venerdì 9 gennaio 2026

Ifigenia CXCV. Due telefonate: una tragica e una lirica.


Alle otto di sera, quando le telefonai, Ifigenia non era in

casa. Chi rispose mi disse che forse era alla scuola di recitazione. Siccome la mia chiamata era prestabilita e concordata, fui preso da un'angoscia

soffocante. Salivo a stento la scala di legno dell'albergo per

arrivare in camera, chiudermi dentro e buttarmi sul letto se non fossi stramazzato sui gradini.

Barcollavo con il corpo e con lo spirito: come uno spastico non

riuscivo ad armonizzare i movimenti somatici né a dominare le

convulsioni della mente ferita.

Rimasi dieci minuti disteso a domandarmi perché quella ragazza

indefinibile mi avesse lasciato: doveva averne trovato uno che le

piaceva o conveniva di più; però in un caso del genere, dopo due

anni e mezzo che si sta con un uomo, si prende tempo, ci si pensa,

se ne parla con lui, prima di andare con un altro: non si butta via in

poche ore una relazione lunga e non del tutto immonda come la

nostra. In effetti sarebbe finita in tale maniera. Non era questo lo

schianto finale, ma lo prefigurava: la sera del due marzo,

presentivo e presoffrivo la notte compresa tra il dodici e il tredici

giugno di quella stessa primavera agli sgoccioli.

Quando ver veniet meum?

Ho imparato a sopportare i colpi inferti dalla sorte prevedendoli e presoffrendoli in modo che il loro urto sopraggiungesse su un callo già formato e indurito tanto da lasciarmi in vita con la voglia di ricominciare e rifarmi con gli interessi. Nel lavoro e nell’amore non mi sono sbagliato mai e non mi sono lasciato sbaragliare dopo l’esperienza più tragica: quella distruttiva dell’identità che ho già raccontato.  Andò dai 19 ai 21 anni. Un dolore terribile diventato del resto scuola di vita. Avevo tutto il tempo davanti per rifarmi.

Allora il rimedio fu smettere di frequentare i malevoli deleteri, cambiare aria e guardarmi intorno in cerca di persone educate, buone, generose inclini all’aiuto reciproco. Ne ho trovate diverse, come sa chi mi legge.

Oggi sono emigrate già quasi tutte da questa terra eppure sono sempre dentro di me e mi aiutano ancora. Sento gratitudine grande per  ciascuno di loro.

L’ingratitudine è il marchio della feccia. Che Dio me ne guardi!

 

Ma torniamo al marzo del 1981. Appena ebbi recuperate le forze mi alzai e, per evitare che mi scoppiasse la testa, decisi di uscire e camminare sotto le stelle che stanno sopra di noi e  danno segnali preziosi a chi sa osservarle.

Quando fui in fondo alle scale però, come dio volle, il portiere

disse che mi aveva cercato una signorina, Ifigenia, e aveva


lasciato detto di chiamarla a casa, appena fossi tornato.

Corsi  nella cabina con i venti gettoni che mi portavo in tasca sempre, come

quando ero rinchiuso in caserma e nell'ospedale militare e pure in quelli civili aspettando operazioni che potevano uccidermi già con l’anestesia totale.

Me la sono sempre cavata perché dovevo scrivere questo epos non privo di lirica e di tragedia. Perciò lo tiro tanto in lungo.

Afferrai l'apparecchio, feci il numero con mano tremante. Rispose

lei.

"Ciao tesoro, scusa il ritardo, ma sono tornata a vedere Ludwig

per sentirmi in qualche maniera vicina a te. Dopo, ho fatto una

corsa bestiale per arrivare in tempo: l'autobus non arrivava mai.

Scusami".

"Prego, prego-risposi-però mi sono preso paura che ti fosse

successo qualcosa".

"Mi è successo che senza di te la mia vita è incompleta, e io non

funziono bene. Io ti amo tanto".

"Anche io". Nonostante l'aria chiusa della cabina, il petto mi si era

aperto e riempito di salute, di forza, di gioia.

"Adesso vado a fare due passi e a pensarti con riconoscenza per

quanto mi hai detto: sono proprio felice".

Uscii nella notte illune, raggiante di felicità. Ringraziavo gli dei e

il mio destino di non avermi privato troppo per tempo di una

donna siffatta. Ora so che mi restavano altri tre mesi e mezzo scarsi.

Sono bastati però a farmi individuare il cammino, la strada- oJdov~- sulla quale procedere metodicamente pur senza di lei. Anzi, ancora meglio.

 

Bologna  9 gennaio 2026 ore 17, 23   giovanni ghiselli

p. s.

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Sono quasi le 17, 30 e c’è ancora della luce rosa a ovest e sud ovest nel cielo. Dio c’è.

 

 

 

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