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| Goethe |
Sulla scia del francese
Bourget, l'operazione di Mann era prettamente acritica: una puntuale
ricostruzione di un incontro di stampo aneddotico fondato da una pluralità di
fonti di prima mano, per esempio l'intervista a Goethe da parte di Eckermann,
oppure le memorie dal suo segretario Riemer. Fonti avallate e controllate da
Mann di un Goethe come lui maniaco dell'ordine, intrise di etica, tipicità
comuni per intellettuali eccezionali quali erano. Goethe infatti fu uno storico
illuminista del calibro di un Montesquieu o di un Gibbon, solo a considerare le
considerazioni che formulò sulla famosa battaglia di Valmy nel 1792. E Mann lo
segue passo passo, tanto che dai fervidi dialoghi verosimili, presto passava
alle formule allora in voga - si pensi all'Ulisse di Joyce, oppure all'Uomo
senza qualità di Musil - cioè la descrizione del pensiero, il c.d. flusso
di coscienza, commisurato alla realtà storica contestuale, senza
trascendere all'umanità spiccia meramente associativa già formulata da Freud.
In altre parole, Mann riedificava in modo spregiudicato i fatti della storia alta
- l'età romantica di primo '800 e quella illuminista di Weimar - e quella bassa,
la vicenda cioè di Werther e quella dell'incontro fra Lotte Buff e
Goethe anziano, da cui discendeva la dinamica del romanzo. Ma andiamo con
ordine. Nell'estate del 1772, il ventitreenne Goethe arriva a Wetzler, un
piccolo borgo della regione dell'Assia, sulle rive del fiume Lahn, un centro di
origine medievale nel cuore dell'attuale Germania. È un giovane praticante
avvocato, iscritto alla Corte locale imperiale. Dopo gli studi liceali a
Francoforte dove era nato in una famiglia medio borghese di giuristi di corte,
aveva studiato legge a Lipsia e Strasburgo. Dopo una grave malattia giovanile
si era innamorato della giovane Anna Katharina Schönkopf e poi della ragazzina
Friederike Brion, umori giovanili che lo avevano stancato e disilluso
lasciandolo pieno di rimorsi e assai scosso per essere stato lasciato (si pensi
alla tragedia di Goethe Stella del 1776, che rievocava quegli amori).
Proprio la scelta della città di Wetzel era derivata dalla lontananza di quella
città da quelle esperienze, dove presto si erano evaporate, lasciando però il
giovane pieno di ardori sinceri, melanconici e speranzosi a un tempo. Aveva già
pronto un dramma storico, Il Goffredo di Berlichingen, a testimonianza
dell'interesse storico ben più intrigante dello studio di pandette legali
(prime e sostanziali identificazioni di Mann con Goethe, senza contare l'intima
adesione ad amori temerari...). Sia come sia, un altro amore nascerà: in
tribunale, diventa amico di un collega, il futuro consigliere imperiale George
Kestner e Charlotte Buff, governante della famiglia Kestner, responsabile di un
gregge di fratelli e sorelle, in una casa ordinata e irreggimentata in modo
teutonico. Una relazione a tre che nel 2010 è stata trasposta nel film Goethe
di Philipp Stölzl. Una partita a tre che Goethe insiste sull’essere
stata casuale, ma che il precedente di Stella e il seguente descritto
nel Werther lasciano in sospeso con un certo dubbio letterario che Mann
neppure sembra sciogliere. Certamente, le fonti di Goethe la ricordano come una
ragazza esuberante di appena 17 anni, vestita con un’unica tunica bianca, con
una cinta di nastri rosa che non per caso indosserà tanti anni dopo a Weimar
prima di rivedere il vecchio amore. In quella estate del 1772, Wolfgang,
Carlotta e George trascorrono un momento idilliaco, dove amicizia virile, amore
sensuale e relazione poetica si sovrappongono in un vortice inusitato in una
società puritana e conservatrice. Come accade sempre, a settembre i due amici e
la bella si separano, mentre Wolfgang ricade nel mutismo e nella depressione
