giovedì 2 ottobre 2025

Thomas Mann e Wolfgang Goethe (1919-1955). Dal dialogo al monologo? Parte 1. Di Giuseppe Moscatt

Thomas Mann
1.     Gli anni delle decisioni finali (1918-1938)

Il 6 giugno del 1875, nella ricca città marittima di Lubecca, a pochi chilometri di Amburgo, nasceva Thomas Mann, da padre senatore e ricco commerciante di granaglie e da madre originaria del Brasile, genitori agli antipodi di formazione culturale e di etica, circostanza che lo influenzerà non di poco nella sua crescita intellettuale nelle scelte, non poche, di vita politica e letteraria. A 18 anni, appena diplomato, la famiglia perde il padre e deve trasferirsi a Monaco, passando da una realtà di ricchezza a una modesta vita borghese. Così Thomas appena diplomato si impiegò come assicuratore e frequentò invece la facoltà di lettere, dove peraltro non completò gli studi. Disilluso di quella vita troppo borghese e poco artistica abbandonerà quegli uffici e si aggregherà al fratello maggiore Heinrich, già scrittore affermato e socialisteggiante. Nel 1898, dopo aver studiato e ammirato la triade soggettivista e conservatrice all'epoca dominante nella letteratura - Wagner, Schopenhauer e Nietzsche - Mann scriverà una serie di novelle di impronta realista, ripresa dal fratello e durante un lungo viaggio in Italia, predispone i Buddenbrook, storia dell'ascesa e del declino di una famiglia della borghesia mercantile dell'800. Opera che di colpo lo proietta come uno dei più promettenti scrittori dell'inizio del secolo in Germania, ben al di là dei paralleli racconti realisti cui si era dedicato nella Monaco espressionista di primo '900. Infatti, fin dal primo raccorto - Der kleine Herr Friedemann, 1897, e fino all'ultimo - Der Weg zum Friedhof, (1901) - il soggettivismo estetico degli amati Wagner, Nietzsche e Schopenhauer colà appena evidenziato; troverà massima espansione e toni illimitati attraverso le tecniche del monologo interiore e del flusso di pensieri legati alla sua storia di maturazione personale. Aveva un carattere chiuso e circonflesso che consentiva una strana convivenza fra espansione e introversione germinata dalla lettura espressionista di amore e morte dell'artista fuori dai canoni, ereditata dalla eredità materna mediterranea e dalla tradizionale freddezza baltica del padre. Se nel successivo romanzo Sua altezza reale (1909), compariva una limitata solarità derivata da Goethe e una debole serenità di mediazione nella impostazione della trama, con esiti poco rassicuranti di continuità; sarà il primo romanzo più consistente, I Buddenbrook, del 1900, a costituire un eccellente banco di prova di un sentimento interiore eccezionale che avrà un pubblico numeroso e un significativo balzo opzionale della sua capacità di coinvolgere i tanti lettori piccolo-borghesi. Tristan, Tonio Kröger, Der Tod in Venedig (tutti pubblicati fa il 1904 e il 1913), manifestavano la poderosa nuova scelta della sua carriera di scrittore. Dopo aver messo da canto la meno pregevole via realista, peraltro temperata da un frequente periodare solipsistico, con una mediazione espositiva che verrà comunque premiata col Nobel nel 1929 proprio per quella saga familiare non lontana dalle proprie esperienze familiari; la seconda letteratura di Mann si riversa improvvisamente nella politica. Siamo nel 1915 e un personaggio storico lo affascina. È ora Federico II di Prussia che lo interessa per il fatto che nel 1740 invase la Sassonia, malgrado questa fosse stata neutrale nella prima grande guerra europea fra Francia, Austria e Russia in contesa e per la primazia coloniale in America e in Asia, nonché per accedere nei Balcani e nel Mar Nero, dove appunto Austria e Russia erano in competizione sui resti dell'Impero Ottomano, su cui per altro l'unica alleata era la Gran Bretagna che voleva lì pure allungare le mani. L'atto offensivo alla Sassonia era non dissimile all'occupazione del Belgio nel 1914, necessario per Mann e per la Germania imperiale per rompere l'accerchiamento della Prussia. Di più: nelle successive Considerazioni di un impolitico (1918), Mann si scagliò contro le democrazie occidentali per avere l'occidente democratico abusato della sana cultura europea in nome di valori di libertà e uguaglianza che avevano represso lo Spirito dell'Uomo. Il materialismo positivista era lo schermo attraverso il quale il Capitalismo finanziario e consumistico democratico aveva attaccato la purezza della Germania. Insomma, o Berlino o Morte dell'Europa. A tale singolare pensiero politico, Heinrich Mann, Romain Rolland, Benedetto Croce, Bertrand Rusell e Woodrow Wilson reagirono a nome invece dei diritti civili e della libertà di pensiero liberale e democratico. Intanto, la guerra finiva per resa della Germania e degli Imperi centrali ormai alla fame e devastati dall'epidemia spagnola. A Versailles nel 1919, ma anche a Berlino a fine 1918, la democrazia trionfava. Solo che la Germania repubblicana di Weimar, fra il 1919 e il 1922, subì una devastante guerra civile fra i borghesi socialisti democratici e gli spartachisti filosovietici, che volevano imitare i Bolscevichi russi nell'instaurare una rivoluzione tedesca sul modello russo del 1917. Un triennio di lacrime e sangue, dove Mann e