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sabato 10 settembre 2022

Liceo classico e altre scuole. La massima fiera pesarese

Sentite
 queste parole

“ Ideali pratici… No, non è roba che fa per me. Adesso spuntano gli istituti professionali e le scuole commerciali, mentre il ginnasio e l’istruzione classica diventano improvvisamente sciocchezze e non si pensa ad altro che a miniere… a industrie… e a far quattrini…Bene, bravi! Tutte belle cose. Ma a lungo andare diventano un po’ stupide…no? Non so perché io senta queste cose come un affronto”.
Non sono mie queste frasi bensì del vecchio Johann Buddenbrook nel quinto capitolo della prima parte di questa “ricerca del borghese” che è il romanzo di Thomas Mann.   
I Buddenbrook è del 1901 ma la parte iniziale è situata nel 1835.

Condivido quanto dice il patriarca settantenne, a parte che non credo agli “ideali pratici” attribuiti agli “istituti professionali” e alle “scuole commerciali”.
Quando ero ragazzo queste erano scuole per studenti che non potevano permettersi il liceo classico per ragioni mentali, caratteriali o- del tutto ingiustamente- socio economiche.
La celebrazione che si fa ora di certe scuole dipende dal fatto che non insegnano lo spirito critico acquisibile con lo studio della storia, della letteratura e della filosofia.
 Il liceo classico viene sconsigliato proprio per favorire l’assenza di giudizio critico, detto con una tautologia.
Ma l’educazione, la capacità di parlare bene e lo stile di un ragazzo che frequenta un classico tuttora serio e nobilmente antico, si distingue. Quella impartita da un buon liceo classico è  l’educazione della gente distinta.
La  paideia classica dovrebbe venire estesa e resa gratuita per tutti quelli che sono volonterosi e capaci di assimilarla.
Se non avessi studiato i classici, i latini fin dalle scuole medie, poi anche i greci e altri autori europei fino a oggi, sarei rimasto indifeso rispetto alle mode, alle propagande, alle menzogne e probabilmente sarei stato reso più pazzo di Aiace, quindi la vergogna e il dolore mi avrebbero annientato. Continuo a celebrare i classici perché sono certo che un aiuto può venire da loro. Neanche  le più belle e fini tra le mie donne avrei incontrato e conosciuto meravigliosamente senza l’ausilio dei miei auctores.
Questi alleviano diversi pesi , compreso quello degli anni
Ovidio consiglia di imparare bene il latino e il greco, per potenziare lo spirito e controbilanciare l'inevitabile decadimento fisico della vecchiaia:"Iam molire animum qui duret, et adstrue formae:/solus ad extremos permanet ille rogos./Nec levis ingenuas pectus coluisse per artes/cura sit et linguas edidicisse duas" (Ars amatoria , II, vv. 119-122), oramai prepara il tuo spirito a durare, e aggiungilo all'aspetto: solo quello rimane sino al rogo finale. E non sia leggero l'impegno di coltivare la mente attraverso le arti liberali, e di imparare bene le due lingue. Il latino e il greco ovviamente. Senza con questo disprezzare altre lingue. Vi saluto con gratitudine
 
 
Pesaro  11 settembre 2022 ore 17, 41
giovanni ghiselli
 
p. s.
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Qui a Pesaro il 10, l’11 e il 12 settembre tutti gli anni  c’è la fiera di San Nicola. Un evento quando era bambino. Se mi trovavo ancora a Moena, facevo i capricci per essere riportato a Pesaro in tempo. Mi piaceva arrivare in tempo per andare a spruzzare le bambine e le ragazze con una pistola ad acqua.
Quest’anno mi aggirerò l’ultima sera sul tardi. Mi mancano i tappi per le bottiglie. Li troverò? Ma questo non è un ideale pratico.
Dunque non mancherò di osservare le donne abbozzando un sorriso.

