domenica 9 marzo 2025

Helena VII. Seconda parte. L’ospedale. L’Annunciazione. La benedizione di Priapo.

Arrivato nella piazza dell’ospedale universitario, Orvostudományegyetem, era già imbarazzante la scritta sul frontone della facciata principale, la vidi io stesso, con gli occhi miei[1], mentre con il suo incedere elegante si avvicinava al grande cancello d’ingresso: la veste bianca e la pelle candida risplendevano al sole che, sviluppatosi dalla caligine opaca, restituiva i colori alle persone e alle cose.

  L’eroica e benefica luce del dio tornato a stenebrarmi la testa, mentre illuminava la terra  faceva brillare  l’ incarnato di Elena, ne potenziava lo splendore e l’incanto.

 

 

Il cielo mi appariva di limpidezza meravigliosa.  Nelle aiuole ardevano fiori d’oro. 

I capelli corvini della chioma ondeggiante, le screziavano la pelle e il vestito con pennellate di nero luminoso, come l’ombra meridiana degli alberi variegava il verde vivo dell’erba di chiazze dense, scure, brillanti.

I binari del tram riverberavano i dardi luminosi del sole.

Tutto sfolgorava di bellezza e di gioia, tutto imprimeva un moto allegro e vivace al mio sangue che pulsava rinato nelle vene del corpo e della mente resuscitata. Lucidi torrenti scorrevano fuori e dentro di me.

Tutto era tornato vivo,  bello,  ricco di significato.

Il sole, amico della bellezza, donava gocce d’oro, e aveva fatto fuggire nelle caverne le orrende creature della notte, eterne nemiche della vita e dell’amore. La felicità aveva restituito alla madre terra le sue trecce verdi.

Ogni deformità era sparita. La natura si riapriva, pullulava di vita.

La raggiunsi e le chiesi se potevo aiutarla.

Il petto le sfavillava e fluttuava ad ogni passo.

Rispose direttamente e semplicemente “sì”, non senza un sorriso di gratitudine, poi spiegò che si era mossa da sola perché dopo le ore di lezione non mi aveva visto arrivare, ma sperava che l’avrei raggiunta presto, siccome continuava a pensare che il mio aiuto le sarebbe stato necessario e prezioso.

Le dissi che l’avevo aspettata sul prato che separa e unisce i collegi, poi l’avevo cercata con una certa apprensione, ed ero felice di averla trovata e di potere aiutarla. Avevo un’aria pia, protettiva, quasi paterna.

Già allora quando in una donna potevo vedere una figlia, l’amore per lei diventava più bello e sicuro. Oggi se vedo una bambina che gioca o canta o ride tutta contenta sento il rimpianto di una figlia e non riesco a trattenere le lacrime. Poi le asciugo con l’indice della mano destra e accetto il mio destino, pensando che ho educato tanti giovani, ragazze e ragazzi, non senza fare anche altre cose belle, buone e importanti non solo per me.

Così entrammo insieme, prima nel giardino del complesso ospedaliero, poi nella “Clinica delle donne pregnanti e malate” dove un medico nero ci disse in ungherese che la signora aspettava un bambino.

Disse anche “ambulantia” che significa “ambulatorio”, ma Elena credette che significasse “autoambulanza” a mi supplicò di portarla con l’automobile mia. Glielo assicurai senza chiarire l’equivoco perché mi sembrava inutile, e anche, a dire il vero, e la cosa non mi fa onore, per accrescere l’importanza della mia presenza. Residui di calcolo meschino.

Comunque la nostra intesa non decrebbe, anzi aumentò.

Mentre uscivamo, osservai una statua situata vicino all’ingresso. Non so quale luminare della medicina di Debrecen rappresentasse, ma la interpretai come un’immagine del dio Priapo, un dio davvero grande e benefico[2]. Mi ammiccava lascivo. Accipio omen gli dissi con aria da maschio vicino al trionfo. Sentivo che Cloto aveva impiegato fili forti per tessere la trama della mia vita. E pure quella di Elena mia. Oramai  eravamo reciprocamente appropriati e poggiati su un impianto comune.

 

Bologna 24 dicembre 2022 ore 12, 09

p.s.

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[1] Cfr Satyricon,  48, 8 "nam Sybillam quidem Cumis ego ipse oculis meis vidi in ampulla pendere, et cum illi pueri dicerent: "Sivbulla tiv qevlei" ;" respondebat illa: "  jApoqanei'n qevlw" . Infatti la Sibilla di sicuro a Cuma l'ho vista io stesso con i miei occhi sospesa in un'ampolla, e dicendole i fanciulli:'Sibilla, cosa vuoi?' rispondeva lei.'morire voglio'.

 

[2] E’ il dio dell’erezione,  per chi ancora non lo sapesse e invece di pregarlo dalla mattina alla sera, prende il viagra

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