gli intellettuali vissero nascosti nella tempesta del dubbio se accettare o meno i nuovi tempi repubblicani. Da una parte i nostalgici del vecchio regime erano uniti nella speranza di una rivoluzione conservatrice, spesso favorevoli a colpi di Stato - per esempio quello del generale Kapp - che a ripetizione minavano la giovane Repubblica. Mann e famiglia intanto stavano rintanati nella loro villa ai margini di Monaco e vivevano con timore e terrore, sebbene intrattenessero un salotto culturale con i maggiori scrittori moderati del tempo, da Hermann Hesse a von Keyserling, da Rudolf Steiner, a Ernst Jünger, da Gerhart Hauptmann a Walther Rathenau, personaggi di varie ideologie, ma tutti convinti della necessità di riportare ordine e pace nella loro amata nazione. Una nuova scelta era nell'aria: aderire alla nuova Repubblica democratica? Oppure favorire il ritorno della destra militarista? Mann si chiuse nel privato e rifletteva col suo cane sul destino dell'uomo. Cane e padrone, un idillio solipsistico, fu l'unica opera significativa di quell'epoca, dove addirittura temette per la sua vita, viste le morti eccellenti per attentati quotidiani lamentati dalle due parti, per esempio Kart Liebknecht e Rosa Luxemburg di fede comunista e Walther Rathenau, un industriale progressista che ipotizzava un'economia partecipata dello Stato rivolta a contenere l'inflazione all'epoca spaventosa, attraverso una politica economica di apertura all'Est sovietico e all'America produttiva, che era pronta a riprendere i contatti con il vecchio apparato industriale tedesco. Un'alleanza virtuosa stroncata dall'attentato che il 24 giugno 1922 mise fine alla vita dall'allora Ministro della Ricostruzione. Fu questa la scintilla per la nuova scelta di Mann verso la democrazia di Weimar. Con un discorso moderato filogovernativo del 1921, finalmente Mann venne allo scoperto. Proprio nella sua Lubecca, città rimasta all'apice dei traffici marittimi e commerciali malgrado gli effetti della Guerra; il Nostro scese dalla soffitta Goethe, l'illuminista razionale, cosmopolita e pacifista, riscoprendo l'ottimismo del Vate di Weimar sulla Germania dopo il 1815 e la sua Weltliteratur come ricetta per la ripresa nazionale. Nondimeno, nel fondamentale discorso del 15.10.1922, tenuto nella sala Beethoven di Berlino, in occasione dal sessantesimo compleanno del commediografo Hauptmann, dinanzi al governo schierato per l'occasione, non solo dichiarava la completa adesione alla nuova Repubblica, ma anche una timida apertura alla Democrazia, forse una opzione verso un male minore, forse anche una necessaria doppiezza mascherata da una missione educativa, cioè pretendere con qualche dubbio di essere una guida a tutela dell'Uomo verso una verità da collaudare. Effetti di una natura demoniaca che si rivelerà nel posteriore romanzo Doktor Faustus (1947), quando il protagonista, il musicista Leverkühn, orgogliosamente riscopre una sua anima ambigua e la adotta come stile di vita, fino a ricoprire un ruolo pedagogico e critico di una società sempre più marcatamente filonazista. Proprio nel saggio su Goethe, visto come esponente della nuova società borghese, letto in occasione del centenario della morte, tale missione pedagogica emergerà in occasione della visita ufficiale fatta a Francoforte nella casa del Genio. Il processo di sguardo interiore e finalmente alla analisi critica del mondo esteriore, proseguirà con La montagna incantata del 1924, dove la decadenza, la malattia e la rovina della Nazione, diventano valori positivi perché interessano i fatti della vita e della morte. È anche una rilettura del Bildungsroman che Goethe inaugurò col famoso Wilhelm Meister del 1795. Qui cade ogni remora pessimistica dell'arte, che non è fuga più dalla realtà, ma immersione totale nel mondo. Anzi, il suo praticarsi è segno di democrazia e libertà conquistata e da difendere. La tetralogia biblica di Giuseppe e i suoi fratelli, pubblicati fra il 1933 e il 1943, nonché il romanzo Lotte in Weimar dal 1937-1938, saranno il prodotto del dialogo proficuo con Goethe. Né Mann oserà più contraddire uno dei suoi più fedeli discepoli, Stephan Zweig: nella recensione a quest'ultimo romanzo, mentre la dittatura nazista gli si accaniva (21.2.1936) e lo privava della cittadinanza tedesca perché fin dal 1933 non aveva mancato di attaccare Hitler e soci con appelli antinazisti; Zweig lo chiamerà Praeceptor Germaniae, proprio perché ritrovava in Lotte a Weimar un linguaggio raffinato, una forma perfetta e una formidabile ironia. Opera che giudica una bomba contro il perbenismo nazista e che se fosse stata letta in Patria - Mann la fece pubblicare e diffondere a Zurigo e in Svezia - forse avrebbe influenzato una borghesia sciatta e cialtrona qual era quella tedesca, caduta nelle mani di una propaganda ignorante e telecomandata, istigata a scendere in guerra contro le plutocrazie occidentali. E dunque è ora di verificare questo capolavoro nascosto, giudicato da Zweig a ragione come un saggio luminoso, degno di uno scrittore vivo e non più tormentato, ma giunto a una creatività interiore non indifferente rispetto alla letteratura che in quel momento non produceva nulla di diverso dalla mera propaganda del Potere.


