Jung- Checché ne dica Seneca[1] , la ratio non spiega tutto. "Tutti i tentativi filosofici per stabilire l'equilibrio psichico, la aequaminitas, che si condensarono soprattutto nella dottrina stoica, sono naufragati per il loro razionalismo (…) Normalmente l'uomo, oltre a un suo stato deve avere anche lo stato opposto, per trovarsi necessariamente nel mezzo. In omaggio alla sola ragione egli non potrà mai rinunciare alla pienezza della vita e alla ricchezza di sensazioni offertegli direttamente dal suo stato momentaneo"[2].
Oreste in un Commo con il Coro e con Elettra dice che la madre dovrà scontare la pena a opera delle proprie mani e si augura e[peit j ejgw; nosfivsa" ojloivman ( Coefore, v. 438) poi dopo averla privata della vita, che io possa morire
Il matricidio in effetti è anche un omicidio di se stesso. Già la morte della propria madre è la perdita di una gran parte della propria vita, la parte più vicina al cuore, soprattutto per il figlio maschio.
Nella Parodo il Coro delle Erinni canta:" Tutti i canali convogliati in un'unica via, bagnando la strage che imbratta la mano, correrebbero inutilmente a purificarla"(vv.72-74).
Nella lamentazione funebre che conclude il primo Episodio, Oreste ribadisce :"infatti se uno versa tutti i libami in cambio di una sola goccia di sangue , vano è il travaglio: così è il detto" (vv. 520-521).
Oreste è personaggio positivo in Eschilo (un Argivo) e negativo in Euripide (uno spartano nell’Andromaca), sbiadito nell’Elettra di Sofocle dove prevale la sorella .
Eumenidi
L’ultima parte dell’Orestea giunge ad una conciliazione tra la religione dei padri e quella delle madri, tra le ragioni di Oreste che ha ucciso la madre vendicando il padre tradito e assassinato da lei, e quella delle Erinni, venerande dee che proteggono i vincoli di sangue, soprattutto il più forte: quello madre-figlio violato dal giovane il quale viene processato e assolto, non senza però che le sue accusatrici ricevano culti e onori dagli Ateniesi.
Eschilo tende al compromesso e alla conciliazione. Il compromesso dell'Orestea è in realtà una vittoria del patriarcato e del maschilismo.
Nelle Eumenidi, le Erinni che incalzano il matricida, lo minacciano di trascinarlo tra i grandi peccatori: quanti si sono resi colpevoli verso un dio, o un ospite o hanno mancato di rispetto ai genitori[3] (vv. 269-271).
“Nell’ordine dei valori morali proposti dalla società greca arcaica e classica l’onore reso ai genitori viene subito dopo quello prestato agli dèi: ved. p. es. Pindaro, Pyth. 6-26-7 (e scolio ad. loc.); Euripide, Troiane GF V, fr. 853 Kannicht; Senofonte, Mem. IV 4, 19. Le colpe contro i genitori nella mentalità religiosa del tempo erano considerate inespiabili anche dopo la morte: Eschilo, Eum. 721; Platone, Phd. 114 a, Resp. 615 c…. Invece, nel comico “mondo alla rovescia” degli uccelli, battere il padre è considerato un atto onorevole (p. es. Aristofane, Aves,. 755-9)”[4].
Si tratta di una lotta tra matriarcato e patriarcato che prevale minimizzando il ruolo delle madri nella società e perfino nella generazione dei figli.
La Pizia di Delfi entra nel tempio, ma ne esce subito sgomenta: ha visto:"sull'ombelico, un uomo esecrato dagli dèi, in posizione di supplice, con le mani che gocciano sangue" (Eumenidi, vv.40-42). Queste mani insanguinate reggono la spada del matricidio e un ramo d'olivo avvolto in bende di lana. Vicino a lui "una strano battaglione di donne dorme stando sopra i sedili, nemmeno donne, ma Gorgoni dico"(vv.46-48), anzi peggiori delle Gorgoni, simili ad Arpie, ma ancora più brutte:" senza ali a vedersi queste, e nere e abominevoli, e russano con aliti inavvicinabili e dagli occhi stillano sgradevoli umori"(vv. 51-54).
Tali creature, ricorda Rohde in Psiche, "appartengono a quella "mitologia inferiore", che raramente penetra in Omero, la quale vorrebbe conoscere molte cose che stanno fra cielo e terra, di cui l'epos aristocratico non ha notizia alcuna. In Omero esse non operano di propria autorità; ma soltanto come ancelle degli dèi o di un dio, rapiscono i mortali trasportandoli là, dove non penetra nessuna notizia e potenza umana" (p.76).
Quindi interviene Apollo a maledire: "le abominevoli ragazze vecchie fanciulle antiche cui non si congiunge mai uno degli dèi né un uomo né una fiera. Per il male esse nacquero, dato che abitano la tenebra[5] malvagia e il Tartaro sotterraneo, odio degli uomini e degli dèi olimpi"(vv. 68-73).
Il dio consiglia a Oreste di rifugiarsi nella città di Pallade (v. 79), ad Atene, dove egli, il profeta di Zeus, lo farà assolvere dai giudici. Febo dunque si prende la responsabilità dell'accaduto: "Fui io infatti a persuaderti ad ammazzare il corpo della madre"(kai; ga;r ktanei`n s j e[peisa mhtrw`on devma~ v. 84). Vedremo che nelle tragedie di Euripide gli dèi non sono altrettanto responsabili.
Soprattutto Apollo viene criticato.
Oreste dunque viene confortato da un Febo coerente e giusto (v.85) che affida il suo protetto al fratello Ermes, poi se ne va.
Quindi appare l'ombra di Clitennestra che rimprovera le Erinni per la loro passività. Esse infatti dormono. Eppure, riconosce la madre assassinata: "l'anima che dorme risplende di occhi, mentre di giorno la parte assegnata ai mortali non vede con chiarezza" (vv.104-105).
Clitennestra che è "un sogno"(v. 116), continua a incitarle.
Sicché le vergini Erinni si svegliano con mugolìi e gemiti. La corifèa quindi grida: "prendilo prendilo prendilo prendilo; stai attenta!"(labe; labe; labe; labe;: fravzou, v. 130), con un uso ossessivo della paratassi che indica la primitività di queste creature di queste creature [6].
La madre assassinata, vedendo le sue vendicatrici che si muovono, le incita: "tu soffiandogli contro un fiato di sangue aiJmathro;n pneu`m j , emaciandolo con l’alito, con il fuoco del ventre (nhduvo~ puriv), incalzalo, consumalo con un secondo inseguimento"(Eumenidi, vv.137-139). Il fuoco del ventre rappresenta la paura del sesso della donna.
Vengono in mente le varie lupe, culminanti in quella di Verga:"Al villaggio la chiamavano la Lupa perché non era sazia giammai di nulla. Le donne si facevano la croce quando la vedevano passare, sola come una cagnaccia[7], con quell'andare randagio e sospettoso della lupa affamata; ella si spolpava i loro figliuoli e i loro mariti in un batter d'occhio, con le sue labbra rosse, e se li tirava dietro alla gonnella solamente a guardarli con quegli occhi da satanasso"(La Lupa ).
La Parodo (vv. 143-177) è piena dei lamenti delle Erinni. Esse si dolgono degli "dèi nuovi"( oiJ newvteroi[8] qeoiv, v. 162) che governano l'universo trascurando la giustizia[9]. L'ombelico della terra è insozzato di sangue (v.166). Ma ci penseranno loro a vendicare la madre punendo il colpevole.
All'inizio del Primo episodio (vv.179-243) Apollo esce dal tempio con l'arco teso contro le Erinni, ordinando loro di "uscire subito fuori"(v.179) poiché la loro sede non è quella delfica, bensì i luoghi:"dove si tagliano teste, dove si strappano gli occhi con processi e supplizi, e si distruggono i semi e si danneggia la virilità dei ragazzi (paivdwn kakou'tai clou'ni~), e ci sono mutilazioni, lapidazioni, e mugghiano con lunghi gemiti quelli trafitti nella schiena"(vv. 186-190).
Dunque esse devono abitare in un "antro di leone che ingozza sangue"(v. 193).
Insomma queste divinità più antiche rappresentano il dolore, la miseria, e possono essere venerate solo da gente per la quale la vita è tortura e strazio.
