Torniamo all’Andromaca di Euripide.
Comunque sia, le accuse di Ermione sono generiche e razziste, dettate dall'umiliazione subita quando il marito le ha preferito la troiana che risponde alla rivale con un'osservazione intelligente e morale: " Non è per i miei veleni che lo sposo ti odia, ma sei tu non adatta a vivere con lui. E' un filtro anche questo: non la bellezza, donna, ma le virtù rendono felici i mariti"(vv. 205-208).
Nell’Opera di Rossini-Tottola, Pirro apostrofa Ermione con queste parole:“Tigre d’Ircania!-Furia spietata!/Chi mai ti supera-In crudeltà?” ( Ermione, II, 6).
Andromaca conclude questo primo episodio della tragedia scagliando un anatema contro tutte le donne immorali, o contro tutte le donne esclusa se stessa, se vogliamo dare credito alla nomea di antifemminismo del suo creatore:
"E' terribile che uno degli dèi abbia concesso rimedi ai mortali anche contro i morsi dei serpenti velenosi, mentre per ciò che va oltre la vipera e il fuoco, per la donna, nessuno ha trovato ancora dei rimedi se è cattiva: così grande male siamo noi per gli uomini (tosou'tovn ejsmen ajnqrwvpoi" kakovn)", Andromaca, vv. 269-273.
Un antifemminismo certamente professato da Andromaca nel secondo episodio:"non bisogna preparare grandi mali per piccole cose né, se noi donne siamo un male pernicioso (eij gunai'ke;" ejsmen ajthro;n[1] kakovn), gli uomini devono assimilarsi alla nostra natura"(vv. 352-354).
Questa tragedia sottolinea anche un'altra caratteristica della mentalità femminile: la convinzione che l'amore sia tutto nella vita[2]: quando Andromaca domanda a Ermione:"dunque tu non vuoi soffrire in silenzio per Cipride?", la ragazza risponde:"e perché? Questa per le donne non è assolutamente la prima cosa?" (vv. 240-241).
Menelao cerca di aiutare la figlia a non perdere il marito per la stessa ragione:" Io sto dalla parte di mia figlia, alleato suo, e faccio la guerra combattendo con lei: infatti giudico grave questo: che sia privata del letto (levcou" [3] stevresqai). Gli altri dolori che una donna può soffrire sono secondari, ma quella che fallisce con il marito, fallisce nella vita- ajndro;~ d j ajmartavnous j ajmartavnei bivou-"(vv.370-373). Più avanti la stessa Ermione denuncia la cattiva influenza delle donne sulle donne:"Mi hanno rovinata le visite delle donne cattive"(v. 930). La mettevano su contro Andromaca, sicché la ragazza fu trascinata da un vento di follia ascoltando “ i discorsi di queste Sirene [4]astute, maligne, variopinte, chiacchierone"(v. 937).
Nell'Ecuba (424) troviamo alcune tematiche ricorrenti in Euripide: il rapporto tra natura e cultura, visto in questo caso con un certo pessimismo pedagogico: l'indole, come aveva già affermato Pindaro[5]non cambia attraverso l'educazione , sebbene anche questa abbia la sua importanza:"Certo questo è strano: se la terra è cattiva, ma ottiene buone opportunità da un dio, produce buona spiga, mentre se è buona, ma non ottiene quanto deve ottenere, dà cattivi frutti; tra gli uomini invece il malvagio non può essere nient'altro che cattivo, mentre il buono è buono, né per una disgrazia guasta la sua natura, ma rimane sempre onesto. Dunque i genitori contano più o l'educazione? Certamente anche essere educati bene, porta insegnamento di onestà; e se uno ha imparato questa, sa che cosa è turpe, avendolo imparato con la norma della virtù"( Ecuba, vv. 593-602).
Nelle Supplici (422) di un paio d'anni posteriore all'Ecuba leggiamo invece l'espressione di un incondizionato ottimismo pedagogico, forse per il fatto che si stava preparando la pur malsicura pace di Nicia: Adrasto fa l'elogio funebre dei sette caduti nella guerra contro Tebe poi, rivolgendosi direttamente a Teseo, il Pericle in vesti eroiche, conclude:"Non ti stupire dopo quanto ho detto, Teseo, che questi abbiano avuto il coraggio di morire davanti alle torri. Infatti essere educati non ignobilmente comporta il senso dell'onore: e ogni uomo che ha esercitato la virtù si vergogna di diventare vile. Il coraggio è insegnabile (eujandriva didaktovn ), se è vero che il bambino impara a dire e ad ascoltare quello di cui non ha cognizione. E quello che uno abbia imparato, suole conservarlo fino alla vecchiaia. Così educate bene i vostri figli"( Supplici, vv.909-917).
