venerdì 24 luglio 2026

Euripide tredicesima parte. Euripide “filosofo”, Euripide “mistco”, Euripide poeta.


 

Per quanto riguarda il rapporto fra dramma e filosofia, questa non era estranea alla tragedia di Eschilo che presentava ancora l'unità indivisa di pensiero, mito e religione. I personaggi di Euripide  tendono invece a usare l'intelligenza contro la religione, anche se abbiamo visto (Oreste , v. 396) che la capacità di comprendere può diventare una malattia distruttiva della persona.

Jaeger sostiene che "la loro intellettualità sensitiva...paragonata alla salda energia vitale di Eschilo non è che fiacchezza"[1]. Talora forse, sicuramente non sempre. Non tutti i personaggi di Euripide prefigurano Amleto, certamente non Medea.

 

Ma trovare una linea euripidea oltre quelle già indicate ci sembra arbitrario. Infatti da tutte le parti saltano fuori contraddizioni. Ogni personaggio ha una sua visione, si giudica e assolve da solo, magari accusando gli dèi di ingiustizia, e non accetta la sofferenza poiché questa è priva tanto di ragione quanto di scopo. I numi  vengono criticati e biasimati senza risparmio, però rimangono forze motrici e spesso risolutrici dei complicati intrecci drammatici.

La guerra nelle Troiane  è vista come un orrore che travolge vincitori e vinti: "è stolto tra i mortali chi distrugge le città", sentenzia Poseidone nel prologo, "consegnando allo squallore templi e tombe,  sacro asilo dei morti, poiché egli stesso più tardi perisce"(vv. 95-97).

Atena vuole infliggere ai vincitori un duvsnoston novston (v. 75), un ritorno senza ritorno. Dunque la guerra è un male assoluto: tanto per i vinti quanto per i vincitori.

La guerra è plausibile solo se si tratta di difendere la patria.

Cassandra dice che deve evitare la guerra chi ha senno, ma se si giunge a farla, una corona non vergognosa è morire nella bellezza (kalw`~ ojlevsqai, v. 402) per la città.

 Tuttavia nell'Andromaca  Euripide semina tanto odio contro Spartani e Spartane da fare quasi propaganda alla guerra. 

“Nelle Troiane di Euripide il messaggio antibellicista aveva di per sé una carica destabilizzante, nella sua opposizione all’iniziativa militare che lo Stato ateniese aveva intrapreso contro Melo. Tuttavia intervenivano anche procedimenti di compensazione: il pianto prolungato che diventa “dolce” per chi soffre, i moduli della “poesia bella” fruibili con immediatezza, la pietà per i vinti che affiora nei vincitori” [2].  Questa affermazione richiederebbe un esempio, almeno uno.

L'opera di Euripide è stata il parlatorio di tutti i movimenti dell'epoca.

Del resto il poeta "rimane ineguagliato nel cogliere l'intonazione lirica della realtà"  afferma Jaeger[3] che segnala alcuni canti  attraverso i quali l'autore trasforma i fatti in musica.

Nell’Ippolito, il primo canto lirico, l'unico inserito da Euripide in un prologo, è quello intonato dal protagonista il quale poi, mentre inghirlanda l'immagine di Artemide, prosegue ancora con trimetri giambici che mantengono tuttavia “l’intonazione lirica”

:"A te signora porto, dopo averla preparata, questa corona intrecciata da un prato immacolato, dove né pastore osa pascolare le greggi, né mai entrò il ferro, ma l'ape di primavera attraversa il prato immacolato, e il Pudore[4]  lo vivifica con le rugiade dei fiumi"(vv. 73-78).

Ma Artemide non salverà il suo devoto. “Gli dei esprimono piuttosto indifferenza per le vicende umane, perché “per il dio è comune la sorte di tutti e la rovina di chi è malvagio distrugge anche chi è saggio e non ha mai peccato” (Supplici, 226). O peggio ancora, in essi c’è crudeltà, o follia, come nell’Eros dell’Ippolito, “aritmico” a[rruqmo~ (v. 529)  , senza misura, o in Afrodite, che anche nel nome (Aphrodite-Aphrosyne come fa notare Ecuba nelle Troiane) si rivela portatrice di follia[5].

 

Troviamo la poesia della montagna nel canto mattutino di Ione  il quale senza padre né madre, ministro del dio Apollo che lo ha allevato (vv. 109-111) comincia la sua giornata a Delfi, sull'ombelico del mondo (vv.5-6) mettendo in ordine il tempio appena il sole batte sul Parnaso:"Ecco, già il sole fa risplendere sulla terra la sua fulgida quadriga; le stelle fuggono, davanti a questa vampa dell'etere, verso la notte sacra. Le inaccessibili vette del Parnaso inondate di luce accolgono il disco del giorno per i mortali"(vv. 82-88).

 

 Fedra in un commo con la nutrice evade, con il pensiero, nella solitudine della caccia montana :"portatemi sul monte; andrò nella selva e tra i pini dove le cagne sterminatrici di fiere danno la caccia alle cerve screziate seguendone le orme: per gli dèi io amo eccitare i cani con grida e scagliare il giavellotto  tessalo dopo averlo accostato alla chioma bionda, avendo un dardo dalla punta aguzza nell'altra mano"(Ippolito , vv. 215-222).

