Nel marzo del 1969 mi laureai con una tesi sulla Poesia ungherese del Novecento aggiungendo conoscenze nuove che sarebbero entrate nel metodo comparativo cui ero predisposto e quindi predestinato.
Tra aprile e maggio feci un paio di supplenze in una scuola media di Pesaro cominciando a turbare prèsidi e colleghi per la mia stranezza e diversità da loro.
Stavo scoprendo meglio e volevo valorizzare una componente del mio carattere e del mio destino: quell’ essere a[topo~, fuori luogo, strano appunto, insolito, una caratteristica che attribuisce a se stesso Socrate nel Fedro di Platone (230a) e non se ne vergogna, anzi.
Allora non conoscevo questo dialogo ma iniziai lo stesso a constatare la mia diversità dagli altri anche come insegnante, e a compiacermene pur se mi creava già allora qualche noia e presagivo che me ne avrebbe procurate tante altre e molto più serie. Anche grandi soddisfazioni e gratificazioni del resto mi avrebbe donato.
Mi piaceva essere inusuale perché vedevo che la mia stranezza piaceva agli scolari: ragazzine e ai ragazzini dagli 11 ai 14 anni. Nei decenni successivi sarebbero piaciute anche agli adolescenti del Liceo classico e ai giovani laureati della SISS. Poi a tanti che mi leggono da anni.
Gli scolari capivano che mi impegnavo per loro, che studiavo per interessarli, che mi stavano a cuore, vedevano che li ascoltavo, li trattavo con delicatezza e cortesia, li rispettavo, cioè li osservavo cercando di persuaderli ad amare, senza minacce, gli autori che amavo io, siccome mi avevano aiutato tanto, e pensavo che avrebbero reso migliori anche loro.
Citavo belle frasi a memoria per significare che i testi da cui le traevo erano importanti, pieni di parole ornate che spiegavo, di idèe che chiarivo, tutto degno di attenzione, memoria e ricordo. Capivano che in me c’era della serietà e c’era dell’affetto siccome mi adoperavo per loro. Io a mia volta sentivo che insegnare mi piaceva molto. Fu un primo approccio, breve per giunta: l’estate giunse presto con un’altra Debrecen e con altri contatti umani predisposti dal mio destino, tuttavia questa iniziazione nella scuola cominciò a darmi coscienza di come avrei interpretato il mio ruolo di insegnante.
Mi ero già impostato nel modo che avei perfezionato senza cambiarlo e mi ero avviato sulla strada che avrei percorso metodicamente per tutta la vita fino a oggi. Se avrò davanti altri anni, proseguirò su questa ascesa e, se più avanti ancora, dopo altri anni, tornerò sulla terra, la riprenderò. Sempre procedendo in salita. Felicemente.
Bologna 2 marzo 2025- ore 11, 50
giovanni ghiselli
p. s.
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