Coriolano o delle contraddizioni shakespeariane (trad. italiana Feltrinelli 2015)
E’ un capitolo del libro di Kott –Shakespeare nostro contemporaneo- già citato sopra. Lo riferisco con alcune aggiunte di altri autori e mie.
Tragedia che non ha mai avuto successo. C’è Coriolano e c’è spesso la folla anonima che fa da sfondo come la madre, la moglie e il figlio di Coriolano. Non è mai piaciuto per la sua polivalenza politica difficile da mandare giù. Non calzava con nessuna delle concezioni storiche e politiche. Come non è piaciuta il Troilo e Cressida: in entrambi i drammi viene fatto un brutale e beffardo confronto tra l’idea e la pratica
Il Fato nel Coriolano è la lotta di classe. Shakespeare trae la trama da Plutarco.
Siamo nell’epoca successiva alla cacciata dei re più o meno quando il tiranno Ippia viene cacciato da Atene. I plebei hanno avuto i tribuni della plebe. Caio Marzio ha strappato Corioli ai Volsci e ha avuto il soprannome di Coriolano.
Si candida al consolato ma il popolo lo respinge poiché voleva eliminare il tribunato. I tribuni lo accusano di avere violato le leggi e lo fanno esiliare. Coriolano passa dalla parte dei Volsci. E propone una spedizione contro Roma.
Giunto alle porte di Roma priva di comandante, potrebbe conquistarla ma la madre e la moglie lo fanno tornare indietro
Livio lo fa morire serenamente tra i Volsci. Plutarco invece scrive che i Volsci lo uccisero. Una morale è che la città senza un capo diventa inerme.
Plutarco afferma che una natura buona e generosa se non riceve un’educazione buona produce molti vizi, come un terreno fertile se non trova chi lo coltivi. Il vizio di Coriolano è l’alterigia.
La storia feudale raccontata da Shakespeare trova facilmente i suoi modelli nella storia romana
Tacito e Svetonio erano gli autori romani più letti e i busti dei 12 Cesari adornavano i palazzi dei re cristiani. Gli uomini del Rinascimento erano affascinati dal problema del potere illimitato e dal meccanismo che trasforma un buon principe in un tiranno.
La tragedia Coriolano però si ambienta nella Roma repubblicana e l’immagine della scala il cui primo e ultimo gradino è il patibolo non si adatta più a questa storia. Nel Coriolano la storia è ironica e tragica
La plebe individua in Coriolano il suo principale nemico (I, 1) fin dall’inizio del dramma. La plebe schiamazza ed espone la divisione in classi: la nostra sofferenza è un guadagno per loro, sull’usura fanno editti che proteggono gli usurai.
Entra in scena il patrizio Menenio Agrippa il quale sostiene che la carestia non viene dai patrizi ma dagli dèi e che con i bastoni tanto varrebbe colpire il cielo piuttosto che lo Stato romano
Agrippa parla in versi, i plebei in prosa. Agrippa contrappone alla opposizione di classe una concezione organica della società che è appunto un grande organismo. Racconta l’apologo delle membra che si ribellarono al ventre. Un apologo che si trova sia in Livio sia in Plutarco. Alla rozza dicotomia plebea viene contrapposta una teoria organica e funzionale.
Entra poi in scena Coriolano che dice alla plebe: “che cosa c’è di nuovo, sediziose carogne che grattando la triste rogna delle vostre opinioni vi coprite di pustole?” (I, 1)
Agrippa è l’ideologo dei patrizi e il tattico dell’opportunismo. Coriolano respinge ogni genere di tattica
Marzio aggiunge alla divisione in classi quella tra i nobili e i vili, gli intelligenti e gli scemi.
Chiama la plebe cani senza razza chr cambiate opinione ad ogni momento e gridate contro il Senato, ma se questo se non vi tenesse a freno, vi divorereste l’un l’altro. (I, 1). Agrippa in Plutarco è un personaggio positivo. Nel Coriolano di Shakespeare fa la parte di Polonio nel’Amleto secondo Kott. Per Coriolano i plebei sono delle bestie che troppo nutrite si avventano contro gli uomini.
Cfr. “veluti pecora quae natura prona atque ventri oboedentia finxit ", come i bruti che la natura foggiò chini a terra e al servizio del ventre (De coniuratione Catilinae , 1).
In greco Platone svaluta completamente i piaceri dei sensi ricercati dagli uomini fronhvsewς kai; ajreth`ς a[peiroi (Repubblica, 586), inesperti di saggezza e virtù. Questi non hanno mai guardato in alto, né si sono mai riempiti di ciò che essenzialmente è, non hanno mai gustato un piacere saldo e puro ajlla; boskhmavtwn divkhn kavtw ajei; blevponteς kai; kekufovteς[1] eijς gh̃n kai; eijς trapevzaς bovskontai cortazovmenoi kai; ojceuvonteς, kai; e[neka th̃ς touvtwn pleonexivaς laktivzonteς kai; kurivttonteς ajllhvlouς sidhroĩς kevrasiv te kai; oJplaĩς ajpokteinuvasi di jajplhsivan” (586b), ma come bestiame al pascolo guardando sempre in giù e piegati verso terra e sulle mense pascolano riempiendosi e accoppiandosi, e per l’avidità di queste cose, scalciando e cozzando, con corna e zoccoli di ferro si ammazzano a vicenda per insaziabilità.
La canaglia con il tempo spezzerà le serrature del Senato e farà entrare i corvi a beccare le aquile and bring in the crows to peck the eagles (III, 1) dice Coriolano.