Fedra evidentemente si identifica con il giovane cacciatore Ippolito di cui è innamorata. Del resto “l'inconciliabilità fra Diana e Venere è una di quelle opposizioni fondamentali che sono addirittura registrate nel codice antropologico"[6].

Cfr il venator tenerae coniugis immemor il cacciatore dimentico della giovane sposa in Orazio (Odi,  I, 1, 26).Chi è troppo devoto ad Artemide trascura Afrodite e questa può arrivare a punirlo come nell’Ippolito di Euripide.

 

Talora, l’attenzione per la natura sembra superare i limiti dell'esperienza dell'età classica.

 

Nella Parodo delle Baccanti  il Coro delle Menadi d'Asia vede Dioniso ed entusiasma gli spettatori trasferendo davanti a loro  l'immagine del dio che trema magicamente  nella sua anima. "Ora al coro ditirambico è affidato il compito di eccitare dionisiacamente l'anima degli ascoltatori al punto che essi, quando l'eroe tragico appare sulla scena, non vedano già l'uomo grottescamente mascherato, bensì una figura visionaria partorita per così dire dalla loro stessa estasi"[7].

La Parodo delle Baccanti  dà un'idea del dionisiaco, della rinuncia alla identità personale, dell'alternativa all'apollineo come principium individuationis e volontà di potenza, del tuffarsi nei flutti del misticismo  ed entrare in comunione con la natura, imitando Dioniso. “Così come c’è una Imitazione di Cristo, ci fu anche una imitazione di Dioniso, che venne chiamata letteralmente “imitazione”-oJmoivwsi~ pro;~ to;n qeovn-, la quale consisteva nel “perdere la testa”, dimenarsi, ammattire: maivnesqai, bakceuvein[8].   

Il suono cupo degli strumenti delle Baccanti, i tuvmpana baruvbroma (v. 156) e i lwtoiv (v. 160), i flauti  eccitava i sensi; non  aveva intervalli regolari come quello degli strumenti a corde che invece stimolava la riflessione. 

 Lo sviluppo dell'arte ellenica è legato alla duplicità di questi due istinti artistici, l’apollineo e il dionisiaco, alla loro tensione dialettica e alla loro sintesi nella tragedia.

 

Nietzsche divide la cultura greca antica in  grandi periodi determinati dalla lotta di questi due principi avversi:"dall'età del bronzo, con le sue titanomachie e la sua aspra filosofia popolare si sviluppò, sotto il dominio dell'istinto di bellezza apollineo, il mondo omerico", poi "questa magnificenza "ingenua" venne di nuovo inghiottita dal fiume irrompente del dionisiaco", quindi "di fronte a questa nuova potenza l'apollineo si elevò alla rigida maestà dell'arte dorica e della visione dorica del mondo".

  Infine abbiamo la tragedia attica "come la meta comune dei due istinti, il cui misterioso connubio si è glorificato, dopo una lunga lotta precedente, in una tale creatura che è insieme Antigone e Cassandra"[9].

 

Nel Faust II di Goethe, Elena, personaggio del dramma, ricorda la prima fase e i suoi ritorni: “ Ma il terrore che sino dalle origini insorgendo-dal seno della notte antica, multiforme,- come nubi roventi dalle fauci del fuoco del monte, alto si volve, anche all’eroe scuote il petto”.

Quindi l’apollineo: “Le creature orrende della notte le ricaccia, amico-della bellezza (Schönheitsfreund), Febo, nelle caverne ”[10].

 Le Baccanti hanno avuto interpretazioni contrastanti: secondo alcuni sono la palinodia dell'autore che torna alla religione dopo il razionalismo e la stanchezza postfilosofica; secondo altri costituiscono un' ulteriore condanna della religione.

 La prima lettura si fonda in buona parte sui versi del Primo Stasimo (vv. 370-432). Sembra una scelta delle credenze popolari, contro il reo dolor che pensa, i sofismi e il pretenzioso sapere degli intellettuali.

 E. R. Dodds assimila  Dioniso alla Afrodite dell’Ippolito, presentata con i versi 447 ss.

Vediamone alcuni: “Si muove per l’etere ed è nel flutto marino Cipride, tutto nasce da lei-pavnta d ‘ ejk tauvth~ e[fu : è lei che semina e dona l’amore, da cui tutti sulla terra siamo nati” (447-450).

 

Pesaro 24 luglio 2026 ore 9, 27 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Paideia 1 , p. 590.

[2] V. Di Benedetto, (introduzione di) Eschilo, Orestea, p. 18.

[3] Paideia 1 , p. 595.

[4] Vedremo che il Pudore – Rispetto (Aijdwv" ) è un valore forte  dalla presenza frequente nel nostro percorso, sia che venga rispettato, sia che venga oltraggiato.

[5] F. Rella, Introduzione a Euripide Baccanti, p. 21.

[6]G. B. Conte, introduzione a Ovidio Rimedi contro l'amore , p. 40.

[7] " F. Nietzsche, La nascita della tragedia, p. 62.

[8] J. Ortega y Gasset, Idea del teatro, p. 86.

[9] F. Nietzsche, La nascita della tragedia, p. 39.

[10] Faust, II, 3. Davanti al palazzo di Menelao. Trad. Franco Fortini.


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