sabato 11 settembre 2021

Ancora sull’11 settembre, il giorno dell’anniversario

Nella I parabasi delle Vespe di Aristofane il coro spiega il significato del vitino di vespa mevson diesfhkwvmenon (1072) e del pungiglione con cui si presenta. Vuole chiarire tutto, in modo che anche l’ a[mouso" l’ignorante (1074) capisca. I coreuti dicono di essere i soli davvero Attici - jAttikoi; movnoi dikaivw" - legittimamente ejggenei`" aujtovcqone" - indigeni autoctoni (1076) Quindi rivendicano il loro valore di Ateniesi autentici nelle guerre persiane - ajndrikwvtaton gevno" (1077) stirpe valorosissima che giovò alla patria in battaglia quando il barbaro scese a soffocare nel fumo e distruggere con il fuoco tutta la città - tw`/ kapnw`/ tuvfwn a[pasan th;n povlin kai; purpolw`n (1079). Il fumo e il fuoco mi hanno spinto a tornare su questo anniversario dei due 11 settembre di fumo, di fuoco e di sangue. Tanto nel 1973 quanto nel 2001 abbiamo visto questo scempio. Ora ci fanno rivedere solo quello più recente. Io invece torno a ricordare quello più antico quando vennero distrutti non solo degli edifici e tante vite umane ma anche la democrazia e la libertà di un popolo intero, venne ucciso il Presidente Allende eletto liberamente dai Cileni, vennero imprigionati, torturati e uccisi tanti suoi sostenitori e partigiani da un pugno di felloni ispirati dalla più grande potenza del continente. Quei traditori poi tennero in pugno il potere sul popolo cileno oppresso per diversi anni, e il mondo occidentale non ha mai mosso un dito per impedire tale abominio. Certo è stato un crimine anche la distruzione delle torri gemelle ma questo è stato giustamente abominato per anni e lo è ancora, e inoltre è stato vendicato su colpevoli, veri e pure presunti. Dunque io rendo di nuovo onore al compagno Presidente Salvador Allende e a tutti i Cileni imprigionati, torturati e uccisi da quei mercenari traditori. 

Pesaro 
sabato 11 settembre 2021 
ore 10, 26 
giovanni ghiselli 

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giovedì 2 luglio 2020

Consigli per l'esame di maturità. Parte 37. Oggetti polivalenti

oggetti di culto dell'Italia antica
(Fana, Templa, DelubraCorpus dei luoghi di culto dell’Italia Antica
a cura di Teresa Cinquantaquattro,  Gabriella Pescatori)
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Oggetti polivalenti

Argomenti
Oggetti, persone e divinità polivalenti. Il letto (con dentro la moglie). L’oro. La via coperta di porpora (“il tappeto rosso”). La porpora di Dario III, “l’eroe del dolore”[1]. Anche il Cristo Ecce homo presentato da Pilato è vestito di porpora. La fiaccola e la fiamma. Properzio, Ovidio, Stazio, Apuleio, Apollonio Rodio.

Nulla è scontato e definitivo; tutto è problematico[2] e suscita pensieri nei testi degli ottimi autori: la pluralità dei significati concerne le parole, le persone, e anche gli oggetti: il letto, il mobile più importante della casa, può essere "il santuario della vita"[3], oppure una trappola mortale ordita dalla moglie, come nell'Agamennone di Eschilo dove Cassandra grida: "Ahi, Ahi, che orrore! Cos'è ciò che appare?/è forse una specie di rete di Ades?/ma una rete (ajll j a[[rku") è la compagna di letto (hJ xuvneuno", formato da suvn + eujnhv), la complice/dell'assassinio"(vv. 1114 - 1117).
A sua volta la moglie può essere la vendicativa Clitennestra dell'Agamennone di Eschilo ma anche la mite e sottomessa Andromaca delle Troiane o dell'Andromaca di Euripide. Moglie, a[loco", è composto da aj - copulativo + levco", formato sulla radice lec - /loc - che si trova sia in levcomai "sono a letto" sia in lovco", "agguato", "imboscata".
C'è dunque una parentela etimologica tra il letto, la moglie, e l'agguato.

