giovedì 2 ottobre 2025

Thomas Mann e Wolfgang Goethe (1919-1955). Dal dialogo al monologo? Parte 2. Di Giuseppe Moscatt

Goethe
2.     Lotte a Weimar, caratteri generali. Il processo di identificazione col Maestro

Sulla scia del francese Bourget, l'operazione di Mann era prettamente acritica: una puntuale ricostruzione di un incontro di stampo aneddotico fondato da una pluralità di fonti di prima mano, per esempio l'intervista a Goethe da parte di Eckermann, oppure le memorie dal suo segretario Riemer. Fonti avallate e controllate da Mann di un Goethe come lui maniaco dell'ordine, intrise di etica, tipicità comuni per intellettuali eccezionali quali erano. Goethe infatti fu uno storico illuminista del calibro di un Montesquieu o di un Gibbon, solo a considerare le considerazioni che formulò sulla famosa battaglia di Valmy nel 1792. E Mann lo segue passo passo, tanto che dai fervidi dialoghi verosimili, presto passava alle formule allora in voga - si pensi all'Ulisse di Joyce, oppure all'Uomo senza qualità di Musil - cioè la descrizione del pensiero, il c.d. flusso di coscienza, commisurato alla realtà storica contestuale, senza trascendere all'umanità spiccia meramente associativa già formulata da Freud. In altre parole, Mann riedificava in modo spregiudicato i fatti della storia alta - l'età romantica di primo '800 e quella illuminista di Weimar - e quella bassa, la vicenda cioè di Werther e quella dell'incontro fra Lotte Buff e Goethe anziano, da cui discendeva la dinamica del romanzo. Ma andiamo con ordine. Nell'estate del 1772, il ventitreenne Goethe arriva a Wetzler, un piccolo borgo della regione dell'Assia, sulle rive del fiume Lahn, un centro di origine medievale nel cuore dell'attuale Germania. È un giovane praticante avvocato, iscritto alla Corte locale imperiale. Dopo gli studi liceali a Francoforte dove era nato in una famiglia medio borghese di giuristi di corte, aveva studiato legge a Lipsia e Strasburgo. Dopo una grave malattia giovanile si era innamorato della giovane Anna Katharina Schönkopf e poi della ragazzina Friederike Brion, umori giovanili che lo avevano stancato e disilluso lasciandolo pieno di rimorsi e assai scosso per essere stato lasciato (si pensi alla tragedia di Goethe Stella del 1776, che rievocava quegli amori). Proprio la scelta della città di Wetzel era derivata dalla lontananza di quella città da quelle esperienze, dove presto si erano evaporate, lasciando però il giovane pieno di ardori sinceri, melanconici e speranzosi a un tempo. Aveva già pronto un dramma storico, Il Goffredo di Berlichingen, a testimonianza dell'interesse storico ben più intrigante dello studio di pandette legali (prime e sostanziali identificazioni di Mann con Goethe, senza contare l'intima adesione ad amori temerari...). Sia come sia, un altro amore nascerà: in tribunale, diventa amico di un collega, il futuro consigliere imperiale George Kestner e Charlotte Buff, governante della famiglia Kestner, responsabile di un gregge di fratelli e sorelle, in una casa ordinata e irreggimentata in modo teutonico. Una relazione a tre che nel 2010 è stata trasposta nel film Goethe di Philipp Stölzl. Una partita a tre che Goethe insiste sull’essere stata casuale, ma che il precedente di Stella e il seguente descritto nel Werther lasciano in sospeso con un certo dubbio letterario che Mann neppure sembra sciogliere. Certamente, le fonti di Goethe la ricordano come una ragazza esuberante di appena 17 anni, vestita con un’unica tunica bianca, con una cinta di nastri rosa che non per caso indosserà tanti anni dopo a Weimar prima di rivedere il vecchio amore. In quella estate del 1772, Wolfgang, Carlotta e George trascorrono un momento idilliaco, dove amicizia virile, amore sensuale e relazione poetica si sovrappongono in un vortice inusitato in una società puritana e conservatrice. Come accade sempre, a settembre i due amici e la bella si separano, mentre Wolfgang ricade nel mutismo e nella depressione quando Carlotta gli annuncia che sposerà Kestner, in via di acquisizione di una robusta posizione amministrativa nella Corte imperiale. Lo sgomento di Goethe, il classico studente quasi povero e abbandonato dall'amata per un rivale più