giovedì 2 ottobre 2025

Thomas Mann e Wolfgang Goethe (1919-1955). Dal dialogo al monologo? Parte 3. Di Giuseppe Moscatt

     

3.     Il demoniaco e il suo sradicamento dal cuore dell'uomo

È noto che la carriera letteraria di Mann era scandita dagli eventi storici che lambiscono, fino a influenzare direttamente, la sua ampia mole di opere. Se il Mann realista e nazionalista caratterizzava le novelle e i racconti lunghi, I Buddenbrook e Le considerazioni di un impolitico perché erano retti da un palese unico registro fondato sul conservatorismo borghese con ampie varianti soggettive. Ma un registro intimo fuoruscirà con impeto tortuoso, crescente e ineluttabile in Morte a Venezia, Tristano e Tonio Kröger, tanto che il Mito e l'artista nella cultura tedesca trovarono in Mann un precursore sensibile e inquieto, ricco di una componente irrazionale, ineliminabile perfino nella Montagna incantata, che sarà soffocata dalla accettazione forzata della Democrazia fin dalla svolta del '22, ridotta però a sentimento positivo in Cane e Padrone e proseguita in disordine e dolore precoce, fra il 1918 e il 1925, racconti lunghi dove la fusione di umorismo e lirismo è la chiave di lettura di una pace interiore e di una coscienza borghese riacquisita, analoga al periodo più tranquillo postromantico di metà '800 ereditata dagli eredi di Goethe nella formula critica del Biedermeier. La crisi della Repubblica di Weimar costringerà però Mann all'esilio prima in Europa Occidentale, poi negli Stati Uniti, col germe di un'inquietudine di un’interiorità che vedrà il prevalere di un sentimento demoniaco, quasi sfuggito al controllo dell'autore. Singolare appare il momento di questa fuga in avanti, dopo il plauso per Goethe, esploso con Carlotta a Weimar. La tensione positiva al Vate rivelava la natura del mito di grandezza del popolo tedesco, ma anche trascinava con sé la follia demoniaca del passato di grande potenza. È quel secondo animo che Mann riscoprirà e metterà per iscritto nel romanzo più pessimista che abbia mai scritto, il Doktor Faustus (1947). Composto negli anni di vita in California, dopo quelli passati a Princeton dedicati all'ultimo volume della vita di Giuseppe - Giuseppe il nutritore, 1943 - Mann raggiunge un compromesso estetico che gli consente di mediare le sue doppie anime, quella del buon borghese, pedagogo e maestro della buona Germania, ma anche quella di natura diabolica e foriera di catastrofi. Luogo di tale convivenza è la musica e un suo autore moderno, tale Adrian Leverkühn, un prototipo dell'ultimo Beethoven, del Wagner della tetralogia e un collega di quello Schönberg, padre della dodecafonia, il male oscuro della musica classica germanica, come lo aveva definito l'amico Gustav Mahler, il compositore austriaco che Mann aveva avuto come modello per la figura del prof. Aschenbach in Morte a Venezia. Come il Wilhelm Meister di Goethe era stata la storia di un apprendistato di un giovane che si affacciava al mondo, così il Doktor Faustus, era ora la storia della corruzione di un compositore tedesco raccontato da un amico. Attenzione però che Faustus non è equiparabile al mitico professore di Goethe, ma è il simbolo della nuova Germania, la cui crescita e decadenza simboleggia l'ascesa della Germania di Weimar nel '22 e la caduta di Berlino nel 1945. Una metamorfosi dello spirito tedesco rinato e sepolto in pochi anni, quasi che fosse un patto col diavolo a regolare la grandezza di un compositore (al cap. ottavo si cita il fenomeno in Beethoven), senza contare Nietzsche che nel romanzo si fa infettare da una prostituta in un bordello di Norimberga, metafora dell'infezione ideologica wagneriana prodotto dalla tetralogia, dove il male atavico nasceva fin dalle origini della storia nei due nani malefici dell'Oro del Reno. Adrian Leverkühn sarà così colpito da un morbo che lo renderà il genio assoluto della musica. E c'è pure nel contesto la voce di un amico che narra criticamente i fatti nella loro tragica ironia. Tale Serenus Zeitblom, alias Mann il pedagogo, la figura del buon padre di famiglia di Weimar che assiste sconcertato, nostalgico e sarcastico, al crollo del mondo di ieri e di oggi. Il tutto anche in armonia estetica col modello cinematografico di Billy Wilder delle voci fuori campo e del montaggio alternato, col flusso di pensieri che ricorda il passato (per esempio, si veda la scuola austriaca di Arthur Schnitzler e Vicki Baum, romanzieri popolari letti da Mann fin dagli anni '10). E c'era una punta di ritorno all'autoritarismo anteriore alla sua svolta del '22: fin dal 1938, aveva esortato nei suoi diari, quasi con un senso di angoscia, le Potenze Occidentali a violare il principio democratico che vietava di intervenire militarmente in un altro Paese se questo dava segnali di autoritarismo guerrafondaio. E tale inversione di tendenza antidemocratica era motivata dal perdurare di una pace comoda, specialmente da parte della Francia, l'antica nemica, che tollerava in quegli anni i movimenti fascisti, come l'Action Française di Charles Maurras. Era quasi il ritorno alle origini nazionaliste e irrazionali, anche se motivato da un fondo di razionalità volta a prevenire un conflitto maggiore (e oggi sarebbe opportuno rimeditare tale proposta alla luce delle conseguenze alle guerre in atto). Mann rilevava un parallelismo fra la decadenza del compositore e quella della Germania: infatti, il demoniaco è proprio quella infezione che produce al musicista il titanismo spirituale che lo distruggerà insieme al Paese che lo ospita. Come la farfalla che si brucia per essere stata troppo vicino alla fiamma. Nondimeno è viva la presenza di un ulteriore dualismo estetico fra i fatti narrati e il tempo presente di Zeitblom. Il tutto infarcito di una serie di lunghi intervalli dedicati alla teologia, alla politica, al costume e soprattutto alla musica, il leitmotiv che Mann affidò al filosofo Theodor Adorno nel ricostruire in quella materia, riassunto nel cap. XIII del libro. Una pluralità di dialoghi, di premesse, di incontri, fino al saggio preliminare sulla nascita dell'opera. Il romanzo di un romanzo, 1949. Ma anche un tormento nel tormento, cioè la sua ultima visione del mondo, dove il Magistero morale sembrava venire meno per quella punta di pessimismo cosmico e storico che traspariva da quell'apologo morale sottostante. Il ricorso alla Storia riletta nel Mito (come avverrà con l'Eletto, romanzo storico intriso di leggende su Gregorio Magno del 1951), oppure la ripresa del romanzo ironico del 1911 - Felix Krull - che riapparirà nel 1954, nel pieno del fallimento dell'Europa successiva alla Seconda Guerra Mondiale, spaccata dalla cortina di ferro, ora simboleggiata nella rottura dell'Unità tedesca in DDR e in RFT, un male peggiore del rimedio democratico, dimostratosi insufficiente a impedire il risorgere periodico di guerre e controversie ideologiche. Piuttosto, nell'ultima fatica letteraria del vecchio ottantenne - morto a Zurigo, in uno splendido isolamento dal 1951 fino al 1955 - viene alla luce sistematicamente quell'impresa titanica cui si era da sempre dedicato, quella di essere stato un narratore orgogliosamente borghese, un romanziere di un solo romanzo, cioè la sua lotta interiore di liberazione contro la classe di cui era stato sempre ingabbiato... Neppure era stato un borghese perfetto, neppure un criptomarxista (come lo avevano bollato Lukács o McCarthy), ma soltanto un artista, ironico, libero e trasgressivo. Era una confessione finale che non a caso concludeva le sue scritture con uno studio critico su Schiller - pubblicato dalla figlia Erika, L'ultimo anno. Resoconto su mio padre, con in appendice il Saggio su Schiller, Mondadori, 1960 - scritto per il 150° un avversario della morte del secondo dioscuro, dove Mann non negava il rapporto confidenziale col primo dioscuro, ma rivendicava anche anche una più precisa consonanza con il grande tragediografo. Praticamente, l'ultimissimo Mann, poco tempo prima di morire, partiva dall'incontro del Genio di Goethe con la Passione di Schiller, personaggio che il Mago aveva rappresentato in uno dei primi racconti realisti, Ora grave, del 1907. All'epoca il racconto, reso in un contesto di malessere e solitudine, descriveva in modo angoscioso le ultime ore di un uomo in fin di vita, il sig. von Beckerath, che cerca di razionalizzare la sua paura di morire. Già da quel momento, la trama estetica era propria dello stile futuro di Mann, tratto dal fraseggio di Schiller, l'artista triste e melanconico, che influì sull'olimpico Goethe, ritornato dall'Italia e ricaduto nello stallo lirico di Weimar. Schiller dimostrerà la necessità della prova, della catarsi, fino al martirio, esigenza necessaria per chi pensa di essere un Genio. Limiti necessari per dare al mondo un messaggio di giustizia e verità! Che valevano senza di essi la scienza e la poesia? Schiller era il visionario, l'utopista, un artista che si pone all'avanguardia e all'impegno personale, al richiamo di essere un uomo solo al comando. Dunque, alla fine Mann intravvede finalmente il suo essere nella storia e ha coscienza proprio alla fine della vita di essere stato un apostolo del '900. Ma non era stata questa la lezione di Thomas Mann già nella Montagna incantata e nel Doktor Faustus?