L'oro viene maledetto o santificato dal contesto. Si pensi all’età dell’oro e all’auri sacra fames[4].
Esso infatti può essere sporco del sangue versato dalla brama che spinge l'ospite ad assassinare l'ospite[5], o pure la "maledetta mota, comune bagascia del genere umano"[6] , ma può anche essere valutato per la sua bellezza, lucentezza e sacralità indipendentemente dal prezzo economico. Pindaro[7] nell’ Olimpica I mette in luce il valore estetico e spirituale, più che economico, quasi antieconomico dell'oro che "come fuoco avvampante brilla nella notte al di sopra di ogni superba ricchezza" (vv.1 - 2). Così nella Parodo dell'Edipo re, il coro evidenzia il valore estetico e votivo dell'oro delfico:"O voce dolciloquente di Zeus/ quale mai da Pito ricca d'oro (ta'" polucruvsou - Puqw'no")/ sei venuta alla splendida Tebe?" (vv. 151 - 153).
Anche il Cristo di Matteo reso benel in immagini filmiche da Pasolini[8] mette in rilievo la sacralità che l'oro riceve dall'altare quando censura gli Scribi e i Farisei ipocriti:" Stulti et caeci! Quid enim maius est: aurum an templum, quod santificat aurum?" (23, 17), stolti e ciechi, che cosa è più grande: l'oro o il tempio che santifica l'oro? E ancora:" Caeci! Quid enim maius est: donum an altare, quod santificat donum? (23, 19), ciechi! Che cosa infatti è più grande: l'offerta o l'altare che santifica l'offerta?
Sentiamo anche Nietzsche: “Ditemi: come è giunto l'oro ad avere il massimo valore? Perché non è volgare, non è utile e luccica di mite splendore; sempre esso dona se stesso”[9].
La via coperta di porpora (porfurostrwvto" povro" ) stesa davanti al re vincitore nell'Agamennone (v. 910) "non è affatto, come egli immagina, la consacrazione quasi troppo alta della sua gloria, ma un modo di consegnarlo alle potenze infere, di votarlo senza remissione alla morte, questa morte "rossa" che viene a lui nella stessa "sontuosa stoffa" preparata da Clitennestra per prenderlo in trappola come in una rete"[10]. Nell'Iliade al guerriero Ipsenore mentre muore, colpito dalla daga del tessalo Eurìpilo, arriva sugli occhi porfuvreo" qavnato" (V, 83), purpurea morte.
“Non di rado l’oggetto acquista significato sulla scena come simbolo. La brocca che l’Elettra euripidea porta sul capo serve ad esempio a mostrare in quali umili condizioni l’abbia costretta a vivere la tracotanza di Egisto.
Un forte valore simbolico ha anche il tappeto di porpora che Clitemestra fa dispiegare dinanzi ad Agamennone e che porterà il re nel bagno ove sarà assassinato; esso rappresenta il mondo di lussi e di sfarzi di cui Clitemestra si compiace, ma ha al tempo stesso un valore quasi magico, preludendo alla ricca veste in cui al momento del delitto Agamennone resterà impigliato come in una rete”[11].

Dario III a capo dell' esercito persiano schierato contro Alessandro spiccava per il suo sfarzo: "purpurae tunicae medium album intextum erat"[12], la tunica di porpora era intessuta d'argento nel mezzo. Ebbene, era già consacrato alla morte.
Anche il Cristo tribolato, già destinato alla morte, presentato da Pilato, è vestito di porpora: "Exiit ergo Iesus foras, portans spineam coronam et purpureum vestimentum. Et dicit eis - Ecce homo! - " (N. T. Giovanni, 19, 5).

