La donna come un male di aspetto attraente e ingannevole in Esiodo
Nella Teogonia, Esiodo racconta che Zeus si era sdegnato poiché Prometeo aveva cercato di ingannarlo due volte: la prima dividendo tra gli uomini e gli dèi un bue di notevole mole in maniera iniqua; la seconda restituendo agli uomini il fuoco che il dio supremo aveva tolto loro, per rappresaglia nei confronti della benevolenza di Prometeo. Allora Zeus, in cambio del fuoco preparò per gli uomini un malanno ( " aujti;ka d j ajnti; puro;" teu'xen kako;n ajnqrwvpoisi ", v. 570). Questo male fu plasmato da Efesto con la terra: era simile ad una vereconda fanciulla che Atena adornò con un cinto, una veste, un velo, serti di fiori e una corona d'oro dove lo stesso Ambidestro aveva cesellato figure di fiere terribili, quanti ne nutre la terra ed il mare (v. 582). Una prefigurazione delle leonesse, le tigri e le scille in cui vengono trasfigurate Clitennestre e Medee.
Comunque questa creatura divenne uno splendido malanno ("kalo;n kakovn", v. 585) per gli uomini, un inganno scosceso (" dovlon aijpuvn", v. 589) e senza rimedio. Ecco già delineato il "popolo nemico"[1] da cui derivano a quello dei maschi malanno e sciagura ("ph'ma", v.592).
Nelle Opere e giorni Esiodo torna sul mito di Prometeo e di Pandora: Zeus, sdegnato per l’inganno di Prometeo, dai tortuosi pensieri, versò sugli uomini lacrimevoli affanni e nascose il fuoco (kruvye de; pu'r[2], v. 50), poi, siccome il figlio di Giapeto lo rubò di nuovo celandolo ejn koivlw/ navrqhki (v. 52), in una verga cava, l’adunatore di nembi, adirato, aggiunse un’altra sciagura e disse
:“Figlio di Giapeto, che più di tutti conosci pensieri maliziosi,
tu gioisci di avere rubato il fuoco e di avere ingannato il mio volere,
grande sciagura per te e per gli uomini futuri.
io a quelli in cambio del fuoco darò un malanno, del quale tutti
godano nella foga della passione, circondando di affetto il proprio malanno”.
Così disse; poi scoppiò a ridere il padre degli uomini e degli dèi.
E comandò all’inclito Efesto di mescolare al più presto
terra con acqua, e di metterci voce e vigore
di essere umano, e di renderla simile alle dèe immortali nell’aspetto:
un bella, amabile, forma di ragazza; poi ad Atena
ordinò di insegnarle le opere: a tessere la tela lavorata con arte;
e all’aurea Afrodite di versare la grazia attorno al suo capo
e il desiderio doloroso e gli affanni che divorano le membra;
e inoltre ordinava a Ermes il messaggero Argifonte
di metterci dentro una mente di cagna-kuneovn te novon- e un carattere scaltro (Opere, vv. 54-68).
Ma torniamo a Eschilo
Nel Prometeo incatenato il Titano afferma di avere escogitato le tevcnai (v. 477), che fanno partire la civilizzazione, anzi:"pa'sai tevcnai brotoi'sin ejk Promhqevw" (v. 507), tutte le tecniche ai mortali derivano da Prometeo.
"Questo sapere è sempre una conoscenza pratica: è il sapere che ha creato la civiltà, le tevcnai. Egli ha insegnato loro i diversi mestieri, inoltre l'astronomia, i numeri e le lettere; ma non per allargare la conoscenza del mondo nel senso degli antichi ionici: al contrario, questo sapere è orientato, alla maniera attica, verso le tevcnai, verso uno scopo pratico e un'utilità…il fuoco è il simbolo delle tevcnai, dell'attività pratica"[3].
Sono andato a caccia-racconta il Titano- della sorgente rubata del fuoco (phgh;n klopaivan) da mettere nel cavo di una canna, "h} didavskalo" tevcnh" pavsh" brotoi'" pevfhne kai; mevga" povro" (Eschilo, Prometeo incatenato, vv. 109-111), ed essa, la sorgente- phghv, si è rivelata maestra e grande mezzo di ogni tecnica per tutti i mortali.
Prometeo però deve riconoscere: ho infuso in loro[4] cieche speranze ("tufla;" ejn aujtoi'" ejlpivda" katw/vkisa", v.250).