serio e meglio inserito nella società, viene però interrotto da una notizia che desta forte imbarazzo nelle famiglie perbene della cittadina: un altro studente, tale Jerusalem, si è tirato un colpo di pistola perché abbandonato dalla donna che amava, dichiarando in un biglietto di saluto finale che era stato rifiutato dal mondo perché non era stato capito né accettato per quello che era, un povero poeta illuso da un falso amore. L'impressione di Goethe fu enorme, come fu per Mann e un esercito di giovani romantici e idealisti per quasi due secoli. Vicenda che toccò Wolfgang anche come artista e che lo portò a scrivere il suo primo grande romanzo, I dolori del giovane Werther (1774). Il successo editoriale e di pubblico fu enorme, tanto che Goethe insiste sul fatto che il suicidio non fu solo un atto di ribellione o di rinunzia, ma anche lo scontro col mondo reale dei suoi sogni e dei suoi ideali, dove la morte è un gesto estremo di liberazione al quale si giunge per mezzo di una lucida introspezione. Mann la rivive pensando a Morte a Venezia e a la Montagna incantata, toccando le corde dei giovani di fine '700 e poi di metà '900, quando le disillusioni dopo il terrore rivoluzionario e le due guerre mondiali lasciarono nelle future classi dirigenti e nella borghesia europea dei vuoti morali che Mann riconobbe come gravissimi, sia nella società tedesca non ancora denazificata, sia nella società consumistica americana, piena di malattie psichiatriche derivate da quella realtà. All'epoca la fama di Goethe fu tale che il gesto estremo di Jerusalem fu ripetuto fra i giovani intellettuali europei in modo così numeroso da fargli spiccare ordini di espulsione dalle polizie austroungariche e russe. Passarono più di 40 anni dalla fuga notturna di Goethe da Wetzel, esperienza che altre volte il Poeta ripeterà per situazioni personali scomode: per esempio quando deciderà tacitamente di andare in Italia da Weimar, per rompere varie circostanze insopportabili di vita sociale a Corte (6.9.1786). Nel 1816, il Vate ha 68 anni, è tornato a Weimar e dirige soltanto il teatro locale. Famosissimo, è fuori dai giochi politici ed è ormai un intellettuale classico, nel senso che vive in accordo col Potere reazionario e trae da quella protezione - invisa all'intellighenzia romantica - ciò che gli consente una certa agiatezza e le garanzie più opportune per potersi sottrarre alle sirene liberali che fermentavano in ogni parte di Europa. La passione per Napoleone - che lo vide separarsi da Beethoven e dal giovane Heine - era stata sostituita dal seguire il legittimista granduca Carlo Federico, cognato dello Zar Alessandro I, fautore della Santa Alleanza restauratrice dopo il Congresso di Vienna del 1815. Un regime autoritario che non era molto diverso dallo stato fascista dove operarono Vitaliano Brancati e Tomasi di Lampedusa nel '900, scrittori che a Mann potrebbero essere paragonati, per la loro sottile ironia che li accomuna a fronte di un regime tirannico, anche se lo tolleravano da gentiluomini. Goethe - e il suo emulo Mann - almeno fino alla svolta del 1922 - erano e aspiravano a essere il tipo ideale di letterato universale, salvo che nella politica, li lasciava comunque perplessi. Tuttavia, non erano stati mai favorevoli alle Masse popolari. Scrive Goethe - ma il Mann delle Considerazioni non era da meno - che quando le masse emergono, è doveroso ascoltarle. Ma le loro opinioni, non sempre vanno perseguite. Goethe e Mann non erano sicuramente dissidenti per principio dal Potere Costituito legittimamente. Forse solo nel momento della fuga da Wetzel e poi da Weimar qualche dubbio gli sovvenne. E Mann, del pari, aveva avuto analoghi dubbi fino al 1921 sulla Repubblica, quando questa sembrava vacillare di fronte alla guerra civile. Entrambi invero, avevano prestato soccorso agli esuli liberali e reazionari nelle loro case di Francoforte, Weimar, negli USA e in Svizzera, lungo le alternanze fra democrazie e tirannie che nei diversi secoli si erano succedute. E nel contempo entrambi avevano scritto i capolavori assoluti che conosciamo. Per esempio, il Faust (1808) per l'uno e La montagna incantata per l'altro (1924), rivelavano la stessa ansia di porsi al