La fiaccola (fax) è latrice di significato simbolico ambivalente: evoca le nozze ma anche i funerali, come risulta da questo verso di Properzio dove Cornelia, la sposa defunta di Paolo, dice :"viximus insignes inter utramque facem" (IV, 11, 46), sono vissuta nella luce tra l'una e l'altra fiaccola (quella delle nozze e quella del rogo funebre).
Tale fax ambigua si ritrova nei Remedia amoris[13] di Ovidio dove il poeta ricorda al dio Amore:"non tua fax avidos digna subire rogos (v. 38), la tua fiaccola non si merita di stare sotto i roghi ingordi.
Fiaccola mortale è quella che Ecuba sogna di partorire quando era incinta di Paride: “dalou' pikro;n mivmhma” (Troiane, v. 922), amara immagine di una torcia consumata.
Lo spengimento della fax durante le cerimonie e i sacrifici, e pure la scarsa luminosità della fiamma, è comunque un segno negativo.
Nelle Metamorfosi di Ovidio, durante le nozze di Euridice e Orfeo, la fiaccola senza fuoco di Imeneo preannunzia la morte :"fax quoque, quam tenuit, lacrimoso stridula fumo/usque fuit nullosque invenit motibus ignes " ( X, 6 - 7), perfino la fiaccola, che (Imeneo) tenne in mano, sfrigolò per tutto il tempo, con un fumo da far lacrimare, né trovò il fuoco sebbene agitata.
Nella Tebaide di Stazio, nero è il fuoco su tutti gli altari poco prima dell’eccidio dei maschi di Lemno perpetrato dalle “femmine spietate”[14] dell’isola: “niger omnibus aris/ignis” (V, 175 - 176).
Nell' Asino d'oro di Apuleio, dopo che Apollo ha vaticinato uno sposo mostruoso per la povera Psiche la quale con la sua bellezza aveva scatenato l’ira di Venere, la luce della fiaccola nuziale appassisce in cenere di nera fuliggine :"iam taedae lumen atrae fuliginis cinere marcescit ", IV, 33.
Lo sposo orrendo previsto da Apollo è Amore, e la profezia del Dio Milesio (Apuleio, Metamorfosi III, 32) è una delle tante calunnie che cercano di denigrare Eros. Il padre di Psiche dunque interrogò Apollo che gli rispose: “Nec speres generum mortali stirpe creatum,/sed saevum atque ferum vipereumque malum,/quod pinnis volitans super aethera cuncta fatigat/flammaque et ferro singula debilitat,/quod tremit ipse Iovis, quo numina terrificantur/fluminaque horrescunt et Stygiae tenebrae” (Metamorfosi, III, 33), non sperare in un genero nato da stirpe mortale, ma uno crudele e feroce, un mostro viperino, che con le ali volteggiando per l’aere tutto tormenta, che lo stesso Giove fa tremare, di cui i Numi hanno terrore, ne rabbrividiscono i fiumi, e le tenebre Stigie.
 Amore dunque, da cui “nasce il piacer maggiore/che per lo mar dell’essere si trova”[15] è, pure lui, segno di contraddizione. Lo chiariremo più avanti (cap. 60) con un’ampia scheda.
Viceversa è beneaugurante la fiamma che splende vigorosa: nelle Argonautiche di Apollonio Rodio il vate Idmone gioìva vedendo splendere dovunque la luce brillante (sevla~..pavntose lampovmenon) dei sacrifici (1, 435 - 436). 

giovanni ghiselli



[1] J. G. Droysen, Alessandro Il Grande, p. 187.
[2] Ha detto bene l'Emerito professore Bruno Gentili nel suo intervento al Convegno Scuola e Cultura Classica tenuto a Lamezia Terme l'1 e il 2 marzo 2004 che "l'analfabetismo di ritorno è sprovvisto di saperi problematici".
[3] Guy de Maupassant (1850 - 1893) , Le sorelle Rondoli (del 1884), in Racconti d'amore, p. 256.
[4] Cfr. 16. 1.
[5] Quid non mortalia pectora cogis,/ auri sacra fames! " (Eneide , III, 56 - 57).
[6] Shakespeare Timone d'Atene, 1607 - 1608, (IV, 3).
[7] 518 - 438 a. C.
[8] Il vangelo secondo Matteo, 1964.
[9] Così parlò Zarathustra, p. 88.
[10] J. P. Vernant, Mito e tragedia nell'antica Grecia, p. 91.
[11] Di Marco, Op. cit., p. 65.
[12] Curzio Rufo, Historiae Alexandri Magni, 3, 3, 17.
[13] I Remedia amoris, un poemetto di 814 versi (412 distici elegiaci), appartengono all'ultimo periodo della prima parte della produzione ovidiana, quella elegiaco - amorosa che arriva al 2 d. C.
[14] Dante, Inferno, XVIII, 89.
[15] Leopardi, Amore e morte, vv. 6 - 7.

Consigli per l'esame di maturità. Parte 36. Il mito. La storia, la tragedia storica romana (praetexta) e il mito

Santo Mazzarino

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Il MITO
Quinta parte
La storia, la tragedia storica romana (praetexta) e il mito

Santo Mazzarino sul rapporto fra le Storie di Polibio e la tragedia storica romana

