venerdì 9 gennaio 2026

Ifigenia CXCIV. Dialogo con Luciana a Cittadella. Poi a Moena. Il Lusia e Pampeago. La nostalgia dell’estate felice con Helena.


 

Alla fine del mese, presi dieci giorni di congedo e partii per

Moena.

Mi fermai a Cittadella per salutare l’ex allieva e carissima amica Luciana. Faceva freddo e pioveva. Andammo in un'osteria a parlare. Quando le dissi che avevo scritto un dramma, mi incoraggiò:"Da te me l'aspettavo. Tu

puoi realizzarti solo se dai vita ai sogni che

ricavi dal vissuto:  sono più reali della realtà, siccome

ne raccolgono i momenti più significativi, epifanici".

Le dissi che il mio scopo era politico: cambiare i gusti della gente

corrotta. Rispose che nella scuola media di Carmignano, quando

avevo venticinque anni, ci ero riuscito; a trentacinque potevo farlo

in un liceo di città; a quaranta o a cinquanta nell'intera nazione.

“Dovrei arrivare a cento, per lo meno”, risposi.

Mi chiese di spedirle una copia della pièce: era sicura che le

sarebbe piaciuta.

Partii rinfrancato. Arrivai all’hotel La Campagnola di Moena che era tempo di cenare. Mangiai in fretta, ma poi dovetti rinunciare alla passeggiata attraverso la valle poiché pioveva a dirotto. "Non smetterà mai, mai ", aveva detto Ludwig osservando le nere nuvole acquose  da una finestra dell’edificio adibito a carcere e manicomio  dov'era stato recluso. L’acqua scura del lago della sua morte vicina ne raddoppiava l’immagine cupa.

A letto mi dissi:"Questa è la terza volta che vengo a Moena solo,

da quando sto con Ifigenia. La prima, mi angosciava il

pensiero della sua fedeltà, soprattutto corporea; la seconda quello

della sua verginità e condizione sociale; questa volta ammetto solo

questioni di amore e di arte, ossia di spirito, non di imene o di

soldi".

Tuttavia mi chiedevo se il cuore e la mente di quella ragazza fossero degni della sua carne o se  ne smentissero la venustà. Non sapevo trovare la soluzione e recitai: “Oh! Questa vita sterile, di sogno!”

Poi, rassegnato, mi  addormentai.

 

Il primo marzo del 1981, mentre sciavo sulle nevi del Lusia, pensavo a

Ifigenia. Quella ragazza, più di ogni donna, mi aveva spinto ad

agire per diventare migliore secondo il corpo e secondo la mente.

Mi aveva indotto a scalare montagne impervie, a correre i 5000 metri in 18

minuti e venticinque secondi, mi aveva aiutato a vincere gare

davvero olimpiche con gli altri e con me stesso, mi aveva reso un atleta del sesso con le sue magnifiche provocazioni.

Perciò dovevo scrollarmi di dosso la rovinosa educazione della

pretaglia sedicente cristiana che già aveva distrutto Ludwig II di

Baviera, trasformando il suo ardente desiderio di baci in deleteri

senso di colpa; e dovevo fidarmi dell'amore di lei che negli ultimi

giorni oltretutto mi aveva teso una mano. La crisi che stavo

attraversando era cosa anche buona in quanto mi faceva

riflettere; però oramai era tempo di uscirne per vivere meglio.

All'ora di cena le telefonai riferendo questi pensieri. Sembrava

disposta bene anche lei.

Il due marzo andai sull' alpe di Pampeago, sopra Predazzo. Il sole

non c'era e tirava un vento gelato. Avevo cambiato disposizione

mentale, e non in meglio. Quando non abbiamo affetti sicuri, né

un forte autocompiacimento, né un equilibrio saldo, il tempo

atmosferico influisce più che mai sulla mente povera di equilibrio.

Sul mezzogiorno, non potendone più dell'aria  fredda e scura,

entrai in un rifugio di latta e di legno, riscaldato con una stufa.

Quando mi fui seduto con una bottiglia di birra, una radio diffuse

il canto antico di  Helena biancovestita :"Summertime,

when the living is easy ".

Era facile e bella davvero allora la vita. Eravamo nel 1971.

Rividi il suo volto ridente nella notte d'estate sotto gli alberi strani

tra le cui foglie biancheggiava la luna e comparivano or sì or no le

stelle,  vaghe e luminose come occhi di ragazze timide eppure

contente di un avvenire lieto, ricco di eventi meravigliosi. Dalla memoria, nel cuore gocciava il ricordo di quei giorni lontani. Per converso pensai che

Ifigenia era stanca di me, io ero nauseato di lei, e il nostro

rapporto era malato di lebbra.

Con Helena  era una gioia vederci, andare a zonzo ogni giorno, era

una scoperta parlare delle nostre vite e culture, lontane e diverse;

ed era anche possibile lasciarsi andare, sia pure con garbo: giocare

come bambini, senza sfiducia e sospetti. Poi era estate, i giorni dai grandi mattini, dalle lunghe sere luminose allietate dai voli, dalle notti piene d’incanto, scivolavano lisci, dolci, senza dolore; ogni giornata felice terminava con un’apoteosi. Eravamo in vacanza, tra amici, l’ottimo Fulvio  e altri pure bravi e buoni. Alcuni anche brilli. Ci  si voleva bene, ci godevamo la vita. Negli ultimi mesi invece, dovevo misurare ogni parola, siccome Ifigenia era pronta a criticarmi per sospetto che io volessi fare altrettanto con lei. Il sospettare era reciproco e non si spengeva mai del tutto.

Confrontando le due situazioni distanti tra loro una decina di anni nel

tempo e ancor più nel mio cuore, piansi di nostalgia e mi chiesi

quando sarebbe rinata una situazione ricca di affetti e di eventi pieni di gioia. Pensavo alla guerra perenne che avevo dovuto

combattere contro  avversità dolorose spinto dal desiderio della

felicità che poteva essere completa  solo con una donna degna di me. Avevo

ottenuto qualche successo parziale, anche tre o quattro trionfi, ma

la vittoria definitiva[1] mi era sfuggita sempre. Però non avevo fatto

del male a nessuno, e i progressi c'erano stati comunque. Perciò

non ero fallito del tutto, e non ero diventato cattivo.

Finita l'antica canzone, uscii dal rifugio un poco ebbro di birra. Il

vento si era addolcito. Guardai il cielo che si rischiarava sopra le

montagne, umide per il disgelo e luccicanti nelle piante in attesa  di dare alla luce del sole i primi germogli. Rimasi fermo a osservare, finché provai un

sentimento di riconoscenza per la natura, per tutte le creature che

mi avevano accolto con simpatia, e per la vita stessa che non mi

aveva mai rinnegato del tutto.

Avvertenza: il blog contiene una nota.

 

Bologna  9 gennaio 2026 ore 16, 46 giovanni ghiselli

 

p. s.

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[1]

Cfr. Tacito, Germania, 37:"triumphati magis quam victi sunt".

 


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