Sofocle Elettra quinta parte terzo Stasimo (1058-1097).
Elettra dunque piange senza posa suo padre come il dolente usignolo (o{pw~ aJ pavndurto~ ajhdwvn (1077) senza paura della morte. La ragazza è il degno germoglio di una stirpe di eroi.
Nessuno infatti degli ajgaqoiv vuole deturpare la propria gloria eu[kleian aijscu'nai qevlei (1083) vivendo ignobilmente-zw'n kakw'" (1083)
Tu hai scelto una vita tutta di pianto quale compagna-su; pavgklauton aijw'na koino;n ei{lou (1085) vincendo con le armi il brutto morale- to; mh; kalo;n kaqoplivsasa (1085)
Cfr. Antigone vv. 368- 375:" e le leggi della terra unendo/e degli dei la giurata giustizia/è grande nella città uJyivpoli":; bandito dalla città a[poli": è quello con il quale /coesiste la negazione del bello morale coesiste (oJvtw/...xuvnesti) to; mh; kalo;n, per la sfrontatezza./Non mi stia accanto sul focolare/né sia uno che ha lo stesso pensiero/chi compie queste azioni" (I Stasimo)-
Sei caduta in una sorte cattiva ma ricevi il premio più alto secondo le leggi che supreme germogliarono –“ a} de; mevgist j e[blaste novmima (Elettra, 1096).
Sono gli a[grapta novmima dell’Antigone (454 ss) e i novmoi uJyivpode~ dell’Edipo re (v. 865)
Quarto Episodio 1098-1383
Entrano Oreste e Pilade con un’urna cineraria.
Dicono che sono mandati dal vecchio Strofio.
Oreste mostra l’urna con le “proprie” ceneri a Elettra la quale stringe l’ a[ggo~ tra le braccia e dice al morto che è diventato un nulla (oujdevn, 1129), mentre era fiorente di vita quando si allontanò da casa. Sei giunto smikro;~ o[gko~ ejn smikrw`/ kuvtei (1142), piccolo mucchio in piccola urna.
Non nostra madre ajll j ejgw; trofov~ (1147), ma io ti sono state nutrice, io la sorella che sempre chiamavi.
Ora gelw`si d j ejcqroiv (1153), i nemici ridono e impazzisce di gioia la madre- non madre: maivnetai d j uJf j hJdonh`~ -mhvthr ajmhvtwr (1153.4).
Cfr.l’orrore della derisione nell’Aiace di Sofocle e nella Medea di Euripide.
Ora oJ dustuch;~ daivmwn, il destino di sventura mi manda, invece della tua amatissima forma, spodovn te kai; skiavn (1159) cenere e ombra.
Cfr. Agamennone: "invece di uomini- ajnti; de; fwtw'n
urne e cenere giungono teuvch kai; spodo;" eij" eJkavstou
alla casa di ciascuno"dovmou" ajfiknei' ( Primo stasimo, vv 434-436)
Elettra vorrebbe seguire il fratello nella tomba: “ non vedo infatti morti che soffrono” ( tou;~ gar qanovnta~ oujc oJrw` lupoumevnou~, 1170). Cfr. Epicuro
Il Coro la consola dicendo che la morte è un debito che tutti dobbiamo scontare (1173).
Un topos che si trova già in Anassimandro (VI sec. a, C.)
Il frammento superstite dice che le cose che nascono devono morire kata; to; crewvn, secondo il dovuto, siccome pagano reciprocamente il fio della loro ingiustizia (didovnai ga;r auJta; divkhn kai; tivsin ajllhvloi~ th`~ ajdikiva~) secondo l’ordine del tempo (kata; th;n tou' crovnou tavxin).
Oreste si commuove e dura fatica a dominare la lingua oujke;ti sqevnw kratei'n glwvssh" (1175).
L’impotentia relativa alla favella è segno di confusione grande.
Il fratello compiange il corpo devastato di Elettra e la sua esistenza priva di nozze. Elettra accusa Clitennestra la quale mhvthr kalei`tai, mhtri;; d j oujde;n ejxisoi` 1194 , non assomiglia per niente a una madre.
Infatti ha percosso e umiliato la propria figliola. Oreste che ancora non si è fatto riconoscere è il primo a provare compassione.
Il fratello infine si rivela dicendo che la storia della propria morte era un racconto fittizio (lovgo~ hjskhmevno~, 1217, da ajskevw)
Quindi mostra come prova sfragi`da patrov~ (1223) un sigillo del padre nel castone dell’anello.
Festeggiamenti reciproci
Duetto lirico-giambico tra i due fratelli (1232-1287)
Oreste dice che per il momento siga`n a[meinon (1238) è meglio tacere. Elettra non teme l’eccessivo carico di donne che sta dentro il palazzo ( perisso;n a[cqo~ e[ndon-gunaikw`n, 1241-1242).
Forse pensa anche a Egisto che il Coro dell’Agamennone aveva chiamato “donna” (1625)
Ma Oreste risponde che c’è un Ares anche nelle donne kajn gunaixi;n [Arh~ e[nestin (1243-1244). Per agire bisogna aspettare l’occasione
Ora Elettra si sente libera di parlare e dice al fratello quanto le è mancato
Oreste invita la sorella a non parlare invano correndo il rischio di non acciuffare il kairovn (1292). Bisogna piuttosto agire. Bisogna fingere davanti a Clitennestra che è nella reggia, mentre Egisto è lontano.
Questo calcolare pieno di prudenza fa pensare all’Odisseo di Omero e del Filottete.
Elettra, ben più eroica, dice a Oreste che se lui non fosse giunto, lei si sarebbe salvata kalw`~ oppure sarebbe morta kalw`~ (h] kalw`~ ajpwlovmhn, 1321).
Il Pedagogo li esorta ad agire : “to; mevllein kakovn” 1337, l’esitazione è pericolosa.
Elettra manifesta la sua riconoscenza al vecchio maestro il quale ribadisce nu`n kairo;~ e[rdein (1368), ora è il momento di agire poiché Clitennestra è sola (nu'n Klutaimhvstra movnh) e dentro la reggia non vi sono uomini. Oreste e Pilade entrano nella reggia.
Elettra prega Apollo di essere soccorritore (hJmi'n ajrwgov"-ajrhvgw) di questi nostri disegni tw'nde tw'n bouleumavtwn (1381) e lo prega- dei'xon ajnqrwvpoisi tajpitivmia-th'" dussebeiva" oi|a dwrou'ntai qeoiv , mostra agli uomini quali ricompense dell’empietà danno gli dèi (1383-1384)
Anche Elettra entra nella reggia
Pesaro 31 luglio 2026 ore 9, 08 giovanni ghiselli
p. s.
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