Segue un dibattito tra Apollo e le Erinni. Il dio ricorda che la donna uccisa dal figlio, aveva ammazzato il suo sposo (v. 211), e la corifèa ribatte che la moglie non si macchiò del delitto di un consanguineo (v. 212). E' dunque vincolante solo il legame di sangue per l'antichissima religione.
Un vincolo molto sentito ancora da Sofocle.
Apollo replica che esistono anche patti di fedeltà sanciti dal matrimonio e, per giunta:" Viene disonorata e buttata via da questo discorso Cipride, dalla quale ai mortali derivano le gioie più care. Il letto infatti per l'uomo e la donna è fatale (eujnh; ga;r ajndri; kai; gunaiki; movrsimo~), è più grande del giuramento (o{rkou jsti meivzwn), ed è protetto dalla giustizia"(vv. 215-218).
Il letto, vedremo è il mobile più importante della casa nell'Alcesti di Euripide (vv. 177 e sgg.), e nella Medea è un nodo di affetti così sacro e forte che, se l’uomo unilateralmente lo scioglie o lo taglia, rende la donna feroce (vv. 265-266).
Ma l'Erinni corifèa risponde: "mi aizza il sangue della madre"(230), e aggiunge che per questo motivo non può cessare di dare la caccia a Oreste.
Quindi la scena si sposta sull'Acropoli di Atene dove Oreste abbraccia la statua della dea e la supplica di accoglierlo benigna (v. 236).
Poi rientra il coro delle Erinni (Epiparodo) e la corifèa ribadisce la loro feroce determinazione di cacciatrici del matricida: "infatti come un cane fa con un cerbiatto ferito, noi seguiamo le tracce del sangue che goccia"(vv.246-247).
La portavoce della banda sembra eccitata da una voluttà depravata di sguazzare nel sangue: "mi arride l'odore di sangue umano" ( ojsmh; broteivwn aijmavtwn me prosgela'/,v.253).
Quindi le Erinni si incitano a vicenda: "liquido sangue materno versato a terra, oh, non si raccatta- ai|ma mhtrw'on camai,-dusagkomivston- (ajnakomivzw, porto su): il liquido versato al suolo è perduto-to; diero;n pevdoi cuvmenon oi[cetai- . Ma bisogna che tu in cambio mi dia che da te vivo possa ingozzare denso liquido rosso dalle membra"vv. 261-265)..
L'offesa alla madre è un peccato per il quale non c'è remissione.
Perciò Oreste deve morire ed essere trascinato sotto terra dove si trova " chi tra i mortali ha peccato commettendo sacrilegio contro dio o un ospite o i propri genitori"(vv. 269-271), trasgressioni considerate gravissime, lo abbiamo visto, già nelle Supplici di Eschilo, poi ricordate, sia pure in un contesto comico e con qualche variante, da Aristofane che nelle Rane scrive: "poi vedrai molto fango e sterco perenne, e in esso attuffati chi una volta ha maltrattato l'ospite, o eccitando un ragazzo lo ha derubato, o ha battuto la madre o ha percosso la mascella del padre[10] o ha giurato un giuramento falso"(vv. 145-150).
Luogo simile nell'Eneide dove sono elencati, con ampliamenti dovuti ai programmi restauratori di Augusto, i grandi criminali del Tartaro. Dopo varie figure del mito, ecco i delinquenti umani :" Hic quibus invisi fratres, dum vita manebat,/ pulsatusve parens et fraus innexa clienti,/aut qui divitiis soli incubuere repertis/nec partem posuere suis (quae maxima turba est./quique ob adulterium[11] caesi, quique arma secuti/impia nec veriti dominorum fallere dextras""(Eneide, VI, vv. 608-613), qui ci sono quelli dai quali furono odiati i fratelli, finché la vita restava, o fu maltrattato il padre[12], o frode fu ordita al cliente, o quelli che da soli si stesero sulle ricchezze trovate e non ne fecero parte al prossimo loro (che è la masnada più grande), e quelli ammazzati per adulterio, e quelli che armi seguirono empie e non esitarono a ingannare la fede dei padroni.
Tra i dieci comandamenti dettati da Dio a Mosè si trova
“Onora tuo padre e tua madre.
Non uccidere.
Non commettere adulterio”. (Esodo, 20).
Oreste prova a difendersi da solo dicendo che il sangue della sua mano "dorme e svanisce"(Eumenidi, v. 280), in quanto oramai "la macchia del matricidio è lavata"(v. 281).
Ma questa volontà unilaterale non basta. Il figlio di Agamennone chiama in aiuto Atena, eponima della città dove si è rifugiato, e in cambio promette che la dea: "conquisterà senza battaglia me e la mia terra e il popolo argivo che sarà giustamente fedele e alleato per sempre"(vv. 289-291).
Con questi versi Eschilo vuole dare una base mitico-religiosa alla lega stipulata tra gli Ateniesi e gli Argivi successivamente al “maggiore errore politico”[13] commesso da Cimone che nel 462 portò aiuto agli Spartani in guerra contro gli Iloti ribelli. Il contingente ateniese venne bruscamente congedato e fallì la politica filospartana di Cimone che fu ostracizzato dagli Ateniesi (461 a. C.). Argo approfittò di tale alleanza per stabilire il suo dominio su Micene e Tirinto. “Nell’alleanza con Argo si intravede anche una motivazione ideologica: Argo aveva trasformato il suo regime in democratico, e le Supplici di Eschilo, datate ormai tra il 463 (o il 466), e il 461 a. C., ne sono un interessante riscontro. Contro l’oligarchica Sparta, l’intesa con Atene ha un profilo ideologico”[14]
Oreste dunque si fa portavoce anche della nuova tendenza antispartana propugnata da Pericle. La corifèa però cerca di annientarlo apostrofandolo con un:"dissanguato nutrimento dei demoni, ombra"(v.302).
Nel Primo Stasimo (vv.307-396) le Erinni danzano e cantano "un canto di orrore"( mou'san stugeravn, v.308) mentre Oreste si tiene avvinghiato alla statua di Atena. L'"inno" delle Furie è "un laccio per la mente, senza accompagnamento di lira (u[mno~ …ajfovrmikto~), aridità per i mortali"(vv. 331-333, ripetuti, vv. 343-346, in ejfuvmnion, ritornello).
Le Erinni dunque minacciano la distruzione del pensiero, dell'arte e della stessa vita umana, se non verranno riconosciuti i loro diritti, prima di tutti quelli della vendetta.
Infatti queste creature si proclamano "le venerande memori delle colpe"(kakw'n mnhvmone" semnaiv, vv. 382-383); dunque il coro delle Erinni rivendica " una dignità antica” per la quale, precisa, “non accetto il vituperio, anche se occupo un posto sotto terra e la tenebra nemica del sole"( dushvlion knevfa" vv. 393-396).
Queste donne spaventose di tanto in tanto si affacciano nella letteratura europea: vengono utilizzate dagli autori di visione ampia. Nell’Inferno dantesco, Virgilio, dopo avere individuato “le meschine[15]/ della regina dell’etterno pianto”, le mostra a Dante :"Guarda-mi disse- le feroci Erine"[16].
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Goethe le mette in scena, con altro aspetto, nel Faust , dove l’araldo le presenta con queste parole :"Le Furie, sono!... E non mi crederete!- Vaghe, ben fatte, giovani, attraenti.- Accostàtele un poco, e proverete- che le colombe han morsi di serpenti. Son false, sì! Ma in questo dì nel quale-ogni folle de’ suoi vizii si sfama,-non pretendon di angeli la fama,-si confessano pèste e fortunale"[17].
Poco più avanti (Galleria oscura) compaiono le Madri che spaventano Faust e inquietano Mefistofele il quale dice: “ A malincuore, svelo un grande enigma.-Auguste dèe, troneggiano-in una sconfinata solitudine.-Nessun paese, intorno.E tempo, ancora meno.-A parlar di lor, ci si sconcerta.-Son le Madri!
Faust (con un sussulto di spavento) Madri?
Mefistofele
Rabbrividisci?
Faust
Madri! Madri! Misterioso suono!
Mefistofele
E misteriose sono!-A voi mortali sconosciute iddie,-a noi demonii nominarle spiace.-Per rintracciarne la dimora occulta,-ti occorrerà frugare-nel più profondo baratro.- La colpa è tua, se d’esse abbiam bisogno”[18].