Tornando all'Ecuba e al tema del carattere femminile, la regina, parlando con Agamennone, sostiene che la donna può essere più forte, o più violenta del maschio:"E che? non furono delle donne a uccidere i figli di Egitto e non spopolarono Lemno completamente dai maschi?"(vv. 886-887).
Sono casi notissimi di violenza femminile: del primo si trova l'antefatto nelle Supplici di Eschilo, il secondo è menzionato anche da Dante:"poi che l'ardite femmine spietate/tutti li maschi loro a morte dienno"(Inferno , XVIII, 89-90).
In effetti poi il grido del re di Tracia Polimestore acciecato è: "Delle donne mi hanno mandato in rovina" gunai`ke~ w[lesavn me ( Ecuba, v.1095). Queste furie, Ecuba e le altre prigioniere, non si limitano a cavare gli occhi al traditore re di Tracia, ma ne uccidono i figli: "all'improvviso, tirate fuori le spade dai pepli, chissà da dove, trapassano i bambini"(vv. 1161-1162). Quanto alle donne, conclude Polimestore, non se n'è ancora detto male abbastanza, e, volendo fare una sintesi, si può aggiungere:
"una razza del genere non la nutre né la terra né il mare; chi via via ha a che fare con loro se ne accorge"(vv. 1181-1182).
Nelle Troiane i due temi della barbara e della donna confluiscono nel discorso di Andromaca, figura evidentemente cara a Euripide. Ella sciorina tutta la sua domestica virtù di moglie alla suocera affranta, per significarle, però, che tanto valore accompagnato da una buona fama non l'ha preservata dalla disgrazia. Si tratta dei vv.643-656.
La reputazione conseguita a tanta virtù muliebre, aggiunge la vedova di Ettore, non mi ha portato fortuna, poiché dopo la caduta di Troia:"il figlio di Achille volle prendermi come concubina; ed io dovrò essere schiava nella casa degli omicidi"(659-660).
Ebbene tale cambiamento, non solo di sorte ma anche di amante, è insopportabile per una onesta"Sebbene dicano che una sola notte basti a placare l'avversione di una donna per il letto di un uomo, tuttavia io sputo in faccia a colei che, messo da parte il marito di prima per nuove nozze, ama un altro; anzi neppure una puledra, quando viene separata dalla compagna con la quale fu allevata, trarrà volentieri il giogo. Eppure le bestie sono prive di parola e non hanno l’uso della ragione, e per natura sono inferiori"(Troiane, vv. 666-673).
Segue l'elogio di Ettore e del loro amore, in termini che echeggiano quelli del sesto dell'Iliade , quindi la conclusione, sconsolata per se stessa, ancora malamente viva, e consolatoria per la suocera che piange la figlia morta:"Io, caro Ettore, avevo in te un uomo che mi bastava, grande per intelligenza, nobiltà, ricchezza e forza. E dopo avermi presa vergine dalla casa di mio padre, per primo aggiogasti il mio letto verginale. E ora tu sei morto, ed io navigherò verso l'Ellade, prigioniera di guerra destinata a un giogo servile. Non ha forse mali minori dei miei mali la morte di Polissena che tu piangi?"
( Troiane, vv. 673-680).
Pesaro 21 luglio 2026 ore 11, 49 giovanni ghiselli
p. s.
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[1] All'interno del percorso vedremo che Ippolito sdegnato con la matrigna, è talmente disgustato e terrorizzato dalle donne da definirle ingannevole male per gli uomini (" kivbdhlon ajnqrwvpoi" kakovn ", v. 616), male grande ("kako;n mevga", v. 627), e frutto dell'ate ("ajthrovn...futovn", v. 630) ossia dell'accecamento.
[2] "La donna ama credere che l'amore possa tutto ,-ed è questa la sua caratteristica superstizione " F. Nietzsche, Di là dal bene e dal male , p. 200.
[4] Vengono ricordate nell'aria cantata dal Figaro di Mozart-Da Ponte nell'ottava scena del quarto atto:"Aprite un po' quegli occh/ uomini incauti e sciocchi,/ guardate queste femmine,/ guardate cosa son.
//Queste chiamate Dèe/ dagli ingannati sensi,/ a cui tributa incensi/ la debole ragion,/ son streghe che incantano/ per farci penar, /Sirene che cantano/ per farci affogar" ( Le nozze di Figaro del 1786).
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