È noto che la carriera
letteraria di Mann era scandita dagli eventi storici che lambiscono, fino a
influenzare direttamente, la sua ampia mole di opere. Se il Mann realista e
nazionalista caratterizzava le novelle e i racconti lunghi, I Buddenbrook
e Le considerazioni di un impolitico perché erano retti da un palese
unico registro fondato sul conservatorismo borghese con ampie varianti
soggettive. Ma un registro intimo fuoruscirà con impeto tortuoso, crescente e
ineluttabile in Morte a Venezia, Tristano e Tonio Kröger,
tanto che il Mito e l'artista nella cultura tedesca trovarono in
Mann un precursore sensibile e inquieto, ricco di una componente irrazionale,
ineliminabile perfino nella Montagna incantata, che sarà soffocata dalla
accettazione forzata della Democrazia fin dalla svolta del '22, ridotta però a
sentimento positivo in Cane e Padrone e proseguita in disordine e
dolore precoce, fra il 1918 e il 1925, racconti lunghi dove la fusione di
umorismo e lirismo è la chiave di lettura di una pace interiore e di una
coscienza borghese riacquisita, analoga al periodo più tranquillo postromantico
di metà '800 ereditata dagli eredi di Goethe nella formula critica del Biedermeier.
La crisi della Repubblica di Weimar costringerà però Mann all'esilio prima in
Europa Occidentale, poi negli Stati Uniti, col germe di un'inquietudine di un’interiorità
che vedrà il prevalere di un sentimento demoniaco, quasi sfuggito al controllo
dell'autore. Singolare appare il momento di questa fuga in avanti, dopo il
plauso per Goethe, esploso con Carlotta a Weimar. La tensione positiva
al Vate rivelava la natura del mito di grandezza del popolo tedesco, ma anche
trascinava con sé la follia demoniaca del passato di grande potenza. È quel
secondo animo che Mann riscoprirà e metterà per iscritto nel romanzo più
pessimista che abbia mai scritto, il Doktor Faustus (1947). Composto
negli anni di vita in California, dopo quelli passati a Princeton dedicati
all'ultimo volume della vita di Giuseppe - Giuseppe il nutritore, 1943 -
Mann raggiunge un compromesso estetico che gli consente di mediare le sue
doppie anime, quella del buon borghese, pedagogo e maestro della buona
Germania, ma anche quella di natura diabolica e foriera di catastrofi. Luogo
di tale convivenza è la musica e un suo autore moderno, tale Adrian
Leverkühn, un prototipo dell'ultimo Beethoven, del Wagner della tetralogia e un
collega di quello Schönberg, padre della dodecafonia, il male oscuro
della musica classica germanica, come lo aveva definito l'amico
Gustav Mahler, il compositore austriaco che Mann aveva avuto come
modello per la figura del prof. Aschenbach in Morte a Venezia. Come il Wilhelm
Meister di Goethe era stata la storia di un apprendistato di un giovane che
si affacciava al mondo, così il Doktor Faustus, era ora la storia della
corruzione di un compositore tedesco raccontato da un amico. Attenzione
però che Faustus non è equiparabile al mitico professore di Goethe, ma è
il simbolo della nuova Germania, la cui crescita e decadenza simboleggia
l'ascesa della Germania di Weimar nel '22 e la caduta di Berlino nel 1945. Una
metamorfosi dello spirito tedesco rinato e sepolto in pochi anni, quasi che
fosse un patto col diavolo a regolare la grandezza di un compositore (al
cap. ottavo si cita il fenomeno in Beethoven), senza contare
Nietzsche che nel romanzo si fa infettare da una prostituta in un bordello di
Norimberga, metafora dell'infezione ideologica wagneriana prodotto dalla tetralogia,
dove il male atavico nasceva fin dalle origini della storia nei due nani
malefici dell'Oro del Reno. Adrian Leverkühn sarà così colpito da un
morbo che lo renderà il genio assoluto della musica. E c'è pure nel contesto la
voce di un amico che narra criticamente i fatti nella loro tragica ironia. Tale
Serenus Zeitblom, alias Mann il pedagogo, la figura del buon
padre di famiglia di Weimar che assiste sconcertato, nostalgico e
sarcastico, al crollo del mondo di ieri e di oggi. Il tutto anche in
armonia estetica col modello cinematografico di Billy Wilder delle voci fuori
campo e del montaggio alternato, col flusso di pensieri che ricorda il passato
(per esempio, si veda la scuola austriaca di Arthur Schnitzler e Vicki Baum, romanzieri
popolari letti da Mann fin dagli anni '10). E c'era una punta di ritorno
all'autoritarismo anteriore alla sua svolta del '22: fin dal 1938, aveva
esortato nei suoi diari, quasi con un senso di angoscia, le Potenze Occidentali
a violare il principio democratico che vietava di intervenire militarmente in
un altro Paese se questo dava segnali di autoritarismo guerrafondaio. E tale
inversione di tendenza antidemocratica era motivata dal perdurare di una pace
comoda, specialmente da parte della Francia, l'antica nemica, che tollerava
in quegli anni i movimenti fascisti, come l'Action Française di Charles
Maurras. Era quasi il ritorno alle origini nazionaliste e irrazionali,
anche se motivato da un fondo di razionalità volta a prevenire un conflitto
maggiore (e oggi sarebbe opportuno rimeditare tale proposta alla luce delle
conseguenze alle guerre in atto). Mann rilevava un parallelismo fra la
decadenza del compositore e quella della Germania: infatti, il demoniaco è
