo padre che piangi sempre, osò lui solo tra i Greci sacrificare agli dèi la tua consanguinea, senza avere sofferto come me la pena del parto quando la seminava, come ho fatto io nel partorirla.
Qui il seminare conta meno del partorire, diversamente dalle Eumenidi di Eschilo.
La sofferenza del parto ancora più doloroso della guerra.
La Medea di Euripide afferma di preferire la guerra al parto inaugurando un tovpo" che arriva alle soldatesse di oggi.
“Dicono di noi che viviamo una vita senza pericoli/ in casa, mentre loro combattono con la lancia,/ pensando male: poiché io tre volte accanto a uno scudo/ preferirei stare che partorire una volta sola. ( Medea, vv. 248- 251).
Ennio (239-169 a. C.) traduce i versi di Euripide quando fa dire alla sua Medea exul :"nam ter sub armis malim vitam cernere/quam semel parĕre”, infatti preferirei decidere la vita sotto le armi tre volte che partorire una volta sola.
Nelle Fenicie di Euripide la Corifea commenta la pena di Giocasta per Polinice dicendo:"deino;n gunaixi;n aiJ di' wjdivnwn gonaiv,-kai; filovteknovn pw" pa'n gunaikei'on gevno"" (vv. 355-356), sono terribili per le donne i parti attraverso le doglie, e tutta la razza femminile è in qualche modo amante dei figli.
Giocasta lo è stata anche troppo; Medea evidentemente fa eccezione.
Nell' Ifigenia in Aulide la Corifea comprende la pena di Clitennestra per la figliola, ricordando quale prova terribile sia il parto:"deino;n to; tivktein kai; fevrei fivltron mevga-pa'sivn te koino;n w{sq' uJperkavmnein tevknwn" (vv. 917-918), tremendo è partorire e comporta una grande magia d’amore comune a tutte, tanto da soffrire per i figli.
Partorire dunque è una delle cose tremende (ta; deinav).
Tanto più perché il parto può causare una perdita di bellezza: nell’Hercules Oetaeus pseudosenecano, Deianira, vedendo la fulgida bellezza della giovanissima Iole, lamenta l’oscurarsi della propria con queste parole: “Quidquid in nobis fuit olim petītum, cecidit et partu labat” (vv. 388-389), tutto quello che una volta in noi era desiderato, è caduto e con il parto vacilla.
Le matrone romane potevano arrivare a vergognarsi di avere partorito e allattato i figli poiché dopo non potevano più essere eccitanti con un bel seno. Lo ricavo da Properzio che esorta l'amante alla rixa amorosa nella luce:"necdum inclinatae prohibent te ludere mammae:/viderit haec, si quam iam peperisse pudet " (II, 15, 20-21), non ancora le mammelle cadenti ti impediscono tali giochi: badi a questo una se si vergogna di avere già partorito.
Sentiamo anche Schopenhauer
“Come ad esempio, la formica femmina, dopo l'accoppiamento, perde per sempre le ali, superflue, anzi pericolose per la prole, così, di solito, dopo una o due gravidanze, la donna perde la sua bellezza e probabilmente, perfino, per la stessa ragione. In conformità con ciò, le giovinette considerano nel segreto del loro cuore, i loro lavori domestici o professionali una cosa secondaria, forse, perfino, un semplice trastullo: come loro unica seria professione esse considerano l'amore, le conquiste e ciò che vi si collega, come acconciature, balli, eccetera"[1]. E, poco più avanti:" per la donna una sola cosa è decisiva, vale a dire a quale uomo essa sia piaciuta" (p. 838).
Sentiamo H. Hesse:"Domandai al servitore Leo perché mai gli artisti sembrassero talvolta uomini soltanto per metà, mentre le loro immagini apparivano così inconfutabilmente vive. Leo mi guardò stupefatto della mia domanda. Poi…rispose:" Lo stesso avviene per le madri. Dopo che hanno partorito i figli e dato loro il proprio latte, la propria bellezza ed energia, diventano a loro volta poco appariscenti e nessuno più le cerca"[2].
In Anna Karenina c'è il parto doloroso della giovane moglie di Levin il quale partecipa, mentalmente, alla sua sofferenza, forse ingrandendola :" La faccia di Kitty non c'era più. Al posto dov'era prima, c'era qualcosa di terribile e per l'aspetto di tensione e per il suono che di là usciva. Egli lasciò cadere la testa sul legno del letto, sentendo che il cuore gli si spezzava. L'orribile urlo non taceva, si era fatto ancora più orribile, e, come se fosse arrivato all'ultimo limite dell'orrore, a un tratto si spense" [3].
T. Mann.
Rachele, moglie di Giacobbe e madre di Giuseppe, soffrì e morì di parto nel dare alla luce la seconda creatura: “Quando il dolore travalicò ogni limite umano, ella gridò e fu un gridare terribilmente selvaggio, che non si accordava con il suo volto e non si addiceva alla piccola Rachele. In quell’ora, infatti, in cui ancora una volta fu giorno, ella non era più in sé, non era più lei, lo si udiva da quel suo orrendo muggito: non era pià lei, la sua era una voce completamente estranea (…) Erano doglie spasmodiche che non affrettavano l’opera, ma serravano soltanto in una morsa di tormenti infernali quella povera santa, così che la maschera del suo volto contratta nell’urlo era divenuta cianotica e le sue dita artigliavano l’aria (…) E poi da Rachele si levò un ultimo grido, come l’esplosione estrema di una furia demoniaca, quale non si può lanciare una seconda volta senza morire, quale non si può udire una seconda volta senza perdere la ragione (…) il figlio di Giacobbe era uscito, il suo undicesimo e il suo primo, venuto fuori dall’oscuro grembo insanguinato della vita, Dumuzi-Absu, il vero figlio dell’abisso”[4].