Egli è divinità solo apparentemente benefica in quanto portatore di conoscenze pratiche fuorvianti:" qnhtou;" g j e[pausa mh; prodevrkesqai movron", ho fatto smettere ai mortali di prevedere il destino"(v.248).
Prometeo ha reso ciechi gli uomini riguardo al futuro.
"Wilamowitz ne ha tratto la conclusione (Aisch. Interpr. , p. 149) che Eschilo abbia accostato, senza coordinarli, due differenti miti di Prometeo, uno dell'amico degli uomini, l'altro del demone cattivo"[5].
Prometeo dunque potrebbe essere una figura ambigua o polivalente, come altre del mito: Eracle p. e., o Saturno o Dioniso..
Snell invece sostiene che "Prometeo ha suddiviso il suo dare e il suo togliere in modo che gli uomini non avessero problemi. Essi potevano raggiungere la conoscenza delle tevcnai, e ciò dava loro la soddisfazione del lavoro quotidiano; ma invece della conoscenza del proprio destino e della propria morte, radicò in loro le "cieche speranze" come un grande "vantaggio" [6].
La cecità come vantaggio è affermata dall’ Edipo di Sofocle (Edipo re, vv. 1334-1335) e da un personaggio di Pirandello nella novella Va bene.
In effetti il coro delle Oceanine commenta le cieche speranze affermando:"meg j wjfevlhma tou't j ejdwrhvsw brotoi'"" (Prometeo incatenato, v. 251), hai donato ai mortali questo grande vantaggio.
Con analoga intenzione il Titano dirà più tardi a Iò che è meglio per lei non apprendere il futuro:" to; mh; maqei'n soi krei'sson h] maqei'n tavde", v. 624.
Non sempre sapere è bene.
Tale è la convizione di Tiresia nell' Edipo re:"Ahi,ahi, sapere come è terribile ( fronei'n wJ" deinovn) quando non giova/ a chi sa! Queste cose infatti, pur sapendole bene io/le ho distrutte; ché altrimenti non sarei venuto qua (vv. 316-318).
Sapere dunque è una delle cose inquietanti in Sofocle (ta; deinav)[7]. che tende a snontare il lovgo~ denunciandone i limiti.
La "cognizione del vero" afferma Leopardi" non sarà mai sorgente di felicità, né oggi; né era allora quando l'uomo primitivo se la passava in solitudine…" (Zibaldone, 679).
Il sogno di un uomo ridicolo di Dostoevskij, un "racconto fantastico" del 1877, è un sogno dell'età dell'oro che smonta il sapere e la scienza con i quali gli uomini prostrano e inaridiscono la vita.
Gli uomini di quell'età "non ambivano a nulla, ma erano sereni, non aspiravano alla conoscenza della vita così come vi aspiriamo noi, perché la loro vita era totale. Il loro sapere era più profondo e più alto della nostra scienza, dal momento che la nostra scienza tenta di spiegare cos'è la vita…essi erano in grado di vivere anche senza la scienza…essi parlavano con gli alberi…Guardavano così tutta la natura che li circondava e gli animali, i quali vivevano con loro pacificamente, senza aggredirli, poiché li amavano, sopraffatti dal loro stesso amore".
Prometeo sopporta di sapere il suo destino senza venirne schiacciato, ma sa che gli uomini non sarebbero capaci di reggere una simile tensione (v. 514): “ tevcnh d j ajnavgkh" ajsqenestevra makrw'/ ”, la conoscenza pratica è di gran lunga più debole della necessità.
Cfr. a questo proposito Curzio Rufo: “Ceterum, efficacior omni arte, necessitas non usitata modo praesidia, sed quaedam etiam nova adnovit”( Historiae Alexandri Magni, IV, 3, 24), del resto la necessità più potente di ogni tecnica, suggerì loro non solo i soliti mezzi di difesa ma anche dei nuovi. Sono i Tirii che si difendono dall’assedio di Alessandro Magno nel 332 a. C.
Avanzando nella Sogdiana Al. si trovò in difficoltà per il freddo e incendiò un bosco: “efficacior in adversis necessitas quam ratio, frigoris remedium invenit” (8, 4, 11). Ancora la necessità che prevale sulla ratio (cfr. 7, 7, 10: necessitas ante rationem est).