di sopra delle parti e di promuovere la rinascita dell'Uomo nuovo germanico. Orbene, Thomas, proprio con Carlotta a Weimar, in virtù di un narcisismo spesso malcelato, lungo le pagine dal romanzo non mancava di segnalare incontri con tutti i grandi che lo stesso Goethe ebbe a Weimar negli ultimi anni di vita, dopa aver già conosciuto e collaborato con Herder, Schiller e Wieland, cioè Jean Paul, Byron, i fratelli Schlegel, Heine, Schopenhauer, Hegel, Kant, ma anche Winckelmann e von Platen, i due maledetti omofobi dei suoi tempi. Vanagloria e bisogno costante di essere ammirato, che anche Mann mostrerà sempre, anche dopo la conversione democratica del 1922. Il viaggio a Parigi nel 1926 e le vicende delle sue ampie relazioni a Los Angeles con non pochi esiliati, da Brecht ad Adorno in odore di Comunismo, che lo portarono a difendersi di essere addirittura accusato davanti alla Commissione di inchiesta McCarthy nel 1948, quando la sua presentazione di un libro dello scrittore Gordon Kahn, gli procurò un'inchiesta poi archiviata. Vicenda che però lo scosse dopo anni di fede democratica anche al servizio di Roosevelt come propagandista alla radio di messaggi alla Germania di Hitler (45 radiomessaggi della BBC del 1940 al 1945), dove il livore antinazista apparve ben più sentito del pari risentimento coi Sovietici, di cui riconosceva la necessaria alleanza contro il comune nemico. E come Mann, così anche Goethe aveva a Weimar - la Firenze del '700 - una coorte di amici, figure minori che lo aiutavano nella gestione del teatro, il luogo che gli consentì quelle relazioni di aggiornamento culturale anche estero. Per noi Italiani Manzoni e Foscolo ebbero citazioni e giudizi non secondari sia sui Promessi Sposi e sul 5 Maggio, sia sulle Ultime lettere di Jacopo Ortis, un Werther politico rispetto all'originale, che lo portò al senso di cosmopolitismo. Mann cercò di ripeterlo con successo nelle serate al caminetto che teneva nella villetta di Los Angeles anche con coloro che la pensavano diversamente, specialmente con coloro che per frequentazione furono citati come suoi amici comunisti. Per venire al pretesto del romanzo del 1938, all'aneddoto narrato dal segretario di Goethe, Riemer, quale causa della venuta della più che matura Carlotta a trovare il quasi ignaro Wolfgang; va detto che fu una visita improvvisa con la figlia Lottina e la domestica Chiarina in quella tana del lupo, dopo la fuga inspiegabile del Vate. Il loro arrivo in albergo, di quella protagonista del Werther, ancora letto e ricordato da molti, perfino dal domestico Mager nelle prime pagine; è un capolavoro di ironia molto simile a un episodio analogo letterario, l'arrivo dell'ispettore generale in una commedia di Gogol già famosa all'epoca dell'ultimo Goethe. Scendendo ora nel dettaglio, va rilevato che il romanzo in questione mostra una struttura teatrale, perché è fondata su dialoghi fra i vari personaggi che appunto sono i satelliti del Dio, che nelle loro considerazioni parlano anche dei sentimenti contrastanti che il Maestro ha per loro. Essi vengono attentamente descritti anche alla luce di quanto ha detto e ripetuto. Si prenda per esempio il segretario Riemer, visto come un essere antipatico mentre il copista, tale John, era una modesta figura che appare più che dignitosa. E poi due donne, Ottilia, nuora di Goethe perché moglie del figlio Augusto, e Adele Schopenhauer, sorella del filosofo, una sua cronista, che però raccontava al fratello giovanetto tutte le rime del Vate che ancora insisteva nella sua teoria dei colori. Sebbene queste due fossero quasi subordinate dalla maestà del Genio, Mann scava di più nella loro personalità. La sposa di August mostrava di essere rispettosa e amorevole, mentre Adele confessava a Lotte che dietro la facciata perbenista, non tutto era così perfetto, adombrando certe scappatelle del marito, degno figlio del padre, che da giovane ne aveva combinate tante, come appunto Lotte ben sapeva. Adele, poi, con quell'ironica tecnica di domande a doppio senso e di risposte altrettanto ambigue, ricordava le due ultime donne di Goethe, Madame von Stein e la moglie Christiane Vulpius, ossia la nobildonna che lo rifiutò nei primi anni di Weimar