Tale interesse si accentua ancora nelle Baccanti delle quali traduciamo buona parte della Parodo (vv. 64-167), dove il Coro delle Menadi d'Asia vede Dioniso ed entusiasma gli spettatori trasferendo davanti a loro l'immagine del dio che trema magicamente nella sua anima[1]:
"Dalla terra d'Asia,/lasciato il sacro Tmolo[2], imprendo alacremente/ per Bromio una fatica dolce e un travaglio che fa bene/ celebrando Bacco./ Chi è per strada, chi è per strada, chi?/Si ritiri nelle case, e ognuno / osservi un religioso silenzio:/io infatti celebrerò Dioniso/secondo il rito, sempre.//O beato chi con buona sorte/conoscendo i misteri degli dèi/santifica la vita/e si aggrega al tiaso[3] con l'anima,/baccheggiando nei monti/con sacre purificazioni,/e celebrando secondo il rito/le orge della grande madre Cibele/alto scuotendo il tirso[4],/e, incoronato di edera,/venera Dioniso.//Andate Baccanti, andate Baccanti,/per ricondurre Dioniso/il dio Bromio figlio di dio/dai monti Frigi/ alle contrade dell'Ellade dagli ampi/spazi, il Bromio;//che/ un giorno la madre/generò portandolo tra le puerperali/strette delle doglie del parto/mentre volava il tuono di Zeus/e il bambino veniva espulso dal ventre/ed ella lasciava la vita per il colpo del fulmine;/ma subito dopo lo accolse/nei talami puerperali Zeus Cronide/e celatolo nella coscia[5]/lo tiene stretto con fibbie d'oro/così da nasconderlo a Era.//E poi lo diede alla luce, quando le Moire/lo ebbero compiuto, il dio dalle corna di toro,/e lo incoronò con serti/di serpenti, donde le menadi/intrecciano ai ricci/la preda di caccia che nutre la fiera.//O Tebe nutrice di/Semele, incoronati di edera;/infiorati, infiorati di verdeggiante/smilace dalle belle bacche/e baccheggia con i rami/di quercia o di abete,/e adorna l'indumento delle/nebridi[6] screziate con ciocche di ricci/dal bianco pelo; e intorno ai tirsi violenti,/santìficati: presto tutta la terra danzerà,/chiunque guidi i tiasi è Bromio./Verso ilmonte verso il monte, dove aspetta/la turba delle donne/allontanata da telai e pettini/in furore ad opera di Dioniso. (vv. 64-119)…Dolce nei monti, chi dai tiasi in corsa/cade per terra, indossando/il sacro indumento della nebride, cacciando/il sangue del capro ucciso, gioia di mangiare la carne cruda[7], spingendosi sui monti frigi, lidi, e/il capo è Dioniso,/ evoè.//Scorre latte sul suolo, scorre vino, scorre il nettare/delle api./Il baccante sollevando/la fiamma ardente/dal ramo di pino/come vapore di incenso di Siria/si precipita in corsa/con danze eccitando gli erranti/e con grida agitandoli,/e scagliando nell'aria la molle chioma./E insieme con i canti freme così:/"O andate Baccanti,/ andate Baccanti,/splendore del Tmolo aurifluente,/cantate Dioniso/al suono dei timpani[8] dal cupo fremito,/celebrando con grida di evoè il dio dell'evoè/tra grida e suoni frigi/quando il sacro flauto melodioso/freme sacri ludi, che si accordano/alle erranti al monte, al monte: felice/allora, come puledra con la madre/al pascolo muove il piede rapido, a balzi, la baccante. (vv. 120-167).
Ho tradotto quasi intera[9] la Parodo delle Baccanti per dare un'idea del dionisiaco, della rinuncia alla identità personale, dell'alternativa all'apollineo come principium individuationis e volontà di potenza, del tuffarsi nei flutti del misticismo ed entrare in comunione con la natura, imitando Dioniso.
Le Baccanti hanno avuto interpretazioni contrastanti: secondo alcuni sono la palinodia dell'autore che torna alla religione dopo il razionalismo e la stanchezza postfilosofica; secondo altri costituiscono un' ulteriore condanna della religione.
