lunedì 3 agosto 2026

Euripide prima parte.


 

 

Euripide 480-406 (morì a Pella ospite del re Archelao)


Solo una breve nota per alcune tragedie che chiarirò parlando e ampliandone la critica.

 

Alcesti 438. Alcesti è l’ottima moglie del pessimo Admeto che però arriva a capire (a[rti manqavnw, v. 940). Alcesti è una delle eroine giovani delle tragedie di Euripide dove non mancano  forme di eroismo, quali il sacrificio alla patria o alla famiglia, di una giovane vita come quella di Ifigenia, o di Alcesti , o di Polissena[1] , o di Macaria[2] la figlia di Eracle negli Eraclidi , o di Meneceo, figlio di Creonte nelle Fenicie (997-998) . Giovani che muoiono ante diem  e muovono la commozione di Euripide, come poi quella di Virgilio.

Euripide discute molto sul matrimonio che spesso non funziona ( Medea, Alcesti ) e più in generale sulla relazione tra i sessi che, come ogni cosa nella natura, è fatto anche di lotta. Nei rapporti umani, non tanto diversamente da Tucidide, vede divulgarsi il diritto del più forte, anche se non gli piace.

 

Medea del 431

Anticipiamo qualche cosa

La Medea  drammatizza il conflitto tra lo sconfinato egoismo dell'uomo e l' immensa passione della donna.

Il desiderio di vendetta di Medea emerge dalle insondabili profondità della sua anima:  appena arriva alla soglia della coscienza ha inizio nell'intimo del personaggio una dura, inesorabile lotta, in cui la ragione e l'amore materno soccombono alla passionalità del qumov" "[3].

 

 Dodds vede in Euripide addirittura “il principale rappresentante dell’irrazionalismo del V secolo : “Euripides remains for us the chief representative of fifth-century irrationalism; and herein, quite apart from his greatness as a dramatist, lies his importance for the history of Greek thought[4],  e in questo, del tutto a parte dalla sua grandezza come drammaturgo, sta la sua importanza per il pensiero greco”[5].

Nietzsche viceversa considera Euripide l’affossatore della tragedia con la distruzione del mito, l’indebolimento dell’eroe e il depotenziamento della musica (La nascita della tragedia del 1872)

 

Ippolito del 428

Ecco come si presenta Cipride entrando in scena all’inizio dell’Ippolito: “ Pollh; me;n ejn brotoi'" koujk ajnwvnumo"-qea; kevklhmai Kuvpri~, oujranou' t j e[sw ( vv. 1-2),  grande e non oscura dea, sono chiamata Cipride, tra i mortali e nel cielo.

Nel primo episodio la  nutrice di Fedra le attribuisce  una forza d'urto ineluttabile:" Kuvpri" ga;r ouj forhto;n h]n pollh; rJuh'/" (v. 443), Cipride infatti non è sostenibile quando si avventa con tutta la forza.

 La potenza di Cipride viene celebrata anche all'inizio della Parodo delle Trachinie di Sofocle:"mevga ti sqevno" aJ Kuvpri" ejkfevretai-nivka" ajeiv" (vv. 497-498), Cipride porta con sé una grande potenza, sempre vittorie.

 

E' la  tota ruens Venus  dell'Ode I 19 per Glicera di Orazio.

Seguirà Properzio:"Illa potest magnas heroum infringere vires,/illa etiam duris mentibus esse dolor " (I, 14, 17-18), quella dea può spezzare grandi forze di eroi, ella può costituire un dolore anche per i cuori duri.

Nell’Ippolito di Euripide, Afrodite è la divinità più forte: “Zeus, non meno di Artemide, non ha voce in capitolo riguardo a ciò che Afrodite può fare, ed ha fatto. Il comitato o corporazione di divinità ha potere di vita e di morte su di “noi”, i mortali, ma tra loro questi poteri sono in competizione: essi operano in un “libero mercato”.[6]

 

Nell’Ippolito, il primo canto lirico, l'unico inserito da Euripide in un prologo, è quello intonato dal protagonista il quale poi, mentre inghirlanda l'immagine di Artemide, prosegue ancora con trimetri giambici che mantengono tuttavia “l’intonazione lirica” :"A te signora porto, dopo averla preparata, questa corona intrecciata da un prato immacolato, dove né pastore osa pascolare le greggi, né mai entrò il ferro, ma l'ape di primavera attraversa il prato immacolato, e il Pudore[7]  lo vivifica con le rugiade dei fiumi"(vv. 73-78).

Ma Artemide non salverà il suo devoto. “Gli dei esprimono piuttosto indifferenza per le vicende umane, perché “per il dio è comune la sorte di tutti e la rovina di chi è malvagio distrugge anche chi è saggio e non ha mai peccato” (Supplici, 226). O peggio ancora, in essi c’è crudeltà, o follia, come nell’Eros dell’Ippolito, “aritmico” [8], senza misura, o in Afrodite, che anche nel nome (Aphrodite-Aphrosyne) si rivela portatrice di follia” [9].

