domenica 26 luglio 2026

Euripide quindicesima parte.


Con Euripide si trasformano o tramontano gli dèi tradizionali come abbiamo visto; al loro posto si alza nel cielo la Tuvch  ambigua e cangiante: l'infausta tuvch  è subentrata ai fausti dèi. Ecuba  la considera una dei tiranni di un'umanità rimasta senza fedi né valori, una specie di creature materialiste, sanguinarie, idolatre:" oujk e[sti qnhtw'n  o{sti" e[st' ejleuvqero"-h] crhmavtwn ga;r dou'lov" ejstin h] tuvch""( Ecuba, vv. 864-865), non c'è tra i mortali chi sia libero: infatti siamo schiavi delle ricchezze oppure della sorte.

L'uomo cerca di vivere secondo ragione, ma i suoi tentativi vengono frustrati dalla tuvch. La sua salvezza e la sua libertà stanno nel considerarla con calma ironica. Nello Ione che prelude più di ogni altro dramma di Euripide alla commedia di Menandro, il riconoscimento del figlio da parte della madre avviene per casi fortuiti, per mezzo di questa tuvch spogliata da connotazioni teologiche.

Questa fortuna  non è costantemente maligna, bensì capricciosa e mutevole: Ione  che è stato sul punto di uccidere la madre esclama:"O Fortuna che cambi mille volte le sorti dei mortali: li getti nella sventura, poi doni loro il successo..."(vv. 1512-1513) [1].

 

Nelle Troiane, Atena passa con disinvoltura dall’amore all’odio. Nel III stasimo il coro contrappone il suo ripetuto mevlei mevlei moi (v. 1077) all’indifferenza, al capriccioso “me ne frego” degli dèi.

 Ecuba sa che invocarli è inutile: “kai; tiv tou;~ qeou;~ kalw`;-kai; pri;n ga;r oujk h[kousan ajnakalouvmenoi” (vv. 1280-1281), perché invoco gli dèi? Anche prima infatti non mi ascoltarono, sebbene invocati.

Cfr. Fabrizio De Andrè Il testamento di Tito)

Pohlenz nel suo trattato su L'uomo greco  [2] mette in evidenza l'umanesimo del drammaturgo: l'uomo euripideo, pur esposto all'arbitrio della tyche, può trovare in se stesso la capacità di rivendicare un proprio destino. "L'uomo tuttavia non divenne mai per Euripide lo zimbello della Tyche.

 

Eracle, l'eroe che riuscì a far ritorno persino dall'Ade, precipita dal colmo del successo nel baratro più profondo: in un accesso di pazzia uccide la moglie e i figli. Tornato in sé, scorge, come Aiace, una sola possibilità: darsi la morte. Ma le parole d'un amico fedele lo convincono che questa non sarebbe azione degna d'un eroe, ma una vile ritirata: "voglio sopportare la vita" ejgkarterhvsw bivon", affronterò la vita v. 1351 egli dice: non compirà più imprese sovrumane, ma si costruirà, in un limitato orizzonte, una nuova vita. La tragedia dell'uomo è questa, d'essere materialmente esposto al cieco dominio della Tyche; ma nel suo petto, anche per Euripide, egli ha una capacità di resistenza che lo rende padrone del suo destino e gli consente di non disperare".

 

Non è sempre pessimistica la visione del mondo dei personaggi euripidei: nelle Supplici,  Teseo esprime un ottimismo sostanziale:"disse una volta un tale[3] che il male/tra gli uomini prevale sul bene;/ebbene io ho un'opinione contaria a questi,/il bene per gli uomini prevale sul male;/se non fosse così non vivremmo nella luce./Approvo chi tra gli dèi diede un ordine/alla vita da confusa e bestiale ,/prima di tutto infondendoci l'intelligenza (ejnqei;" suvnesin[4]), poi/dandoci la lingua come messaggera della parola…"(vv. 196-204). "Tale protesta contro il pessimismo scaturisce proprio dal cuore del poeta, perché non è minimamente richiesta dal contesto della tragedia. Le Supplici furono in verità scritte da Euripide in uno stato d'animo di particolare letizia, al tempo della pace di Nicia"[5].

 Pohlenz sottolinea anche il sentimento della natura espresso dal poeta: quando Atene oramai aveva assunto la fisionomia di una grande città con viuzze strette e polverose, Euripide colse l'affinità tra la purezza dell'anima e l'incontaminatezza della terra selvaggia. L'uomo e la vita terrena sono uniti da una sorta di simpatia. Lo vediamo soprattutto nelle Baccanti e nello Ione "il quale conversa con gli uccelli petulanti che deve scacciare via dal limitare del santuario, quasi fossero dei suoi simili"[6]. 