Il potere assoluto dell' jjjjAnavgkh verrà apertamente affermato da Euripide nell'Alcesti. Nel terzo Stasimo della tragedia più antica ( è del 438) tra le diciassette a noi pervenute, il Coro eleva un inno alla Necessità vista come la divinità massima, quella che vincola e subordina tutti, compresi gli dèi:
"Io attraverso le muse/mi lanciai nelle altezze, e/ho toccato moltissimi ragionamenti (pleivstwn aJyavmeno" lovgwn),/ma non ho trovato niente più forte/della Necessità né alcun rimedio (krei'sson oujde;n jAnavgka"-hu|ron oujdev ti favrmakon)/nelle tavolette tracie che scrisse la voce di/Orfeo, né tra quanti rimedi/diede agli Asclepiadi Febo/dopo averli ricavati dalle erbe come antidoti/per i mortali afflitti dalle malattie"(vv. 962-972). Da questi versi si vede che la Necessità è più forte del lovgo" , della poesia, dell'arte medica.
E ancora: la Necessità non è meno forte di Zeus: “kai; ga;r Zeu;~ o{ti neuvsh/-su;n soi; tou'to teleuta'/” (Alcesti, 978-979), e infatti qualunque cosa Zeus approvi, con te (la Necessità) lo porta a compimento, le dice il coro dei vecchi di Fere.
Nella Prefazione al romanzo Notre-Dame de Paris, Victor Hugo scrive che “rovistando all’interno di Notre-Dame…trovò in un recesso oscuro di una delle torri, questa parola incisa a mano sul muro:
ANAGKH”
Ebbene, conclude la prefazione: “Proprio su quella parola si è fatto questo libro.
Marzo 1831”.
Alcuni versi prima, nel terzo episodio, Eracle aveva affermato l’impotenza della tevcnh nei confronti della tuvch: “non è chiaro dove procederà il passo della sorte (to; th'" tuvch"), e non è insegnabile (ouj didaktovn) e non si lascia prendere dalla tecnica (oujd j aJlivsketai tevcnh/ )” ( Alcesti, vv. 785-786)
Prometeo, che toglie agli uomini la visione del destino e dona loro il pane terrestre, si comporta come il grande Inquisitore della leggenda di Ivan Karamazov il quale racconta ad Alioscia questo suo poema composto solo mentalmente. Il redentore era affamato dopo quaranta giorni e quaranta notti di digiuno. Il diavolo gli disse."Si Filius Dei es, dic, ut lapides isti panes fiant "[8], se sei figlio di Dio, di' che queste pietre divengano pani". E Cristo rispose."Non in pane solo vivet homo, sed in omni verbo, quod procedit de ore Dei " (4, 4), non di solo pane vivrà l'uomo ma di ogni parola che viene dalla bocca di Dio. Ebbene l'Inquisitore rinfaccia al Redentore questa scelta:"Ma Tu non hai voluto togliere all'uomo la libertà e hai respinto la proposta…La Tua risposta fu che l'uomo non vive di solo pane; sai Tu, però, che in nome di questo pane quotidiano si solleverà contro di te lo spirito della terra ed entrerà in lotta con Te e Ti vincerà, e tutti lo seguiranno…Si persuaderanno pure che non potranno mai essere liberi, perché sono deboli, viziosi, miserabili e ribelli. Tu hai promesso loro il pane celeste, ma- lo ripeto ancora- come potrebbe esso tornar gradito quanto il pane terrestre, agli occhi della debole, eternamente viziosa e ignobile razza umana?".
Solo pochi essere forti e grandi sono capaci di intendere e seguire il Cristo. La gran parte dell'umanità non può capirlo. Né Lui può comprendere questa moltitudine.
"A noi-continua il Grande Vecchio- invece, sono cari i deboli. Essi sono depravati e ribelli, ma, infine, i più obbedienti sarannno proprio loro. Essi ci ammireranno e ci considereranno come altrettanti dei, per aver consentito, dopo esserci messi alla loro testa, a prendere sulle nostre spalle il carico della libertà, della quale essi hanno avuto paura, e per aver consentito a dominarli; tanto tremendo finirà col sembrar loro l'essere liberi!…Per l'uomo rimasto libero non esiste una preoccupazione più assillante e tormentosa che quella di trovare al più presto qualcuno davanti al quale prosternarsi". [9]
Secondo Bruno Snell anche Prometeo si sobbarca il peso colossale della libertà"Nella contrapposizione di tevcnh e ajnavgkh viene data una concisa formulazione al conflitto tra conoscenza e fato, tra agire e soffrire, tra libertà e costrizione, che si trova pure nelle precedenti tragedie. Il peso della libertà è qui più grave che in tutte le opere anteriori…Poiché l’ambito, al quale il personaggio si sente legato e per il quale s’impegna, si è così smisuratamente allargato, ora la responsabilità pesa unicamente su di lui"[10].
