domenica 26 luglio 2026

Ifigenia III. E’ difficile entrare nella gioia tutti interi. “Mio marito si scanta”. I due disincantati amanti in pectore.


 

Sapevo di essere stato più imbarazzato che brillante, come ero quando corteggiavo le finniche o altre donne pellegrine.

Ma a Debrecen ero uno straniero borsista gratificato con premi d’amore più che di studio,- qui  ci garantiscono “vittu 1 e alloggio” si diceva con lepido bisticcio scherzando tra noi maschi italiani- ed ero sì in una Università, ma quale studente in compagnia di altri universitari più gaudenti che studiosi. Avevamo poco più di venti anni quando ci si incontrò la prima volta nel collegio della nostra confraternita.

 Si beveva e si amoreggiava ringraziando gli dèi con degli evoè scatenati piuttosto che con sussurrati, castissimi  osanna.

A Bologna ero diventato un docente guardato con sospetto da alcuni colleghi ostili diventati più numerosi dopo l’avvento del nuovo preside, malevolo nei miei confronti.

Dovevo stare attento a non dare esche ai perfidi che volevano vedere i gradini delle scale del liceo-ginnasio imporporati dal mio sangue, almeno quello professionale. Rischiavo di essere  buttato in fondo, nelle aule più buie e tristi per me, magari a custodire la biblioteca come i vecchi  professori dalla testa svanita .

 Benevoli verso di me erano stati diversi docenti con il preside galantuomo andato in pensione e forse alcuni lo erano ancora, ma, da quando, con il nuovo anno scolastico il dirigente era cambiato e io ero caduto in disgrazia, stavano attenti a non farlo vedere. Era mutato tutto in peggio dall’anno prima quando lavoravo con un capo istituto estimatore e amico, tanto che come arrivai, trasferito da Imola, mi diede due classi da portare alla maturità con il greco. Adottai l’Edipo re in una sezione e le Baccanti nell’altra, due testi diventati poi miei cavalli di battaglia, quindi due libri tradotti e commentati da me. Mi dicono che vengono ancora usati: oramai ricavati dal mio blog dacché sono esauriti.

Questo nuovo preside dunque cercava di spostarmi, confinarmi nel ginnasio, nonostante i liceali delle mie ex classi manifestassero in mio favore.  Da loro Ifigenia aveva saputo che ero molto bravo. Al nuovo dirigente  non  piacevo per ragioni politiche, di metodo didattico, e probabilmente anche personali. A lui mancava tutto quello che avevo e mettevo a disposizione della scuola. Ora so che la sua ostilità era secondo la sua natura che era opposta alla mia.

Capivo comunque che quello  aveva il potere di danneggiare me e i miei allievi, mentre io non avevo alcuna protezione dalla sua prepotenza e gli studenti nemmeno. Eravamo sprotetti.

Insomma il mio rapporto con la dirigenza era cambiato molto in peggio e dovevo stare bene attento a non espormi al venire danneggiato in modo irreversibile.

Le manifestazioni dei ragazzi in mio favore non erano richieste, e tanto meno organizzate da me, tuttavia tra i colleghi c’era chi telefonava in Provveditorato perché venissi trasferito in quanto turbavo il clima del “loro” liceo che era stato tranquillo prima che intervenisse la mia figura di agitatore.

 Tornando agli amori dell’università estiva, là il tempo per realizzarli era ancora più breve di quello dell’estate: nemmeno una volta si  riaccese l’intera faccia della  luna, durante il corteggiamento di ciascuna delle donne che volevo amare, che amai contraccambiato in quel paradiso terrestre.

Invece  nell’autunno del 1978 a Bologna avevo sopra di me diverse decine di giri della casta diva celeste per realizzare il mio progetto erotico. Per questi vari motivi procedevo adagio.

Dovevo agire con cautela in  un rapporto che poteva diventare serio.

