martedì 4 agosto 2026

Euripide quarta parte. Elettra prima parte


 

 

Recita il prologo un  contadino miceneo-autourgov"-, un personaggio positivo.

Questo marito in bianco di Elettra, reclusa con lui in una zona montuosa dell’Argolide al confine con la Laconia, ricorda quando Agamennone e[pleuse salpò nausi; cilivai" con mille navi  contro la Troade ( Elettra, vv. 2 e 3)

 

Il contadino racconta il successo di Agamennone a Troia-kakei' me;n eujtuvchsen- (Elettra, 8).

 

Ma l’eujtuciva il successo non è eujdaimoniva, felicità[1].

 

Agamennone dunque, se ebbe successo nella Troade, ejn de; dwvmasin-qnh/skei, muore ucciso nel palazzo in seguito all’inganno di Clitennestra- pro;" Klutaimnhvstra" dovlw/ (9) e di Egisto, figlio di Tieste. Ammazzato il marito, i due amanti si sono sposati.

Partendo per Troia il re lasciò nel palazzo a[rsena t j  jOrevsthn, qh'luv t jj Hlevktra" qavlo" (Elettra, 15) un maschio Oreste e una femmina il germoglio di Elettra.

Il contadino prosegue con il racconto dell’antefatto

Il vecchio precettore geraio;" trofeuv" (Elettra, 16) salvò Oreste insidiato da Egisto mandandolo da Strofio, il sovrano di Crisa nella Focide che aveva sposato Anassibia, sorella di Agamennone. Elettra rimase nella casa del padre ed ebbe molti pretendenti mnhsth're" prw'toi JEllavdo" che la chiedevano in sposa (h[/toun) quando la teneva il tempo fiorente della giovinezza-tauvthn ejpeidh; qalero;" ei\c  jh{bh" crovno" (20).

Ma Egisto temeva che la ragazza avrebbe generato a uno di quei valorosi un figlio vendicatore di Agamennone-pai'd  j   jAgamevmnono" poinavtor j (22-23) la teneva in casa ei\cen ejn dovmoi" e non la accordava a nessuno sposo oujd j h{rmoze numfivw/ tiniv (23-24)

 

Stare chiusa in casa era il destino normale della donna comune di Atene

 

Nella Lisistrata di Aristofane, Cleonice ribatte alla protagonista eponima che lamenta l’assenza delle donne calephv toi gunaikw'n e[xodo" (Lisistrata, 16) è difficile per noi donne uscire. Infatti, spiega, una di noi deve stare china sul marito, l'altra deve svegliare lo schiavo, l'altra mettere a letto il bambino, l’altra lavarlo, l'altra imboccarlo (vv. 17-20).

 

Poi Egisto voleva uccidere Elettra  per paura che di nascosto-laqraivw"  (Elettra, 26- generasse dei figli a un nobile. Ma la madre sebbene wjmovfrwn,  crudele, comunque o{mw" (27) la salvò dalle mani di Egisto

Clitennestra aveva una scusa skh'yin ei\c j per lo sposo morto ammazzato (29) ma temeva che sarebbe stata odiata per l’assassinio dei figli.

La scusa o giustificazione è l’uccisione delle figlia Ifigenia. Invece skevyi~ significa dubbio.

Allora Egisto, continua il contadino, promise dell’oro a chi avesse ucciso l’esule Oreste e diede Elettra in sposa a me, nobile discendente da Micenei, una famiglia di lamproiv , persone distinte, illustri,  ma pevnhte" , e[nqen huJgevnei j ajpovllutai (Elettra, 38) da quando la nobiltà non conta nulla.

 

Egisto dunque dà la figliastra a uno privo di forza per prendersi una paura senza forza ajsqenh` fovbon  (Elettra, 39) 

Se l’avesse sposata uno di alta condizione sociale- ajxivwm j e[cwn ajnhr (40)  , avrebbe risvegliato il sangue versato di Agamennone, e la giustizia sarebbe arrivata su Egisto.

Io non l’ho mai violata nel letto, Cipride lo sa con me, mi è testimone. aijscuvnomai ga;r ujbrizein (45-46) mi vergogno infatti a eccedere prendendo figli di uomini ricchi- ouj katavxio" gegwv", non ne sono degno-46-Quest’uomo dunque accetta le convenzioni sociali come pure gli schiavi nelle tragedie di Euripide.

