La mattina seguente il preside mi ricevette nel suo ufficio : una stanza oscurata da un albero enorme che protendeva i rami ancora frondosi davanti all’unica finestra non grande, esposta per giunta a nord. Mi presentai. Avevo camicia, giacca, calzoni, calze, mocassini e un impermeabile di buona marca. I capelli erano corti. Voglio dire che non avevo assunto un abbigliamento che poteva dare nell’occhio né alcun atteggiamento povocatorio per un benpensante come immaginavo fosse un preside del Veneto bianco, refrattario alla rivoluzione studentesca dalla quale venivo e avevo fatto parte.
Mi trattò comunque con una diffidenza vicina all’ostilità.
Mi chiese di dargli la nomina. Appoggiò gli occhiali sul naso, la guardò piuttosto a lungo, mi osservò con aria severa e contrariata, poi disse che ero arrivato in ritardo, che lui aveva già chiamato una supplente annuale, una di sicuro affidamento, una brava che a lui andava vene. Mi venne in mente l’ agrimensore del romanzo Il castello di Kafka.
“Burocrazia ottusa, intrigante e prepotente”, pensai.
Poi dissi: “ A me no - replicai- a me, con rispetto parlando, non va bene. Ho ricevuto ieri mattina l’incarico dal Povveditorato di Padova e l’ho accettato subito. Nella nomina che lei ha sotto gli occhi sta scritto che ci sono tre giorni di tempo per presentarsi. Dunque sono arrivato qui per iniziare il mio lavoro in anticipo casomai, non in ritardo.
“Ah si?” fece con aria da finto tonto, come se non avesse voluto provarci a rimandarmi indietro.
“Sì, è proprio così”, ribattei.
Quindi mi rivolse un’occhiata severa e ordinò: “Allora vada subito a spedire un telegramma. Cosa aspetta?”
“Facciamo finta di niente”, pensai.
Poi gli domandai: “Dove?”
“ Lo chieda al bidello”, rispose seccato.
“Non dov’è la posta vorrei sapere, ma dove e a chi devo inviare il telegramma e che cosa ci devo scrivere. Come le ho detto, ho già telegrafato ieri da Pesaro che accetto l’incarico, pur con la riserva che se ne riceverò un altro da Bologna, rinuncerò a questo. Non ci tengo a rimanere qui più del necessario, e meno che mai dopo avere visto di essere poco gradito da lei, preside!”
“Cossa vu to”, fece. Era un idiotismo che usava per chiudere le discussioni, Credo che significhi: “ ma lascia perdere!”
“Dunque a chi devo telegrafare e che cos’altro scrivere?”
“Telegrafi di nuovo al provveditorato di Padova. Scriva che è appena arrivato qui. Ieri pomeriggio ho comunicato che lei non si era presentato: la verità. E che avevo dovuto nominare una supplente. Una non ancora laureata ma con una lunga pratica di insegnamento. Lei ha mai insegnato?”
“Ho fatto solo una un paio di supplenza questa primavera”
“Val più la pratica che la grammatica. Poi che lei sappia la grammatica non è detto, tanto meno che sappia insegnarla. Vedremo. Verrò a controllare. Dunque vada subito a telegrafare, che cosa aspetta? La spesa non gliela posso rimborsare ma saranno pochi sghei, cinquecento lire al massimo. Più tardi telefonerò: se l’avranno accettata, le affiderò due classi: una terza e una prima. Diciannove ore che nessuno ha voluto tra quelli nominati dal Provveditore”.
Ho capito, vado-risposi- ma sono io che accetto la nomina a tempo indeterminato dovuta al mio punteggio, non il provveditorato che accetta me. Tanto meno lei”
“Cossa vu to!”.
Uscìi dalla presidenza pensando che una volta inserito nel nuovo contesto non avrei più obbedito a un dirigente del genere siccome non era più educato né più colto di me.
Sicché andai a cercare l’ufficio da dove mandare il telegramma che il preside mi aveva imposto, senza dirmi dove si trovasse. Domandai a un bidello, un uomo più educato e cortese di lui. Avevo capito che il capo della scuola del mio debutto era contrario al mio stile, alla mia persona e mi sarebbe stato nemico a lungo anche perché avevo tolto il lavoro a una sua protetta oltretutto.