quando Carlotta gli annuncia che sposerà Kestner, in via di acquisizione di una
robusta posizione amministrativa nella Corte imperiale. Lo sgomento di Goethe,
il classico studente quasi povero e abbandonato dall'amata per un rivale più
serio e meglio inserito nella società, viene però interrotto da una notizia che
desta forte imbarazzo nelle famiglie perbene della cittadina: un altro
studente, tale Jerusalem, si è tirato un colpo di pistola perché abbandonato
dalla donna che amava, dichiarando in un biglietto di saluto finale che era
stato rifiutato dal mondo perché non era stato capito né accettato per
quello che era, un povero poeta illuso da un falso amore. L'impressione di
Goethe fu enorme, come fu per Mann e un esercito di giovani romantici e
idealisti per quasi due secoli. Vicenda che toccò Wolfgang anche come artista e
che lo portò a scrivere il suo primo grande romanzo, I dolori del giovane
Werther (1774). Il successo editoriale e di pubblico fu enorme, tanto che
Goethe insiste sul fatto che il suicidio non fu solo un atto di ribellione o di
rinunzia, ma anche lo scontro col mondo reale dei suoi sogni e dei suoi ideali,
dove la morte è un gesto estremo di liberazione al quale si giunge per mezzo di
una lucida introspezione. Mann la rivive pensando a Morte a Venezia e a la
Montagna incantata, toccando le corde dei giovani di fine '700 e poi di
metà '900, quando le disillusioni dopo il terrore rivoluzionario e le due
guerre mondiali lasciarono nelle future classi dirigenti e nella borghesia
europea dei vuoti morali che Mann riconobbe come gravissimi, sia nella società
tedesca non ancora denazificata, sia nella società consumistica americana,
piena di malattie psichiatriche derivate da quella realtà. All'epoca la fama di
Goethe fu tale che il gesto estremo di Jerusalem fu ripetuto fra i giovani
intellettuali europei in modo così numeroso da fargli spiccare ordini di
espulsione dalle polizie austroungariche e russe. Passarono più di 40 anni
dalla fuga notturna di Goethe da Wetzel, esperienza che altre volte il Poeta
ripeterà per situazioni personali scomode: per esempio quando deciderà
tacitamente di andare in Italia da Weimar, per rompere varie circostanze
insopportabili di vita sociale a Corte (6.9.1786). Nel 1816, il Vate ha 68
anni, è tornato a Weimar e dirige soltanto il teatro locale. Famosissimo, è
fuori dai giochi politici ed è ormai un intellettuale classico, nel senso che
vive in accordo col Potere reazionario e trae da quella protezione - invisa
all'intellighenzia romantica - ciò che gli consente una certa agiatezza
e le garanzie più opportune per potersi sottrarre alle sirene liberali che
fermentavano in ogni parte di Europa. La passione per Napoleone - che lo vide
separarsi da Beethoven e dal giovane Heine - era stata sostituita dal seguire
il legittimista granduca Carlo Federico, cognato dello Zar Alessandro I,
fautore della Santa Alleanza restauratrice dopo il Congresso di Vienna del
1815. Un regime autoritario che non era molto diverso dallo stato fascista dove
operarono Vitaliano Brancati e Tomasi di Lampedusa nel '900, scrittori che a
Mann potrebbero essere paragonati, per la loro sottile ironia che li accomuna a
fronte di un regime tirannico, anche se lo tolleravano da gentiluomini. Goethe
- e il suo emulo Mann - almeno fino alla svolta del 1922 - erano e aspiravano a
essere il tipo ideale di letterato universale, salvo che nella politica, li
lasciava comunque perplessi. Tuttavia, non erano stati mai favorevoli alle
Masse popolari. Scrive Goethe - ma il Mann delle Considerazioni non era
da meno - che quando le masse emergono, è doveroso ascoltarle. Ma le loro
opinioni, non sempre vanno perseguite. Goethe e Mann non erano
sicuramente dissidenti per principio dal Potere Costituito legittimamente.