e la contadinella furba che lo catturò con le sue forme sinuose e con i pranzetti deliziosi fin dall'epoca delle Elegie romane, per la somiglianza con le ragazzotte laziali cui il Maestro da uomo maturo non seppe resistere. Venivano ricordate le tante donne amate, conquistate e abbandonate - modello Casanova - fino alla giovanissima Bettina Brentano von Arnim, che del poeta si fece scudo per entrare nel mondo della cultura prussiana, come Milan Kundera negli ultimi anni ci ha raccontato. Ma nel 1815 Goethe ha coscienza della vecchiaia e della fine delle gioie d'amore e si chiuderà nei bui ricordi, ultimo dei quali, Marianne von Willemer, riapparirà nelle sue belle forme come la Zuleika del Divano. Molto identificativo col Genio per Mann sarà il cenno classico di Riemer agli amori del Maestro il paragone con gli amori di Giove, nonché il personaggio di Elena presente nella seconda parte del Faust, quando questa si rammenterà della sua vita, cose che Goethe deciderà di scrivere fin dal 1816, non a caso alla stessa età di Mann. Nondimeno anche la figura di Lotte, certamente nel fisico ben diversa da quella che aveva danzato con lui (quando si erano conosciuti, lei era appena di 17 anni, lui di 33!) nei giardini di Wetzlar. Egli la invase nel corpo e nello spirito. Poi arrivò lo smilzo Kestner, da cui avrà ben 11 figli. Ora, a più di 60 anni, ne avrà ancora 7 di vita come ricca vedova. Aveva seguito il primo amore per tutta la sua vita, (come Katia con Thomas certamente nello spirito), quasi la sua ombra, simile alla Désirée Clary per Napoleone. La voglia di rivederlo derivava da una lettera che venne ritrovata da Mann e che sarà oggetto del lungo colloquio che Lotte ha proprio con August, venuto a portarle in albergo esclusivamente i saluti del padre, ritroso a rivederla. E il padre sul loro rapporto e sul terzo incomodo Kestner non era stato del tutto sincero. Dove e quando in quell'estate del 1774 era stata solo un'amica? Ché forse gli si era concessa? Ora era il momento della resa dei conti: perché anche lei doveva spiegargli quando e come scelse Kestner. Una vecchia ferita da sanare. Era questo il caso del c.d. ultimo incontro, oggi, ma forse anche all'epoca, non tanto una prova d'amore, ma spesso la morte violenta di qualcuno delle parti. Il tono preparatorio di Mann propendeva però per una riconciliazione, ma l'ironia sottesa poteva imporre una scelta diversa? Il chiarimento avverrà, dopo un peculiare settimo capitolo e un originale nono. Ma la conclusione ci pare inquietante. Soprattutto, è la condotta del Genio, singolare per il luogo e il momento prescelto per quell'incontro. Lotte, dopo l'invito concordato con August, malgrado i dubbi del padre, decide di andare a pranzo senza il fiocco rosso che portava da giovane ogni volta che all'epoca si vedevano, forse un segno di disponibilità che ormai la vecchia rifiuta, decisa a rivederlo solo per una curiosità quasi morbosa. Una colazione fredda che andrà a gelarsi per l'essere il Genio piuttosto scostante. Il chiarimento non si avrà perché il vecchio lo rinvia a un altro appuntamento a teatro, accampando motivi di salute (ottavo capitolo). Il settimo ci pare alquanto interessante, perché viene esasperata la tecnica del flusso costante di pensiero, quasi un monologo interiore fra passato e presente. E poi la sensazione che Lotte non poteva andare più avanti perché qualcuno dei figli, anche quella presente, non sarebbe stata d'accordo. Ma poi il poeta non si era fatto vedere all'Opera, facendo annunziare da Riemer di continuare a stare male di stomaco… Una scusa scostante e ridicola, pensava fra sé Lotte, un altro luogo del romanzo dove ancora il flusso di pensiero riemerge nello scritto con abilità freudiana, tanto che Lotte ormai quasi rinnega la sua scelta iniziale, perché Goethe le appare distante da quel giovane allegro e spensierato che era non poco trasgressivo, ma ora non è più quello dello Sturm und Drang, che mai avrebbe fatto attendere una bella donna… Era però l'età della vecchiaia, quando andava preferita la vita contemplativa, dove dominavano i ricordi nostalgici, onde la volontà della loro piena conservazione. Perciò quella matura signora vestita di nero, una madre