Il narratore del Doctor Faustus di T. Mann, il professore umanista Serenus Zeitblom, spiegava dalla cattedra agli scolari del liceo “come la civiltà consista veramente nell'inserire con devozione, con spirito ordinatore e, vorrei dire, con intento propiziatore, i mostri della notte nel culto degli dei"[19]. E’ quello che ha fatto Eschilo. E’ il caos che si fa cosmo.
Pasolini: Alla fine dell’Orestea le Erinni diventano Eumenidi: “ Dopo l’intervento razionale di Atena, le Erinni-forze scatenate, arcaiche, istintive, della natura-sopravvivono: e sono dee, sono immortali. Non si possono eliminare, non si possono uccidere. Si devono trasformare, lasciando intatta la loro sostanziale irrazionalità: mutarle cioè da “Maledizioni” in “Benedizioni”. I marxisti italiani non si sono posti, ripeto, questo problema”[20].
Secondo l'autore di The waste land bisogna seguire le Erinni come segni mandati da un altro mondo. Quelli che vedono le Erinni insomma, sono monocoli in una terra di ciechi.
Non sempre del resto c’è redenzione in seguito al matricidio: Nerone, dopo avere ammazzato Agrippina (59 d. C.) sebbene rassicurato dalle congratulazioni dei soldati, del Senato e del popolo: “neque tamen conscientiam sceleris…aut statim aut umquam ferre potuit, saepe confessus exagitari se materna specie verberibusque Furiarum ac taedis ardentibus” (Svetonio, Neronis vita, 34), tuttavia non poté subito né poi sopportare il rimorso del delitto, e spesso confessò di essere tormentato dalla visione della madre e dalle fruste e dalle fiaccole ardenti delle Furie.
Nerone del resto amava interpretare sulla scena la parte di Oreste, ossia del matricida assolto.
All’inizio del secondo episodio delle Eumenidi (vv. 397-488) Atena affronta le Erinni quali orrende figure emerse da un'antichità remota:
"non siete simili a nessuna stirpe dei seminati, né siete mai state viste tra le dèe dagli dèi "(410-411). Tali creature dunque fanno paura, non solo perché crudeli, ma anche come entità diverse, tanto dagli uomini quanto dai numi.
La corifèa risponde rivendicando tale diversità:
"noi siamo le figlie eterne della notte e Maledizioni siamo chiamate nelle dimore della terra ( hJmei'" gavr ejsmen Nukto;" aijanh' tevkna-,- jArai; d j ejn oi[koi" gh'" uJpai; kaklhvmeqa vv.416-417).
Davanti a una dèa che riconosce valore soltanto al mondo della luce e della coscienza chiara, le Erinni affermano il proprio diritto a sopravvivere; un poco come faranno il Romanticismo con l'Illuminismo, e il Decadentismo con il Positivismo.
Queste donne furenti prefigurano non solo Medea, ma anche i personaggi estremi dei romanzi di Dostoevskij come Raskolnikov di Delitto e castigo che uccide due vecchie, o Stavrogin dei Demoni che seduce una bambina la quale poi si impicca: essi obbediscono a oscuri impulsi che la ragione e la morale non possono giustificare. Eschilo arriverà ad ammansire le Erinni; " per Dostoevskij soltanto la prospettiva di Sonia, della carità, può risolvere il dilemma di Raskol'nikov"[21].
Oreste prova a difendersi da questi mostri prodotti dal sonno della ragione con i calcoli del raziocinio :"io ho ammazzato mia madre, non lo negherò (oujk ajrnhvsomai[22]) con un omicidio di contraccambio per il carissimo padre"(Eumenidi, vv. 463-464).
Il matricida ricorda pure la complicità di Apollo che lo aveva aizzato, ma il ragionamento e la giustificazione non possono annullare l'istinto filiale e il rimorso nei confronti della madre uccisa. Nessuna filosofia sofistica o illuministica, nessuna religione, per apollinea o solare che sia, potrà stenebrare la parte più profonda e oscura della nostra personalità.
La contesa sembra irrisolvibile; allora Atena decide di fondare un tribunale, quell'Areopago che fino a pochi anni prima della rappresentazione di questa tragedia, esercitava il controllo sulle leggi, sulle istituzioni e sui costumi, dando un indirizzo oligarchico alla vita della polis, ossia conservando il predominio degli abbienti.
Poi, “liquidato Cimone, dovette essere ormai facile condurre in porto le riforme costituzionali di Efialte[23] e di Pericle: abolizione dei poteri politici dell’Areopago (la nomofulakiva, cioè la sorveglianza sulla costituzione e forse anche la custodia dei testi delle leggi) e riduzione dei poteri di quel consiglio alla sfera giurisdizionale dei delitti di sangue (omicidi volontari). E’ questo anche il clima in cui, probabilmente, maturano i progetti di creazione di una sorta di stato assistenziale, che si doveva realizzare attraverso la remunerazione dei magistrati, dei buleuti e soprattutto degli eliasti, cioè dei giudici delle giurie popolari”[24].
Comunque Atena nell'atto di fondazione del tribunale afferma solennemente la sua intenzione di scegliere nella sua città giudici giurati per i delitti di sangue e di farne un istituto che rimarrà nel tempo"(vv.482-484). In queste parole di Atena si sente il timore di Eschilo che la parziale esautorazione dell' Areopago porti a uno svuotamento di ogni suo potere e significato.
Musti rileva che è “Filoargivo anche il finale della trilogia Orestea (Agamennone, Coefore, Eumenidi) rappresentata nel 458”; quindi aggiunge: “ il problema storico-politico principale è comunque in essa quello del ruolo dell’Areopago, dopo la riforma di Efialte. Eschilo sembra aver voluto dare alla limitazione dei suoi poteri la legittimazione di una poesia di così vasta risonanza pubblica, esaltando la tremenda dignità del residuo ruolo, di tribunale giudicante i casi di omicidio volontario”[25].
La paura
Segue il Secondo Stasimo (vv. 490-565) con fosche previsioni delle Erinni le quali sostengono che il terrore delle pene, umane e divine, talora è salutare:"a volte il terrore (to; deinovn) è un buon ispettore anche delle anime-kai; frenw'n ejpivskopon- e deve restarci a fare la guardia: giova giungere alla saggezza sotto l’angoscia "(vv. 517-519). E’ il tw'/ pavqei mavqo~ dell’Agamennone (v. 177) che ritorna in forma variata.
Poco dopo le Erinni aggiungono:" mht j a[narkton bivon-mhvte despotouvmenon-aijnevsh/" : panti; mevsw/ to; kravto" qeo;"-w[pasen "(526-530), non lodare una vita di anarchia né una soggetta al dispotismo: in ogni caso il dio dà potenza al giusto mezzo.
“It looks to me as if the famous saying about the superiority of to; mevson-which Aeschylus put so oddly into the mouth of the Erinyes (530)-might in fact be taken…as an honest and corrept description of the author’s own position”[26], mi sembra che il famoso detto sulla superiorità del “mezzo” che Eschilo mette così stranamente in bocca alle Erinni, potrebbe essere di fatto venire preso …come una onesta e corretta descrizione della posizione personale dell’autore.
Più avanti la stessa Atena consiglia ai cittadini, che hanno cura della città, di rispettare uno stato senza anarchia né dispotismo ("to; mhvt j a[narcon mhvte despotouvmenon", v. 696) e di non scacciare del tutto la paura dalla città: infatti quale mortale è giusto se non ha nessuna paura? ("kai; mh; to; deino;n pa'n povlew" balei'n-tiv" ga;r dedoikw;" mhde;n e[ndiko" brotw'n; " vv. 698-699).
Le Erinni dunque si avvicinano alla soluzione del conflitto con Atena
e Apollo, prescrivendo regole accettabili da qualsiasi religione rispettosa della vita: “La dismisura demenziale (dussebeiva" me;n u{bri~ tevko" wJ" ejtuvmw" )[27] è figlia di empietà secondo il vero” (Eumenidi, v. 534).
Quindi, proseguono le Erinni, sulla via di diventare Eumenidi:
"Rispetta l'altare di Giustizia, e non disprezzarlo calciandolo con piede ateo in vista del guadagno: infatti poi seguirà il castigo"( bwmo;n ai[desai Divka"-: mhde; nin kevrdo" ijdw;n ajqevw/ podi;- lavx ajtivsh": poina; ga;r ejpevstai, Eschilo, Eumenidi, vv.539-541).