L'autore de Il Pensiero Storico Classico [1] esamina il rapporto tra l'opera di Polibio e la tragedia storica romana: In Roma la tragedia era sorta con Nevio, il poeta storico - epico del Bellum Poenicum.
In particolare, la tragedia storica, o "pretesta", dei Romani si connetteva con la più tipica manifestazione del loro senso della storia e della morte: "quando muore un uomo di famiglia insigne, portano al funerale le imagines" (consistenti in maschere) "dei suoi maggiori. Con tali maschere coprono il viso di uomini che presentano particolari somiglianze, per l'altezza e per il resto, con quegli avi. I mascherati indossano toghe preteste" (orlate di porpora) "se il morto che rappresentano fu console o pretore; abiti di porpora, se fu censore; inaurati, se ebbe il trionfo, o simili. Vanno innanzi su carri, preceduti da fasci, scuri ed altre insegne delle magistrature che quei nobili morti avevano ricoperto. Infine, arrivati ai rostri, seggono su selle d'avorio. - E chi non potrebbe essere colpito alla vista di queste immagini di uomini illustri e palpitanti?". Sono parole di Polibio[2]stesso: rendono l'impressione che lo storico straniero riceveva a quello spettacolo abbastanza frequente, in cui la storia delle virtù gentilizie veniva rappresentata, come per generazioni disposte in fila, nella sua attualità continua. La storia diventava processione di venerate maschere...Se confrontiamo l'opera di Polibio con i frustoli di preteste che pervennero sino a noi, il carattere delle sue Storie si potrà illuminare anche meglio. Delle lotte fra Romani e Galli, due vittorie furono celebrate con preteste: quella di Clastidium, riportata da Marcello nel 222 a. C.; e quella di Sentinum, del 295 a. C., in cui il console Decio Mus, che comandava l'ala sinistra contro i Galli (alleati dei Sanniti), s'era consacrato, col rito della devotio , agli dèi della terra e, gettandosi contro i nemici, aveva asicurato la sua morte e la vittoria. La battaglia di Clastidium era stata portata sulle scene da Nevio stesso, che certo poté seguire con ansia, come contemporaneo, quella vicenda in cui Claudio Marcello, allora il più insigne esponente del ramo plebeio dei Claudii, aveva vinto in duello il celtico Virdumaro, e riportato il trionfo.
La battaglia di Sentinum fu celebrata in una pretesta di Accio, Aeneadae o Decius ; a differenza del Clastidium di Nevio ( in cui si doveva sentire la passione del contemporaneo), qui c'era il ricordo di una vittoria riportata quasi due secoli prima...Polibio tratta (II 18 - 35) le guerre romane contro i Galli; perciò anche (II 19, 6) le vicende del 295 e più tritamente (II 34) quelle del 222. Ma non accenna alla devotio di Decio nel 295; e non tocca il duello di Claudio Marcello con Virdumaro. Quei due consoli plebei non commuovono particolarmente la sua fantasia storica, la quale si limita a ricordare la distruzione e la fuga delle truppe galliche a Sentino, il successo strategico di Marcello a Clastidium. Si direbbe che, in entrambi questi casi, Polibio abbia voluto evitare la memoria di una devotio e di un duello, argomenti cari ai poeti tragici - tanto più che si trattava della devotio di un plebeo, Decio Mus, il cui nome gentilizio era portato, al tempo di Polibio, da uno dei più accaniti sostenitori della tendenza graccana (il tribuno P. Decio); e del duello affrontato da un altro plebeo, Marcello, che non fu mai caro alla tradizione degli Scipioni.
Tuttavia sarebbe errato pensare che Polibio non apprezzasse la virtù romana che si esaltava in quei racconti sui plebei Decio Mus e Marcello. La battaglia di Sentino, con la devotio di Decio Mus, aveva già avuto una larga eco nel mondo ellenico: Duride, tiranno di Samo, storico di tendenza aristotelica, aveva ricordato la devotio di quel grande console, suo contemporaneo. Era impossibile che Polibio, uomo d'arme, ignorasse quella storia di religione e di morte; o che non ne intendesse - nei limiti definiti dal suo razionalismo - il misterioso fascino. La sua differenza da Duris è, piuttosto, in ciò: egli non riteneva opportuno dedicare a Decio Mus una digressione, od anche un cenno, particolare; per lui, simili imprese individuali, affascinanti per se stesse, possono essere oggetto di rievocazione tragica, non di storia pragmatica. Perciò la devotio di Decio a Sentinum, già ricordata dallo storico 'tragico' Duris, fu celebrata poi dalla tragedia storica di Accio; secondo la forma mentis di Polibio potrebbe rientrare nell'anonima descrizione delle virtù romane. "Ci furono molti romani i quali volontariamente si batterono in duello per la decisione delle battaglie; e non pochi scelsero morte sicura, alcuni in guerra per la salvezza degli altri, e taluni in pace per la sicurezza pubblica"(VI 54). Polibio scrive queste parole non in particolare, a proposito di questa o quella vicenda della storia romana; ma in genere, nella sua sintesi sui caratteri dello stato romano, nel VI libro"[3].