 

Fedra in un commo con la nutrice evade, con il pensiero, nella solitudine della caccia montana :"portatemi sul monte; andrò nella selva e tra i pini dove le cagne sterminatrici di fiere danno la caccia alle cerve screziate seguendone le orme: per gli dèi io amo eccitare i cani con grida e scagliare il giavellotto  tessalo dopo averlo accostato alla chioma bionda, avendo un dardo dalla punta aguzza nell'altra mano"(Ippolito , vv. 215-222).

Fedra evidentemente si identifica con il giovane cacciatore Ippolito di cui è innamorata. Del resto “l'inconciliabilità fra Diana e Venere è una di quelle opposizioni fondamentali che sono addirittura registrate nel codice antropologico"[10].

Cfr il venator tenerae coniugis immemor il cacciatore dimentico della giovane sposa in Orazio (Odi,  I, 1, 26).

Come la ‘morale’ dell’Ippolito è che il sesso è una cosa sulla quale non ci si può permettere di fare errori, così la ‘morale’ delle Baccanti è che noi ignoriamo a nostro pericolo l’esigenza dello spirito umano di esperienza dionisiaca[11]. Per quelli che non le oppongono una barriera mentale, tale esperienza può essere una sorgente profonda di potenza spirituale e di felicità

 

Eraclidi 427?

Negli Eraclidi, il coro dei vecchi ateniesi afferma che gli araldi ingrandiscono quanto è accaduto raddoppiandolo e innalzandolo come una torre (pa`si khvruxi novmo~ di;~ tovsa purgou`n, v. 293).

Si tratta dell’araldo di Euristeo che ha minacciato Demofonte il quale lo ha cacciato

Eraclidi  con le Supplici  sono inni ad Atene.

La donna silenziosa e chiusa in casa,

 Macaria dice a Demofonte re di Atene

" per la donna gunaikiv infatti il silenzio sighv- e la temperanza kai; to; swfronei'n- è

 la cosa più bella kavlliston-, e rimanere tranquillamente dentro casa ei[sw q j h{sucon mevnein dovmwn-"(Eraclidi, 476-477).

 

Andromaca 426? Tragedia fortemente antispartana

Menelao  è un pessimo personaggio già nell’Andromaca: in questa tragedia il re di Sparta perseguita la vedova di Ettore la quale lo apostrofa dandogli del fau`lo~ (v. 325), della nullità, e del pallone gonfiato dalla dovxa, la reputazione, che gonfia appunto la vita di tanti uomini che non valgono nulla: “oujde;n gegw`si bivoton w[gkwsa~ mevgan”(v. 320).

Con effetto quasi tumorale.

  

 Peleo si scaglia contro Menelao : lo chiama infame assassino di Achille (v. 615). E aggiunge che non vale nulla (v. 641), che non ha avuto nessun merito nella presa di Troia. In Grecia c’è l’usanza sbagliata di riconoscere solo ai capi il vanto delle imprese, e il comandante,   non facendo niente più di uno solo, ottiene una fama maggiore

  oujde;n plevon drw'n eJno;" e[cei pleivw lovgon” (Andromaca, v. 698)[12].

Nell'Andromaca  è rappresentata la morte di Neottolemo lapidato senza ragione dagli abitanti di Delfi sobillati da Oreste innamorato della frivola spartana Ermione.

Oreste  è un personaggio negativo, mentre nelle Eumenidi,  di Eschilo, abbiamo visto, era un Argivo caro agli Ateniesi.

Il fatto è che Oreste nel tempo della guerra del Peloponneso era stato cooptato dagli Spartani come eroe loro.

Nelle Coefore (del 458) aveva una parte più importante e molto più estesa di quella di Elettra, mentre nell’Elettra di Euripide (intorno al 415)  la parte della sorella  “ diviene più che doppia e nell’ Elettra di Sofocle (416- 414?)  è addirittura quattro volte più ampia di quella del fratello. Il motivo potrebbe essere del tutto contingente: Sparta si proponeva tradizionalmente come erede della supremazia panellenica già appartenuta agli Atridi e aveva adottato Oreste come eroe nazionale, e anche la poesia lo aveva “laconizzato”; forse era difficile centrare un dramma sul personaggio mitico assunto come eroe “politico” dalla potenza nemica-si ricordi che nei primi anni della Guerra Peloponnesiaca l’Andromaca di Euripide assegna a Oreste un ruolo negativo, riecheggiante il cliché degli spartani ingannatori…un Oreste protagonista, come quello delle Coefore, avrebbe ricevuto un’accoglienza ostile presso il pubblico ateniese”[13]. 

Invano "il ragazzo di Achille"(Andromaca, v.1119) domanda:

"per quale ragione mi uccidete mentre percorro il cammino della pietà? per quale causa muoio? Nessuno di quelli, che erano migliaia e stavano vicini, mandò fuori la voce, ma gettavano pietre dalle mani"(vv. 1125-1128). Il clero non è estraneo a questo “crimine sacro”: a un certo punto, dai recessi dl tempio rimbombò una voce terribile e raccapricciante che aizzò quel manipolo e lo spinse a combattere (vv. 1146-1148). Il messo alla fine della rJh'si" accusa Apollo di essere w{sper a[nqrwpo" kakov" (v.1164), come un uomo malvagio, e domanda:"pw'"  a]n ou\n ei[h sofov";" (v. 1165), come potrebbe essere saggio?