Gli stessi accenti posati sulla forza vincente e ineludibile della Giustizia si trovano nel primo stasimo dell’Agamennone. Eschilo è in effetti con Solone uno dei massimi profeti della Giustizia.
"infatti non c'è difesa di ricchezza durante la sazietà, per l'uomo che con arroganza ha preso a calci il grande altare di Giustizia, con il proposito di annientarla" (Agamennone, primo stasimo 381-384).
Torniamo alle Erinni le quali ripetono i precetti che facevano già parte dell'educazione morale e pure formale dell'uomo omerico: ciascuno deve provare"venerazione per i genitori"( Eumenidi, v. 545) e rispetto per gli ospiti.
La religione delle Erinni si assimila sempre più a quella degli dèi olimpici. Ancora: La Giustizia salva dall'infelicità colui che la segue di sua volontà, non costretto eJkwvn d j ajnavgka~ a[ter (v. 550), mentre "ride il demone sull'uomo violento, vedendo in sventure irrimediabili colui che non se le sarebbe mai aspettate, e non ce la fa nella sua debolezza a superare la vetta, quello che avendo scagliato il benessere di un tempo contro lo scoglio della Giustizia[28] va in malora per sempre, illacrimato, annientato"(vv. 560-565). Sono le ultime parole del secondo stasimo.
All’inizio del Terzo Episodio (vv. 566-777) si apre il processo davanti ai giudici dell’Areopago.
Imputato è il matricida, Apollo il difensore, le Erinni accusatrici. Atena presiede il tribunale da lei stessa istituito. Un presidente non imparziale a dire il vero.
Febo, dopo avere affermato che ha già purificato Oreste (v.578), si prende la responsabilità del matricidio (v.580).
La divinità delfica è interpretata in maniera molto diversa da Euripide che la rappresenta capace di abbandonare non solo i suoi protetti, ma anche il figlio Ione avuto da Creusa, come vedremo.
Atena dà la parola all'accusa per prima. Le Erinni procedono facendo domande all'imputato il quale non nega di avere ammazzato la madre (v.588); anzi afferma di averle tagliato la gola (v.592). Così rivendica dignità al suo delitto, come abbiamo notato in Prometeo, e anzi cerca di santificarlo indicando Apollo quale mandante e testimone (v. 594).
“Abbastanza spesso il delinquente non è all’altezza della sua azione: egli la minimizza e la calunnia”[29].
L'Oreste di Eschilo dunque afferma che Clitennestra meritava la morte:"infatti portava le macchie di due delitti pestiferi"(Eumenidi, v. 600). Ammazzò il marito e il padre dei suoi figli.
Ma le Erinni non cedono ancora. La corifèa sostiene di nuovo che Clitennestra, uccidendo il marito, non era poi tanto colpevole:"non era consanguinea (o{maimo~) dell'uomo che uccise"(v.605).
Oreste, in difficoltà, chiede l'aiuto di Febo il quale, dopo essersi proclamato profeta di Zeus, nega, senza esitare, l’equivalenza dell'uccisione di Clitennestra e di quella del “nobile eroe onorato di scettro concesso da Zeus"(vv. 625-626), tanto più per il fatto che il re venne ammazzato a tradimento, quando, appena tornato dalla guerra (v.631), la moglie prima lo accolse con volto lieto (v. 632) poi gli preparò il bagno nella vasca (v. 633), quindi gli gettò adosso un mantello grande come una tenda (v.634), e infine,
"dopo averlo inceppato con un bel peplo inestricabile, lo colpisce (kovptei[30]), vv. 634-635.
La Corifèa a questo punto fa un'obiezione che sembra un gioco sofistico[31]: se Zeus si prende tanta cura della sorte dei padri, come mai "egli stesso mise in ceppi il vecchio padre Crono?"(v. 641). Una obiezione che viene ripresa nelle Nuvole di Aristofane dal discorso ingiusto (vv.904-905)
Il riferimento è alla lotta tra la terza generazione divina e la seconda, uno scontro che si risolse con il trionfo degli dèi nuovi e del cosmo sul caos.
Apollo quindi replica con una difesa della vita, seppure non di quella di Clitennestra: un incatenato può essere sciolto ma: "una volta che la polvere (kovni~[32]) abbia succhiato il sangue di un uomo ucciso, non c'è nessuna resurrezione"( ou[ti" e[st j ajnavstasi", vv. 647-648).
Una nobile difesa della vita umana come si vede, oltretutto in accordo con quanto afferma il Coro formato dagli anziani di Argo nell'Agamennone[33], un'apologia anche efficace, ma unilaterale, in quanto non tiene conto della vita di Clitennestra.
A lei pensano le Erinni che rinfacciano il matricidio a Oreste e al suo difensore:"dopo avere versato nel suolo il sangue della madre che scorre anche in lui, abiterà poi in Argo nella casa del padre?"(vv. 653-654).
A questa domanda Apollo risponde con una affermazione di patriarcato e di antifemminismo estremo. Vale la pena riferirla per quanto è fuori moda adesso:"La cosiddetta madre non è la generatrice del figlio (tevknou tokeuv~ ), ma la nutrice (trofov~) del feto appena seminato: genera (tivktei) il maschio che la monta; colei come un ospite con un ospite salva il germe (e[rno~), per quelli ai quali gli dèi non l’abbia distrutto"(vv. 658-661).
Nell’ Oreste di Euripide, il protagonista, per scagionarsi, utilizza il medesimo argomento della generazione patrilinea.
Infatti dice al nonno Tindaro che lo ha accusato di spietatezza, poiché non si è fermato nemmeno davanti al seno della madre: “path;r me;n ejfuvteusen me, sh; d j e[tikte pai'~,-to; spevrm j a[roura paralabou's j a[llou pavra:-aneu de; patro;~ tevknon oujk ei[h pot j a[n” (vv. 552-554), il padre mi ha generato, tua figlia mi partoriva,/un campo ha preso il seme da un altro:-senza il padre non ci sarebbe mai un figlio.
Ma il coro di donne argive nell’epodo del secondo stasimo ribatte che non c’è sulla terra malattia, lacrime, pena più grande che versare con la propria mano a terra il sangue della madre ammazzata (Oreste, vv. 832-833).
La madre non è indispensabile continua Febo che difende Oreste:"ne è qui testimone la figlia di Zeus Olimpio, la quale non venne nutrita nelle tenebre di un utero, ma è come un virgulto (e[rno~[34]) che nessuna dea avrebbe potuto partorire"( Eumenidi, vv.664-666).
In questi tre versi si vede la paura dell'uomo per l'oscurità della donna che è poi la zona oscura di se stesso, la propria parte femminile, l’anima di Jung, una parte con la quale invece hanno un buon rapporto gli uomini che amano le donne e, siccome ne sono stati contraccambiati, amano anche se stessi.
Anche Dioniso nacque senza madre. La storia è raccontata nelle Baccanti (vv. 519-527)[35].
“In the third play, The Eumenides, the winner of the battle of the sexes-in Athens and amongs the gods-is decided. From a feminist perspective, it is ironic that this play dramatises the so called beginning of democracy”[36], nel terzo dramma, Eumenidi, chi vince la battaglia dei sessi, ad Atene e tra gli dei è deciso. Da una prospettiva femminista, è ironico che quest’opera drammatizzi il cosiddetto principio della democrazia.
Voglio citare, in contrapposizione all’ antifemminismo di Eschilo, qualche riga dell'Ulisse di Joyce che elogia l’amore della madre:" Se non fosse stato per lei, la maratona del mondo lo avrebbe schiacciato sotto i piedi, spiaccicata lumaca senza vertebre- a squashed boneless snail-. Lei aveva amato quel debole sangue acquoso trasfuso dal proprio( …) Amor matris , genitivo soggettivo e oggettivo, questa è forse l'unica cosa vera nella vita-may be the only true thing in life-. La paternità forse è una finzione legale-Paternity may be a legal fiction-. Chi è il padre di un qualsiasi figlio perché qualsiasi figlio debba amarlo o viceversa (...) Il figlio nascituro guasta la bellezza: nato, porta dolore, separa l'affetto, accresce le preoccupazioni. E' un maschio: la sua crescita è il declinare del padre, la sua giovinezza l'invidia del padre, il suo amico il nemico del padre (...) Che cosa mai li congiunge in natura? Un istante di cieca foia"[37].