Forse solo nel momento della fuga da Wetzel e poi da Weimar qualche dubbio gli
sovvenne. E Mann, del pari, aveva avuto analoghi dubbi fino al 1921 sulla Repubblica,
quando questa sembrava vacillare di fronte alla guerra civile. Entrambi invero,
avevano prestato soccorso agli esuli liberali e reazionari nelle loro case di
Francoforte, Weimar, negli USA e in Svizzera, lungo le alternanze fra
democrazie e tirannie che nei diversi secoli si erano succedute. E nel contempo
entrambi avevano scritto i capolavori assoluti che conosciamo. Per esempio, il
Faust (1808) per l'uno e La montagna incantata per l'altro (1924),
rivelavano la stessa ansia di porsi al di sopra delle parti e di promuovere la
rinascita dell'Uomo nuovo germanico. Orbene, Thomas, proprio con Carlotta a
Weimar, in virtù di un narcisismo spesso malcelato, lungo le pagine dal
romanzo non mancava di segnalare incontri con tutti i grandi che lo
stesso Goethe ebbe a Weimar negli ultimi anni di vita, dopa aver già conosciuto
e collaborato con Herder, Schiller e Wieland, cioè Jean Paul, Byron, i fratelli
Schlegel, Heine, Schopenhauer, Hegel, Kant, ma anche Winckelmann e von Platen, i
due maledetti omofobi dei suoi tempi. Vanagloria e bisogno costante di
essere ammirato, che anche Mann mostrerà sempre, anche dopo la conversione
democratica del 1922. Il viaggio a Parigi nel 1926 e le vicende delle sue
ampie relazioni a Los Angeles con non pochi esiliati, da Brecht ad Adorno in
odore di Comunismo, che lo portarono a difendersi di essere addirittura
accusato davanti alla Commissione di inchiesta McCarthy nel 1948, quando la sua
presentazione di un libro dello scrittore Gordon Kahn, gli procurò un'inchiesta
poi archiviata. Vicenda che però lo scosse dopo anni di fede democratica anche al
servizio di Roosevelt come propagandista alla radio di messaggi alla Germania
di Hitler (45 radiomessaggi della BBC del 1940 al 1945), dove il livore
antinazista apparve ben più sentito del pari risentimento coi Sovietici, di cui
riconosceva la necessaria alleanza contro il comune nemico. E come Mann, così
anche Goethe aveva a Weimar - la Firenze del '700 - una coorte di amici,
figure minori che lo aiutavano nella gestione del teatro, il luogo che gli
consentì quelle relazioni di aggiornamento culturale anche estero. Per noi Italiani
Manzoni e Foscolo ebbero citazioni e giudizi non secondari sia sui Promessi
Sposi e sul 5 Maggio, sia sulle Ultime lettere di Jacopo
Ortis, un Werther politico rispetto all'originale, che lo portò al
senso di cosmopolitismo. Mann cercò di ripeterlo con successo nelle serate al caminetto
che teneva nella villetta di Los Angeles anche con coloro che la pensavano
diversamente, specialmente con coloro che per frequentazione furono citati come
suoi amici comunisti. Per venire al pretesto del romanzo del 1938, all'aneddoto
narrato dal segretario di Goethe, Riemer, quale causa della venuta della più
che matura Carlotta a trovare il quasi ignaro Wolfgang; va detto che fu una
visita improvvisa con la figlia Lottina e la domestica Chiarina in quella tana
del lupo, dopo la fuga inspiegabile del Vate. Il loro arrivo in albergo, di
quella protagonista del Werther, ancora letto e ricordato da molti, perfino dal
domestico Mager nelle prime pagine; è un capolavoro di ironia molto simile a un
episodio analogo letterario, l'arrivo dell'ispettore generale in una
commedia di Gogol già famosa all'epoca dell'ultimo Goethe. Scendendo ora nel
dettaglio, va rilevato che il romanzo in questione mostra una struttura
teatrale, perché è fondata su dialoghi fra i vari personaggi che appunto sono i
satelliti del Dio, che nelle loro considerazioni parlano anche dei
sentimenti contrastanti che il Maestro ha per loro. Essi vengono attentamente
descritti anche alla luce di quanto ha detto e ripetuto. Si prenda per esempio il
segretario Riemer, visto come un essere antipatico mentre il copista, tale
John, era una modesta figura che appare più che dignitosa. E poi due donne, Ottilia,
nuora di Goethe perché moglie del figlio Augusto, e Adele Schopenhauer, sorella
del filosofo, una sua cronista, che però raccontava al fratello giovanetto
tutte le rime del Vate che ancora insisteva nella sua teoria dei colori.