La prima lettura si fonda in buona parte sui versi del Primo Stasimo: "Pietà eccelsa tra gli dèi/Pietà che giù in terra/porti l'ala d'oro/odi queste parole di Penteo?/Odi l'empia/ violenza a Bromio, il/figlio di Semele, il primo dio/tra i beati nelle gioie dalle/belle corone? Lui che ha queste caratteristiche:/guidare i tiasi alle danze/e scoppiare a ridere al suono del flauto/e porre fine agli affanni/quando la gioia del grappolo/è giunta sulla mensa degli dèi,/e nei conviti incoronati di edera/il cratere cinge/di sonno gli uomini.//Di bocche senza freno/di stoltezza senza misura/il termine è sventura;/mentre la vita/della calma e il comprendere/rimane senza agitazione e/tiene insieme le case: infatti/ i celesti, pur abitando l'etere lontano,/vedono le azioni dei mortali tuttavia./Il sapere non è sapienza/e il pensare pensieri non umani./Breve è la vita: per questo/chi insegue grandi pensieri/ non può sopportare il presente./ Di uomini folli e mal consigliati/queste sono le disposizioni/secondo me.//Possa io giungere a Cipro/l'isola di Afrodite,/dove stanno gli Amori/che seducono le menti dei mortali,/e a Pafo che correnti/dalle cento bocche di un fiume barbaro/fanno fruttificare senza pioggia./E dove è la Pieria ritenuta/bellissima sede delle Muse,/sacra pendice dell'Olimpo,/là portami, Bromio, Bromio./Là sono le Grazie,/là il Desiderio, là è costume per le/Baccanti celebrare l'orgia.//Il demone figlio di Zeus/gode delle feste,/e ama Irene che dona/il benessere,/ dea nutrice di figli./E uguale al ricco e/al povero concede di avere/la gioia, senza pena, del vino;/odia invece quello cui non stanno a cuore queste cose:/nella luce e durante le amabili notti/beata passare la vita,/e tenere lontana l'anima saggia e la mente/dagli uomini straordinari[10]:/ciò che la folla/più semplice crede e/pratica, questo io possa accettare"( Baccanti, vv. 370-432).
Sembra una scelta delle credenze popolari, contro il reo dolor che pensa, i sofismi e il pretenzioso sapere degli intellettuali.
Dodds: “To ask whether Euripides ‘believed in’ this Aphrodite is a meaningless as to ask whether he ‘believed’ in sex. It is not otherwise with Dionysus. As the “moral” of the Hippolytus is that sex is a thing about which you cannot afford to make mistakes, so the ‘moral’ of the Bacchae is that we ignore at our peril the demand of the human spirit for Dionysiac experience. For those who do not close their minds against it such experience can be a deep source of spiritual power and eujdaimoniva. But those who repress the demand in themselves or refuse their satisfaction to others transform it by their act into a power of disintegration and destruction, a blind natural force that sweeps away the innocent with the guilty. When that has happened, it is too late to reason or to plead: in man’ s justice there is room for pity, but there is none in the justice of Nature…If this or something like it is the thought underlying the play, it follows that the flat-footed question posed by the nineteenth-century critics-was Euripides ‘for’ Dionysus or ‘against’ him?-admits no answer in those therms. In himself, Dionysus is beyond good and evil; for us, as Teiresias says (314-318), he is what we make of him…His favourite method is to take a one-sided point of view, a noble half-truth, to exhibit its nobility, and then to exhibit the disaster to which it leads its blind adherents because it is after all only part of the truth[11].. It is thus that he shows us in the Hippolytus the beauty and the narrow insufficiency of the ascetic ideal, in the Heracles the splendour of bodily strength and courage and its toppling over into megalomania an ruin; it is thus that in his revenge plays-Medea, Hecuba, Electra –the spectator’ s sympathy is first enlisted for the avenger and then made to extend to the avenger’s victims. The Bacchae is constructed on the same principle: the poet has neither belittled the joyful release of vitality which Dionysiac experience brings nor softened the animal horror of ‘black’ maenadism; deliberatly he leads his audience through the whole gamut of emotions, from sympathy with the persecuted god, trough the excitement of the palace miracles and the gruesome tragi-comedy of the toilet scene, to share in the end the revulsion of Cadmus against this inhuman jiustice. It is a mistake to ask what he is trying to ‘prove’: his concern in this as in all his major plays is not to prove anything but to enlarge our sensibility-which is, as Dr. Johnson said, the proper concern of a poet” [12], chiedere se Euripide ‘credeva in’ questa Afrodite è una domanda senza senso, come chiedere se egli ‘credeva nel’ sesso. Non è diverso con Dioniso. Come la ‘morale’ dell’Ippolito è che il sesso è una cosa sulla quale non ci si può permettere di fare errori, così la ‘morale’ delle Baccanti è che noi ignoriamo a nostro pericolo l’esigenza dello spirito umano di esperienza dionisiaca[13]. Per quelli che non le oppongono una barriera mentale, tale esperienza può essere una sorgente profonda di potenza spirituale e di felicità. Ma quelli che reprimono l’esigenza in se stessi o ne rifiutano l’appagamento in altri, la trasformano con il loro atto in una potenza che disintegra e distrugge, una forza cieca e naturale che spazza via l’innocente con il colpevole. Quando questo è accaduto, è troppo tardi per ragionare o perorare: nella giustizia dell’uomo c’è spazio per la pietà, ma non ce n’è nella giustizia di Natura [14]…
Se questo pensiero, o uno del genere, è quello che si trova alla base del dramma, ne consegue che la questione di lana caprina-Euripide stava ‘per’ Dioniso o era ‘contro’ di lui? -non ammette risposta in questi termini. In sé Dioniso è al di là del bene e del male; per noi, come dice Tiresia (314-318[15]), egli è quello che noi facciamo di lui…Il metodo favorito di Euripide è prendere un punto di vista unilaterale, una nobile mezza-verità, mettere in mostra la sua nobiltà, poi mettere in mostra il disastro al quale essa conduce i suoi ciechi seguaci- poiché è dopo tutto solo una parte della verità[16]. E’ così che egli ci mostra nell’Ippolito la bellezza e la stretta insufficienza dell’ideale ascetico, nell’Eracle lo splendore della forza corporea e del coraggio e il suo inciampare nella megalomania e rovina; ed è così che nei suoi drammi della vendetta- Medea, Ecuba, Elettra- la simpatia dello spettatore è prima associata al vendicatore, poi fatta passare alle vittime del vendicatore. Le Baccanti sono costruite sullo stesso principio: il poeta non ha né sminuito la gioiosa liberazione di vitalità che l’esperienza dionisiaca comporta, né attenuato l’orrore bestiale del menadismo ‘nero’; deliberatamente egli conduce il suo pubblico attraverso tutta la gamma di emozioni, dalla simpatia con il dio perseguitato, attraverso l’agitazione dei miracoli del palazzo e la spaventosa tragicommedia della scena del travestimento, per condividere alla fine la reazione di Cadmo contro la non umana giustizia. E’ un errore chiedersi che cosa egli stia tentando di ‘provare’: il suo interesse in questo come in tutte le sue tragedie maggiori non è provare qualcosa ma allargare la nostra sensibilità-che è, come ha detto il Dottor Johnson, l’interesse proprio del poeta.
