giovedì 16 luglio 2026

Euripide ottava parte. Caratteri dei personaggi di Euripide. Tragedia e politica.


 

Vediamo allora alcuni caratteri tipici,  che ricorrono  in Euripide.

Disonesti, o per lo meno non attendibili come quelli di Sofocle, sono gli indovini: nell'Ifigenia in Aulide  Agamennone nel momento in cui, pentito, vorrebbe salvare la figlia, afferma che "tutta la razza dei vati è un malanno ambizioso[1] (filovtimon kakovn)", v. 520.

 

Nell'Elena  il messaggero, dopo avere saputo dalla figlia di Zeus che a Troia Greci e Troiani hanno sofferto tanto per una nuvola (nefevlh~pevri, v. 706) che aveva l’aspetto della bellissima donna, manifesta piena sfiducia nei profeti e negli oracoli:" Ho visto bene come sono vane le parole dei profeti e piene di menzogne….Allora perché consultiamo gli oracoli? agli dèi bisogna, sacrificando, chiedere i beni, e lasciare perdere i vaticini:infatti questa trovata non è altro che un'esca per la vita"(vv. 744-745 e vv. 754-756)[2].

 

Particolarmente odiosa a Euripide è la pretaglia e la gentaglia delfica. Nell'Andromaca  il nostro autore rappresenta la morte di Neottolemo lapidato senza ragione dagli abitanti di Delfi sobillati da Oreste innamorato della frivola spartana Ermione.

Oreste, da spartano,  è un personaggio negativo, mentre nelle Eumenidi,  di Eschilo, abbiamo visto, era un Argivo caro agli Ateniesi.

Riletto fin qui.

 

 

Oreste è personaggio positivo in Eschilo (un Argivo) e negativo in Euripide (Andromaca), sbiadito nell’Elettra  di Sofocle dove la sorella è una virago.

 

Nelle Coefore Oreste aveva una parte più importante e molto più estesa di quella di Elettra, mentre nell’Elettra di Euripide la parte della sorella  “ diviene più che doppia, e in Sofocle è addirittura quattro volte più ampia di quella del fratello.

Il motivo potrebbe essere del tutto contingente: Sparta si proponeva tradizionalmente come erede della supremazia panellenica già appartenuta agli Atridi e aveva adottato Oreste come eroe nazionale, e anche la poesia lo aveva “laconizzato”; forse era difficile centrare un dramma sul personaggio mitico assunto come eroe “politico” dalla potenza nemica-si ricordi che nei primi anni della Guerra Peloponnesiaca l’Andromaca di Euripide assegna a Oreste un ruolo negativo, riecheggiante il cliché degli spartani ingannatoriun Oreste protagonista, come quello delle Coefore, avrebbe ricevuto un’accoglienza ostile presso il pubblico ateniese[3]. 

Nell’Opera di Rossini-Tottola, Ermione presenta a Oreste un pugnale e gli dice: “Ah vanne…

Se l’amor mio ti è caro,

Immergi questo acciaro

Nel sen del traditor.

Del sangue suo fumante

Fa’ ch’io lo vegga…e allor…(Ermione, Azione tragica in due atti,  II, 3). Gli spartani vogliono la morte di Neottolemo, il figlio di Achille.

 

Ma torniamo alla tragedia di Euripide.

Invano "il ragazzo di Achille"(Andromaca, v.1119) domanda:

"per quale ragione mi uccidete mentre percorro il cammino della pietà? per quale causa muoio? Nessuno di quelli, che erano migliaia e stavano vicini, mandò fuori la voce, ma gettavano pietre dalle mani"(vv. 1125-1128). Il clero non è estraneo a questo “crimine sacro”: a un certo punto, dai recessi dl tempio rimbombò una voce terribile e raccapricciante che aizzò quel manipolo e lo spinse a combattere (vv. 1146-1148). Il messo alla fine della rJh'si" accusa Apollo di essere w{sper a[nqrwpo" kakov" (v.1164), come un uomo malvagio, e domanda:"pw'"  a]n ou\n ei[h sofov";" (v. 1165), come potrebbe essere saggio?