vegliarda, non lo può di certo attirare. Lotte, dal canto suo, indispettita, ordinerà il giorno dopo una carrozza che la riporti a casa. Ma durante quel triste viaggio di ritorno, fra il sonno e la voglia di riparlargli, gli ritorna come uno spettro. Ecco qui il magnifico dialogo che Mann crea a conclusione del romanzo. Già nel Faust, Margherita era stata paragonata a una farfalla attratta da una fiamma che la brucerà nel corpo e nell'animo. Una fiamma di se stesso e dell'Arte, dove il volo della farfalla sedotto dalla luce della Poesia, è la conoscenza della verità anche a prezzo della vita. Era la fiamma dell'amore giovanile, una passione di una primadonna per un altro, che gli impone di sparire. Carlotta, ora è turbata, si convince e gli augura nel sogno la pace dei sensi, cioè la vecchiaia degna del suo sacrificio. Ma era la voce di Goethe o quella di Mann? Guardiamo il momento storico della scrittura del romanzo, il 1938-1939. Era il periodo del suo esilio a Princeton, a sud del New Jersey, chiamato a insegnare come professore ingaggiato all'estero. Era stata la collega Agnes E. Meyer a segnalarlo al corpo docente, peraltro raccomandato da un illustrissimo docente tedesco anche lì docente, l'esiliato ed ebreo Albert Einstein. Anzi, lo sposo della Meyer, da direttore del Washington Post, aveva pubblicato la vacanza del posto di Germanistica. Il triennio di docente a contratto terminò proprio quando il romanzo in esame fu pronto per la stampa a Stoccolma. Cosa che non fece bene alla sua fama e al suo saggio visto che il Ministero della Cultura tedesca lo vietò in Patria. L'editore affezionato, Gottfried Fischer, ebreo fuggito da Francoforte, accettò la sua uscita in Svezia e nel suo diario, ringrazierà l'amico perché amici e lettori, da Shanghai a S. Paolo, da Londra a Los Angeles, diranno bene dell'opera. Vale allora riportare la considerazione finale di Goethe nel sogno di Carlotta, poi ribadita nel discorso di Mann La Germania e i tedeschi, tenuto il 6.6.1945, nel giorno del suo compleanno di 70 anni proprio nella libreria del Congresso a Washington: È triste che i tedeschi non conoscano il fascino della verità... è odioso vedere come abbiamo simpatia per la irrazionalità in forma eccezionale. Anzi, spesso sono infatuati da cialtroni fanatici che risvegliano i nostri più malefici istinti, cosa che ci consolida nei nostri vizi e ci insegna a vedere la nazionalità come un agognato solipsismo, accettandone le brutalità e le infantilità... E ancora: quando l'orgoglio dell'intelletto va di pari passo con l'arcaismo dello Spirito e con la tirannia della consuetudine sociale, là è presente il demonio. Un chiaro pessimismo permeava quel discorso, dopo le formidabili orazioni alla Germania di quasi 5 anni di guerra, dopo aver indossato all'estero l'abito di praeceptor della Patria, mai caduta così in basso per effetto della follia nazista. Ma con altrettanta durezza dirà anche che la libertà è sempre giovane, perché è eterna, perché la boriosa pretesa della dittatura di essere sempre viva non può rendere nel lungo periodo... il rinnovamento sociale è il fine della democrazia, condizione e garanzia della sua vittoria... Essa onorerà la comunità dei popoli e si dimostrerà di gran lunga come sia foriera di pace e idonea a smaschererà le menzogne di progresso avanzate del Nazifascismo. Mentre Benedetto Croce applaudirà a quel discorso, in nome dell'internazionale democratica che andava da Churchill ad Adenauer, da Jean Monet a Robert Schumann non a caso padri dell'idea di Europa. Era un'unica aspirazione politica per ridare vita e speranza al mondo europeo caduto nella catastrofe della storia, come gridava il vecchio democratico Meinecke vedendo l'anno zero di Berlino. Una scintilla di fanatismo, di folle orgoglio, di ubriacatura in forma di socialismo a Est e in veste di conservatorismo a Ovest, riemergevano con forza proprio dalle macerie ancora fumanti. Era la tragedia della guerra fredda, di quella Cortina di ferro che Stalin innalzava e che Truman, con il corifeo McCarthy, recintava in nome delle società occidentali, in una sede non per caso simboleggiata da Mann, come in un sogno non lontano da quello di Carlotta in carrozza.