“Many feminist critics and historians have analysed The Oresteia as a text central to the formalisation of misogyny ….The Oresteia enacts ‘the battle of the sexes’, using Athenian cultural and political codes to prescribe that women must lose the battle”[38], molti critici femministi hanno analizzato l’Orestea come un testo fondamentale per la formalizzazione della misoginia….L’Orestea mette in scena la ‘battaglia dei sessi’, usando i codici culturali e politici ateniesi per prescrivere che le donne devono perdere la battaglia.
Quindi Apollo si accattiva Atena dicendole che intende potenziare Atene (Eumenidi, v. 668) e di avere voluto un'amicizia eterna (v. 673) fra gli abitanti della povli~ protetta da lei e gli Argivi, sudditi e concittadini di Oreste.
Subito prima che gli areopagiti votino, parla Atena.
Pallade promette che quel consesso di giudici durerà eterno. Una volta, continua, c'era la guerra portata dalle Amazzoni per odio contro Teseo[39]"(v. 686); esse si accamparono proprio sul colle che in seguito ai loro sacrifici fu chiamato Areopago: il colle di Ares (v.690). Ma quel tempo è lontano. Ora il rispetto (sevba~) e il timore suo parente (fovbo~ te xuggenhv~) tratterranno i cittadini dall'ingiustizia (vv. 690-691).
Quindi la dea sconsiglia l’anarchia e il dispotismo: la città dovrà tenere una via di mezzo senza eliminare del tutto la paura che è funzionale alla giustizia (vv. 696-699 già citati).
Questo suggerimento manifesta una forse inopinata consonanza di fondo con quanto hanno già detto le Erinni le quali così acquistano autorevolezza e si sentono accettate: presupposto necessario perché diventino Eumenidi.
Il nuovo consesso di giudici, prescrive ancora la dèa eponima della città, dovrà essere "Il tribunale non toccato da lucro (kerdw'n a[qikton tou`to bouleuthvrion),venerando, austero, presidio della terra, sempre desto in favore di chi dorme "(vv.705-707).
Sembra che le sedute dell'Areopago si svolgessero di notte.
Segue il voto dei giudici. Mentre gli areopagiti si alzano e votano uno alla volta, Apollo esprime fiducia nel proprio successo:"vincerò io" ( nikhvsw d j- ejgwv, v.722).
La corifèa allora gli rinfaccia il caso di Admeto sottratto al destino di morte[40]:"così facesti anche nel palazzo di Ferete: persuadesti le Moire a rendere immortali i mortali"(vv.723-724).
Apollo si giustifica affermando di avere salvato un uomo devoto e meritevole ( Eumenidi , v.725) e l'Erinni replica con un'altra accusa: "Tu certo hai destabilizzato gli antichi ordinamenti quando con il vino hai ingannato le vecchie dèe" (vv.727-728).
Il voto finale è di Atena, ed è assolutorio:"io aggiungerò questo voto a quelli in favore di Oreste: infatti madre non c'è che mi abbia generato, approvo il maschio in tutto, tranne farmi sposare- plh;n gamou` tucei`n- , con tutto il cuore sono tutta del padre"(vv.735-738).
La conseguenza di tale parzialità della dèa che presiede il tribunale è che: " vince Oreste se viene giudicato con egual numero di voti"(v.741). In effetti, eseguito il conteggio, Atena proclama l'assoluzione di Oreste:"quest'uomo è assolto dall'accusa di omicidio:infatti il numero dei voti è uguale"(vv. 752-753).
E' dunque il calculus Minervae un voto assolutorio che determina l'innocenza di Oreste ed è a fondamento dell'aforisma giuridico "in dubio pro reo " .
Il principio viene ribadito e chiarito come archetipo di una prassi nell'Ifigenia fra i Tauri di Euripide (414 o 413) quando la dèa Atena, ex machina, sempre protettiva nei confronti di Oreste, lo salva dal re dei Tauri Toante, e ricorda:"L'ho già salvato nell'Areopago valutando i voti uguali e resterà quest'usanza che venga assolto chiunque prenda voti pari"( kai; novmism j e[stai tovde,-nika`n ijshvrei~ o{sti~ a]n yhvfou~ lavbh/), vv.1469-1472)[41].
Dopo l'assoluzione, Oreste manifesta gratitudine a Pallade, al Lossia, e per terzo a Zeus salvatore che tutto compie (vv. 758-760). Inoltre giura che mai un Argivo condurrà un esercito contro Atene: egli stesso, una volta morto, lancerebbe dalla tomba terribili maledizioni contro chi lo facesse.
Una promessa del genere, come vedremo, viene fatta da Edipo a Colono.
Le lodi di Argo nelle Eumenidi trovano una spiegazione nell’alleanza tra Atene e Argo e nell’inimicizia con Sparta, una situazione creatasi dopo il 462.
Invece Oreste sarà sempre benevolo e benefico per i suoi concittadini, se manterranno l'alleanza con Atene. Questi versi (765-774) contengono un riferimento a un fatto storico recente da un lato, dall'altro al culto antichissimo degli eroi che erano stati uomini di vitalità impareggiabile e anche da morti potevano mandare influssi benefici o malefici sul territorio che li ospitava.
"Le anime degli eroi si aggiravano più vicine ai viventi, nella felicità e nell'infelicità si sentiva la loro potenza"[42]..
Siamo giunti all'Esodo (vv. 778-1047) delle Eumenidi che tuttavia sono ancora Erinni e lanciano maledizioni, sia contro i "giovani dèi "qeoi; newvteroi"(v.778) che le hanno umiliate, sia contro la regione (v.781) dove si è svolto il processo. Minacciano "una scabbia che dissecca la vegetazione e fa abortire le donne"(v. 785). E' la desolazione che prende le terre inquinate da un miasma morale, come la peste che infuria su Tebe all'inizio dell'Edipo re in seguito agli atti contrari alla natura del protagonista che ha ucciso il re suo padre e sposato la propria madre[43].
Atena cerca di mitigare la collera funesta delle Erinni promettendo loro culti e devozione a nome degli Ateniesi. E' il compromesso tra la religione apollinea degli aristocratici, Alcmeonidi in testa, e quella orfica importata da Epimenide cretese, profeta delle Erinni e di Demetra Eleusinia, giunto ad Atene intorno al 600.
La religione delle dee venerande figlie di Crono gli consentì la battaglia contro Delfi[44], roccaforte della tradizione e degli Alcmeonidi che nel 636, o nel 632, guidati da Megacle, avevano sventato il tentativo di Cilone di instaurare la tirannide, ammazzandone i seguaci sebbene questi avessero cercato rifugio nel tempio delle Erinni.
Quindi Epimenide stesso divenne capostipite di una famiglia nobiliare, e dall'incontro fra questa e i maledetti Alcmeonidi uccisori dei supplici ciloniani , nacque Pericle, il leone dei Greci.
Erodoto racconta che Agariste in cinta sognò di partorire un leone (VI, 131).
Eschilo, ricordando nelle Eumenidi la vittoria del dio delfico Apollo contro la Dike delle Erinni, esalterà in fondo la vittoria degli Alcmeonidi sulle dee di Epimenide.
Nel compromesso vince la consorteria dei tirannicidi.
La vittoria sulle Erinni non vuole essere schiacciante: Atena promette alle rivali vinte:"sedi e antri" dove potranno stare "assise su altari dagli splendidi seggi"(v.806) e avranno onore dalla cittadinanza. La corifèa ribadisce i propositi di vendetta ripetendo, parola per parola, la minacciosa strofe precedente (vv. 777-792; 808-822).
Allora Atena menziona il fulmine di Zeus con un tono di ritorsione che però addolcisce subito, preferendo puntare ancora sulla persuasione:"Io ho fiducia in Zeus, che bisogno c'è di dirlo? E sono l'unica tra gli dèi a conoscere le chiavi della stanza in cui sta sigillato il fulmine (ejn w|/ keraunov~ ejstin ejsfragismevno~, v. 828). Ma non c'è bisogno di questo (ajll j oujde;n aujtou` dei`, v. 829). Lasciati persuadere. Non scagliare contro questa terra parole di lingua temeraria, frutto che porta malessere a tutti. Sopisci l'amaro ardore di nera onda poiché sarai venerata abitando con me"(vv. 826-833).
La corifèa ancora non si lascia convincere; allora Atena prova a lusingarla non senza un pizzico di ironia: "sopporterò le tue collere: infatti tu sei più anziana (geraitevra) e certo anche più saggia di me (ejmou' sofwtevra), sebbene anche a me Zeus concesse di capire qualcosa[45]"(vv. 848-850).
