Ecce homo. Perché io sono un destino 1.
“Io non sono un uomo, sono dinamite (…) la verità parla in me. Ma la mia verità è tremenda: perché fino a oggi si chiama verità la menzogna”.
La verità è tremenda: fa tremare siccome è apocalittica, rivelatrice: ajlhvqeia è non latenza: toglie le maschere e si vede la realtà delle persone quasi tutte e quasi sempre tuccate, falsificate: “eripitur persona, manet res" ( Lutezio, De rerum natura, III, 58), si strappa la maschera, rimane la sostanza.
Quindi Seneca il quale sostiene che bisogna togliere la maschera non solo agli esseri umani ma anche alle cose: “Non hominibus tantum sed rebus persona demenda est et reddenda facies sua (Ep. 24, 13). Basta pensare come vengono presentate dalla pubblicità: falsificate.
“Transvalutazione di tutti i valori: questa è la mia formula per l’atto in cui l’umanità prende la decisione suprema su se stessa, un atto che per me è diventato carne e genio”.
Mi permetto un’aggiunta correttiva: per molti valori già trasvalutati in peggio sarebbe necessaria una rivalutazione a partire dal linguaggio. La maggior parte degli italiani non è più formata da animali linguistici, bensì da animali tout court.
“Vuole la mia sorte che io debba essere il primo uomo decente, che sappia oppormi a una falsità che si oppone da millenni. Io per primo ho scoperto la verità, proprio perché per primo ho sentito la menzogna come menzogna, la ho fiutata. Il mio genio è nelle mie narici”.
La verità non c’è tra le scoperte del presunto benefattore tecnologico Prometeo il quale riconosce: “ho infuso in loro[1] cieche speranze ("tufla;" ejn aujtoi'" ejlpivda" katw/vkisa", Eschilo, Prometeo incatenato, v.250).
Egli è divinità solo apparentemente benefica in quanto portatore di conoscenze pratiche fuorvianti:" qnhtou;" g j e[pausa mh; prodevrkesqai movron", ho fatto smettere ai mortali di prevedere il destino di morte"(v.248).
Prometeo ha reso ciechi gli uomini riguardo al futuro.
"Wilamowitz ne ha tratto la conclusione (Aisch. Interpr. , p. 149) che Eschilo abbia accostato, senza coordinarli, due differenti miti di Prometeo, uno dell'amico degli uomini, l'altro del demone cattivo"[2].
Torniamo a Nietzsche che osa affermare la propria inattualità rispetto a tutta la storia umana.
“Io vengo a contraddire come mai si è contraddetto, e nondimeno sono l’opposto di uno spirito negatore. Io sono un lieto messaggero (un vero evangelista dunque n.d.r.) quale mai si è visto, conosco compiti di una tale altezza che finora è mancato il concetto per definirli, e solo a partire da me ci sono di nuovo speranze”.
Ho imparato ha fare belle lezioni sulla tragedia greca da diversi critici: Hegel, Kirkegaard, Jaeger, Snell, Pohlenz, ma soprattutto da Nietzsche: è con La nascita della tragedia che ho conquistato l’attenzione dei miei primi studenti liceali nell’autunno del 1975. Mi ha dato il coraggio di osare l’adozione di un metodo nuovo. Al liceo e all’Università mi avevano insegnato a insegnare ripetendo i manuali, traducendo e dando spiegazioni grammaticali. Facendo io così, i giovani non mi ascoltavano. Chiesi cosa potessi fare : “leggi Nietzsche” risposero. Funzionò, cominciai a funzionare anche io. Ecco perché do tanto credito a queste parole e Nietzsche mi è simpatico anche quando sbaglia o si contraddice. Allora non manco di criticarlo ma lo faccio sempre con simpatia poiché sono più belli gli errori di un genio che la correttezza piatta come un marciapiede e limitata a piccole cose di un mediocre.
Qualche anno più tardi nel 1978, una collega- insegnava filosofia al liceo D’Azeglio di Torino, era commissaria all’esame di maturità al Minghetti di Bologna dove ero membro interno, aveva alcuni anni più di me- e mi suggerì di leggere tutto Nietzsche.
“Devi farlo perché sei così aristocratico!”, aggiunse. L’ho fatto e ora sono contento di iniziare un corso nella biblioteca Ginzburg di Bologna il 29 settembre con un paio di lezioni tratte da questo mio maestro,.
Concludo questa parte:”Con tutto ciò io sono anche, necessariamente, l’uomo del fato (…) Il comcetto di potere trapasserà allora completamente in quello di una guerra degli spiriti, tutti i centri di potere della vecchia società salteranno in aria-sono tutti fondati sulla menzogna”
Sono sì fondati sulla menzogna i centri di poteri ma non sono saltati in aria. Anzi, sono stati loro a far saltare in aria chi voleva farli saltare. Compreso Nietzsche. Io cerco di resistere e insistere
Ecce homo. Perché io sono un destino 3.