proprio quella infezione che produce al musicista il titanismo spirituale che
lo distruggerà insieme al Paese che lo ospita. Come la farfalla che si
brucia per essere stata troppo vicino alla fiamma. Nondimeno è viva
la presenza di un ulteriore dualismo estetico fra i fatti narrati e il tempo
presente di Zeitblom. Il tutto infarcito di una serie di lunghi intervalli
dedicati alla teologia, alla politica, al costume e soprattutto alla musica, il
leitmotiv che Mann affidò al filosofo Theodor Adorno nel ricostruire
in quella materia, riassunto nel cap. XIII del libro. Una pluralità di
dialoghi, di premesse, di incontri, fino al saggio preliminare sulla nascita
dell'opera. Il romanzo di un romanzo, 1949. Ma anche un tormento nel
tormento, cioè la sua ultima visione del mondo, dove il Magistero morale
sembrava venire meno per quella punta di pessimismo cosmico e storico che
traspariva da quell'apologo morale sottostante. Il ricorso alla Storia riletta
nel Mito (come avverrà con l'Eletto, romanzo storico intriso di leggende
su Gregorio Magno del 1951), oppure la ripresa del romanzo ironico del 1911 - Felix
Krull - che riapparirà nel 1954, nel pieno del fallimento dell'Europa
successiva alla Seconda Guerra Mondiale, spaccata dalla cortina di ferro, ora
simboleggiata nella rottura dell'Unità tedesca in DDR e in RFT, un male
peggiore del rimedio democratico, dimostratosi insufficiente a impedire il
risorgere periodico di guerre e controversie ideologiche. Piuttosto,
nell'ultima fatica letteraria del vecchio ottantenne - morto a Zurigo, in uno
splendido isolamento dal 1951 fino al 1955 - viene alla luce sistematicamente
quell'impresa titanica cui si era da sempre dedicato, quella di essere stato un
narratore orgogliosamente borghese, un romanziere di un solo romanzo,
cioè la sua lotta interiore di liberazione contro la classe di cui era stato
sempre ingabbiato... Neppure era stato un borghese perfetto, neppure un
criptomarxista (come lo avevano bollato Lukács o McCarthy), ma soltanto un
artista, ironico, libero e trasgressivo. Era una confessione finale che non
a caso concludeva le sue scritture con uno studio critico su Schiller -
pubblicato dalla figlia Erika, L'ultimo anno. Resoconto su mio padre,
con in appendice il Saggio su Schiller, Mondadori, 1960 - scritto
per il 150° un avversario della morte del secondo dioscuro, dove Mann non
negava il rapporto confidenziale col primo dioscuro, ma rivendicava
anche anche una più precisa consonanza con il grande tragediografo.
Praticamente, l'ultimissimo Mann, poco tempo prima di morire, partiva
dall'incontro del Genio di Goethe con la Passione di Schiller, personaggio che il
Mago aveva rappresentato in uno dei primi racconti realisti, Ora
grave, del 1907. All'epoca il racconto, reso in un contesto di malessere e
solitudine, descriveva in modo angoscioso le ultime ore di un uomo in fin di
vita, il sig. von Beckerath, che cerca di razionalizzare la sua paura di
morire. Già da quel momento, la trama estetica era propria dello stile futuro
di Mann, tratto dal fraseggio di Schiller, l'artista triste e melanconico, che
influì sull'olimpico Goethe, ritornato dall'Italia e ricaduto nello stallo
lirico di Weimar. Schiller dimostrerà la necessità della prova, della
catarsi, fino al martirio, esigenza necessaria per chi pensa di essere un
Genio. Limiti necessari per dare al mondo un messaggio di giustizia e
verità! Che valevano senza di essi la scienza e la poesia? Schiller era il
visionario, l'utopista, un artista che si pone all'avanguardia e all'impegno
personale, al richiamo di essere un uomo solo al comando. Dunque, alla
fine Mann intravvede finalmente il suo essere nella storia e ha coscienza
proprio alla fine della vita di essere stato un apostolo del '900. Ma non era
stata questa la lezione di Thomas Mann già nella Montagna incantata e
nel Doktor Faustus?
-
Oltre alle fonti
citate nel testo, vd. la sempre valida visione generale di LADISLAO MITTNER, Storia
della letteratura tedesca, vol. III, dal realismo alla
sperimentazione, tomo primo e tomo II, Einaudi, 1978-1971.
-
Più di recente,
vd. il maggiore studioso di Thomas Mann, LUCA CRESCENZI, Melancolia occidentale. La montagna
magica di Thomas Mann, ed. Carocci, 2011.
-
Per il romanzo Carlotta
a Weimar, cfr. l'edizione italiana, tradotta LAVINIA MAZZUCCHETTI, Mondadori,
1948. Per il Doktor Faustus, cfr. pure l'edizione italiana, tradotto e
introdotto da ERVINO POCAR, Mondadori, 1949, nonché il Nostro, Il Doktor
Faustus, il sosia di Thomas Mann, in www.corriereditalia.de, sezione
cultura, 24 giugno, 2024.
-
Per Mann
impolitico, vd. ELENA ALESSIATO, L'impolitico: Thomas Mann fra arte e guerre,
Il Mulino, 2011.
-
Per Mann
politico, vd. THOMAS MANN, Moniti all'Europa, Introduzione di Giorgio
Napoletano, Mondadori, 2017, nonché il Nostro, Ottanta anni dopo su
www.libertasicilia.it 1.12.2018.
- Da ultimo, in occasione delle doppie celebrazioni su Thomas Mann, 150 anni dalla nascita e 70 dalla morte, cfr. lo Zeitgeschichte, nr. 2/2025, fascicolo monografico. Interessante è il sottotitolo: cosa ha insegnato ai tedeschi quel grande scrittore e perché oggi non può esser dimenticato.

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