Giuseppe Moscatt


Bibliografia

-       Oltre alle fonti citate nel testo, vd. la sempre valida visione generale di LADISLAO MITTNER, Storia della letteratura tedesca, vol. III, dal realismo alla sperimentazione, tomo primo e tomo II, Einaudi, 1978-1971.

-       Più di recente, vd. il maggiore studioso di Thomas Mann, LUCA CRESCENZI, Melancolia occidentale. La montagna magica di Thomas Mann, ed. Carocci, 2011.

-       Per il romanzo Carlotta a Weimar, cfr. l'edizione italiana, tradotta LAVINIA MAZZUCCHETTI, Mondadori, 1948. Per il Doktor Faustus, cfr. pure l'edizione italiana, tradotto e introdotto da ERVINO POCAR, Mondadori, 1949, nonché il Nostro, Il Doktor Faustus, il sosia di Thomas Mann, in www.corriereditalia.de, sezione cultura, 24 giugno, 2024.

-       Per Mann impolitico, vd. ELENA ALESSIATO, L'impolitico: Thomas Mann fra arte e guerre, Il Mulino, 2011.

-       Per Mann politico, vd. THOMAS MANN, Moniti all'Europa, Introduzione di Giorgio Napoletano, Mondadori, 2017, nonché il Nostro, Ottanta anni dopo su www.libertasicilia.it 1.12.2018.

-       Da ultimo, in occasione delle doppie celebrazioni su Thomas Mann, 150 anni dalla nascita e 70 dalla morte, cfr. lo Zeitgeschichte, nr. 2/2025, fascicolo monografico. Interessante è il sottotitolo: cosa ha   insegnato ai tedeschi quel grande scrittore e perché oggi non può esser dimenticato.

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