Entra in scena Elettra la quale si rivolge alla nera notte nutrice di stelle d’oro-w\ nuvx mevlaina, crusevwn a[strwn trofev (Elettra, 54). Dice che scende alle sorgenti del fiume phga;" potamiva" metevrcomai (56) portando questa brocca tovd j a[ggo" fevrousa, posata sul capo  jefedreu'on kavra/. Non lo fa perché ridotta a tal punto di indigenza, ma per la volontà di mostrare agli dèi l’ybris di Egisto (59).

Elettra poi biasima la madre, hJ panwvlh" Tundariv" (60), la scellerata Tindaride,  mhvthr ejmhv,  che ha cacciato di casa la figlia per fare un favore al suo sposo- cavrita tiqemevnh povsei (61).

Per giunta Clitennestra ha generato a Egisto altri figli (cfr. Elettra di Sofocle 589-590 con lui fai figli- paidopiei'"- e cacci quelli legittimi) e quelli avuti da Agamennone, lei e Oreste, sono accessori trascurabili della casa pavrerg  jjOrevsthn kajme; poiei'tai dovmwn (63)

 

Il contadino (aujtourgov") premuroso domanda a Elettra perché lei eu\ teqrammevnh, cresciuta nella ricchezza si sobbarchi tante fatiche povnou" e[cousa (Elettra di Euripide, 65) e le suggerisce di riposarsi.

 Elettra lo benedice chiamandolo caro amico pari agli dèi. E’ ancora Euripide che apprezza il coltivatore diretto

La principessa prosegue dicendo che è megavlh moi'ra-(vox media)-, una grande fortuna per i mortali trovare un sanatore della cattiva sorte- sumfora'" kakh'" ijatrovn-70), come io ho trovato in  te un amico che allevia gli affanni con la bontà e la generosità. L’orfana di Agamennone dunque dice che vuole contraccambiarlo facendogli trovare la casa in ordine quando torna dal lavoro dei campi. C’è un buon rapporto tra i due segnato dalla reciprocità. Stima, affetto, rispetto reciproci.

La ragazza si sente in dovere, anche se non ne viene richiesta, di alleviare la fatica dei' dh; me movcqou  jpikoufivzousan per quanto ce la facco-eij" o{son sqevnw, perché tu la possa sopportare più facilmente wJ" rJa'/on fevrh/".

Per il lavoratore che torna a casa da fuori è piacevole trovare tutto in ordine- eijsivonti d  j ejrgavth/ -quvraqen hJdu; ta[ndon euJrivskein kalw'"- (75-76)

 

La reciprocità

La parola latina munus che significa “compito” e “dono” è appunto significativa della reciprocità.

Benveniste segnala il legame (attraverso la radice indoeuropea *mei-) con mutuus (reciproco): questi termini fanno parte di " una grande famiglia di parole indoeuropee che, con suffissi vari, marcano la nozione di reciprocità (…) La radice è l’indoeuropeo *mei- che denota lo scambio, che ha dato in indoiranico mitra, nome di un dio (…) Ma il senso di munus, particolarmente complesso, si sviluppa in due gruppi di termini che indicano da una parte ‘gratificazione’, dall’altra ‘incarico ufficiale’. Queste nozioni sono di carattere reciproco, perché implicano un favore ricevuto e l’obbligo della reciprocità "[2].

 

Sentiamo Marx

Dove non c’è reciprocità c’è l’uso della persona ridotta a strumento, a oggetto. Il capitalismo esclude la reciprocità nei rapporti di lavoro: “più l’operaio produce, meno ha da consumare; quanto più valore egli crea, tanto più diventa privo di valore e dignità; quanto meglio formato è il suo prodotto, tanto più l’operaio diventa deforme; quanto più raffinato è il suo oggetto, tanto più l’operaio diventa rozzo; quanto più potente è il lavoro, tanto più l’operaio diventa impotente (…) il lavoro produce bellezza, ma deformità per l’operaio (…) mangiare, bere, procreare ecc. sono senza dubbio anche funzioni schiettamente umane. Ma nell’astrazione che le isola dalla restante sfera dell’attività umana e le trasforma in scopi ultimi e unici sono funzioni bestiali[3].

 Marx ha sbagliato nel denunciare tale condizione come limitata all’operaio: allora c’era anche il contadino;  oggi l’ asservimento, l’abbrutimento fisico e mentale include pure la borghesia impoverita.

    

Il contadino lascia fare a Elettra la sua parte di fatica. Divide i compiti: Elettra andrà a prendere l’acqua alle sorgenti non lontane da casa- kai; ga;r ouj provsw-phgai; melavqrwn (77-78), lui porterà i buoi sui campi e seminerà i solchi sperw' guva" (79-guvh"-ou- oJ, 79J).