C’è la guerra: i Volsci insorgono contro Roma e Caio Marzio dice: The Volsces have much corn; take these rats thither to gnaw their garners. (I, 1) i Volci hanno molto grano: portiamo là questi topi a rodere i loro granai. Marzio entra da solo in città
La guerra nei drammi di Shakespeare è per i re e per i generali, non per i soldati Il principe Enrico è valoroso, ma Falstaff si finge morto nell’Enrico IV: sa che quello che conta è soprattutto salvare la vita.
Anche Marzio è valoroso. Brecht amava il Coriolano definendolo un esempio di teatro epico. I soldati romani saccheggiano Corioli.
Shakespeare eroicizza Coriolano con uno stile omerico: si precipita su tutto simile a un mietitore, il cui compito è di mietere tutto o perdere la sua giornata (I, 3) dice di lui la madre. Ha conquistato Corioli praticamente da solo buscandosi 27 ferite. E’ disinteressato: rifiuta l’offerta della decima parte del bottino. La guerra conferma la gerarchia delle classi : i plebei prima della battaglia tremano e dopo la vittoria si strappano di mano ciotole, cucchiai e stracci puzzolenti. In guerra i plebei si comportano come topi.
La dialettica obiettiva di Brecht consiste nel mostrare anche la situazione dei vinti. Lo stesso Coriolano ricorda le lacrime dei vinti: quando vede la moglie piangere, le dice che tali occhi devono averli madri e mogli dei vinti (II, 1).
Cfr. Polibio e Filarco.
Brecht invece sa che dopo ogni guerra tanto tra i vincitori quanto tra i vinti i poveri patiscono tutti la fame.
Ci sono anacronismi: una menzione i Catone (I, 4), i difettosi di vista che si mettono gli occhiali (II, 1)
Virgilia, la moglie di Marzio, tesse al telaio, l’amica Valeria va a trovarla e la canzona: vorreste essere come Penelope il cui tessere servì solo a riempire Itaca di tarme. Come nel Troilo e Cressida, il mito greco viene ironizzato e calato nella sua quotidianità.
Volumnia, la madre di Coriolano è il tipo della madre spartana: se avessi dodici figli, preferirei vederne 11 morti piuttosto che uno solo vivesse nella voluttà lontano dall’azione guerresca.
C’è dunque la madre spartana Volumnia , la tenera moglie Virgilia, la vicina chiacchierona Valeria e il figlioletto di Coriolano di cui Valeria dice che inseguiva una farfalla dorata a gilded butterfly finché la prese, digrignò i denti e la fece a pezzi (I, 3)
Una delle collere di suo padre, dice la nonna Volumnia
E Valeria; davvero è un fiero ragazzo. Ecco un caso di ironia shakespeariana, La madre spartana ha un nipotino che si diverte a fare a pezzi le farfalle dorate. La scuola è quella della crudeltà
Coriolano non vuole chiedere i voti del popolo per diventare console
La madre gli consiglia di dire anche parole bastarde come si può fare con dei nemici esterni. Questo è il dramma dell’odio di classe
Ma Coriolano non adula “la puzzolente moltitudine” (III, 1). Il popolo è tetro e miserabile ma non silenzioso . Abbaia come una muta di cani. E’ mutevole, grida “evviva”, poi “a morte” ed è pronto a tutto pur di salvare la pelle e i suoi cenci puzzolenti.
Cfr. Tacito delle Historiae.
Nel dramma Giulio Cesare il popolo prima acclama Bruto, poi, dopo l’orazione di Marco Antonio, vuole farlo a pezzi.
Shakespeare aveva visto gli artigiani londinesi salutare Essex con le torce, poi pascersi alla vista della sua esecuzione (1601 ordinata da Elisabetta I).
I tribuni in Plutarco difendono il popolo: nel Coriolano sono degli imbecilli sono “la lingua della bocca comune” (III, 1) e puzzano quanto la plebaglia. I tribuni Bruto e Siconio sono malmessi e ridicoli.
I giacobini saranno più simili ai tribuni di Shakespeare che ai personaggi delle tele di David sostiene Kott.
I tribuni prefigurano i Giacobini, Menenio Agrippa i liberali, il Senatore gli aristocratici, ancora Kott.
La plebe scaccia Coriolano, gli imbelli patrizi lo abbandonano, Roma si è dimostrata vile e Coriolano dice: “Io disprezzo per causa vostra la città e le volgo le spalle: there is a world elsewhere, vi è un mondo altrove (III, 3).
Coriolano va dai Volsci dando ragione alla plebe che lo considera un nemico del popolo. La storia ha dato ragione alla plebe ma Shakespeare non dà ragione alla storia. Menenio Agrippa dice di lui: “La sua natura è troppo nobile per questo mondo” (III, 1)
Coriolano comincia a perdere quando accetta il compromesso di chiedere i voti del popolo. Tradisce la propria natura: “like a dull actor now/I have forgot my part” V, 3)
Coriolano cade vittima delle leggi di natura: “io mi intenerisco e non sono di un’argilla meno debole di quella degli altri” (V, 3)
Poi l’ironia della storia: sarà Aufidio, il generale dei Volsci a uccidere Coriolano poi a pronunciare il suo elogio funebre.
Come Ottaviano rende omaggio alle spoglie di Antonio, o Cesare che piange per Pompeo.
Si pensi a Moro (Aldo), lasciato ammazzare, poi celebrato dalle stesse persone.
Alla fine le trombe, i pifferi, i tamburi dei romani make the sun dance (V, 4), fanno danzare il sole
“Egli ama il vostro popolo-aveva detto Menenio al tribuno Bruto-ma non obbligatelo a essere il vostro compagno di letto (II, 2) .
E’ il dramma dell’umanesimo, e non solo di quello rinascimentale.
Pesaro 26 luglio 2026 ore 10, 25 giovanni ghiselli
p. s.
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