venerdì 3 ottobre 2025

Turgenev Terra vergine del 1876 traduzione Garzanti, Milano, 2001.


Terra vergine è l’ultimo romanzo di T. Racconta dei giovani populisti russi, della loro andata al popolo. Voleva mostrare “fisionomie  in veloce mutamento di uomini russi dello strato colto”

 

Epigrafe

La terra vergine non va dissodata con un aratro leggero, ma in profondità con un vomere affilato”. Significa che se si sceglie un metodo si deve agire metodicamente, percorrere quella strada –odòs- fino in fondo e con risolutezza.

E’ ambientato nel 1868.

Giovani a San Pietroburgo “senza un’occupazione” (p. 6)

Il più in rilevo è Nezdanov che va a fare l’istruttore da Sipjagin, ciambellano di corte. Nezdanov era figlio bastardo di un nobile e aveva la fisionomia del padre: piccole le orecchie, mani e piedi piccoli, pelle morbida, capelli vellutati. Ma era permaloso, capriccioso, accurato fino alla pignoleria e trasandato fino all’obbrobrio Era pieno di contraddizioni Anche qui c’è una donna bella e calcolatrice: Valentina Sipjagina.

Poi c’è Marianna una ragazza buona, la nipote di Sipjagin, figlia di una sorella dell’alto burocrate. Nezdanov deve dare lezioni di russo e di storia a Kolja, il figlio dei Sipjagin. In quella villa tutto era molto cerimonioso e pomposo. Marianna soffre per tutti i poveri e gli oppressi della Russia. Nezdanov attribuiva la propria incapacità alla cattiva educazione ricevuta e alla sua disgustosa natura da esteta (p. 95).

 

 Cfr. Tonio Kröger e Gozzano : “Ed io non voglio più essere io!/Non più l’esteta gelido, il sofista/ma vivere nel tuo borgo natio/ma vivere alla piccola conquista/mercanteggiando placido, in oblio/come tuo padre, come il farmacista…Ed io non voglio più essere io” (La signorina Felicita, 320-326).

 

-Sipjagin è un calcolatore commediante: “conosceva il latino, e l’espressione virgiliana “Quos ego” non gli era estranea. Coscientemente non si paragonava al dio Nettuno, ma intanto gli era venuta in mente per immedesimazione” (p. 99) Eneide I, 135 quos ego…sed praestat componere fluctus.

I populisti considerano spilorci i borghesi

Nezdanov dice a se stesso: “Se sei meditabondo melanconico, che razza di rivoluzionario puoi essere? (p. 117). Oh Amleto, Amleto, principe danese, come uscire dalla tua ombra? Come cessare di emularti in tutto, persino nell’intima voluttà dell’autoflagellazione?”

(cfr. Nietzsche,  Freud e Pirandello).

L’incarnato naturale della risoluzione è reso malsano dalla pallida tinta del pensiero” (Amleto III, 1) cfr. il finto sciocco

 

Un altro populista è Markelov, il fratello di Marianna, “tale e quale un Giovanni Battista che si è rimpinzato di locuste…e solo di locuste, senza neppure il miele” (p. 121).

 Poi  due vecchini santi mentecatti: Fomuška e Fimuška la quale dice a Nezdanov che le fa pena. Perché chi ha un certo carattere ha pure un certo destino. Cfr. Eraclito e Nietzsche

 E aggiunge: “non a caso sei rosso di capelli, Mi fai pena…ecco tutto” (p. 135). (Cfr. rubicundus e rubicunda)

Il burocrate ministeriale aveva deciso che, finite le vacanze, avrebbe mandato via l’istitutore del figlio ” davvero troppo rosso”. In senso politico.

Nasce l’amore tra Nezdanov e Marianna.

 Solomin è l’uomo concreto che dirige una fabbrica in modo democratico e dice che l’industria e il commercio non sono roba da nobili: ci vuole disciplina. I nobili sono solo dei funzionari. Sipjagin aveva le qualità distintive dei grossi papaveri russi. Era un funzionario e un commediante del potere. Penso ai nostri personaggi di governis I mercanti sono dei predatori e il popolo dorme.

Marianna e Nezdanov si amano e Valentina, la moglie del ciambellano, la rimprovera per la vicinanza con un giovane di “educazione, posizione sociale troppo in basso. Marianna suggerisce il “semplificarsi” (p. 200) che “per la gente del popolo significa vivere d’amore e d’accordo”.

Marianna dice ad Alëša Nezdanov che sarà sua quando le dirà che la ama di quell’amore che dà il diritto alla vita dell’altro (p. 206)

Mosca sta a valle dell’intera Russia e tutto ci va a ruzzolare dentro.

Alioscia scrive a un amico e gli dice che non ha mai amato e non amerà mai nessuna donna più di Marianna “ma come posso unire per sempre il suo destino al mio? Un essere vivo a un cadavere?, se non proprio a un cadavere, a un essere morto a metà?” (p. 222).

Non crede più nemmeno nel popolo: “non ci si può immaginare nulla di più stupido”

Dal padre ha ereditato il nervosismo, la sensibilità, la fragilità, la schifiltosità. Gli ha lasciato organi di senso inadatti all’ambiente che avrebbe frequentato. Non si può dare vita a un uccellino per poi sbatterlo nell’acqua. O mettere un Pegaso alla macina.

 Scrive dei versi sul sonno della Russia: il popolo dorme indolente, tutto è immobile, sonnecchiano i giudici, dormono gli imputati, dormono persecutori e perseguitati, “dorme la Santa Russia un sonno inumano” (p. 227).

 

Cfr. Il Gattopardo e l’oblio dei Siciliani: Il sonno, caro Chevalier, il sonno è ciò che i siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; e sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio.

Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorzonera o di cannella (…) le novità ci attraggono soltanto quando le sentiamo defunte, incapaci di dar luogo a correnti vitali (…) i miti sarebbero venerabili se fossero antichi sul serio, ma in realtà non sono altro che sinistri tentativi di rituffarsi in un passato che ci attrae appunto perché è morto” (p. 121-122)

Paesaggi fuor di misura: l’inferno a Randazzo e la bellezza della baia di Taormina. Il clima ci infligge sei mesi di febbre a 40 gradi: da maggio a ottobre, un’estate lunga e tetra quanto l’inverno russo, da noi nevica fuoco come sulle città maledette dalla Bibbia. Il nostro carattere è stato formato da questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa tensione continua di ogni aspetto, questi monumenti magnifici ma incomprensibili perché non edificati da noi e che ci stanno intorno come fantasmi muti, questi governi sbarcati in armi da chissà dove con i loro esattori di denari spesi altrove

 

 

Alioscia cade sempre più nella depressione per mancanza di volontà e di fiducia in se stesso. I contadini sono sudditi consenzienti rispetto al potere. Alla fine dice a Marianna che non crede più nella causa supremo. Poi si uccide. Non sono stato capace di semplificarmi scrive, e non mi è restato altro da fare che annientarmi. Un’amica lo definisce un romantico del realismo.

Solomin è il personaggio positivo, non come il tipico russo che aspetta la soluzione da fuori. Solomin può essere grigio ma semplice.  

Fine della Terra Vergine

Bologna 3 ottobre 2025 ore 11, 10 giovanni ghiselli

p. s.

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