Il veritiero dice la verità che è diritta come la virtù.
“La cosa più importanta è che Zarathustra è veritiero più di ogni altro pensatore . La sua dottrina, ed essa sola, pone la veracità a virtù suprema-cioè l’opposto della viltà dell’”idealista” che di fronte alla realtà fugge: Zarathustra da solo ha più coraggio in corpo di tutti gli altri pensatori messi insieme. Dire la verità è tirare bene con l’arco, questa è la vitù persiana”.
Tirare bene significa tirare dritto. Nell’ esodo dell’Antigone di Sofocle, il Nunzio risponde alla sua fivlh devspoina (1192) la regina di Tebe Euridice che ha sentito grida di sventure e ne è rimasta atterrita ma vuole sapere la verità. La ascolterà perché non è inesperta di disgrazie “kakw`n ga;r oujk a[peiro~ ou\s j jakouvsomai” (1191)
L’ a[ggelo~ dunque risponde che non tralascerà nemmeno una parola della verità:/perché infatti dovrei blandirti con menzogne di cui più tardi/appariremo gli autori? è sempre una cosa dritta la verità-ojrqo;n aJlhvvqei j ajeiv" (1193-1195)
Come la verità e come il regolo deve essere la virtù che non può essere storta o piegata: “Idem ergo de virtute dicemus: et haec recta est, flexuram non recipit ” (Seneca, Ep. 71, 20), anche questa è diritta, non ammette piegatura.
Stabilita la rettitudine della verità e della virtù, devo però dire che quanti distorcono la verità per viltà o per il proprio vantaggio non sono tanto gli idealisti come Platone cui Nietzsche allude in primis, quanto i conformisti e gli opportunisti.
In pagine precedenti citate sopra, Nietzsche ha riconosciuto il pregio dell’affermazione della verità a Tucidide, a Machiavelli, a Schopenhauer e a chi è davvero aristocratico.
Ecce homo. Perché io sono un destino 4
In questa sezione Nietzsche ricorda e cita alcune parole dello Zarathustra (Di antiche tavole e nuove III parte, 26) dove i buoni sono identificati con i farisei. I cosiddetti buoni dunque sono gli ipocriti, i falsi buoni che spesso uccidono i veri buoni
“Fratelli miei, ci fu uno che un giorno vide nel cuore dei buoni e disse: “sono i farisei” (…) I buoni non possono che essere farisei, essi non hanno scelta! (…) I buoni non possono non crocifiggere colui che inventa per sé la sua virtù! Questa è la verità (…) Colui che crea, essi odiano massimamente: colui che spezza le tavole e gli antichi valori, colui che infrange e che essi chiamano delinquente”.
Questo nello Zarathustra.
In Ecce homo c’è qualche variazione: “I buoni infatti non sono capaci di creare essi sono sempre il principio della fine; essi crocifiggono colui che scrive valori nuovi su tavole nuove, essi immolano a se stessi l’avvenire, crocifiggono ogni valore dell’uomo! E per quanti danni possono fare i calunniatori del mondo: il danno dei buoni è il più dannoso dei danni”.
Pensate a certi padri della Chiesa, ai tanti prelati sedicenti cristiani compresi diversi Papi, e ai furfanti bigotti che hanno portato avanti la crocifissione voluta da Caifas il pontifex che nel sinedrio convocato dai sommi sacerdoti e dai farisei disse: “expedit vobis ut unus moriatur homo pro populo et non tota gens pereat” (N. T. Giovanni, 11, 50)
Sentite come Benedetto Croce ricorda questo episodio: “La catastrofe fu precipitata dalla battaglia data alla repubblica dai cattolici nella questione Dreyfus e dal contegno che tenne in essa la Curia romana. Quella ipocrita ferocia in cui pareva riudire dalle bocche dei preti il detto di Caifas: “Expedit ut unus moriatur homo pro populo” sdegnò il mondo civile” (Storia d’Europa nel secolo decimonono, IX, L’età liberale, 1871-1914).
Oggi purtroppo il mondo civile non si sdegna più. Non si sdegnò per Aldo Moro lasciato ammazzare impunemente. Allora l’arcivescovo di Ivrea monsignor Bettazzi disse di aver sentito ripetere il detto di Caifas in Vaticano. Poi l’Italia non si è sdegnata per la povera ragazzina Emanuela Orlandi fatta sparire nel nulla, e ora non si sdegna per un genocidio trasmesso dalla televisione. Questi sono i misfatti dei cosiddetti buoni.
Villa Fastiggi, 3 settembre 2025 ore 12, 42 giovanni ghiselli
p. s.
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