 

A questo proposito G. De Sanctis scrive:"Ora può darsi che Euripide osasse porre in così cattiva luce Apollo profittando del mal animo degli Ateniesi verso il dio che spartaneggiava in quegli anni come poi filippizzò"[4].

 

 

Tipi odiosi sono gli Spartani, soprattutto  nell'Andromaca  che risale ai primi anni della grande guerra del Peloponneso[5], ed è un concentrato di malevolenza e maldicenza antispartana. “Gli attacchi contro Sparta…a parere di molti la rendono una sorta di pamplhet politico[6].

La stessa protagonista eponima  lancia un anatema contro la genìa dei signori del Peloponneso, chiamati yeudw'n a[nakte~ :" o i più odiosi  (e[cqistoi) tra i mortali per tutti gli uomini, abitanti di Sparta, consiglieri fraudolenti, signori di menzogne, tessitori di mali, che pensate a raggiri e a nulla di retto, ma tutto tortuosamente, senza giustizia avete successo per la Grecia (vv.445-449).

The Andromache, written early in the Peloponnesian War, shows a loathing of Spartan arrogance and cruelty and deviousness[7], l’Andromaca, scritta nei primi anni della guerra del Peloponneso, mostra un disgusto per l’arroganza, la crudeltà e la tortuosità degli Spartani.

Dal canto suo Peleo, il nonno di Neottolemo, esecra le Spartane e i loro costumi: neppure se lo volesse, potrebbe restare onesta[8] ("swvfrwn", v. 596) una delle ragazze di Sparta che insieme ai ragazzi, lasciando le case con le cosce nude ("gumnoi'si mhroi'"",  v.598) e i pepli sciolti, hanno corse e palestre comuni, cose per me non sopportabili " (Andromaca, vv.595-600).

 

Nelle Supplici di Euripide,  del 422, Adrasto chiede aiuto a Teseo e gli dice che non si è rivolto a Sparta poiché è una città crudele e dai modi sleali (Sparth me;n wjmh; kai; pepoivkiltai trovpou~).

 

Nelle Leggi di Platone, l’Ateniese ricorda allo spartano che l’ideale guerriero della sua città non si cura abbastanza di esercitare la capacità di resistenza al piacere, e aggiunge che non sarebbe difficile per chi volesse difendere le leggi di Atene criticare le norme spartane indicando la licenza delle loro donne: “deiknu;~ th;n tw`n gunaikw`n parj uJmi`n a[nesin (637c).

 

Nel dialogo tucididèo tra Melii e Ateniesi questi biasimano i loro nemici tali parole:I Lacedemoni fanno uso della virtù soprattutto verso se stessi e le istituzioni del loro paese. Ma verso gli altri, pur potendo uno dire molte cose su come si comportano, riassumendo al massimo si potrebbe dimostrare che essi nel modo più evidente tra quelli che conosciamo, considerano il piacevole bello e il conveniente giusto" (Storie, V, 105, 4).

 

Altri tipi negativi sono gli araldi.

Il coro degli Eraclidi biasima l’araldo mandato da Euristeo  a minacciare. Quando il kh'rux argivo esce di scena  respinto duramente da Demofonte, il re ateniese figlio di Teseo, come suo padre protettore dei supplici, il Coro, formato da vecchi ateniesi, aggiunge il commento   che tutti gli araldi hanno questa abitudine di ingrandire due volte quanto è accaduto[9] (di;~ tovsa purgou'n tw'n gignomevnwn, v. 293), e, dunque, colui andrà a riferire enormità al suo re.

 

Cassandra, nelle Troiane  , introduce un discorso diretto a Taltibio[10] iniziando con queste parole :" davvero è tremendo il servo (h\/ deino;~ oj lavtri~).

Perché mai hanno questo nome gli araldi, oggetto di comune odio a tutti i mortali?" (vv.424-425).