Concludiamo il discorso sul mito con Italo Calvino che suggerisce di prenderlo alla lettera “Ma so che ogni interpretazione impoverisce il mito e lo soffoca: coi miti non bisogna aver fretta; è meglio lasciarli depositare nella memoria, fermarsi a meditare su ogni dettaglio, ragionarci sopra senza uscire dal loro linguaggio di immagini. La lezione che possiamo trarre da un mito sta nella letteralità del racconto, non in ciò che vi aggiungiamo noi dal di fuori“[4].

giovanni ghselli


[1] II, 1, p. 149 e sgg.
[2]Tratte da VI 53 e tradotte liberamente. E' la maggior trattazione che possediamo sui funerali degli uomini illustri con le laudationes funebres che falsificavano la storia.
[3]S. Mazzarino, Il Pensiero Storico Classico, II, 1, p. 152.
[4] I. CALVINO, Leggerezza, in Lezioni, americane. Sei proposte per il prossimo millennio, p. 8 - 9.

martedì 23 giugno 2020

Consigli per l'esame di maturità. Parte 19. L’età dell’oro in alcuni autori latini

Ambrosius Francken II, L'età dell'oro

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Un tovpo" mitico - storico che assume più di un aspetto è quello dell'età dell'oro[1] Esiodo, Virgilio nell'Eneide, e Ovidio nelle Metamorfosi[2] la collocano in tempi antichi, mentre lo stesso Ovidio nell' Ars amatoria e nei Medicamina faciei la situa nella contemporaneità. 
Nell'Ars Amatoria[3] Ovidio afferma che è proprio l'eleganza a fargli preferire l'età moderna all'antica, presunta aurea:"prisca iuvent alios, ego me nunc denique natum/gratulor: haec aetas moribus apta meis" (III, 121 - 122), i tempi antichi piacciano ad altri, io mi rallegro di essere nato ora, dopo tutto: questa è l'età adatta ai miei gusti, non perché, continua il Sulmonese, terre mari e monti sono stati domati dall'uomo,"sed quia cultus adest nec nostros mansit in annos/rusticitas priscis illa superstes avis " Ars, III, 127 - 128), ma perché c'è eleganza e non è rimasta fino ai nostri anni quella rozzezza sopravvissuta agli avi antichi.
 Un cultus che include la cultura del corpo e dello spirito.

Nel De rerum natura di Lucrezio[4] l'età dell'oro non esiste.
Dionigi sostiene che Lucrezio "sembra preferire" la vita dell'uomo primitivo "a quella dell'uomo civilizzato, minacciato da guerre, sazietà, inganni (V, vv. 999 - 1010)"[5], mentre secondo Bettini l'intento di Lucrezio è stato quello di indicare "nel lavoro un valore positivo e laico, l'unico mezzo attraverso il quale, faticosamente, l'uomo poteva elevarsi al di sopra di una condizione primitiva semiferina"[6].

Nell'Epodo XVI[7] di Orazio[8] il luogo aureo è un altrove: isole fertili in mezzo all'Oceano e campagne felici lontane da Roma la quale si consuma nelle guerre civili e crolla per le sue stesse forze.
Nell’Epodo VII il poeta ricorda il crimine dell’uccisione fraterna (scelusque fraternae necis, v. 18) per cui scorse in terra il sangue di Remo sacer nepotibus cruor (v. 2), maledetto per i nipoti. 
Lo stesso Orazio nel Carmen saeculare[9] invece preannuncia il ritorno dell'età dell'oro a Roma, come aveva fatto Virgilio nella IV ecloga[10].

