Avevo fatto centro. Avrei dovuto baciarle le mani benedicendola e inginocchiandomi, invece ricorsi a un’astuzia indegna dell’uomo che mi proponevo di sviluppare in me stesso, una mossa scacchistica di cui avevo sperimentato l’efficacia in passato.
Calcolai che mi conveniva evitare l’ affondo che magari lei si aspettava, ma dal quale forse poteva ancora sottrarsi.
Rapidamente decisi che avrei sferrato l’attacco finale[1] in un momento in cui la bella donna fosse ancora più intenerita e priva oramai di ogni remora o scrupolo ritardante. Decisi di essere io quello che procrastinava, l’accorto cunctator della lotta amorosa. Per l’affondo risolutivo sarebbe arrivato un momento migliore.
Feci una battuta ironica: “dunque sono un bravo maestro e tu un’ottima allieva”.
Dopo altre parole quasi insensate, dissi che oramai si era fatto tardi, che il giorno dopo c’era lezione e, dunque, si doveva tornare in collegio. Quindi mi alzai, quasi di scatto, dalla panchina dove ci eravamo seduti. In realtà non era tardi: era, sì e no, mezzanotte, l’aria era calda, il cielo sereno, e comunque durante il mese “debrezino” di studio-vacanza, ma più vacanza che studio, non era abitudine mia né dei miei contubernali e amici andare a letto prima delle due. Allora non sentivo il bisogno di studiare sempre, per imparare il più possibile, una necessità che si impose qualche anno più tardi quando avrò imparato dalle donne, e soprattutto da questa donna piena di luce, una sapienza di vita cui il sapere preso dai libri aggiunge le parole per comunicarla . Voglio dire che ho imparato più dalle mie amanti, Helena Marjantola in primis, che dagli scrittori i quali pure mi hanno istruito e formato non poco. Le parole me le hanno insegnate i libri buoni, ma la vita l’ho appresa e l’ho presa dalle donne.
Rientrato in collegio, rimasi alzato a scherzare giovanilmente con Claudio, tornato soddisfatto dalla festa nel giardino dei crapuloni, e con Alfredo, contorto e lascivo, reduce dall’avere “puntato”, invano, non so quante Russe. Andava mendicando un poco di sesso: “Qui a Debrecen- diceva- dovrebbero darci vittu[2] e alloggio, ma io finora ho avuto solo l’alloggio e muoio di fame”.
Talora ritardavamo il primo sonno fino al biancheggiare del cielo con l’alba che a Debrecen in luglio si fa vedere verso le tre.
Spesso la gioventù non conosce la giusta misura.
A volte i miei compagni di stanza facevano irruzione nelle docce delle donne che, molestate, strillavano a squarciagola, o ululavano, nude.
Allora gli scavezzacolli fuggivano, poi, finita la mattana, venivano a raccontare. Io non partecipavo a quei ioci inconditi, anzi li disapprovavo a parole, e alle donne cui volevo piacere dicevo che sentivo disgusto profondo e vergogna di tali contubernali e della loro brutale licenza; dichiaravo che i miei scherzi, quando mi va di farli, sono piuttosto delicati, ma in verità ascoltavo assai divertito il racconto da quei lazzaroni e magari chiedevo di conoscerne tutti i dettagli scabrosi. E mi auguravo che simili scherzi continuassero, anche per riderne e sentirmi superiore ai gaglioffi che li mettevano in atto.
Come il Faust di Goethe, ero già troppo vecchio per partecipare a quei giochi insolenti, ed ero troppo giovane per non divertirmi con quei bizzarri malviventi.
Aspettando l’amore, posavo a pensatore di giorno e sghignazzavo di notte.
Tartufo e istrione.
A volte, finiti gli scherzi da prete e il loro resoconto, quando albeggiava, partivamo dal collegio per andare a Hortobágy, sul ponte di nove arcate, a vedere il sole sorgere sopra la grande pianura deserta e priva di alberi.
Quella sera non andammo sulla puszta ma, tra una risata e l’altra, facemmo comunque le tre. Avevo giocato o “mistificato”, come si diceva all’epoca, con l’angelo mio dicendole diverse ore prima di mettermi a letto che avevo premura di andare a dormire.
Non avevo ancora la forza di essere me stesso fino a diventare quello che sono, accettando il mio vero volto, in quanto non ero ancora convinto che nessuna maschera avrebbe potuto renderlo più bello. Finiti i lazzi più o meno osceni, fescennini procaci non privi di battute pesanti sulle donne presenti in quell’oasi felice di amore e di studio, meno studio che amore, andai a sedermi sul grande tavolo della stanza compresa tra le due camere a quattro letti, e scrissi che volevo fare l’amore con Helena impiegando tutte le forze dell’anima mia. Un’anima dissociata evidentemente. Nel salutarmi mestamente lei mi aveva detto che i suoi dolori di ventre si erano acuiti: perciò il giorno dopo sarebbe andate alla clinica delle donne “pregnanti e malate”. Tale scritta campeggiava sul frontone dell’edificio compreso nel complesso ospedaliero.
Allora, commosso e un poco pentito del mio calcolare, le avevo detto: “Conta su di me per qualsiasi cosa tesoro: in qualunque momento tu abbia bisogno di aiuto, io ci sarò”.
In quel momento mi era apparsa piccola, indifesa, bisognosa, e avevo sentito per lei una sollecitudine autentica, piena, disinteressata. Mi ero ricordato di essere un uomo, non un buffone né un saltimbanco dell’amore[3].
Quella femmina umana che si fidava di me, era mia figlia, e questo completava il sentimento d’amore che la figura materna già mi aveva ispirato.
Scrissi queste parole: “Helena mi piace come mai prima nessuna. Mi piace non meno di mia madre e delle mie zie. Mi piace più parlare con lei che fare casino con Claudio e Alfredo. Mi piace perché è una mamma affettuosa e intelligente, è una sorella splendida, è una figlia adorata. Domani faremo l’amore, ne sono sicuro”. Poi andai a letto. L’aurora già tingeva di rosa tutto l’oriente.
Bologna 24 dicembre 2022 giovanni ghiselli
p. s
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