 

Anche nell'Oreste  l'araldo Taltibio fa una brutta figura nel racconto del messo che riferisce a Elettra i discorsi dell’assemblea di Argo: "Ed ecco si alza Taltibio che con tuo padre saccheggiava i Frigi. E parlò, lui che è da sempre sottoposto ai potenti, doppiamente, mostrando ammirazione per tuo padre,ma non approvando tuo fratello, intrecciando parole buone e cattive, dicendo che il figlio aveva istituito usanze non buone verso i genitori: e sempre rivolgeva occhiate ammiccanti agli amici di Egisto. Siffatta è questa genia: sul carro di quello che ha buona fortuna, saltano sempre gli araldi:- ejpi; to;n eujtuch` -phdw`s j ajei; kevruke~-  ed è loro amico colui che nella città ha cariche e poteri"(vv. 888-897).

 Un poco come i giornalisti di oggi, quasi tutti.

 

 Reputati anche peggio degli araldi sono i demagoghi.

 

 Nella parodo dell’Ecuba  (425)  il coro delle prigioniere troiane presenta Odisseo come   "lo scaltro (oJ poikilovfrwn[11])/ furfante dal dolce eloquio, adulatore del popolo"(vv.131-132)  che convince l'esercito a mettere a morte Polissena. In questa tragedia l’Itacese è un freddo politico per cui vale solo la ragion di stato che calpesta tante vite innocenti.

Nel primo episodio la vecchia regina esautorata, la madre dolente, scaglia un’invettiva  contro la genìa dannata dei demagoghi:"razza di ingrati è la vostra, di  quanti cercate il favore popolare: non voglio che vi facciate conoscere da me: non vi curate di danneggiare gli amici, pur di dire qualche cosa per piacere alla folla. Ma quale trovata pensano di avere fatto con il votare la morte di questa ragazza? Forse il dovere li spinse a immolare un essere umano presso una tomba, dove sarebbe più giusto ammazzare un bue?( Ecuba, vv. 254-261).

Poco più avanti Ecuba supplica Odisseo di contraccambiarle il beneficio che gli fece quando lo salvò facendolo uscire da Troia dove, infiltratosi come spia (katavskopo~, v. 239), era stato scoperto da Elena la quale lo aveva confidato soltanto alla regina.

Gli chiede dunque in cambio di non ammazzarle figlia con un verso che è un'alta espressione di umanesimo in favore della vita:"mhde; ktavnhte: tw'n teqnhkovtwn a{li" " (Ecuba, v. 278), non ammazzatela: ce ne sono stati abbastanza di morti. 

 

L'Ecuba venne scritta e rappresentata durante l'auge di Cleone che nel 425 aveva catturato gli opliti spartani a Sfacteria ed era diventato il beniamino del popolo; questo demagogo del resto era detestato dagli scrittori: non solo da Euripide che probabilmente allude a lui con i versi citati sopra contro la vil razza dannata dei demagoghi, ma pure da Aristofane che lo mette alla berlina nei Cavalieri  , anch'essi del 424,  e da Tucidide che lo definisce i più violento dei cittadini ("biaiovtato" tw'n politw'n", e quello più capace di persuadere ("piqanwvtato"") la massa ( III, 36, 6).

Questo demagogo viene presentato come un becero sanguinario, indegno della tradizione di Atene.

 Ben diversa fu la reputazione di Pericle che pure si fece eleggere dall'assemblea popolare per decenni: egli, ci informa sempre Tucidide, siccome era immune da corruzione:"teneva in pugno la massa senza toglierle la libertà"(Storie, II, 65) e poteva contraddire il popolo fino a provocarne la collera, non senza poi venire rieletto, tanto grande era la sua autorità morale. Sicché la democrazia sotto Pericle aveva il consenso degli intellettuali:"a parole era una democrazia, ma di fatto il potere del primo uomo"(Storie, II, 65).

 Dopo la morte di Pericle dunque i suoi successori, Cleone, poi Iperbolo, quindi Cleofonte,  non riuscirono a mantenere il prezioso consenso degli scrittori.

Nelle Troiane (415) Ecuba maledice Odisseo e la propria sorte cui è toccato di servire un abominevole infido uomo, nemico della giustizia, una bestia feroce che viola la legge (“musarw`/ dolivw/ levlogca douleuvein-polemivw/ divka~, paranovmw/ davkei”, vv. 283-284).