Murray: Euripide è un indagatore e rappresenta tanto il razionalismo quanto l’irrazionalismo:“Euripides was both a reasoner and a poet. The two sides of his nature sometimes clashed and sometimes blended”[17], Euripide fu sia un ragionatore, sia un poeta. I due lati della sua natura talvolta si scontrarono e talora si armonizzarono.
Pesaro 25 luglio 2026 ore 11, 03 giovanni ghiselli
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[1] " Ora al coro ditirambico è affidato il compito di eccitare dionisiacamente l'anima degli ascoltatori al punto che essi, quando l'eroe tragico appare sulla scena, non vedano già l'uomo grottescamente mascherato, bensì una figura visionaria partorita per così dire dalla loro stessa estasi" F. Nietzsche, La nascita della tragedia, p. 62.
[2] Monte della Lidia da dove vengono le seguaci di Dioniso
[3] I tiasi erano gruppi di Menadi organizzate per il culto.
[4] I tirsi sono rami di pino appuntiti che congiungono violenza e santità: possono infliggere ferite e operare miracoli benefici.
[5] Il feto di Dioniso, dopo che la madre Semele morì fulminata dal fuoco folgorante di Zeus (v. 3), fu portato a maturazione dentro una coscia del Cronide.
[6] Sono pelli di cerbiatto di cui si coprivano le Menadi
[7] Le Menadi facevano a pezzi degli animali (sparagmov" , cfr. v. 735) e ne mangiavano la carne cruda (wjmofagiva). Un altro aspetto del loro invasamento era l' ojreibasiva, la corsa su per i monti. Negli affreschi di riti orgiastici e nella rappresentazione dettagliata dei turbamenti dell'anima femminile si potrebbe ravvisare il compiacimento che la decadenza mette nella descrizione dell'abnorme e del patologico.
[8] Tamburelli inventati dai Cureti per coprire con il loro strepito i vagiti di Zeus e salvarlo dalla voracità del padre Crono. Quindi tali strumenti vennero dati a Rea e ai Satiri.
[9] Tranne la seconda antistrofe (vv. 120-134) più erudita ed eziologica che poetica.
[10] Cfr. la scheda di approfondimento “L’eccesso come disvalore. La ricerca dello straordinario” successiva al v. 127 della Medea.
[11] Cf. Murray, Euripides and His Age, 187.
[13] La componente istintiva, prima repressa, poi scatenata verso la distruzione, mai applicata all'incremento della vita, porta Gustav Aschenbach alla morte, preannunciata da una fantasia onirica memore dei riti orgiastici delle Baccanti:" Al ritmo dei timpani si squassava il suo cuore, il cervello vorticava; ira accecamento, stordimento voluttuoso invadevano la sua anima, smaniosa di accordarsi al tripudio del dio. Ed ecco, enorme, ligneo, scoprirsi e innalzarsi l'osceno simbolo; a quella vista tra sfrenati clamori, tutti gridarono la formula rituale e con la schiuma alle labbra si precipitarono in un'orgia pazzesca. Ridenti, singhiozzanti, si eccitavano a vicenda con gesti sconci e carezze lubriche, e si cacciavano l'un l'altro i pungoli nelle carni, leccando il sangue che colava sulle membra". T. Mann, La morte a Venezia (del 1913) p. 139. Ndr.
[14]" La natura è aristocratica, più aristocratica di qualsiasi società feudale basata sulle caste" Schopenhauer, Parerga e paralipomena (del 1851), Tomo I, p. 275.
[15]
Non sarà Dioniso a costringere le donne a essere/caste nei confronti di Cipride, ma nel temperamento/(sta sempre l'essere casto in tutte le occasioni sempre)/a questo bisogna pensare: e infatti anche nei baccanali/quella che è casta non si guasterà (Baccanti, 314 318) ndr.
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