Quindi Atena aggiunge altre promesse: "e tu, avendo una sede onorata presso la dimora di Eretteo, otterrai da processioni di uomini e donne onori quanti non potresti ottenere da altri mortali"(vv. 854-857).
In cambio di questi culti, Atena chiede prosperità e pace:"tu dunque su questi miei luoghi non scagliare incitamenti sanguinari, rovine di giovani anime pazze per furori non provocati dal vino; non aizzare i cuori come quelli dei galli, non collocare nei miei cittadini Ares intestino, e violenza reciproca. La guerra rimanga fuori dalla porta (qurai`o~ e[stw povlemo~) , e non sia penosa per chi abbia violenta brama di gloria; ma non approvo la lotta di uccelli domestici"( ejnoikivou d j o[rniqo~ ouj levgw mavchn, Eumenidi , vv.858-866).
Con queste parole sono deprecate le guerre civili[46].
Le Erinni, difficili a placarsi, oppongono ancora qualche resistenza, ma oramai sono vicine a trasformarsi nelle benevole Eumenidi.
La corifèa infatti accetta la dimora offertale da Atena nella sua città e le chiede pure quali onori debba attendersi (v.894). Pallade la lusinga dicendole che la prosperità di ogni casa dipenderà da lei (v.895). La Furia diviene sempre meno malevola finché ammette:"mi sembra che mi affascinerai e desisto dal risentimento- kai; meqivstamai kovtou"(v.900).
Quindi Atena chiede prosperità per i buoni, e sterminio contro gli empi, una distruzione affidata alle Erinni stesse (v.910).
Nel canto finale il Coro benedice Atene e promette la sua protezione al paese; allora Pallade riconosce alle dèe venerande un grande potere sopra e sotto terra (vv. 950-951): la linea culturale più antica è inserita nella polis di Atena e di Eschilo. Le Erinni è vero possono dare:"ad alcuni gioia di canti, ad altri invece una vita oscurata dalle lacrime"(vv.953-955), ma da ora in avanti questo avverrà secondo una norma razionale che punisce la colpa e premia il merito individuali. Atena constata che la ragione umana l’ha avuta vinta sui vaneggiamenti magici.
"E' prevalso Zeus protettore dell’assemblea (ajgorai'o~) e la nostra gara di benefìci (ajgaqw'n e[ri~) vince per sempre"(vv.973-975). Alle due e[ride~ di Esiodo[47], quella cattiva e quella buona, si aggiunge questa che è ottima.
E' la vittoria della parola colta e persuasiva sul mugolio con il quale si erano presentate le Erinni entrando in scena (vv. 117 e sgg.). Isocrate nel Panegirico metterà in rilievo che Atene, di cui fa un caldo elogio, elargisce al mondo intero i doni di civiltà e di religione ricevuti dai suoi dèi.
Il coro si unisce alla deprecazione del fremito raccapricciante delle guerre civili e augura la concordia che "tra i mortali è il rimedio di molti mali" (v.986).
"Il messaggio che con questa trilogia Eschilo vuole trasmettere è quello della concordia tra tutti i cittadini, un programma chiaramente stabilizzante"[48].
Atena quindi invita i cittadini a onorare favorevoli le dèe favorevoli (eu[frona~ eu[frone~, v. 992) dai cui volti, già spaventosi, la dea protettrice di Atene vede derivare grandi vantaggi per la polis : “ejk tw'n foberw'n proswvpwn[49]-mevga kevrdo~ oJrw' toi'sde polivtai~”(vv. 990-991).
Così le Eumenidi diventano sempre più benevole appunto, e lanciano benedizioni:"salve, siate felici nel fortunato possesso della ricchezza, siate felici cittadini di Atene, che state vicino a Zeus, cari alla vergine cara, rimanendo saggi nel tempo: il padre ha sacro rispetto per chi sta sotto le ali di Pallade (vv. 996-1002).
Atena contraccambia l'augurio mentre si forma una processione che deve accompagnare le dèe venerande alla loro dimora sotterranea dove saranno ospiti; la parola greca è mevtoikoi (v.1011), meteci, che indica una condizione la quale non gode della piena cittadinanza e dell' optimum ius; questi infatti erano stranieri che, pur coabitanti, non godevano dei diritti politici e subivano restrizioni anche nel campo dei diritti civili.
Nel compromesso tra le due religioni dunque, quella olimpica prevale. Anche Atena si unisce alla processione che mette al sicuro, sotto terra, le vecchie dèe:"vi accompagnerò alla luce di fiaccole fulgenti nei luoghi inferi sotto la terra con queste ancelle che custodiscono il mio simulacro"(vv. 1022-1024). Al corteo è invitato o[mma ga;r pavsh~ cqono;~[50]-Qhsh'ido~ (v. 1025-1026), "l'occhio di tutta la terra di Teseo", una nobile schiera di donne giovani e anziane con vesti di porpora, un colore ctonio. Quindi la processione si muove verso la sede delle Eumenidi, le dèe venerande divenute propizie. Fiaccole vivaci illuminano il cammino e i devoti alternano religioso silenzio (v.1035) con grida di giubilo e danze che chiudono la tragedia (v.1047).
Leopardi distingue la mitologia “antica” che tende alla chiarezza da quella post-classica che cerca di oscurarla. “Differenza tra le antiche e le più recenti, le prime e le ultime, mitologie. Gl’inventori delle prime mitologie (individui o popoli) non cercavano l’oscuro per tutto, eziandio nel chiaro; anzi cercavano il chiaro nell’oscuro, volevano spiegare e non mistificare, e scoprire; tendevano a dichiarar colle cose sensibili quelle che non cadono sotto i sensi (…) Gl’inventori delle ultime mitologie, i platonici, e massime gli uomini dei primi secoli della nostra era, decisamente cercavano l’oscuro nel chiaro, volevano spiegare le cose sensibili e intelligibili colle non intelligibili e non sensibili; si compiacevano delle tenebre; rendeano ragione delle cose chiare e manifeste, con dei misteri e dei secreti. Le prime mitologie non avevano misteri, anzi erano trovate per ispiegare, e far chiari a tutti, i misteri della natura; le ultime sono state trovate per farci credere mistero e superiore alla intelligenza nostra anche quello che noi tocchiamo con mano, quello dove, altrimenti, non avremmo sospettato nessun arcano. Quindi il diverso carattere delle due sorti di mitologie, corrispondenti al diverso carattere sì dei tempi in cui nacquero, sì dello spirito e del fine o tendenza con cui furono create. Le une gaie, le altre tetre ec. (Recanati, 29 Dicembre 1826)”[51].
“Nella tragedia si costituisce la classicità. “Dove è pericolo, là appare anche ciò che porta salvezza”. Classicità non è non è chiarezza sin dall'inizio, bensì contesa giunta ad unità, discordia conciliata, angoscia risanata". [52]
Nel prosieguo della cultura e del costume europeo ha vinto, purtroppo, l'odio tra i sessi raccontato dalla poesia antica: tutte le cinquanta Danaidi, meno una, hanno assassinato gli sposi, Clitennestra ha ucciso Agamennone, Oreste la madre, Procne e Medea i propri figli per punire i mariti , poi arriverà il cristianesimo il quale" diede a Eros del veleno da bere: egli non ne morì, ma degenerò in vizio"[53].
Pesaro 27 luglio 2026 ore 17, 36 giovanni ghiselli
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[1] Cfr., per esempio, Ep. 66, 12: “Ratio autem nihil aliud est quam in corpus humanum pars divini spiritus mersa”, la ragione poi non è altro che una parte dello spirito divino calata nel corpo umano.
[2] Jung, Tipi psicologici, p. 246.
[3] Un’anticipazione di questo codice si trova in Esiodo. La prima fase dell’età del ferro è quella in cui visse l’autore il quale depreca il tempo della propria nascita. Il gevno~ sidhvreon (Opere e giorni, v. 176) è contrassegnato da fatica e miseria e duri affanni. Eppure tra i mali si troveranno misti dei beni. Più avanti però Zeus distruggerà anche questa razza e, nella bassa età del ferro, i beni spariranno del tutto. Allora gli uomini nasceranno con le tempie bianche (poliokrovtafoi, v. 181), i figli non saranno simili al padre, né il padre ai figli, i quali oltraggeranno i genitori che invecchiano, l’ospite non sarà caro all’ospite, né il compagno al compagno, nemmeno il fratello, come prima.