Sebbene queste due fossero quasi subordinate dalla maestà del Genio, Mann
scava di più nella loro personalità. La sposa di August mostrava di essere
rispettosa e amorevole, mentre Adele confessava a Lotte che dietro la facciata
perbenista, non tutto era così perfetto, adombrando certe scappatelle del
marito, degno figlio del padre, che da giovane ne aveva combinate tante, come
appunto Lotte ben sapeva. Adele, poi, con quell'ironica tecnica di domande a
doppio senso e di risposte altrettanto ambigue, ricordava le due ultime donne
di Goethe, Madame von Stein e la moglie Christiane Vulpius, ossia la nobildonna
che lo rifiutò nei primi anni di Weimar e la contadinella furba che lo catturò
con le sue forme sinuose e con i pranzetti deliziosi fin dall'epoca delle Elegie
romane, per la somiglianza con le ragazzotte laziali cui il Maestro da
uomo maturo non seppe resistere. Venivano ricordate le tante donne amate,
conquistate e abbandonate - modello Casanova - fino alla giovanissima Bettina
Brentano von Arnim, che del poeta si fece scudo per entrare nel mondo della
cultura prussiana, come Milan Kundera negli ultimi anni ci ha raccontato. Ma
nel 1815 Goethe ha coscienza della vecchiaia e della fine delle gioie d'amore e
si chiuderà nei bui ricordi, ultimo dei quali, Marianne von Willemer,
riapparirà nelle sue belle forme come la Zuleika del Divano.
Molto identificativo col Genio per Mann sarà il cenno classico di Riemer agli
amori del Maestro il paragone con gli amori di Giove, nonché il personaggio di Elena
presente nella seconda parte del Faust, quando questa si rammenterà
della sua vita, cose che Goethe deciderà di scrivere fin dal 1816, non a caso
alla stessa età di Mann. Nondimeno anche la figura di Lotte, certamente nel
fisico ben diversa da quella che aveva danzato con lui (quando si erano
conosciuti, lei era appena di 17 anni, lui di 33!) nei giardini di Wetzlar.
Egli la invase nel corpo e nello spirito. Poi arrivò lo smilzo Kestner, da cui
avrà ben 11 figli. Ora, a più di 60 anni, ne avrà ancora 7 di vita come ricca
vedova. Aveva seguito il primo amore per tutta la sua vita, (come Katia con
Thomas certamente nello spirito), quasi la sua ombra, simile alla Désirée
Clary per Napoleone. La voglia di rivederlo derivava da una lettera che
venne ritrovata da Mann e che sarà oggetto del lungo colloquio che Lotte ha
proprio con August, venuto a portarle in albergo esclusivamente i saluti del
padre, ritroso a rivederla. E il padre sul loro rapporto e sul terzo incomodo
Kestner non era stato del tutto sincero. Dove e quando in quell'estate del 1774
era stata solo un'amica? Ché forse gli si era concessa? Ora era il momento
della resa dei conti: perché anche lei doveva spiegargli quando e come scelse
Kestner. Una vecchia ferita da sanare. Era questo il caso del c.d. ultimo
incontro, oggi, ma forse anche all'epoca, non tanto una prova d'amore, ma
spesso la morte violenta di qualcuno delle parti. Il tono preparatorio di Mann
propendeva però per una riconciliazione, ma l'ironia sottesa poteva imporre una
scelta diversa? Il chiarimento avverrà, dopo un peculiare settimo capitolo e un
originale nono. Ma la conclusione ci pare inquietante. Soprattutto, è la
condotta del Genio, singolare per il luogo e il momento prescelto per
quell'incontro. Lotte, dopo l'invito concordato con August, malgrado i dubbi
del padre, decide di andare a pranzo senza il fiocco rosso che portava da
giovane ogni volta che all'epoca si vedevano, forse un segno di disponibilità
che ormai la vecchia rifiuta, decisa a rivederlo solo per una curiosità quasi
morbosa. Una colazione fredda che andrà a gelarsi per l'essere il Genio
piuttosto scostante. Il chiarimento non si avrà perché il vecchio lo rinvia a
un altro appuntamento a teatro, accampando motivi di salute (ottavo capitolo).