 

Nell'Oreste, del 408, l'odioso ciarlatano che forse adombra il demagogo Cleofonte[12], figlio di madre Tracia, il quale capeggiava il partito della guerra a oltranza,  chiede la condanna a morte dei matricidi, oramai divenuti vittime per quel continuo mutare dei ruoli assegnati dalla Sorte sovrana che è ricorrente nella poesia euripidea:

"Dopo Dionede[13] si alza un tale, un uomo di lingua senza ritegno (ajqurovglwsso~ lett. lenza porta), tronfio di audacia, Argivo non Argivo, impostosi a forza,

fidando nella confusione e nella rozza licenza di parola, e pure convincente tanto da gettare i cittadini in qualche male" (vv. 902-906).

Costui, spietato[14] e deleterio per la città[15]: "disse che bisognava uccidere Oreste e la sorella tirando pietre"(vv. 914-915).

E’ soprattutto Euripide che, appena gli si presenta l’occasione, si abbandona alle considerazioni politiche: basti pensare all’assemblea popolare descritta dal messaggero nell’Oreste, con gli ambasciatori e la regolare votazione”[16].

 

Simile al demagogo è il politicante privo di lealtà e gratitudine.

 Sono le accuse che Menelao indirizza al fratello, capo della spedizione panellenica contro Troia, nell'Ifigenia in Aulide :

"lo sai, quando volevi ottenere il comando dei Danai contro Troia, senza ambirvi in apparenza, ma aspirandovi con la volontà, come eri umile, toccando ogni destra e tenendo aperte le porte per chi lo volesse tra i popolani, e dando udienza successivamente a tutti, anche se uno non la chiedeva, cercando con modi affettati di comprare dalla piazza l'oggetto dell'ambizione. Poi, quando ottenesti il potere, assunti altri modi, non eri più amico come prima agli amici di prima, inaccessibile e introvabile dentro i luoghi chiusi. L'uomo buono quando si trova in auge non deve cambiare i costumi[17], anzi, soprattutto allora deve essere costante verso gli amici, quando, con la buona fortuna, è in grado di far loro del bene"(vv. 337-348).

 

Non manca del resto il tipo della persona per bene:

nell'Oreste  c'è un galantuomo che difende i figli di Agamennone per i quali il demagogo aveva proposto la lapidazione:"Un altro, però, alzatosi,  diceva cose contrarie a quello, era un uomo di aspetto non bello, però animoso, uno che di rado bazzica la città e il cerchio della piazza, un lavoratore in proprio (aujtourgov~ ), di quelli che, soli, salvano il paese, e pure intelligente, quando vuole scontrarsi con le parole, integro, che conduce una vita irreprensibile" (vv.917-922).

Di Benedetto da questi versi ricava una "teoria della classe media"[18] secondo la quale la solidarietà di Euripide va verso i piccoli proprietari terrieri.

 

 Anche nell'Elettra  (414 ca) euripidea , il contadino cui è stata data in moglie la figlia di Agamennone, per umiliarla è: "un uomo povero, ma nobile e pieno di rispetto nei miei confronti"(v. 253), dice la stessa Elettra descrivendo la propria situazione al fratello il quale poi le chiede in che cosa consista il rispetto di questo marito anomalo. Ebbene, si tratta di un San Giuseppe greco poiché la ragazza risponde: “non ha mai osato toccare il mio letto”(v. 255). 

Secondo D. Lanza[19] il tragediografo fu un asociale e socialmente provò solo  simpatie, non solidarietà .

Anche per Di Benedetto del resto l'apertura verso il popolo è di corto respiro.

“E’ assolutamente impossibile annoverare Euripide tra le file degli oligarchi o dei democratici; si può invece affermare che il suo giudizio indipendente e rigoroso lo collocasse al di sopra dei partiti, come dimostra in particolare la notevole tetralogia delle Troiane”[20].

E' pur vero che servi e padroni[21] si scambiano, momentaneamente, i ruoli:  personaggi di condizione servile possono partecipare all'azione in modo non subalterno ma determinante, come il vecchio che nell'Elettra  euripidea prepara il riconoscimento tra i fratelli.

