venerdì 31 luglio 2026

Ifigenia XXII. Ora, da vecchio affamato, comprendo. Il contrappasso.


 

Ifigenia rimase sconcertata da questa mia volontà evasiva rispetto al suo  desiderio di un chiarimento sentimentale. Mi fece un sorriso malinconico che manifestava  delusione. Sicuramente le dispiaceva il mio rifiuto della  sua richiesta lasciata senza risposta dall’amante vile chr vuole deresponsabilizzare sé stesso e ridurre un incontro amoroso a un’abbuffata di sesso. Ora comprendo che le facevo del male e so che questo mi sarebbe tornato addosso per il contrappasso che non consente di colpire senza riceverne il contraccolpo.

Ha scritto bene Erodoto: “c'è in Arcadia una Tegea, in luogo piano,/dove due venti soffiano per possente necessità,/ e colpo e contraccolpo, e male su male si posa" (kai; tuvpo" ajntivtupo", kai; ph'm j ejp j phvmati kei'tai, I, 67, 4).

Questo luogo è dappertutto, non solo in Arcadia.

Ifigenia aveva ragione dicendo che sarebbe stata cosa buona credere nella durata del nostro amore: lo avrebbe reso più forte, persino più gustoso, e la nostra gioia sarebbe stata più grande, più pulita, più bella.

Ora capisco che quella ragazza vivace e venusta, la giovane donna che mi stava davanti, che mi piaceva tanto mentre ne ammiravo il fiorire rigoglioso dei seni, la potenza delle cosce lisce, sode e tornite, il luccicare dagli occhi vivaci, il lampeggiare dei denti voraci di vita, cercava il mio appoggio e io avrei dovuto aiutarla a trovare un equilibrio, uno stile suo, una forza morale da coniugare con l’ordine mentale e sentimentale che dovevo imporre prima a me stesso dopo tante pose e scene erotiche, estetiche e culturali, tutte imparate senza essere state davvero sentite e capite.

Il più immaturo tra i due, il più spaventato dalla vita ero io.

L’aiuto senza riserve sarei forse stato capace di darlo a una figlia mia, a questa però la madre fulva non aveva permesso di venire alla luce quattro anni prima, e la mia complicità nel misfatto mi avrebbe negato ogni forma di paternità carnale nei secoli dei secoli. Sono padre però delle parole che scrivo e seguo con ogni cura nella loro crescita. Correggo ogni pagina come una figlia educanda. E così sia.

 

Pesaro 31 luglio 2026 ore 18, 21 giovanni ghiselli

p. s.

Oggi è caldo ma sul mio corpo non sento il riscaldamento globale, e se pure c’è non lo soffro.

Arrivato a 82  estati  lo scopo ultimo è la salute fisica e mentale. Dunque bisogna ridurre le razioni del desinare e ritardarlo, posticiparlo il più possibile per non prendere peso e perdere snellezza con quel briciolo di salute recuperata. Eppure per scrivere, leggere e ricordare è necessaria la lucidità che richiede del cibo, almeno “un cuncén” come si dice a Pesaro. Ma l’affamato, se assaggia una briciola, poi si butta sulla pagnotta intera e la divora avidamente, bestialmente. Basta un’abbuffata a prendere un paio di chili, poi, a questa età, ci vogliono due settimane di sola insalata scondita per perderli.

Ogni età, come vedi lettore, ha i suoi problemi.

Quando vado a fare la spesa alla Conad, se vedo una cassiera carina mi incanto e se appena mi sorride divento un vecchio infatuato, trasecolo tutto, trasogno e dimentico il codice del bancomat. Poi mi riprendo ricordando alcuni versi dell’Edipo re, mi torna la memoria, pago e finisce lì. Deve finire lì: per forza.

Fulvio dopo i nostri Settanta anni diceva: la nostra sfiga, caro gianni, è che ci piacciono le donne giovani. “No-ribattevo- caro amico vecchierello e stanco quanto me: il fatto è che la nostra età più bella è passata quasi del tutto oramai e le ragazze ancora sane e snelle non ci prendono più in considerazione. Questa è la nostra sfiga nel senso, etimologico, della parola. E così sia”.

 

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Tanti lettori però non li ho mai avuti  prima degli Ottanta anni. Sicché vale la fatica di vivere ancora per scrivere dell’altro. Per lo meno. Il resto è tutta grazia di Dio.

Baci gianni

 

 


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