Emanuele Severino dà un’altra interpretazione“La somma potenza produttiva e distruttiva non è la tevcnh ma la Necessità: la tevcnh è il mezzo, lo strumento attraverso il quale la Necessità stabilisce la sorte dell’uomo. Anche per Eschilo ajnavgkh è Divkh: divkh è lo stesso apparire (divkh, deivknumi) di ajnavgkh. E la coscienza di questa necessità è la somma sapienza della filosofia”[11].
Secondo Severino in questa tragedia sarebbe preannunciato il passaggio dallo Zeus del mito allo Zeus filosofo:” Eschilo apre la strada all’intera tradizione filosofica dell’Occidente…Eschilo sta dunque portando alla luce la differenza tra lo Zeus del mito e lo Zeus che è la forma più alta dell’essere ed è il contenuto del culmine della sapienza, cioè del dei`xai safw`~ della filosofia: lo Zeus che, come Prometeo, non è più dominato dalla u{bri~ ma dal culmine della sapienza, è dunque lo Zeus filosofo” (p. 125-126).
Prometeo nell’esodo afferma di avere Zeus in pugno poiché, sebbene sia un tiranno aujqavdh~ (v. 907), arrogante, sta per celebrare delle nozze[12] che lo sbalzeranno dal trono secondo la maledizione di Crono. Nessuno degli dei tranne me, aggiunge il Titano, potrebbe indicargli una via di scampo da tali travagli con chiarezza: “toiw`nde movcqwn ejjktroph;n oujdei;~ qew`n-duvnait j a]n aujtw`/ plh;n ejmou` dei`xai safw`~” (vv. 913-914).
Severino interpreta questo dei`xai safw`~ come il “culmine della sapienza”. Egli assimila a questa espressione del Prometeo incatenato il “frenw`n to; pa`n[13] dell’Agamennone di Eschilo (v. 175), in entrambi i casi “il culmine della sapienza” che poi sarà chiamata filosofia”[14].
Invero si tratta dell’avverbio di safev~ , ma anche se si trattasse di sofo;n , "to; sofo;n d jjj ouj sofiva" il sapere non è sapienza, come afferma nelle Baccanti (v. 395) di Euripide il coro, e comunque il sapere di Prometeo non è la sapienza di Zeus.
Vediamo nel dettaglio quali sono i doni del Titano alla razza umana. Innanzitutto egli rubò e donò ai mortali il fulgore del fuoco, padre di tutte le tecniche:"pantevcnou puro;" sevla" ,-qnhtoi'si klevya" w[pasen[15]" (vv. 7-8). Il fuoco era fiore di Efesto (to; so;n ga;r a[nqo" , v. 7), ricorda Cratos, Dominio, uno dei due[16] sgherri di Zeus, a Efesto stesso che, pur impietosito, si accinge a inchiodare il Titano a una rupe della Scizia.
Il primo peccato di Prometeo è stato quello antiapollineo di avere tentato di annientare il principium individuationis che deve differenziare gli uomini dagli dèi.
"Il Prometeo di Eschilo è sotto questo aspetto una maschera dionisiaca"[17].
A proposito di Dioniso e del principium individuationis, si pensi alle Baccanti: “ come il principio d’individuazione a cui l’uomo si aggrappa è una fragile ma rassicurante barriera che gli consente di essere e di pensarsi, così la tentazione di confondersi nuovamente con le primordiali forze della natura agisce pericolosamente sulla sua anima[18]. Stringere i legami tra sé e gli altri, scavalcare la barriera degli anni, che divide i giovani e i vecchi (come nella tragedia accade a Tiresia e Cadmo), superare le differenze sociali: ecco il richiamo che il culto di Dioniso propone a chi vi si abbandona”[19].