A questo proposito G. De Sanctis scrive:"Ora può darsi che Euripide osasse porre in così cattiva luce Apollo profittando del mal animo degli Ateniesi verso il dio che spartaneggiava in quegli anni come poi filippizzò"[14].

nell'Andromaca  che risale ai primi anni della grande guerra del Peloponneso[15], ed è un concentrato di malevolenza e maldicenza antispartana. “Gli attacchi contro Sparta…a parere di molti la rendono una sorta di pamplhet politico”[16].

La stessa protagonista  lancia un anatema contro la genìa dei signori del Peloponneso, chiamati yeudw'n a[nakte~ :" o i più odiosi  (e[cqistoi) tra i mortali per tutti gli uomini, abitanti di Sparta, consiglieri fraudolenti, signori di menzogne, tessitori di mali, che pensate a raggiri e a nulla di retto, ma tutto tortuosamente, senza giustizia avete successo per la Grecia (vv.445-449).

The Andromache, written early in the Peloponnesian War, shows a loathing of Spartan arrogance and cruelty and deviousness[17], l’Andromaca, scritta nei primi anni della guerra del Peloponneso, mostra un disgusto per l’arroganza, la crudeltà e la tortuosità degli Spartani.

Dal canto suo Peleo, il nonno di Neottolemo, esecra le Spartane e i loro costumi: neppure se lo volesse, potrebbe restare onesta[18] ("swvfrwn", v. 596) una delle ragazze di Sparta che insieme ai ragazzi, lasciando le case con le cosce nude ("gumnoi'si mhroi'"",  v.598) e i pepli sciolti, hanno corse e palestre comuni, cose per me non sopportabili " (Andromaca, vv.595-600).

Pesaro 3 agosto 2026 ore 11, 46 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Nell’Ecuba.

[2] Macaria, come Antigone, rinuncia alle nozze e alla vita per i fratelli (Eraclidi, 579-580).

[3]M. Pohlenz, L'uomo greco, p. 624.

[4] Dodds, Euripides the irrationalist in  The ancient concept of progress, p. 90.

[5] Dodds, Euripides the irrationalist in  The ancient concept of progress, p. 90.

[6] Havelock, Op. cit., p. 146.

[7] Vedremo che il Pudore (Aijdwv" ) è un valore forte  dalla presenza frequente nel nostro percorso, sia che venga rispettato, sia che venga oltraggiato.

[8] V. 529

[9] F. Rella, Introduzione a Euripide Baccanti, p. 21.

[10]G. B. Conte, introduzione a Ovidio Rimedi contro l'amore , p. 40.

[11] La componente istintiva, prima repressa, poi scatenata verso la distruzione, mai applicata all'incremento della vita, porta Gustav Aschenbach  alla morte, preannunciata da una fantasia onirica  memore dei riti orgiastici delle Baccanti:" Al ritmo dei timpani si squassava il suo cuore, il cervello vorticava; ira accecamento, stordimento voluttuoso invadevano la sua anima, smaniosa di accordarsi al tripudio del dio. Ed ecco, enorme, ligneo, scoprirsi e innalzarsi l'osceno simbolo; a quella vista tra sfrenati clamori, tutti gridarono la formula rituale e con la schiuma alle labbra si precipitarono in un'orgia pazzesca. Ridenti, singhiozzanti, si eccitavano a vicenda con gesti sconci e carezze lubriche, e si cacciavano l'un l'altro i pungoli nelle carni, leccando il sangue che colava sulle membra". T. Mann, La morte a Venezia  (del 1913)  p. 139. Ndr.

[12] La Medea di Euripide rinfaccia a Giasone l’aiuto che gli ha dato per compiere l’impresa: “ il drago, che avvolgendo il vello tutto d'oro/lo sorvegliava con le spire contorte senza dormire,/dopo averlo ucciso, sollevai per te la luce della salvezza (Medea, vv. 480-482).

 

[13] G. Avezzù (a cura di) Sofocle, Euripide, Hofmannsthal, Yourcenar, Elettra Variazioni sul mito.

[14]Op. cit. , II vol., p. 331.

[15] 429 a. C.

[16] Caterina Barone (a cura di) Euripide Andromaca, p. 7.

[17] M. Hadas, op. cit, pp. VIII-IX

[18] Plutarco dà un'interpretazione non malevola dello stesso fatto: il legislatore volle che le fanciulle rassodassero il loro corpo con corse, lotte, lancio del disco e del giavellotto..per eliminare poi in loro qualsiasi morbidezza e scontrosità femminile, le abituò a intervenire nude nelle processioni, a danzare e a cantare nelle feste sotto gli occhi dei giovani (Vita di Licurgo , 14). E' interessante il fatto che   Erodoto  (I, 8)  viceversa fa dire a Gige:"la donna quando si toglie le vesti, si spoglia anche del pudore". 


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