Può essere una forma di compensazione del fatto che non semina la moglie

 

A questo proposito è interessante un excursus sull 'assimilazione della donna alla terra.

  Mircea Eliade nel suo Trattato di storia delle religioni scrive:"L'assimilazione fra donna e solco arato, atto generatore e lavoro agricolo, è intuizione arcaica e molto diffusa" (p. 265). A sostegno di questa affermazione cita diversi testi, tra i quali l'Edipo re  ( "pw'" poq j aiJ patrw'/aiv s& ja[loke" fevrein, tavla", si'g j ejdunavqhsan ej" tosonde;", vv. 1211-1213, come mai i solchi paterni- ossia già seminati dal padre- poterono, infelice, sopportarti fino a tanto silenzio?). E’ una domanda del Coro

 

Oreste entra in scena con Pilade e  gli espone i suoi piani: vuole dunque incontrare la sorella e dopo averla assunta come complice dell’omicidio-fovnou snergavtin- 100, venire a sapere safw'"  con chiarezza 101, che cosa è avvenuto ei[sw  teicevwn, all’interno delle mura.

 

Si tratta di sfoltire la nebbia e abbattere il muro che c’è tra la piazza e il palazzo per dirla con Guicciardini: " la corruttela italiana codificata e innalzata a regola di vita[4]: “spesso tra il palazzo e la piazza è una nebbia sì folta o uno muro sì grosso che, non vi penetrando l'occhio degli uomini, tanto sa el popolo di quello che fa chi governa o della ragione perché lo fa, quanto delle cose che fanno in India” (Ricordi, 141)

 

La figlia di Agamennone esorta se stessa ad allungare il passo ché è già tempo. Intanto piange kataklaivousa. Si presenta come la figlia di Agamennone e di Clitennestra, l’odiosa-stugnav-figlia di Tindaro. L’odio per la madre è subito dichiarato. Elettra si definisce ajqlivan infelice e così la chiamano i cittadini. Si lamenta per le sue pene dure ostinate che la possiedono feu' feu' scetlivwn povnwn (120)  (cfr. e[cw-scei'n)  e per la sua vita odiosa kai; stugera'" zova"-. L’odio per la madre odiosa le riempie la vita. La radice stug- è comune ai due aggettivi.

 

Nel dramma Il lutto si addice a Elettra Mourning becomes Electra di Eugene O’ Neill (1931) Orin dice a Lavinia “non sai  fino a che punto sei diventata uguale alla mamma…intendo anche il cambiamento della tua anima…A poco a poco è diventata simile a quella della mamma…come se tu gliela rubassi…come se la sua morte ti avesse reso libera…di diventare lei”(Parte terza L’incubo, quadro secondo) Il dramma è ambientato in una cittadina portuale della Nuova Inghilterra nelle estati del 1865 e del 1866.

 

Poi Elettra dice a se stessa: avanti risveglia il lamento,- e[geire govon (125), a[nage poluvdakrun ajdonavn (126), dispiega il piacere dalle molte lacrime.

 

La poetica delle lacrime.

Ciò che stimola  Euripide è spesso è il carattere patetico del soggetto: al drammaturgo ateniese, come a Virgilio, interessano le situazioni che grondano lacrime.

 

Elettra dice ouj lhvxw qrhvnwn (102-103)  non cesserò di piangere come l’usignolo (ajhdwvn) che ha perduto i figli.

Cfr. il non cedere di Achille e il mito di Procne.

 Quindi  la ragazza invoca l’  jarav. La Maledizione e le Erinni, quelle del padre, perché ne vendichino l’eccidio. Inoltre chiede il ritorno del fratello.

La monodia di Elettra nella tragedia di Euripide si chiude con la condanna della luttuosa mutilazione e l’esecrazione della madre che si è tenuta un dovlion ajkoitan (166) un ingannevole compagno di letto. 166

 

Pesaro 4 agosto 2026 ore 18, 29 giovanni ghiselli

p. s.

Statistiche del blog

All time2688947

Today5686

Yesterday7643

This month25383

Last month265976

 

 

 



[1] "Gianni Agnelli è stato un uomo fortunato, nel senso che gli dei gli procurarono, all'apparenza, tutto quanto si può desiderare nella vita. Ma non è stato un uomo felice" scrive Piero Ottone pochi giorni dopo la morte di questo personaggio molto noto, invidiato e corteggiato (in Il Venerdì di "la Repubblica" del 31  gennaio 2003, p. 19).

[2]E. Benveniste, op. cit., p. 141-142

[3] K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Il lavoro estraniato, pp. 57-59.

[4]F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana , 2,  p. 107


Nessun commento:

Posta un commento