Il settimo ci pare alquanto interessante, perché viene esasperata la tecnica
del flusso costante di pensiero, quasi un monologo interiore fra passato e
presente. E poi la sensazione che Lotte non poteva andare più avanti perché
qualcuno dei figli, anche quella presente, non sarebbe stata d'accordo. Ma poi
il poeta non si era fatto vedere all'Opera, facendo annunziare da Riemer di continuare
a stare male di stomaco… Una scusa scostante e ridicola, pensava fra sé
Lotte, un altro luogo del romanzo dove ancora il flusso di pensiero riemerge
nello scritto con abilità freudiana, tanto che Lotte ormai quasi rinnega la sua
scelta iniziale, perché Goethe le appare distante da quel giovane allegro e
spensierato che era non poco trasgressivo, ma ora non è più quello dello Sturm
und Drang, che mai avrebbe fatto attendere una bella donna… Era però l'età
della vecchiaia, quando andava preferita la vita contemplativa, dove dominavano
i ricordi nostalgici, onde la volontà della loro piena conservazione. Perciò
quella matura signora vestita di nero, una madre vegliarda, non lo può di certo
attirare. Lotte, dal canto suo, indispettita, ordinerà il giorno dopo una
carrozza che la riporti a casa. Ma durante quel triste viaggio di ritorno, fra
il sonno e la voglia di riparlargli, gli ritorna come uno spettro. Ecco qui il
magnifico dialogo che Mann crea a conclusione del romanzo. Già nel Faust,
Margherita era stata paragonata a una farfalla attratta da una fiamma che la
brucerà nel corpo e nell'animo. Una fiamma di se stesso e dell'Arte, dove il
volo della farfalla sedotto dalla luce della Poesia, è la conoscenza della
verità anche a prezzo della vita. Era la fiamma dell'amore giovanile, una
passione di una primadonna per un altro, che gli impone di sparire. Carlotta,
ora è turbata, si convince e gli augura nel sogno la pace dei sensi,
cioè la vecchiaia degna del suo sacrificio. Ma era la voce di Goethe o quella
di Mann? Guardiamo il momento storico della scrittura del romanzo, il
1938-1939. Era il periodo del suo esilio a Princeton, a sud del New Jersey,
chiamato a insegnare come professore ingaggiato all'estero. Era stata la
collega Agnes E. Meyer a segnalarlo al corpo docente, peraltro
raccomandato da un illustrissimo docente tedesco anche lì docente, l'esiliato
ed ebreo Albert Einstein. Anzi, lo sposo della Meyer, da direttore del Washington
Post, aveva pubblicato la vacanza del posto di Germanistica. Il
triennio di docente a contratto terminò proprio quando il romanzo in esame fu
pronto per la stampa a Stoccolma. Cosa che non fece bene alla sua fama e al suo
saggio visto che il Ministero della Cultura tedesca lo vietò in Patria.