[4] Avezzù-Guidorizzi, Edipo a Colono, p. 356 e p. 357.
[5] Sono dunque divinità fatte per quanti preferiscono le tenebre alla luce, poiché, come dice il Vangelo di Giovanni:" erant enim eorum mala opera ", le loro opere erano malvagie(3, 19).
[6] Così la prima strega del Macbeth di Shakespeare minaccia, con l’ aggiunta di un anticipo di nonsense: “una moglie di marinaio aveva nel grembiale delle castagne, e masticava, masticava, masticava. "Dammi qua" feci io. "Vai via strega !" grida quella carogna rimpinzata. Suo marito è andato ad Aleppo, capitano della Tigre. Ma io farò vela per colà imbarcata in uno staccio. And like a rat without a tail-I'll do, I'll do and I'll do" (I, 3), come un topo senza coda io farò e farò e farò.
[7] In I Malavoglia troviamo:"quella cagna della Vespa" (XV cap).
[8] A Roma nell'età di Cesare e Catullo si chiamavano così i poeti che volevano raffinare le lettere latine, snellirle, ma erano guardati con sospetto dai tradizionalisti
[9] La lotta tra vecchi e nuovi dèi si trova pure nei Veda (dove si chiamano Asura e Deva) e nella mitologia scandìnava (Asi e Vani).
[10] Questo spauracchio non distoglie Fidippide, il giovane delle Nuvole corrotto dalla cattiva educazione di Socrate, dal picchiare il padre Strepsiade; e l'antica tradizione che inculca il rispetto per i genitori e gli anziani non gli impedisce di coonestare l'atto empio con ragionamenti sofistici.
[11] Si pensi alla volontà augustea di reprimere l’adulterio dilagante e di incoraggiare la monogamia matrimoniale. Essa verrà codificata, invano, dalla lex Iulia de adulteriis coercendis, dalla lex Iulia de maritandis ordinibus ( entrambe del 18 a. C.) e dalla lex Papia Poppaea ( del 9 d. C. ). Seneca nel De beneficiis mette in rilievo la diffusione di poliandria e poligamia : “Numquid iam ullus adulterii pudor est, postquam eo ventum est, ut nulla virum habeat, nisi ut adulterum inritet? Argumentum est deformitatis pudicitia”(III, 16, 3), c'è forse più un poco di vergogna dell'adulterio, dopo che si è arrivati al punto che nessuna donna ha il marito, se non per stimolare l'amante? La pudicizia è indizio di bruttezza. Si ricordi anche l'irrisorio "casta est quam nemo rogavit di Ovidio (Amores, I, 8, 44), è casta quella cui nessuno ha fatto proposte.
[12] Trattare male i genitori dunque è un peccato classico. Della mancanza di affetto e comprensione per il proprio padre dovrà dolersi a lungo lo Zeno di Svevo dopo lo schiaffo e la morte di lui:"Magari mi fossi comportato con semplicità e avessi preso fra le mie braccia il mio caro babbo divenuto per malattia mite e affettuoso!"( La coscienza di Zeno, p. 59.).
Così pure il protagonista dell'autobiografico Il male oscuro di Giuseppe Berto conclude il suo romanzo con queste parole:"si è fatto tardi ma innaffierò egualmente l'orto e stasera proverò a portare i due bidoni pieni come faceva mio padre può darsi che ce la faccia senza versare l'acqua né cadere, e poi sarà tempo di dire Nunc dimittis servum tuum Domine, forse è già tempo"(p. 416).
[13] D. Musti, Storia greca, p. 337.
[14] D. Musti, Storia greca, p. 350.
[15] Schiave.
[16] Inferno, 9, vv. 42-43 e 45.
[17] J. W. Goethe, Faust, seconda parte, I atto, Gran Salone.
[18] Faust, in Goethe Opere, trad it. Sansoni, Firenze, 1970, p. 1102.
[19]T. Mann, Doctor Faustus , pp. 12 e 14.
[20] P. P. Pasolini, Le belle bandiere, p. 54.
[21] C. Magris, L'anello di Clarisse , p. 27.
[22] Cfr. Prometeo il quale, tutt'altro che pentito, prorompe nel grido di ribellione con il quale afferma la dignità del suo delitto:"io sapevo tutto questo:/di mia volontà, di mia volontà ho compiuto la trasgressione, non lo negherò (eJkw;n eJkw;n h{marton, oujk ajrnhvsomai, Prometeo incatenato, vv. 265-266).
Questa rivendicazione di Prometeo fornisce una legittimazione all'ira di Zeus e argomenti a Nietzsche in La nascita della tragedia per distinguere "la concezione ariana" dal " mito semitico":" La cosa migliore e più alta di cui l’umanità possa diventare partecipe, essa la conquista con un crimine, e deve poi accettarne le conseguenze, cioè l’intero flusso di dolori e di affanni, con cui i celesti offesi devono visitare il genere umano che nobilmente si sforza di ascendere: un pensiero crudo, per la dignità conferita al crimine, stranamente contrasta con il mito semitico del peccato originale, in cui la curiosità, il raggiro menzognero, la seducibilità, la lascivia, insomma una serie di affetti eminentemente femminili fu considerata come origine del male. Ciò che distingue la concezione ariana è l’elevata idea del peccato attivo come vera virtù prometeica" (F. Nietzsche. La nascita della tragedia, p. 69.)
[23] o}ς katevluse to; kravtoς th̃ς ejx jAreivou pavgou boulh`ς (Plutarco, Vita di Pericle, 7, 8), che abbatté il potere dell’Areopago nel 462 e fu assassinato nel 461.
[24] D. Musti, Storia greca, p. 338.
[25] D. Musti, Storia greca, p. 373
[26] Dodds, The ancient concept of progress, p. 50.
[27] Sofocle, delfico ortodosso, scriverà che l’u{bri~ è madre e nutrice del tiranno: "u{bri" futeuvei tuvrannon, (Edipo re , v. 873), la prepotenza fa crescere il tiranno.
[28] L'immagine della collisione con Diche è ricorrente nella tragedia: Sofocle nell'Antigone fa dire al Coro queste parole:"Avanzando verso l'estremità dell'audacia, hai urtato , contro l'eccelso trono della Giustizia, creatura, con grave caduta."(vv.853-855).
[29] Nietzsche, Di là dal bene e dal male, p. 90.
[30] Con questo tempo presente la corifèa sembra suggerire che la donna assassina colpisce ancora e colpirà sempre fino a quando quel delitto non verrà esemplarmente castigato.
[31] Il gioco sofistico porta perfino a un capovolgimento del valore della parola che indica il peccato universale dei Greci: nelle Nuvole il Discorso ingiusto (Lovgo" a[diko" ) sostiene che Tetide lasciò Peleo perché non era impetuoso (uJbristhv" , v. 1067) e non era piacevole passare la notte con lui, mentre la donna gode a essere sbattuta. L' u{bri" , la violenza, applicata alla libidine della donna, diviene un valore.
[32] La polvere è il simbolo negativo della sterilità e della morte: prefigura l'inevitabile esito della nostra vita:"what is this quintessence of dust? " (Amleto, 2, 2), che cosa è per me questa quintessenza di polvere? domanda il principe di Danimarca. Naturalmente l'uomo, e pure la donna, dei quali Amleto non si prende alcun piacere.
"Alexander died, Alexander was buried, Alexander returned into dust" (Amleto, 5, 1), Alessandro morì, Alessandro fu sepolto, Alessandro ridivenne polvere.
Nell'Agamennone di Eschilo l'Araldo che viene ad annunciare l'arrivo del vincitore è accompagnato dal segno negativo della diyiva kovni" (v. 495), l'assetata polvere, sorella vicina del fango.
nell' Antigone il segno positivo della luce viene contrapposto a quelli negativi della polvere, del sangue e della pazzia:"Ora infatti sull'estrema/ radice si era distesa una luce ( favo" ) nella casa di Edipo/ma poi la polvere macchiata di sangue (foiniva...kovni") /degli dei infernali la falcia,/e pazzia della parola ed Erinni della mente" (vv.599-603).