Giuseppe Moscatt



Bibliografia

-       Oltre alle fonti citate nel testo, vd. la sempre valida visione generale di LADISLAO MITTNER, Storia della letteratura tedesca, vol. III, dal realismo alla sperimentazione, tomo primo e tomo II, Einaudi, 1978-1971.

-       Più di recente, vd. il maggiore studioso di Thomas Mann, LUCA CRESCENZI, Melancolia occidentale. La montagna magica di Thomas Mann, ed. Carocci, 2011.

-       Per il romanzo Carlotta a Weimar, cfr. l'edizione italiana, tradotta LAVINIA MAZZUCCHETTI, Mondadori, 1948. Per il Doktor Faustus, cfr. pure l'edizione italiana, tradotto e introdotto da ERVINO POCAR, Mondadori, 1949, nonché il Nostro, Il Doktor Faustus, il sosia di Thomas Mann, in www.corriereditalia.de, sezione cultura, 24 giugno, 2024.

-       Per Mann impolitico, vd. ELENA ALESSIATO, L'impolitico: Thomas Mann fra arte e guerre, Il Mulino, 2011.

-       Per Mann politico, vd. THOMAS MANN, Moniti all'Europa, Introduzione di Giorgio Napoletano, Mondadori, 2017, nonché il Nostro, Ottanta anni dopo su www.libertasicilia.it 1.12.2018.

-       Da ultimo, in occasione delle doppie celebrazioni su Thomas Mann, 150 anni dalla nascita e 70 dalla morte, cfr. lo Zeitgeschichte, nr. 2/2025, fascicolo monografico. Interessante è il sottotitolo: cosa ha   insegnato ai tedeschi quel grande scrittore e perché oggi non può esser dimenticato.

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