Viceversa, nella stessa tragedia, Elettra va ad attingere l'acqua con un vaso in testa: "Metti giù quest'urna, toglila via dal mio  capo"(vv. 140-141) dice la protagonista a se stessa.

 Nell'Elena , Menelao compare sulla scena vestito di stracci (vv. 421-422).

Nello Ione (413 ca)  il figlio di Apollo e Creusa, spazza il tempio elogiando la sua ramazza[22] iniziando da quando appare l’ala veloce del sole.

Nell'Elena  (412 ca) si trova l'espressione "per gli schiavi nobili" ( gennaivoisi douvloi~, v. 1641) che lascia  un’eco in Terenzio: propterea quod servibas liberaliter (Andria, v. 38), poiché facevi lo schiavo con animo libero.

 Del resto non è messa in discussione la sudditanza del servo il quale, anche se anche può essere un magnanimo o perfino uno  che può dare giudizi, pure se parla meglio di chi comanda (cfr. Elena, v. 1637),   deve comunque essere disposto all’abnegazione in pro del suo signore. Infatti lo schiavo dell’Elena sostiene davanti al suo re, Teoclimeno, che per gli schiavi nobili il gesto più glorioso è pro; despovtwnqanei'n ( vv. 1640-1641), morire per i padroni.

 

Nello Ione , il vecchio schiavo- pedagogo rivendica  dignità a molte persone del suo ceto:"una sola cosa porta vergogna ai servi: il nome: in tutto il resto un servo non è per niente peggiore dei liberi, se è una persona per bene". (vv. 854-856).

 

Antifonte sofista[23] nel Discorso sulla verità  va oltre Euripide: denuncia come innaturali le differenze che le leggi e le usanze stabiliscono tra gli uomini. "Le disposizioni delle leggi sono avventizie, quelle della natura necessarie. E quelle delle leggi dovute a un accordo non sono naturali. E quelle nate dalla natura non sono dovute a un accordo…La maggior parte delle determinazioni giuste secondo la legge si trovano in posizione ostile nei confronti della natura… quelli che provengono da una casata non illustre non li rispettiamo né onoriamo. In questo ci comportiamo come barbari gli uni verso gli altri. Infatti per natura, in tutto, tutti siamo costituiti  per essere uguali barbari ed Elleni…tutti di fatto inspiriamo nell'aria attraverso la bocca e le narici e tutti mangiamo con le mani "[24].

 

Certo è che  Euripide non arriva a negare tutte le  differenze tra Greci e non Greci. Nelle ultime tragedie anzi l'atteggiamento è contrario ai barbari, probabilmente per criticare l'alleanza degli Spartani con i Persiani: oltre l'Ifigenia in Aulide  già ricordata a questo proposito, anche l'Elena  mette in cattiva luce i non Greci rappresentando Teoclimeno, re d’Egitto, come un personaggio negativo; e l'Ifigenia fra i Tauri[25], con parole della stessa figlia di Agamennone, mentre assolve gli dèi dall’accusa di avere gustato le carni di Pelope, come aveva già fatto  Pindaro nell’Olimpica I,  condanna invece tutta la razza dei Tauri[26] per la pratica dei sacrifici umani:"io credo che questi di quaggiù, essendo loro degli omicidi, attribuiscano la propria depravazione alla dea; infatti nessun male può essere proprio della divinità"(vv.389-391).

 

Euripide tuttavia sta spesso dalla parte degli oppressi, per cui accade che nelle tragedie "troiane"(Andromaca, Ecuba, Troiane ) , un poco per il fatto che questi drammi rappresentano la pena di donne vinte, un poco perché anche nell'anno della più recente[27]  non esisteva l'intesa tra Spartani e Persiani, le umane e vessatissime barbare possono dare prova di superiorità morale sulle Greche, e particolarmente, è ovvio, sulle Lacedemoni.