Nell’Oreste, “Elettra prega la dea della Notte di voler cullare con le morbide ali il fratello malato, concigliandogli un sonno ristoratore[7]; e in molti altri passi, specialmente nelle parti liriche delle tragedie dell'ultimo periodo, Euripide ci presenta la sacra Notte, le stelle, i monti e i fiumi, gli animali e le piante come esseri uniti all'uomo da una sorte di partecipazione e di compassione a cui l'uomo, nella sua solitudine, può aprirsi"[8].

Uno dei motivi principali dell'opera di Euripide secondo Pohlenz è l'analisi psicologica:"Egli non fu precisamente il razionalistico ‘poeta dell'illuminismo greco’. Fu  il poeta che meglio di ogni altro seppe ascoltare i moti più segreti del cuore umano e avvertì in tutta la gravità i conflitti che ne scaturivano. Il desiderio di vendetta di Medea emerge dalle insondabili profondità della sua anima, e appena arriva alla soglia della coscienza ha inizio nell'intimo del personaggio una dura, inesorabile lotta, in cui la ragione e l'amore materno soccombono alla passionalità del qumov" "[9].

 

 Dodds vede in Euripide addirittura “il principale rappresentante dell’irrazionalismo del V secolo : “Euripides remains for us the chief representative of fifth-century irrationalism; and herein, quite apart from his greatness as a dramatist, lies his importance for the history of Greek thought[10],  e in questo, del tutto a parte dalla sua grandezza come drammaturgo, sta la sua importanza per il pensiero greco.

 

Un saggio indiano, Shree Rajneesh, commentando Eraclito (in L'armonia nascosta) ricorda che"la vita non è logica. E' logos, ma non è logica.". Il filosofo di Efeso il quale, come il signore di cui c'è l'oracolo a Delfi"ou[te levgei ou[te kruvptei ajlla; shmaivnei", non dice né nasconde ma significa (fr.120 Diano), ha indagato se stesso (fr.126 Diano), al pari di Edipo, e ha scorto un'armonia nascosta più forte di quella che vedono tutti:"aJrmonivh ajfanh;" fanerh'" kreivsswn"(fr.27 Diano). 

 

Sofocle è essenzialmente poeta apollineo.

 Il poeta di Colono rappresenta personaggi i quali, nel bene e nel male, giungono là dove la sola logica non può arrivare. La loro grande passione può essere definita dalla massima delfica"Conosci te stesso". Essi intraprendono una ricerca che li porta fino all'inconscio e oltre; le loro parole vanno molto al di là della logica.

Sofocle apre i sotterranei dell’anima molto tempo prima di Freud.

 Sull'altro versante della cultura greca tragica, quello dionisiaco, c'è innanzitutto il Bacco di Euripide che guida un esercito di Menadi contro l’ottusità delle potere costituito e istituzionalizzato

 Le donne di Tebe invasate dal bel dio figlio di Zeus e di Semele cantano che il sapere non è sapienza:"to; sofo;n d& ouj sofiva"(v.395). Il baccantismo cui il tragediografo ateniese ha dato voce poetica nel più denso dei suoi drammi, può essere inteso come una reazione,  anche fisiologica , tanto all'oppressione delle donne, alla repressione del loro istinto, quanto a un uso spropositato della presunta razionalità, ossia della logica meschina con la quale i burocrati"scemi" vogliono ridurre in formule e rendere grigia la vita varia e variopinta del mondo.

La baccante è lieta come puledra che, insieme con la madre al pascolo, muove a salti l'agile piede "hJdomevna d j a[ra, pw'lo" o{pw" a{ma matevri- forbavdi, kw'lon a[gei tacuvpoun skirthvmati" (vv.166-167); mentre Penteo, il capo che si crede razionale, è scemo e dice cose sceme:"mw'ra ga;r mw'ro" levgei"(v.369). Non è un ossimoro vivente come Bruto o Amleto; è un mw`ro~ integrale.