Del resto nell'età primitiva un gravis veternus paralizzava l'attività umana: Virgilio nella GeorgicaI[11] dà questa spiegazione della genesi dell'età moderna: Giove procurò agli uomini fatiche e angosce (curae ) in quanto non lasciò che il suo regno restasse paralizzato in un pesante letargo"nec torpere gravi passus sua regna veterno " (v. 124). Infine il lavoro ostinato vinse tutte le difficoltà: “Labor omnia vicit - improbus” (vv. 145 - 146). Il compito di Virgilio nelle Georgiche in effetti è quello di celebrare il lavoro del bonus agricola.[12]
" Centrale è il concetto di veternus , una specie di pigra indolenza, un torpore che affliggeva l'umanità nell'età dell'oro, e che avrebbe indotto Giove a introdurre il lavoro nel mondo, per stimolare l'ingegno umano e rendere gli uomini attivi, vigile e intraprendenti"[13] .

Nell'Eneide la decadenza delle età è collegata alla guerra e alla volontà di impossessarsi delle ricchezze:"Aurea quae perhibent illo sub rege fuere/saecula: sic placida populos in pace regebat,/deterior donec paulatim ac decŏlor aetas/et belli rabies et amor successit habendi " (VIII, 324 - 327), i secoli d'oro di cui si narra furono sotto quel re[14]: così reggeva i popoli in placida pace, finché un poco alla volta succedette l'età scolorita e la furia di guerra e l'amore del possesso.

 L'età dell'oro, ovviamente data la protezione concessa al poeta che si fece panegirista dell’erede di Cesare, ritornerà con Augusto Augustus Caesar, Divi genus, aurea condet/saecula qui rursus Latio regnata per arva Saturno quondam" (Eneide VI, vv. 792 - 793), Cesare Augusto stirpe del Dio, che stabilirà di nuovo nel Lazio l'età dell'oro su cui regnò nei campi arati un tempo Saturno.



Leopardi nella Storia del genere umano[15] afferma che Giove in una fase della storia del mondo, quella successiva al diluvio universale, con il quale “fu punita la protervia dei mortali”, impose gravi oneri alla nostre specie, la quale bramava "sempre e in qualunque stato l'impossibile", paradossalmente, perché non si estinguesse: "deliberò valersi di nuove arti a conservare questo misero genere: le quali furono principalmente due. L'una mescere la loro vita di mali veri; l'altra implicarla in mille negozi e fatiche, ad effetto d'intrattenere gli uomini, e divertirli quanto più si potesse dal conversare col proprio animo, o almeno col desiderio di quella loro incognita e vana felicità".

Questo argomento insomma si presta quale a essere presentato come percorso problematico e variamente rimodulabile. 

giovanni giselli






[1] Cfr. G. Ghiselli, Enea e Didone, pp. 110 sgg.
[2] Poema epico di quindici libri in esametri. Narra la storia del mondo dall'origine all'età contemporanea attraverso racconti che hanno in comune il tema della metamorfosi. Fu composto fra l'1 e l'8 d. C
[3] L'Ars amatoria (in distici elegiaci) costituisce una precettistica erotica in tre libri: nei primi due il poeta fa il maestro d'amore agli uomini, nel terzo alle donne. Questa raccolta a sfondo didascalico fu completata nell'1 o nel 2 d. C, come i Remedia amoris e i Medicamina faciei femineae. Ovidio, nato a Sulmona, e morto in esilio a Tomi sul Mar Nero, visse tra il 43 a. C. e il 17/18 d. C.
[4] 99? a. C. - 55? a. C.
[5]Ivano Dionigi (a cura di) Lucrezio, La natura delle cose, , p. 493.
[6]M. Bettini, La letteratura latina 2 , p. 453.
[7] Del 38 a. C.
[8] 65 a. C. - 8 a. C.
[9] Del 17 a. C.
[10] Del 40 a. C.
[11] Le quattro Georgiche costituiscono un poema didascalico sull'agricoltura. Furono composte tra il 37 e il 30 a. C.
[12] “Il protagonista delle Georgiche - il paziente, tenace agricola capace di coronare la sua fatica con il successo - è anche un carattere non privo di ombre, e richiede, anche lui, della vittime” . Tradotto dall’inglese di Gian Biagio Conte, Aristaeus, Orpheus, and the Georgics: Once Again , in Poets And Critics Read Vergil, Yale University Press., n. 30, p. 205. Tale è Aristeo, e non farà meno vittime il “pio”Enea.
[13]M. Bettini, La letteratura latina, 2, p. 453.
[14] Saturno che diede alla terra dove si era rifugiato il nome di Latium , "his quoniam latuisset tutus in oris " (v. 323), poiché era rimasto latitante sicuro in queste contrade. 
[15] Del 1824.