Per strada ripetevo un ritornello del movimento studentesco che mi aveva aperto la mente: “Ce n’est qu’ n début, continuons le combat”. Avrei dovuto lottare contro quel dirigente malevolo.
Non era una previsione e una presofferenza sbagliata: in cinque anni che ho lavorato nella scuola di tale capo istituto, colui tutte le volte che ha potuto mi ha dato delle noie. All’inizio è stata una prova dura per me. Ero giovane allora, ero del tutto solo nel Motel di Cittadella: non avevo altro che la scuola, i ragazzi tutti molto cari, i colleghi, alcuni anche buoni, e quel preside malevolo, un cinquantenne democristiano che poteva essermi padre e avrebbe dovuto aiutarmi, per carità se non altro cristiana, invece di ostacolarmi. Di questa ostilità soffrivo come di un’ingiustizia tremenda. Ancora non ero abbastanza disincantato sui rapporti umani. Ne rimasi deluso e ferito. Avrei potuto volergli bene come a un padre e lavorare meglio. Per fortuna quando iniziai a insegnare nel liceo classico trovai due presidi galantuomini: Davide Ciotti al Rambaldi di Imola, poi Piero Cazzani al Minghetti di Bologna. Il primo mi incoraggiò a studiare con tutte le forze dicendomi che la scelta di insegnare latino e greco dopo i diversi anni di oblio dei quali mi ero autodenunciato, mi faceva onore siccome stavo iniziando bene, con impegno serio; il secondo mi affidò due classi da preparare per l’esame di maturità, siccome era sicuro, disse, che le avrei informate e formate bene. Aggiunse che i ragazzi mi avrebbero ammirato, e ancora di più le ragazze in quanto ero studioso e avevo un mio stile non ordinario.
Li vissi come due figure paterne.
A Carmignano per fortuna, quando mi ebbe conosciuto quale ero, mi aiutò la vicepreside della scuola, Antonia Sommacal, che mi fece da mamma. Siamo rimasti amici finché visse. E’ stata anzi l’amica più cara che abbia mai avuto. Più cara e generosa di tante amanti poco o per niente amiche.
Avevo bisogno di affetto e aiuto dai presidi e dai colleghi. Ho voluto bene a quanti mi hanno dato una mano. Mentre ho detestato e contraccambiato con mercede adeguata quanti hanno ferito la mia persona e offeso il mio senso della giustizia. Ora, a distanza di decenni, ho imparato a soffrire di meno perché mi sono incallito, e so perdonare di più, siccome impietosito davanti a tanta miseria; nei furori giovanili invece ricorrevo al contrappasso, quello formulato dai miei autori
Ne riferisco tre esempi perché non posso fare a meno di insegnare-educare anche quando scrivo.
Nel canto che precede l'epilogo dell'Agamennone di Eschilo il Coro dice queste parole:"paga chi uccide (ejktivnei d j oJ kaivnwn)./Rimane salda la norma, finché Zeus rimane sul trono/che chi ha fatto subisca: infatti è legge divina"( mivmnei de; mivmnonto~ jen qrovnw/ Diov~-paqei`n to;n e[rxanta: qevsmion gavr”, vv. 1562-1565).
C’è una ripresa di questo nelle Coefore, la seconda tragedia della trilogia eschilea:” dravsanta paqei'n,- trigevrwn mu'qo" tavde fwnei”' (313-314), subisca chi ha agito, un detto tre volte antico suona così.
Nell’Eracle di Euripide, Anfitrione indirizza queste parole a Lico inconsapevolmente incamminato verso la morte: ” (727) prosdovka de; drw'n kakw'"-kakovn ti pravxein” (727-728), aspettati facendo del male di averne del male.
Non ho mai inflitto violenza a nessuno, sia chiaro, ma usando solo l’arma della parola, ho sottolineato l’ingiustizia e l’ignoranza dei malfattori “uomini a mal più che a ben usi”[1].
Li ho provocati, li ho fatti cadere pubblicamente nel ridicolo e nel discredito. Non è stato difficile poiché le persone cattive non sono intelligenti. Mai fino in fondo.
Bologna 5 marzo 2025 ore 11, 11 giovanni ghiselli
p. s.
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