Io trovo che nelle Baccanti ci sia piuttosto un’individuazione settaria, di setta, con un’esclusione criminale degli altri e l’acquisizione di un’identità gregaria per quanti compongono il tiaso.
Odisseo sfugge sempre alla tentazione di perdere la propria identità.
Claudio Magris:"Come diranno più tardi Adorno e Horkheimer, l'io occidentale è simboleggiato da Odisseo, che costruisce faticosamente la propria identità ed il proprio dominio-su Itaca, sul suo equipaggio e su se stesso-rinunciando alle sirene, a Calipso e al fiore del loto ossia resistendo alla tentazione di abbandonarsi alla beata indifferenza in grembo alla natura". L'inversione di questo processo cui tende Nietzsche, continua Magris, è "lo scioglimento dionisiaco dell'io".
Odisseo dunque evita la "dispersione dionisiaca dell'io nel fluire sensibile"[20] e va quindi collocato nella categoria dell'apollineo: egli è l'uomo che si individua nella conoscenza e nel dolore, quindi difende e mantiene il principium individuationis davanti a tutte le lusinghe e contro tutti gli assalti. L'Odissea è "hjqikhv", fatta di caratteri, come la definiva già Aristotele[21], oltre che complessa per via dei numerosi riconoscimenti, a partire dall' ajnagnwvrisi" che di se stesso compie Odisseo. Il carattere più forte è quello del protagonista e attraverso la lettura delle sue avventure e sventure tutti noi possiamo riconoscere qualche cosa di quello che siamo, arrivando alla scienza suprema, quella prescritta dall'oracolo delfico.
"Conosci te stesso" è tutta la scienza . Solo alla fine della conoscenza di tutte le cose, l'uomo avrà conosciuto se stesso. Le cose infatti sono soltanto i limiti dell'uomo"[22].
La pazzia di Serse e altre nelle tragedie. Pazzia è non vedere la distinzione degli dèi rispetto agli uomini.
Leggiamo a propsito della volontà di negare l’individuazione dei continenti e dei popoli alcuni versi dei Persiani di Eschilo con i quali lo spettro[23] di Dario biasima l'audacia eccessiva del figlio, il grande re Serse "il quale presunse di trattenere come schiavo con/ vincoli il sacro Ellesponto che scorre, il Bosforo, corrente di un dio,/e mutava forma al passaggio, e avvintolo con ceppi/martellati, procurò una grande via al grande esercito./Essendo mortale (qnhto;~ w[n), presumeva, senza saggezza, di averla vinta/su Poseidone e tutti gli dèi (qew`n te pavntwn…kai; Poseidw`no~ krathvsein): in questo caso, come poteva/non prendere mio figlio una malattia della mente (novso" frenw'n) ? "(Persiani, vv 745-750).
Malattia della mente anche nell’Aiace di Sofocle è presumere di vincere senza l’aiuto degli dèi, o addirittura contro gli dèi: il protagonista della tragedia nel primo stasimo è definito dal coro dei marinai di Salamina “oJ nosw`n” (v. 635) il malato. Il Telamonio nel partire da Salamina si era vantato presuntuosamente e stoltamente di potersi procurare la gloria “divca- keivnwn” (Aiace, 768-769), senza quelli, cioè senza gli dèi.
La pazzia è di casa nella tragedia: “I tragici furono profondamente attirati dalla dimensione della follia: nei drammi del V secolo le sofferenze di eroi deliranti costituivano un tema ricorrente: E’ il caso di Oreste nelle Coefore[24], di Cassandra nell’Agamennone, di Io nel Prometeo, di Eracle nelle Trachinie di Sofocle e nell’Eracle di Europide, di Aiace nell’omonima tragedia di Sofocle”[25] e di Penteo, di Agave e delle donne di Tebe nelle Baccanti.
Il discorso sulla necessità dell’aiuto degli dèi i quali invece si oppongono alla confusione della mescolanza, viene fatto, nelle Storie di Erodoto, da Temistocle il quale, dopo la vittoria sui Persiani, afferma:"Poiché questa impresa non l'abbiamo compiuta noi, ma gli dèi e gli eroi i quali non permisero che un uomo solo, per giunta empio e temerario, regnasse sull'Asia e sull'Europa, uno che teneva in egual conto le cose sacre e profane, incendiando e abbattendo i simulacri degli dèi, uno che frustò e mise in catene anche il mare (“o}~ kai; th;n qavlassan ajpemastivgwse pevda~ te kath`ke”(VIII, 109, 3).