L'editore affezionato, Gottfried Fischer, ebreo fuggito da Francoforte, accettò
la sua uscita in Svezia e nel suo diario, ringrazierà l'amico perché amici e
lettori, da Shanghai a S. Paolo, da Londra a Los Angeles, diranno bene
dell'opera. Vale allora riportare la considerazione finale di Goethe nel sogno
di Carlotta, poi ribadita nel discorso di Mann La Germania e i tedeschi,
tenuto il 6.6.1945, nel giorno del suo compleanno di 70 anni proprio nella
libreria del Congresso a Washington: È triste che i tedeschi non conoscano
il fascino della verità... è odioso vedere come abbiamo simpatia per la irrazionalità
in forma eccezionale. Anzi, spesso sono infatuati da cialtroni fanatici che
risvegliano i nostri più malefici istinti, cosa che ci consolida nei nostri
vizi e ci insegna a vedere la nazionalità come un agognato solipsismo,
accettandone le brutalità e le infantilità... E ancora: quando
l'orgoglio dell'intelletto va di pari passo con l'arcaismo dello Spirito e con
la tirannia della consuetudine sociale, là è presente il demonio. Un
chiaro pessimismo permeava quel discorso, dopo le formidabili orazioni alla
Germania di quasi 5 anni di guerra, dopo aver indossato all'estero l'abito di praeceptor
della Patria, mai caduta così in basso per effetto della follia nazista. Ma con
altrettanta durezza dirà anche che la libertà è sempre giovane, perché è
eterna, perché la boriosa pretesa della dittatura di essere sempre viva non può
rendere nel lungo periodo... il rinnovamento sociale è il fine della
democrazia, condizione e garanzia della sua vittoria... Essa onorerà la
comunità dei popoli e si dimostrerà di gran lunga come sia foriera di pace e
idonea a smaschererà le menzogne di progresso avanzate del Nazifascismo.
Mentre Benedetto Croce applaudirà a quel discorso, in nome dell'internazionale
democratica che andava da Churchill ad Adenauer, da Jean Monet a Robert
Schumann non a caso padri dell'idea di Europa. Era un'unica aspirazione
politica per ridare vita e speranza al mondo europeo caduto nella catastrofe
della storia, come gridava il vecchio democratico Meinecke vedendo l'anno
zero di Berlino. Una scintilla di fanatismo, di folle orgoglio, di ubriacatura
in forma di socialismo a Est e in veste di conservatorismo a Ovest,
riemergevano con forza proprio dalle macerie ancora fumanti. Era la tragedia
della guerra fredda, di quella Cortina di ferro che Stalin innalzava e che
Truman, con il corifeo McCarthy, recintava in nome delle società occidentali,
in una sede non per caso simboleggiata da Mann, come in un sogno non lontano da
quello di Carlotta in carrozza.
Bibliografia
-
Oltre alle fonti
citate nel testo, vd. la sempre valida visione generale di LADISLAO MITTNER, Storia
della letteratura tedesca, vol. III, dal realismo alla
sperimentazione, tomo primo e tomo II, Einaudi, 1978-1971.
-
Più di recente,
vd. il maggiore studioso di Thomas Mann, LUCA CRESCENZI, Melancolia occidentale. La montagna
magica di Thomas Mann, ed. Carocci, 2011.
-
Per il romanzo Carlotta
a Weimar, cfr. l'edizione italiana, tradotta LAVINIA MAZZUCCHETTI, Mondadori,
1948. Per il Doktor Faustus, cfr. pure l'edizione italiana, tradotto e
introdotto da ERVINO POCAR, Mondadori, 1949, nonché il Nostro, Il Doktor
Faustus, il sosia di Thomas Mann, in www.corriereditalia.de, sezione
cultura, 24 giugno, 2024.
-
Per Mann
impolitico, vd. ELENA ALESSIATO, L'impolitico: Thomas Mann fra arte e guerre,
Il Mulino, 2011.
-
Per Mann
politico, vd. THOMAS MANN, Moniti all'Europa, Introduzione di Giorgio
Napoletano, Mondadori, 2017, nonché il Nostro, Ottanta anni dopo su
www.libertasicilia.it 1.12.2018.
- Da ultimo, in occasione delle doppie celebrazioni su Thomas Mann, 150 anni dalla nascita e 70 dalla morte, cfr. lo Zeitgeschichte, nr. 2/2025, fascicolo monografico. Interessante è il sottotitolo: cosa ha insegnato ai tedeschi quel grande scrittore e perché oggi non può esser dimenticato.

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