lunedì 3 marzo 2025

Il viaggio del giovane chiamato a insegnare in un paese sconosciuto e lontano.


 

 

Il 28 ottobre del 1969 ricevetti la nomina di professore di Lettere a tempo indeterminato nella scuola media Ugo Foscolo di Carmignano di Brenta, un altro paese dal nome lungo, in provincia di Padova.

Ricordate Hajdúszoboszló il borgo dal nome lungo poco prima di Debrecen? Lo  avevo attraversato trepido e angosciato tre anni e 4 mesi prima.

 Non avevo idea di dove precisamente fosse Carmignano, come nel 1966 non sapevo nulla di Debrecen.

 Ma sentivo che il destino mi stava aprendo un’altra porta e non esitai a partire per la nuova meta fatale. La mamma provò a dirmi che, se volevo, mi avrebbe mantenuto a Roma dove avrei potuto studiare in una scuola di regìa. Mi fece piacere, però mi parve cosa troppo vaga, del tutto campata in aria e per niente sicura. Non destinata a me dunque. In fondo avevo studiato Lettere per insegnarle e mi ero laureato con la lode. Sicché partìi da Pesaro alle due del pomeriggio.

Era una bella giornata, ancora tipica di ottobre: dolce, quasi serena: con il cielo appena velato. Quando fui nell’autostrada dentro la Mini Minor carica di libri e bagagli, mi invase il timore di iniziare un viaggio verso la malinconia e la vecchiaia, in direzione di un triste tramonto piuttosto che per una nuova fase di vita più responsabile e attiva. Avrei varcato porte che  una volta chiuse alle mie spalle non si sarebbero aperte mai più?

A Bologna il sole era già declinato parecchio nel  grigio rosato del cielo; a Ferrara, verso le cinque, si trovava vicino alle foglie vizze degli alberi e mi fece venire in mente un aggeggio rotondo, il piumino, con cui la madre mia si spargeva cipria sulle guance ormai stanche. Sicché l’aria  leggermente colorata  da Elio  affaticato dal volo diurno e ormai vicino al riposo  mi pareva la carne  di una donna non più giovane né sicura di piacere, sebbene di fatto ancora attraente.

Ho sempre trovato bella la mamma, anche decenni più tardi.

Ricordo questo viaggio perché me ne tornano ancora in mente le speranze e le paure come da quello di tre anni e quattro mesi prima, quando, anche allora partito da Pesaro e diretto a Nord-est, andavo in cerca di una vita nuova. Tutte e due le volte sulla speranza predominava la paura. In questa replica però al terrore era subentrata l’apprensione. Ero un poco maturato ma dopo tante traversie non avevo compiuto nemmeno i 25 anni.

Dovevo ancora fare il servizio militare rimandato a oltranza con l’iscrizione a lettere moderne dopo le antiche.

L’aria a occidente era rosa e farinosa proprio come una cipria che imbellettava il cielo, quindi scendeva appesantita dall’umidità e truccava la terra senza del resto riuscire a nasconderne i solchi, le rughe, le cicatrici conseguenze dei parti numerosi e dolorosi che avevano sfinito la grande madre esaurendo la sua potenza generativa.

Dopo Ferrara, il dio da arancione divenne rosso sangue, quindi si scolorì, mentre anche l’aria, la terra e le acque si stingevano e diventavano grigie, anemiche, spente come la faccia di un uomo malato. Intorno alle sei il sole si assimilò a quel grigiore, quindi scomparve. Subito dopo cominciò a  fluttuare una nebbia leggera che confondeva e uniformava tutte le cose. Stava chiudendosi l’oscura palpebra della notte1.

A San Pelagio, l’ultimo distributore prima di Padova, mi fermai.

Bologna 3 marzo 2025 ore 17, 33 giovanni ghiselli

p. s.

Questa sera non sto bene: mi sento come un vecchio sibarita disgustato della vita

 

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