 

Nell' Andromaca  la vedova di Ettore viene rimproverata dalla rivale Ermione in questi termini:"Disgraziata,  sei giunta a tal punto di pazzia  tu che trovi il coraggio di dormire con il figlio di un padre che ammazzò il tuo sposo e di generare figli dal suo assassino"(vv. 170-173); un comportamento sessuale disinvolto secondo Ermione, e assimilato in un unico biasimo  all'endogamia e alla crudeltà barbarica:"tale infatti è la razza dei barbari: il padre si unisce con la figlia e il figlio con la madre, la sorella con il fratello, i più stretti parenti sguazzano nella strage, senza che la legge impedisca alcuno di questi misfatti"(vv. 173-176).

Andromaca accusa i Greci che hanno deciso di ucciderle il figlio il quale cerca rifugio neosso;~ wJseiv, come un uccellino, sotto le ali della madre (v. 751).

I veri barbari e autori di barbarie sono i Greci nell’accusa di Andromaca: “w\ bavrbar j ejxeurovnte~

 [Ellhne~ kakav-tiv tonde pai`da kteivnet j oujde;n ai[tion;” (vv. 764-765),o Greci che avete escogitato barbari orrori, perché ammazzate questo bambino che non è colpevole di nulla? 

 

Nell’ Elena, nell’ Ifigenia fra i Tauri, e nell’Ifigenia in Aulide i barbari torneranno a essere i non Greci per il fatto che dal 412 fu stipulata una xummaciva tra il re dei Persiani Dario II e gli Spartani contro Atene (cfr. Tucidide, VIII, 18). A Dario II succedette Artaserse.

 

Nel libretto di Andrea Leone Tottola, musicato da Gioacchino Rossini, Ermione inveisce contro la rivale Abdromaca, di cui è innamorato Pirro, gridando: “Ed osa tanto/Un avanzo di Troia?” (Ermione, I, 4).

 

Pesaro 16 luglio 2026 ore 16, 49 giovanni ghiselli

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[1] La condanna della genìa dei profeti si trova già nell'Antigone  di Sofocle, messa in bocca a Creonte:"Infatti tutta la razza dei profeti ama il denaro” (v.1055). Al che  Tiresia risponde :" quella nata dai tiranni ama i lucri turpi " (v. 1056). In questa tragedia i fatti daranno ragione al profeta.

[2] Possiamo trovare un parallelo rovesciato nel pio Sofocle che invece condanna chi bestemmia gli oracoli: nell'Edipo re  il protagonista, informato sulla morte del re di Corinto, esclama empiamente:"e allora, gli oracoli che c'erano, li ha presi/Polibo che giace presso Ade, ed essi non valgono nulla"(vv.971-972).

 

[3] G. Avezzù (a cura di) Sofocle, Euripide, Hofmannsthal, Yourcenar, Elettra Variazioni sul mito.

[4]Op. cit. , II vol., p. 331.

[5] 429 a. C.

[6] Caterina Barone (a cura di) Euripide Andromaca, p. 7.

[7] M. Hadas, op. cit, pp. VIII-IX

[8] Plutarco dà un'interpretazione non malevola dello stesso fatto: il legislatore volle che le fanciulle rassodassero il loro corpo con corse, lotte, lancio del disco e del giavellotto..per eliminare poi in loro qualsiasi morbidezza e scontrosità femminile, le abituò a intervenire nude nelle processioni, a danzare e a cantare nelle feste sotto gli occhi dei giovani (Vita di Licurgo , 14). E' interessante il fatto che   Erodoto  (I, 8)  viceversa fa dire a Gige:"la donna quando si toglie le vesti, si spoglia anche del pudore". 

[9] Come fanno i giornalisti ai giorni nostri.

[10] Questo personaggio nell'Iliade godeva di rispetto e autorità (cfr. 7, 276)

[11] Aggettivo formato da poikivlo~ (variopinto) e frhvn (mente). "L'azione di "colorare"  "rendere variegato" qualcosa, coincide dunque, di fatto, con il renderlo enigmatico, di difficile comprensione. Si comprende bene, perciò, che uno degli epiteti di Odisse sia proprio poikilomhvvvth" (Il 11, 482; Od. 3, 163; 13, 293.) "dai pensieri variegati". Si potrebbe dunque concludere che per i Greci ciò che è variegato, poikivlo" , si presenta automaticamente come enigmatico, di difficile interpretazione ". (M. Bettini, L'arcobaleno, l'incesto e l'enigma a proposito dell'Oedipus di Seneca, p. 142.).