 

Una reazione  del genere è avvenuta in tempi recenti: precisamente nel movimento del 1976-77, dove c'era una forte componente femminista animata anche  dalla volontà di rivalutare la fantasia, l'istinto, in particolare quello delle donne, contro gli angusti schemi della burocrazia del "compromesso storico". Poi però, proprio come nelle Baccanti di Euripide, la fantasia è stata ricacciata indietro dalle stragi, quindi l'istinto è decaduto nella subrazionalità e nell'ignoranza imposta dalla televisione attraverso il "genocidio culturale" denunciato, invano, da Pasolini. Un genocidio che si è ritorto contro i manovratori che l'hanno voluto, aprendo la strada a padroni nuovi,  ancora più rozzi di quelli precedenti.  Così nell'antica Atene la libertà anarchica delle Baccanti  è decaduta nel disimpegno politico e nella chiusura dentro la sfera privata, nell'egoismo e nella "calva assennatezza" della commedia di Menandro.

 

L’ inclinazione di Euripide per la psicologia non  elimina l'interesse politico : non è vero quello che dice Aristofane che Euripide disgregò l'amor di patria degli antichi maratonomachi; anzi tutta la sua attività poetica si svolse in funzione della comunità, e in particolare il tragediografo si schierò in favore della democrazia cavalleresca di tipo Pericleo, soprattutto con gli Eraclidi e con le Supplici  che sono inni ad Atene.

"Euripide era legato alla propria patria da un amore appassionato. Nella prima fase della guerra peloponnesiaca adoperò la propria arte per sostenere la giusta causa d'Atene e per esaltare lo spirito e le realizzazioni del popolo ateniese, e anche dopo la spedizione siciliana, proprio perché disapprovava la politica della città, considerò suo dovere prendere posizione, molto più decisamente di Sofocle, di fronte ai problemi dell'ora. Ciò gli riusciva tanto più facile in quanto il mito aveva ormai per lui uno scarso significato e perciò lo poteva liberamente investire con i problemi del presente. Anche per lui i fondamentali problemi dell'uomo erano al centro dell'interesse. Ma mentre Eschilo aveva proclamato la sua fede incrollabile in Zeus uno e onnipotente e nel suo giusto ordine universale, e mentre Sofocle, per ammonire gli uomini di guardarsi dalle nuove correnti di pensiero, non si stancava di dimostrare la nullità dell'uomo e la sua dipendenza dalla divinità, e in tutti i problemi della vita affermava come istanza suprema le leggi eterne e non scritte e le massime di Apollo, Euripide, figlio della nuova età, cercò la soluzione di tutti i problemi umani esclusivamente nell'uomo stesso"[11].

 

Quesiti su Euripide.

 

1 Che cosa significa l’affermazione di Nietzsche che Euripide è il poeta del socratismo estetico?

 

2 Euripide ha portato lo spettatore sulla scena. In che senso?

 

3 La misoginia di Euripide è vera o presunta?

 

4 Che cosa si deve intendere per “apollineo” e “dionisiaco”?

 

5 In che cosa concordano Aristofane, A. W. Schlegel e Nietzsche nel criticare Euripide?

 

6 Fai qualche esempio della religiosità eretica di Euripide.

 

7 Illustra la poetica delle lacrime di Euripide.

 

8 Fai almeno un esempio di aspetti propagandistici antispartani in Euripide.

 

9 Euripide può essere considerato il padre della commedia nuova. In che senso?

 

10 Fai qualche esempio di caratteri positivi e negativi in Euripide.

 

11 Quali sono le virtù di Andromaca, la moglie perfetta?

 

12 Euripide fu il poeta dell’illuminismo greco oppure no?

 

13  Commenta questa espressione delle Baccanti :" to; sofo;n d   j ouj sofiva (v.395), il sapere non è sapienza.

 

  Pesaro 26 luglio 2026 ore 16, 28 giovanni ghiselli

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Appendice

 

La questione tebana: Tebe quale anticittà. Abticipazione del processo di Norimberga.

 

Secondo me infatti le Baccanti di Euripide costituiscono, nell’intenzione dell’autore un’accusa integrale e assoluta della città empia e marcia di Tebe, acerrima nemica di Atene. Niente si salva in questo “paese guasto”: non la politica, non la religione, non la famiglia. Agave che, invasata da Dioniso, ha ucciso il proprio figliolo, ed esce di scena maledicendo il Citerone contaminato (miarov~ , v. 1385) dal sangue di Penteo, dà voce all’orrore di Euripide e al risentimento di tutti gli Ateniesi per il comportamento dei Tebani durante le guerre persiane e le guerre tra i Greci.  

“Dopo la battaglia di Egospotami il tebano Erianto avrebbe persino proposto di radere al suolo Atene (Plutarco, Vita di Lisandro, 15)”[12].