"Nel voler superare la distanza degli opposti consiste la u{bri" di Serse, quando pretende di aggiogare le due cavalle[26] o le due rive dell'Ellesponto e cioè terra e mare".[27]
Anche Francis Bacon nella Sapienza degli antichi [28] pur attribuendo a Prometeo un altro misfatto, quello di avere attentato alla castità di Minerva, interpreta il delitto del Titano come un tentativo di confondere l'umano con il divino:"Il suo crimine sembra non essere altro che quello in cui non di rado ricadono gli uomini quando si gonfiano per la vastità delle loro conoscenze e della loro padronanza delle arti: quello cioè di cercare di ricondurre la stessa sapienza divina sotto il dominio dei sensi e della ragione; a questo tentativo seguono in modo inevitabile la lacerazione della mente e un tormento continuo, che non dà pace. Gli uomini devono quindi distinguere, con sobrietà e modestia, le cose divine da quelle umane, gli oracoli dai sensi della fede; a meno che non vogliano ritrovarsi ad avere da un lato una religione eretica e dall'altro una filosofia basata sulle favole".
La confusione è pure il peccato di Edipo che mescola le generazioni.
Vediamo altri doni di Prometeo agli uomini:"kai; mh;n ajriqmo;n , e[xocon sofismavtwn,-ejxhu'ron aujtoi'" , grammavtwn te sunqevsei",-mnhvmhn aJpavntwn, mousomhvtor j ejrgavthn.-ka[zeuxa prw'to" ejn zugoi'si knwvdala…uJf a[rma t j h[gagon filhnivou" -i{ppou" , a[galma th'" -uJperplouvtou clidh'".-qalassovplagkta d j ou[ti" a[llo" ajnt j ejmou'-linovpter j hu|re nautivlwn ojchvmata" (vv. 459-462 e 465-468), ed io inventai per loro il numero, eccellente fra le trovate ingegnose, e le combinazioni delle lettere, memoria di tutto, madre delle muse operosa. E ho aggiogato per primo gli animali selvatici…e ho portato sotto il cocchio i cavalli divenuti amanti delle briglie, immagine del lusso straricco. Nessun altro all'infuori di me ha inventato i veicoli dalle ali di lino vaganti per i mari dei marinai.
L'invenzione della navigazione da parte di Prometeo prefigura anche il volo.
Inoltre Prometeo ha trovato i farmaci (vv. 480 sgg.), le tecniche dell'arte divinatoria, l'interpretazione dei sogni, del volo degli uccelli, delle viscere nella vittime sacrificali. Infine ha scoperto i metalli:"calkovn, sivdhron, a[rguron crusovn te, tiv"-fhvseien a]n pavroiqen ejxeurei'n ejmou' ;" (vv. 502-503), il bronzo, il ferro, l'argento e l'oro, chi potrebbe dire di averli scoperti prima di me?
La scoperta delle tecniche viene maledetta più volte: nella Tebaide di Stazio, quando Eteocle e Polinice stanno per ammazzarsi a vicenda, la Pietas lamenta di essere stata creata invano dalla Natura princeps con il compito di opporsi agli stati d’animo crudeli di uomini e dèi; quindi esecra la follia dei mortali e le orribili tecniche di Prometeo: “o furor, o homines diraeque Prometheos artes!” (XI, 468).
Prometeo dunque è un sofisthv" , uno scopritore di sofivsmata (Prometeo incatenato, v. 459) ma Kratos, mentre sprona Efesto a inchiodarlo, gli ricorda che il Titano dal suo tormento deve imparare che è essere un sapiente ottuso al cospetto di Zeus:" i{na- mavqh/ sofisth;" w]n Dio;" nwqevstero" " (vv. 61-62).
Insomma la sofivvva di Prometeo è debole come quella di Edipo il cui peccato vero è la presunzione intellettuale che il re di Tebe manifesta con queste parole: "arrivato io,/ Edipo, che non sapevo niente, la feci cessare,/ azzeccandoci con l'intelligenza (gnwvmh/ kurhvsa" ) e senza avere imparato nulla dagli uccelli" (vv. 396- 398). La sapienza fasulla di Edipo viene smontata dagli eventi nel corso del dramma.