Dunque non era diritto degli Argivi sgozzare mia figlia dice Clitennestra (Sofocle, Eletttra, 536)
Elettra ribatte alla madre che ha ucciso il marito solo perché travolta dalla persuasione di Egisto : ouj divkh/ gj e[kteina", ajllav s j e[spasen peiqw; kakou' pro;" ajndro;" w|/ tanu'n xuvnei (562) , tu non hai ammazzato per un senso di giustizia , ma ti ha attirata-spavw- la persuasione da parte dell’uomo malvagio con il quale tuttora convivi.
Elettra aggiunge che Agamennone dovette uccidere Ifigenia perché aveva offeso Artemide vantandosi di avere fatto buona caccia ammazzando un cervo screziato cornuto- stikto;n keravsthn e[lafon 568, per l’uccisione del quale vantandosi lancia per caso qualche parola (ou| kata; sfaga;"- ejkkompavsa" e[po" ti tugcavnei balwvn,568- 569)
Da allora la kovrh di Latona, Artemide, mhnivsasa 570, piena d’ira-mh'ni"- tratteneva gli Achei- katei'c j jAcaiouv" (571) perché il padre sacrificasse la figlia in cambio della bestia abbattuta.
Dunque, continua la difesa di Elettra, Agamennone fu costretto a sacrificare, con riluttanza, forzato da molte pressioni-biasqeiv" polla; kajntibav", movli"- e[qusen aujthvn (575-578).
Quindi Elettra accusa Clitennestra: “ Tu piuttosto giaci-xuneuvdei" 587- con l’assassino di Agamennone e gli dai perfino dei figli- paidopoiei'" 589, mentre hai allontanato quelli di prima.
E io ti considero padrona non meno che madre nei miei confronti kai; s j e[gwge despovtin-h] mhtevr j oujk e[lasson eij" hJma'" nevmw ( Elettra di Sofocle, 597-598), io che conduco una vita misera”.
Elettra poi dice alla madre: “probabilmente non disonoro la tua natura- scedovn ti th;n sh;n ouj kataiscuvnw fuvsin” (v 609)- nell’essere come tu mi definisci cattiva, sboccata, impudente. Insomma: da chi avrò preso?
Nella trilogia Il lutto si addice ad Elettra (1931) di Eugene O’Neill, il fratello (Orin) dice alla sorella Lavinia. “La mamma la pensava come te. Non sai fino a che punto sei diventata uguale alla mamma, Vinia. E non voglio dire soltanto per bellezza. Intendo anche il cambiamento della tua anima. A poco a poco è diventata simile a quella della mamma…come se tu gliela rubassi…come se la sua morte ti avesse reso libera…di diventare lei (Parte terza L’incubo, atto primo, quadro secondo)
Orin ammazza l’amante della madre Christine che si uccide, poi si uccide anche lui. Lavinia si chiude nella solitudine per sempre.
Il coro vede spirare furore -oJjrw` mevno~ pnevousan (610)
Elettra sa di essere eccessiva, ma, dice che da opere turpi se ne imparano altre turpi ( aijscroi'" ga;r aijscra; pravgmat j ejkdidavsketai, 621)
Le due donne litigano, Elettra rinfaccia alla madre l’ira –ojrghvn manifestata dopo che le aveva concesso la parrhsiva, e ora oujd j ejpivstasai kluvein (629). Sicché la ragazza annuncia : non parlerò più (629)
Clitennestra prega Apollo. Premette che non può dire tutto poiché non parla tra persone amiche e Febo dovrà ascoltare parole nascoste kevkrummevnhn mou bavxin (638) mentre lei innalza preghiere che la liberino dal terrore- luthrivou" eujca;" deimavtwn (636).
In particolare la madre teme che la figlia su;n fqovnw/, con il suo risentimento e il suo gridare dalla lingua troppo loquace kai; poluglwvssw/ boh'/ (641) semini voci insensate per tutta la città- mh; speivrh/ mataivan bavxin (642)
Chiede al dio che favsmata -dissw'n ojneivrwn (644-645) le visioni dei sogni ambigui della notte si compiano se sono propizie-ejsqlav-, ma se sono odiose mandale indietro su chi odia- eij d j ejcqrav, toi'" ejcqroi'sin e[mpalin mevqe" (647).
La donna, provata anche lei, chiede di poter vivere senza danni e serenamente-eujhmerou'san- 653
Clitennestra non chiede altro, non può parlare, ma il dio figlio di Zeus deve vedere tutto.
Pesaro 29 luglio 2026 ore 18, 28 giovanni ghiselli
p. s.
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[1] Parerga E Paralipomena ,Tomo II, pp. 832-833.
[2] H. Hesse, Il pellegrinaggio in Oriente, (del 1932) p. 33.
[3] L. Tolstoj, Anna Karenina (del 1877), p. 720.
[4] T. Mann, Giuseppe e i suoi fratelli, Le storie di Giacobbe, pp. 413- 414.
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