 Giuseppe Moscatt

 

 Bibliografia

-       Oltre alle fonti citate nel testo, vd. la sempre valida visione generale di LADISLAO MITTNER, Storia della letteratura tedesca, vol. III, dal realismo alla sperimentazione, tomo primo e tomo II, Einaudi, 1978-1971.

-       Più di recente, vd. il maggiore studioso di Thomas Mann, LUCA CRESCENZI, Melancolia occidentale. La montagna magica di Thomas Mann, ed. Carocci, 2011.

-       Per il romanzo Carlotta a Weimar, cfr. l'edizione italiana, tradotta LAVINIA MAZZUCCHETTI, Mondadori, 1948. Per il Doktor Faustus, cfr. pure l'edizione italiana, tradotto e introdotto da ERVINO POCAR, Mondadori, 1949, nonché il Nostro, Il Doktor Faustus, il sosia di Thomas Mann, in www.corriereditalia.de, sezione cultura, 24 giugno, 2024.

-       Per Mann impolitico, vd. ELENA ALESSIATO, L'impolitico: Thomas Mann fra arte e guerre, Il Mulino, 2011.

-       Per Mann politico, vd. THOMAS MANN, Moniti all'Europa, Introduzione di Giorgio Napoletano, Mondadori, 2017, nonché il Nostro, Ottanta anni dopo su www.libertasicilia.it 1.12.2018.

-       Da ultimo, in occasione delle doppie celebrazioni su Thomas Mann, 150 anni dalla nascita e 70 dalla morte, cfr. lo Zeitgeschichte, nr. 2/2025, fascicolo monografico. Interessante è il sottotitolo: cosa ha   insegnato ai tedeschi quel grande scrittore e perché oggi non può esser dimenticato.

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