Nel prologo ampiamente espositivo delle Fenicie il lungo racconto di Giocasta rivela l’intento di Euripide “di chiarire i presupposti della contesa che oppone Eteocle e Polinice e di dare rilievo alla maledizione che pende sul loro capo. La fluente esposizione della regina, che indugia su Laio, su Edipo e sulle cause del dissidio tra i due fratelli, lungi dall’essere un inutile preambolo allo svolgersi dell’azione scenica, è in realtà parte integrante di un disegno complessivo di rivisitazione globale del mito tebano: non a caso i successivi canti corali saranno volti ad indagare il passato eroico di Tebe a partire dalle sue origini e a mostrare agli spettatori come un’ininterrotta catena di sangue segni di sé la storia della città, dalla fondazione di Cadmo sino alla lotta fratricida tra gli ultimi discendenti di Labdaco[13].

 

L’esecrazione di Tebe non si trova solo nei drammi di Euripide

 Nell’ Edipo a Colono di Sofocle, composta, come le Baccanti, nel periodo finale della guerra del Peloponneso  Atene e Tebe, con i loro rispettivi ordinamenti politici, si configurano come due universi politici contrapposti, in cui la convivenza sociale è in un caso giusta e civile, nell’altro oppressiva e illegittima. Questo tema costituisce un motivo forte del dramma, che si sviluppa con coerenza lungo tutta la trama ed è del resto un elemento strutturale dell’ideologia politica simboleggiata nel dramma attico, dove Tebe costituisce per eccellenza l’anti-città, dove la vita civile assume aspetti patologici rispetto a quella di Atene…..La libertà è prerogativa di Atene, l’abitrio di Tebe[14].

 

Teseo arriva ben disposto verso Edipo, di cui conosce la sorte e compiange la miseria-in questo modo connotandosi sin dall’inizio come il rappresentante dei valori civili (pietà, benevolenza verso lo straniero, accoglimento delle suppliche), tipicamente ateniesi, in contrapposizione con la feroce Tebe, che non rinuncia a perseguitare Edipo anche in esilio, ed è espressione di crudeltà e inciviltà, come appare dai suoi rappresentanti, Creonte e Polinice, che compariranno successivamente sulla scena[15].

 

Tebe è la città contaminata anche nel prologo dell’Edipo re, il sacerdote che informa Edipo sulla situazione, dice :"la città infatti, come anche tu stesso vedi, troppo/già fluttua (saleuvei)  

Maledetta è anche la famiglia del fondatore della città.

La stirpe di Cadmo è tutta e sempre marcata dal tratto della lotta fra consanguinei. Tebe ha inizio con la lotta degli Sparti fra loro, continua con il figlio che ammazza il padre e causa il suicidio della madre, e termina con l'uccisione reciproca di due fratelli"[16]. Bettini tralascia la mdre Agave che ammazza il figlio Penteo.

Tebe è un inferno che pullula di mostri, e la frequentazione dei mostri a lungo andare rende mostruosi. 

Questa propaganda antitebana avrà delle conseguenze nella storia.

Nel 335 Tebe si rivolta al dominio macedone, e Alessandro la rade al suolo.

Arriano tende a giustificare il giovane successore di Filippo: la grande strage di Tebe fu fatta risalire all’ira divina non inverosimilmente “oujk e[xw tou` eijkovto~ ej~ mh`nin th;n ajpo; tou` qeivou ajnhnevcqh” (  Arriano I, 9, 6) per il tradimento dei Tebani durante le guerre persiane, e per i fatti di Platea del 427. La strage dei Plateesi assoggettatisi ai Lacedemoni e  voluta dai Tebani non era cosa da Greci (oujk   JEllhnikh`~ genomevnh~ dia; Qhbaivou~ sfagh`~ (I, 9, 7).

 

Nel 427  c’era stata un’anticipazione del processo di Norimberga da parte dei Tebani che vollero la condanna di Ateniesi e di Plateesi,  fedeli alleati di Atene, quali criminali di guerra.

 

