martedì 4 agosto 2026

Ifigenia XL All’amica celeste Antonia. Il mio premio.


 

Il 23 dicembre del ’78 dunque, siccome Luciana era a Venezia dove studiava architettura, andai a trovare soltanto Antonia.

Dopo le accoglienze oneste e liete, le dissi subito che amavo una collega giovane e bella assai. Una che irrobustiva la mia persona: l’intelligenza, la fantasia e pure il corpo.

Insomma Apollo, il dio della luce e della bellezza, che ero andato a pregare nell’Ellade perché mi facesse partecipe delle sue doti, mi aveva esaudito.

Durante quel viaggio ciclistico estivo avevo mandato diverse cartoline provocatorie all’amica cristiana professando la mia devozione  agli dèi della Grecia a partire da Febo, quello a me più congeniale.

Anche quando insegnavo a Carmignano volevo distinguermi dal credo religioso e politico di tanti colleghi di quella scuola diretta da un preside bigotto e refrattario agli spiriti nuovi dei quali mi ero entusiasmato durante l’ultimo anno passato a Bologna dando l’ esame residuo di glottologia e frequentando le assemblèe del movimento studentesco, partecipando ai cortei e facendo miei tanti slogan.

Furono mesi quelli della primavera del ’68 in cui la gioventù delle Università di buona parte del mondo ebbe fiducia in se stessa e nel proprio avvenire. Molti di quei giovani hanno abiurato. Io non sono un apostata e credo ancora in ciò che propugnavo allora: giustizia, uguaglianza, libertà e pace. Comunismo aristocratico lo chiamo. Sul tipo di quello platonico.

Quando arrivai a Carmignano la prima volta era  la sera del 28 ottobre  1969 e  il monte Grappa era già bianco di neve come il Soratte dell’ Ode di Orazio.

Pensai che nemmeno la bicicletta dovevo tradire e promisi che in giugno avrei  pedalato  su per i 30 chilometri abbondanti di quella salita.

Lo feci con vigorosa gioia. Bei tempi per tali imprese. L’oggi è più bello per altre. Mi dà gioia avere lettori in tutto il mondo.

 

Ma torniamo al dicembre del 1978.

Ricordo che Antonia aveva sempre cercato di redimermi dal mio libertinaggio dicendomi: “si ravveda, si penta, metta la testa a posto: si trovi una buona compagna e la sposi. Si penta e cambi vita: è l’ultimo momento”.

“No, no, ch’io non mi pento”, rispondevo a tono citando a mia volta le parole di Da Ponte per la musica di Mozart dove sento la presenza di Dio.

 

Questo era un nostro duetto non del tutto faceto né proprio serio.

 

Quel pomeriggio del 23 dicembre però l’amica Antonia non voleva scherzare: era preoccupata del fatto che io fossi tanto innamorato di una donna sposata. Mi piaceva sentirle parlare il suo bel dialetto veneto, tra il padovano e il vicentino.

La pregai di farlo. Sicché cominciò: “mi conosso un vecioto” e si interruppe. Allora domandai: “sicché?” 

“El fa come éo” rispose, fa come lei.

“Che cosa vuole dire Antonia?” insistetti fingendo di non capire,

Mi spiegò che questo uomo mezzo vecchio ci provava con tutte finché i mariti delle corteggiate, alcune  forse già adultere, si coalizzarono, lo bastonarono e lo gettarono in un fosso. Non ne morì ma ci mancò poco.

Fu salvato dagli operosi medici dell’ospedale di Cittadella.

Antonia dunque temeva che potessi fare la fine del seduttore professionista ucciso da Eufileto, il marito tradito e assassino difeso da Lisia per il delitto d’onore.

Le feci presente che il marito di Ifigenia nemmeno sapeva chi fossi  e  che comunque la mia ultima relazione era irreprensibile perché noi ci amavamo e rendevamo migliori a vicenda: Ifigenia mi ribattezzava nelle onde fresche della sua gioventù mentre io la impregnavo dello spirito mio coltivato e cosciente.

L’amica si rassicurò l’anno successivo, quando portai Ifigenia a Carmignano per fargliela conoscere e l’amica giudicò la mia amante “bella con semplicità e intelligente”.

Nel frattempo la ragazza aveva lasciato il marito. Intanto però il nostro amore si avviava a un triste tramonto. Sono quasi sempre stato sfasato con le mie amanti.

 

 

Mentre di notte tornavo a Bologna sull’autostrada,  tonda era la luna.

La pregai chiamandola  Selene, Artemide, Diana, Trivia, Helena, Ifigenia: una sola forma di molti nomi, come la magna mater di Prometeo: pollw'n ojnomavtwn morfh; miva[1].

 

 

Avevo le lacrime agli occhi perché mi sentivo di nuovo partecipe della vita di questo universo bello, ordinato da un Dio buono, demiurgo e artista.

Chiesi a quella bianca, rotonda, femminea creatura di conservarmi ancora per tanti dei suoi eterni giri celesti l’amore di Ifigenia e la facoltà di muovermi ancora in buona salute sulle  strade del meraviglioso capolavoro  che è il  mondo ora rischiarato da lei, ora illuminato dal suo splendente fratello.

Ero felice come non mi era più toccato dopo Helena Augusta 7 anni e alcuni mesi prima e lo dovevo a Ifigenia.

 

Avvertenza il blog contiene due note e il  greco non traslitterato.

 

Quando scrissi la redazione precedente ero venuto a Pesaro per votare No ed era il  20 marzo  2026

Queste erano le

Statistiche del blog quattro mesi e mezzo fa.

All time1995375

Today690

Yesterday745

This month29054

Last month51138

 

Commentai: quanti all’alba dei due milioni? Meno di 5000 mila. Dovrei farcela entro marzo. Se Dio vorrà.

 

Vediamo le statistiche di oggi 4 agosto 2026 di nuovo a Pesaro

All time2688035

Today4774

Yesterday7643

This month24471

Last month265976

 

Quanti all’alba dei 3 milioni? 312 mila. Spero di arrivarci entro l’ano se va bene, entro il mio ottandaduesimo compleanno se andrà benissimo. Non voglio altro Nobel che i milioni di lettori in tutto il mondo. Diversi scalzacani che nessuno legge più hanno ricevuto premi, compreso il Nobel.

Saluti e baci gianni.

 

 



[1] Eschilo, Prometeo incatenato, v. 210,


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