La  bella ragazza e collega non era del tutto implausibile per una relazione lunga però sarebbe stata comunque problematica se non altro perché  viveva con un altro uomo, marito suo per giunta. Io invece “vivevo la mia contraddizione”, come si diceva allora. Amavo le donne e detestavo le nozze. Non ho mai pensato che portino gioia più che dolore.

Insomma dal don Giovanni che ero stato a Debrecen con donne esotiche, e pure con diverse italiane  nei mesi passati quell’anno tra Pesaro e   Bologna, davanti alla giovane, splendidissima collega nella scuola, dove un ducetto nuovo arrivato mi ostacolava, stavo regredendo verso lo sparuto chierichetto e  che ero quando bazzicavo la parrocchia di Santo Terenzio, il patrono della mia cittadina. Capivo bene che Ifigenia esigeva una risposta al suo desiderio di un contatto profondo tra noi: a questo indirizzava la mira dei suoi strali acuminati e potenti: era altamente e alteramente  dotata dei doni delle forme, dell’età e del sesso, una dote che probabilmente desiderava condividere con me in una relazione non solo di breve momento a quanto capivo.

La forza di questo impulso in una femmina tanto giovane e attraente, una che certamente piaceva a tutti i maschi eterosessuali dell’istituto- fino al prete, al bidello e al preside anzianotto e, bruttarello- non poteva trovare una lunga resistenza in uno come me, ed ella lo sapeva bene anche prima di parlarmi, data la mia fama, o infamia, di uomo cui piacciono molto le donne e  ci prova con diverse, quasi con tutte purché decenti.

Ifigenia capiva che non avrei resistito a lungo. Sicché, mentre guardavo l’orologio per farle fretta, mi domandò: “In conclusione, ti va di trovare un’intesa con me o non te la senti professore?”. 

Il marito  evidentemente non le andava  a genio.

Il tempo dell’intervallo era già scaduto e si doveva tornare subito dentro, sicché sfruttai questa circostanza per prendere tempo e prepararmi il discorso, magari scrivendone un canovaccio su un foglio.

Dunque le dissi: “ Dipende da quale tipo di intesa sarà possibile tra noi senza danni. Ti risponderò compiutamente all’uscita dalle lezioni. Contaci. Ora dobbiamo proprio andare. Intanto sappi che difficilmente d’ora in avanti mi sarà possibile prescindere dalla  tua persona, carissima Ifigenia”. Ambiguo e gesuitico ancora una volta.

Eppure la ragazza mi assecondò: “nemmeno io potrò fare a meno di te, caro Gianni. Sei davvero prezioso”. Forse lo disse non senza un pizzico di ironica riprovazione.

Provai a ribattere togliendomi la maschera del temporeggiatore: “sì, sì, bella signora, ma con tuo marito come la metti?”

“Ci penso io: vedrai che mio marito si scanta!”.

Non mi era chiarissimo che cosa significasse tale verbo, ma capivo che la signora voleva cambiare ganzo. Non mancava la nota cinica. Sul momento mi piacque ma con il tempo tale situazione poco chiara avrebbe costituito un impedimento a un Eros uranio, figlio di Afrodite celeste.

Del resto nemmeno Eros pandemio era da buttare via.

 

 

Nota

 

1 In finlandese significa quello che in greco vuol dire su`kon.  Cfr Aristofane, Pace 1350.

 

P. S.

“Scanta” significa “disincanta”. Ifigenia era disincantata almeno quanto me, sebbene più giovane. Io lo ero diventato da quando Päivi, per non diventare una ragazza madre, aveva abortito la nostra bambina nel settembre del 1974 e ancora di più e del tutto nell’agosto del 1975 quando andai a cercarla in Finlandia e lei mi rigettò telefonicamente dicendomi I don’t want to see you”, io non voglio vederti.

Nel disincanto dunque noi due amanti in pectore, Ifigenia e io,  ci si corrispondeva.

 

 

Pesaro 26 luglio  2026 ore 17, 31 giovanni ghiselli

 

p. s.

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