I Tebani non hanno mai raggiunto, per lunghi secoli, l’egemonia perché non hanno mai avuto ajgwghv o paideiva: malgrado essi per natura avessero doti militari, avessero un ajreth; kata; povlemon potenziale, che non è da confondersi con l’ajrethv che risulta dalla paideiva, l’ajrethv insomma per la quale, secondo Isocrate (Filippo 132), Eracle, l’eroe modello dell’egemone greco, fu assunto tra gli dèi (“dia; th;n ajreth;n eij~ qeou;~ ajnhvgage”). Ai Tebani mancò dunque l’educazione che potesse trasformare l’ajrethv rozza, primitiva, nell’ajrethv che è segno del massimo sviluppo civile. Ci fu una sola eccezione: il breve periodo di Epaminonda (371-362) . Ma appunto Epaminonda, per la sua cultura filosofica, era fornito di quella paideiva che mancava generalmente ai suoi cittadini. Il “culto degli eroi” estremamente diffuso nell’individualistico IV secolo permette a Eforo[17] di credere che un uomo solo abbia potuto fare ciò a cui la sua città era negata. L’abituale posizione secondaria di Tebe nel corso della storia greca, come la sua breve e rapida ascesa sono così per Eforo, chiare: in funzione del concetto di paideiva messo da Isocrate a contraddistinguere la vera civiltà greca. Non resta che dare la documentazione di questi concetti. Già in uno dei primi libri della sua storia, nella parte cioè etnografica, Eforo enunciava le due opposte caratteristiche dei Beoti: ajrethv naturale, assenza di paideiva. E ne traeva la conseguenza sulla eccezionalità della egemonia tebana: kai fhsi pro;~ hJgemonivan eujfuw'~ e[cein , ajgwgh'/ de; kai; paideiva/ mh; crhsamevnou~, ejpei; mhde; tou;~ ajei; proistamevnou~ proidei'n aujth'~, eij kaiv pote katwvrqwsan, ejpi; mikro;n to;n crovnon summei'nai, kaqavper  [Epameinwnda~ e[deixe (fr. 119 Jacoby= Strab., IX, 2, 2) ”[18].

Pesaro 26 luglio 2026 ore 16, 45 giovanni ghiselli

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[1] Alla fortuna Machiavelli dovrà riconoscere potere su metà dell'agire umano: "la fortuna…dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resisterle" (Il principe XXV). Essa fornisce ai grandi della storia dotati di virtù l'occasione per manifestarla:"Bisognava che Ciro trovassi e' Persi malcontenti dello imperio de' Medi, e li Medi molli et effemminati per la lunga pace. Non posseva Teseo dimonstrare la sua virtù, se non trovava li Ateniensi dispersi" ( Il principe VI).

. Del resto Cesare Borgia nel quale pure c'erano "tanta ferocia e tanta virtù" non poté reggere al rovescio, per cui, al momento della morte del padre Alessandro, era anche lui "malato a morte", sicché non riuscì a evitare la "mala elezione" del  cardinale Giuliano della Rovere suo nemico il quale divenne "Iulio pontefice".  "Errò adunque el duca in questa elezione, e fu cagione dell'ultima ruina sua" ( Il principe VII).

[2] Der Hellenische Mensch, 1947.

 "A quanto sembra fu principalmente Prodico di Ceo a sostenere l'opinione che nel mondo e nella vita umana predomina il male",  M. Pohlenz, L'uomo greco, p. 165.

[4] Abbiamo visto che invece nell'Oreste, scritta in un  anno meno fausto (408) è proprio l'intelligenza  che rende malato il protagonista (v. 396)

[5] M. Pohlenz, L'uomo greco, p. 166.

[6] Ione, 154 ss, L'uomo greco, p. 546.

[7] Oreste, 174 ss.

[8] M. Pohlenz, L'uomo greco, p. 546

[9]M. Pohlenz, L'uomo greco, p. 624.

[10] Dodds, Euripides the irrationalist in  The ancient concept of progress, p. 90.

[11] M. Pohlenz, L'uomo greco, p. 624.

[12] Avezzù Guidorizzi, Edipo a Colono, p. 319.

[13] Di Marco, Op. cit., p. 203.

[14] Avezzù-Guidorizzi, Edipo a Colono, p. 218 e  p. 260.

[15] Avezzù-guidorizzi, Edipo a Colono, p. 272.

[16]  M. Bettini, L'arcobaleno, l'incesto e l'enigma a proposito dell'Oedipus di Seneca, "Dioniso", 1983, p. 139.

[17] Eforo (IV secolo), allievo di Isocrate, scrisse le Elleniche, una storia greca dal ritorno degli Eraclidi ai suoi tempi. Si trattava di una storia universale ellenocentrica eppure aperta alla storia delle altre nazioni. “Polibio considerava Eforo suo predecessore come storico universale” (V, 33)” A. Momigliano, La storiografia greca, p. 51

 

 

[18] Eforo dice che i Beoti sono naturalmente ben conformati per l’egemonia, ma che, non avendo mai avuta ajgwghv e paideiva, poiché nemmeno i loro capi se ne curarono, se anche mai ebbero buona fortuna, vi durarono poco, come mostrò l’esempio di Epaminonda.  A. Momigliano, La storiografia greca, p. 221.


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