 Poikivlo" è etimologicamente connesso al latino pingo, pictor, pictura e significa qualche cosa di non semplice ( cfr. Platone, Teeteto, 146d. dove poikivlo", opposto a monoeidhv", "semplice"), di macchiato come la pelle di pantera (Iliade X, 29-30). e di oscuro: cfr Euripide, Elena 711-712 dove l'aggettivo è riferito dal nunzio all'oscurità del divino difficile da congetturare:" oJ qeov" wJ" e[fu ti poikivlon-kai; dustevkmarton" (cfr. tekmaivrw).

 

[12] Viene messo alla gogna nella parabasi delle Rane di Aristofane come incapace di pronunciare correttamente la lingua dei veri Ateniesi: sulle sue labbra ambigue orrendamente freme la rondinella tracia (vv. 679-681), e, poco più avanti il demagogo è messo tra gli stranieri, rossi di pelo, mascalzoni e discendenti da mascalzoni, ultimi arrivati, dei quali ora la città si serve per ogni uso, ma che in passato non sarebbero stati utilizzati  facilmente  nemmeno per caso come vittime espiatorie: “oujde; farmakoi'sin eijkh'/ rJa/divw~ ejcrhsat  j an” (vv. 730-733).  “Noi diremmo ‘spaventapasseri’ o ‘Guy Fawkeses’. La parola significa letteralmente ‘medicine umane’, ovvero ‘capri espiatori’ (G. Murraty, Le origine dell’Epica Greca, p. 24).

Tra le altre cose la rondine è in sé un animale ambiguo: significa il ritorno della primavera e dell’amore ma non  “ci sono dubbi sul fatto che la rondine, nella cultura antica, funzioni anche come presagio di sventura. Cleopatra fu terrorizzata dal fatto che delle rondini avevano fatto il nido attorno alla sua tenda, e sulla nave ammiraglia (Dione Cassio, 50, 15)”. (M. Bettini, Le orecchie di Hermes, p. 137). E' il dark side della rondine. 

 

[13] Diomede aveva proposto l’esilio per i matricidi.

[14] Certamente ignaro del monito di Cristo venturo "chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra"(Giovanni, VIII, 7) che invece troveremo prefigurato  da Menandro negli (Epitrevponte") dove troviamo un vero momento di mavqo"  tragico quando Carisio, il protagonista, definisce se stesso, ironicamente, l'uomo senza peccato attento alla reputazione ( ejgwv ti" ajnamavrthto", eij" dovxan blevpwn, v. 588) e comprende che l'errore sessuale della moglie è stato un "infortunio involontario"( ajkouvsion gunaiko;" ajtuvchm j, v. 594).

[15] th'/ povlei kako;n mevga (Oreste, v. 908).

[16] J. Burckhardt, Storia della civiltà greca, vol. I, p. 226

[17] Seneca nell’Epistola 120  scrive:"maximum indicium est malae mentis fluctuatio (20)... Magnam rem puta unum hominem agere " (22), il massimo segno di un animo volto al male è l'ondeggiare...Considera grande cosa rappresentare sempre la stessa parte.

[18] Euripide: teatro e società , p. 193 e sgg. Ne riferirò commentando la Medea dopo il v. 125.

[19] Lo spettatore sulla scena, Un titolo che echeggia Nietzsche, da La nascita della tragedia già più volte citata.

[20] J. G. Droysen, Aristofane, p. 220

 

[21] Cfr. Di Benedetto,  Euripide: teatro e società , capitolo decimo.

[22] Cfr.  Ione,  vv. 112-124, che  costituiscono, si può quasi dire, un elogio della ramazza.

[23] Attivo nella seconda metà del V secolo.

[24] Oxyrh. Pap. XI Fragmetum I

[25] Del 414.

[26] Collocata nell'attuale Crimea.

[27] Le Troiane  del 415.


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