“Gradualmente i personaggi prendono a parlare con una tale esibizione di sagacia, di lucidità, di acutezza che a leggere una tragedia di Sofocle c’è veramente di che restare confusi. Per noi è come se tutte quelle figure andassero in rovina non in base al tragico, ma per una sorta di superfetazione dell’elemento logico”[29].
Nietzsche sarebbe, secondo H. Hesse, il tipico intellettuale tedesco.
"L'intellettuale tedesco è sempre stato un frondista contro la parola e contro la ragione e ha fatto l'occhiolino alla musica"[30]. In questo dunque è vicino alla tragedia.
“La punta della sapienza si rivolge contro il sapiente, la sapienza è un delitto contro la natura”[31].
La sapienza fasulla di Edipo viene smontata dagli eventi nel corso del dramma.
Questa presunzione di Edipo viene anticipata da Ettore quando dice:"uno solo è l'auspicio ottimo: combattere difendendo la patria" ( ei|~ oijwno;~ a[risto~ ajmuvnesqai peri; pavtrh~, Iliade , XII, 243).
Con queste parole Ettore risponde, guardandolo bieco (uJpovdra ijdwvn, v. 230), a Polidamante il consigliere che gli ha indicato un segno: un’aquila che aveva afferrato un serpente, ma poi, morsa da quella preda, l’aveva lasciato cadere strillando. Ebbene, Ettore risponde: tu mi consigli di dare retta agli uccelli dalle ali spiegate, ma di loro io non mi curo in alcun modo, né mi do pensiero (tw'n ou[ ti metaprevpom j oujd j ajlegivzw, 238).
Il sospetto nei riguardi dell’intelligenza umana si trova anche in Dante che, come giunge nell’ottava bolgia dell’VIII cerchio, quella dei consiglieri fraudolenti, esclama:
“Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
e più lo ‘ngegno affreno ch’io non soglio,
perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m’ha dato ’l ben, ch’io stesso nol m’invidi”[32]
Bologna 8 dicembre 2026 ore 18, 38 giovanni ghiselli
p. s.
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[1]Cfr. C. Pavese:"Sono un popolo nemico, le donne, come il popolo tedesco. Il mestiere di vivere , 9 settembre, 1946.
[2] Cfr. Virgilio, Georgica I, 131: ignemque removit.
[3] B. Snell, Eschilo e l'azione drammatica, p. 121.
[4] Negli uomini.
[5] B. Snell, Eschilo e l'azione drammatica, p. 122.
[6] B. Snell, op e p. citate sopra.
[7] Cfr. Antigone, vv. 332-333.
[8] Matteo, 4, 3.
[9] F: Dostoevskij. I fratelli Karamazov, pp. 320 e sgg.
[10] B. Snell, Eschilo e l'azione drammatica, pp. 122-123.
[11] E. Severino, Dall’Islam a Prometeo, p. 128..
[12] Con Teti.
[13] E’ la pienezza del senno che otterrà chi innalza volentieri epinici a Zeus (Agamennone, vv. 174-175), n.d.r.
[14] Dall’Islam a Prometeo, p. 126.
[15] Aoristo di ojpavzw, "dono".
[16] L’altro è Bia (Violenza), kwfo;n provswpon, personaggio muto
[17] Nietzsche, La nascita della tragedia, p. 70.
[18] Com’è noto, era questo l’aspetto dello spirito dionisiaco che Nietzsche sviluppò in modo particolare nella Nascita della tragedia, anche per influsso delle sue letture di Schopenhauer.
[19] Guidorizzi, Euripide Baccanti, p. 18.
[20]L'anello di Clarisse , p. 6.
[21]Poetica , 1459b.
[22]Nietzsche, Aurora-1881- , Libro primo, 48
[23] Spettri: nelle Eumenidi di Eschilo compare lo spettro di Clitennestra, nell’Ecuba di Euripide lo spettro di Polidoro recita il prologo.
[24] E nell’Oreste ndr.
[25] Guidorizzi, Euripide Baccanti, p. 35.
[26] Veramente sono due donne: una in vesti doriche, l'altra persiane (n.d. r.).
[27] M. Cacciari, Geofilosofia dell'Europa, p. 27.
[28] Del 1609.
[29] Nietzsche, Socrate e la tragedia, p. 61
[30] H. Hesse, Il lupo della steppa, p. 181.
[31] La nascita della tragedia, capitolo 9
[32] Inferno, XXVI, 19-24.
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