Nel carme 66 di Catullo, i distici di biasimo dell'adulterio (vv.79-88) aggiunti alla Chioma di Berenice di Callimaco associano la polvere all'impurità delle spose infedeli le cui offerte votive infauste vengono rifiutate dalla chioma incielata della casta sposa di Tolomeo III Evergete(246-222):"sed quae se impuro dedit adulterio,/ illius a! mala dona levis bibat irrita pulvis/namque ego ab indignis praemia nulla peto. ", ma se qualcuna si concede all'impuro adulterio, ah la polvere leggera beva inutilmente i doni maledetti di quella, io infatti non voglio le offerte delle donne indegne (vv.84-86).
Nella Ricerca di Proust la polvere simboleggia l'insignificanza:"l'esistenza offre interesse solo nelle giornate in cui alla polvere della realtà viene a mischiarsi sabbia magica, in cui qualche volgare incidente della vita diventa una molla fantastica"[32].
Insomma:"I will shaw you fear in a handful of dust" (T. S. Eliot, The Waste Land, v.30), in un pugno di polvere vi mostrerò la paura.
[33] “Una volta caduto a terra nero sangue mortale di quello che prima era un uomo, chi potrebbe farlo tornare indietro incantando? (vv. 1019-1021).
[34] Un virgulto ( [erno" ) osservato presso l'altare di Apollo, è il frammento della natura santa cui Odisseo paragona la vergine Nausicaa (Odissea , 6, vv. 162-163): anche qui la ragazza viene distinta dalla donna e dalla sessualità.
[35] Vedi la scheda di approfondimento successiva al v. 113 della Medea.
[36] Sue-Ellen case, Op. cit., p. 14.
[37]Ulisse , p 38 e p. 284.
[38] Sue-Ellen Case, Feminism and theater, p.12.
[39] A proposito di Teseo, Bachofen nel suo Das Mutterrecht (1861) sostiene che egli "rappresenta lo Stato maschile, le Amazzoni rappresentano lo Stato femminile" (J. J. Bachofen, Il potere femminile , a cura di Eva Cantarella, p. 63). La natura dell'eroe ateniese "è quella di un essere che appartiene interamente alla luce, di apollinea purezza (p.68)..egli è il "fondatore del matrimonio...il nemico dell'amazzonismo (p. 69)...come Romolo, egli fonda il nuovo Stato unitario sul principio del diritto paterno"( p. 70). Anche il conflitto rappresentato nelle Eumenidi, secondo lo studioso svizzero, rappresenta la vittoria del potere maschile e del principio spirituale:" Le Erinni sono ciò che è e[ra (terra) stessa, ossia l'espressione della vita terrena, corporea, fisica, dell'esistenza tellurica...La donna è la terra stessa. La donna è il principio materiale, l'uomo il principio spirituale. Per entrambe, la donna e la terra, valgono le parole di Apollo (vv. 658 e segg.)...Platone, seguito da Plutarco, nel Menesseno dice letteralmente quanto segue:"non è la terra a imitare la donna, ma la donna a imitare la terra"...Nel compiere la sua funzione la donna rappresenta dunque la terra. Essa è la materia terrena stessa. Perciò il nome di entrambe, ghv (terra) e gunhv ( donna) deriva dalla stessa radice, una radice da cui discendono anche guva, ossia terreno arativo e corpo materno (pp.76-77)...Il diritto materno è il diritto della vita materiale, il diritto della terra..Viceversa il diritto paterno è il diritto della nostra vita immateriale, incorporea. Il primo è il diritto delle divinità che abitano nelle oscure profondità antiche; il secondo è il diritto dell'Olimpio che troneggia al di sopra della terra, ad altezza solare (p. 79)...L'opinione che possiamo farci, leggendo Eschilo, è che l'epoca del diritto materno è dominata dal culto oscuro, terribile, chiuso ad ogni speranza, di una implacabile potenza ctonia. Invano Oreste invoca il suo dovere di figlio..invano sottolinea che il matrimonio era stato profanato(p. 84)...Alla persona di Oreste fanno capo entrambi gli avvenimenti, l'istituzione dell'Areopago e la fine del diritto materno delle Erinni"(p. 85).
Teseo e Oreste ad Atene dunque, come Romolo a Roma, fondano lo Stato sul diritto paterno: la Potestas dell'uomo è il fondamento dell'Imperium statale. " Il diritto materno cede di fronte al diritto dello Stato, il ius naturale cede di fronte al ius civile ..Agamennone pensa al bene dell'esercito, Clitennestra conosce solo il diritto individuale del sangue materno..Il diritto paterno..sfocia ormai nel concetto di Stato, mentre il diritto materno non va mai oltre la famiglia materiale. Di Mario che, obbedendo all'ordine ricevuto in sogno, sacrificò sua figlia Calpurnia durante la guerra contro i Cimbri, Plutarco dice..che antepose lo Stato alla natura (p. 93). Non è dunque casuale il fatto che Teseo abbatta il diritto materno e contemporaneamente getti le basi dello Stato ateniese, e che l'avvento del diritto paterno a Roma si verifichi durante il regno di Romolo"(p. 94).
[40] Euripide drammatizzerà questo mito in una tragedia, l'Alcesti , dove Qavnato~. corredata di ali nere (cfr. Alcesti, v. 843) accusa Febo di stabilire la legge per gli abbienti (pro;~ tw'n ejcovntwn, Foi'be, tovn novmon tivqh~, Alcesti, v.57).
[41] Siccome l'Artemide taurica esigeva sacrifici umani e i figli di Agamennone, con Pilade, ne portano il simulacro in Grecia per ordine di Apollo, Bachofen ne inferisce che Oreste "con il furto della statua della dea porta a termine il suo compito. Da un lato uccide Clitennestra, dall'altro sottomette Artemide alla legge superiore e mite di Apollo". E conclude :"Non intendo discutere la storicità di questi singoli avvenimenti: quel che è certo è che, nel ricordo degli uomini, si è conservata l'idea che l'epoca del dominio femminile ha provocato sulla terra il verificarsi degli eventi più sanguinosi"(op. cit., p. 92).
[42] Rohde Psiche, p.196
[43] Cfr. Seneca, Oedipus: maximum Thebis scelus- maternus amor est "(vv.629-630), il delitto più grande a Tebe è l'amore per la madre.,
[44]"oujk a[r j e[hn gaivh" mevso" ojmfalo;" oujde; qalavssh""(3B11 DK), non c' era un ombelico centrale della terra né del mare.
[45] Una battuta conciliante che prefigura questa del Giulio Cesare di Shakespeare quando Cassio fa a Bruto:"I said an elder soldier, not a better:/ Did I say better?, Ho detto un soldato più anziano, non migliore; ho detto forse migliore?" (IV, 3, vv. 56-57).
[46] Cacciari commenta quella di Corcira (427-425 a. C.) descritta da Tucidide
“Sinistro carnevale, mondo a rovescio, in cui è necessario lottare con ogni mezzo per superarsi e in cui nessuna neutralità è ammessa. Così appare, a Corcira, per la prima volta tra gli Elleni, la più feroce di tutte le guerre (Tucidide, III, 82-84)”. (M. Cacciari, Geofilosofia dell'Europa, pp. 42-43.)
[47] Nelle Opere e i giorni Esiodo distingue due diversi tipi di [Eri": quella cattiva che fa crescere la guerra malvagia e la lotta (v. 14) e l'altra che, generata prima della sorella dalla Notte, Zeus pose alle radici della terra (v. 19), cioè alla base del progresso umano, e questa suole svegliare al lavoro anche l'ozioso. Allora il vasaio gareggia con il vasaio, l'artigiano con l'artigiano, il mendico con il mendico e l'aedo con l'aedo (vv. 24-26).
[48] V. Di Benedetto (Introduzione di), Eschilo Orestea, p. 18.
[49] Cfr. l’Edipo re di Sofocle dove il coro, nella sciagura tebana, chiede ad Atena:" eujw'pa pevmyon ajlkavn" (v. 189), manda un aiuto dal bel volto. Le maledizioni devono diventare benedizioni e i volti belli da spaventosi che erano.
[50] Espressione di sapore pindarico: poqevw stratia'~ ojfqalmo;n ejma'~ (Olimpica VI, 18), mi manca l’occhio dell’esercito, dice Adrasto di Anfiarao, sprofondato nella terra. Un altro premio di consolazione per le Eumenidi e tutte le donne sconfitte.
[51] Zibaldone, pp. 4238- 4239.
[52]B. Snell, Eschilo e l'azione drammatica , p. 141.
[53] Nietzsche, Di là dal bene e dal male , p. 96.
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