lunedì 1 giugno 2026

Massimo Cacciari Kaos il mito del globo 4


 

Lo Stato dunque si muove per trasformarsi in Contrada. “La relazione tra luoghi risulta perciò intrinsecamente polemos. Non avviene necessariamente per altre civiltà. L’Impero cinese ruota intorno all’Asse che non vacilla (…) Asse che passa al centro del Palazzo di Pechino. E’ questo un luogo auto-sufficiente, centrato in sé stesso, che non abbisogna affatto di confrontarsi con altri, di essere curiosus. Analogamente le Piramidi egizie sono simbolo della perfetta autonomia del potere che le ha innalzate” (20).

 In effetti i Greci ricordano di avere imparato dagli Egiziani come da loro antenati, mentre non so niente dell’apprendimento trasmesso agli Egiziani dai Greci maestri invece dei Latini.

Un sacerdote egizio, parlando con Solone, gli disse: “Un Greco vecchio non esiste, voi Greci siete sempre fanciulli”. Lo racconta Platone nel Timeo[1]”.

 

Torniamo a Cacciari

“Il luogo dove “sta” il moderno Stato occidentale è territorio che tende alla Contrada. Questa, tuttavia, a sua volta, non vive che esistendo- verso lo Spazio.  E’ la natura dello Stato a essere ek-statica! Ovvero, la potenza statuale è fisiologicamente imperiale (…) e la sua dynamis ha in tanto effettivo potere in quanto sa porsi in atto conquistando una dimensione propriamente spaziale”.

 

Ecco un altro possibile commento al verso 310 delle Baccanti di Euripide  citato sopra.

 

“Lo Stato non può cessare di valere come territorio determinato (…) e tuttavia dal proprio confine la sua potenza deve sempre cercare di eccedere, pena l’indebolirsi della sua stessa sovranità all’interno” (p. 21)

 

La condanna più celebre dell’imperialismo romano  mai sazio di eccedereè il discorso di Calgaco, il capo dei Caledoni ribelli, ricostruito nell'Agricola[2] di Tacito:" Raptores orbis, postquam cuncta vastantibus defuere terrae, mare scrutantur: si locuples hostis est, avari, si pauper, ambitiosi, quos non Oriens, non Occidens satiaverit: soli omnium opes atque inopiam pari adfectu concupiscunt.  Auferre trucidare rapere falsis nominibus imperium, atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant "  (30), ladroni del mondo, dopo che alle loro devastazioni totali vennero meno le terre, frugano il mare: se il nemico è ricco, avidi, se povero, tracotanti, essi che né l'Oriente né l'Occidente potrebbe saziare: soli tra tutti bramano i mezzi e la loro mancanza con pari passione.  Rubare, massacrare, rapire con nome falso chiamano impero e dove fanno il deserto lo chiamano pace. Dell’ultima frase nella primavera del ’68 si era fatto uno slogan durante i cortei.

 

Non dice meno sull’avidità dei colonizzatori romani il Mitridate di Sallustio che nelle Historiae[3], scrive al re dei Parti Arsace una lettera[4] contro l’avidità insaziabile dell’imperialismo romano  :"Namque Romanis cum nationibus populis regibus cunctis una et ea vetus causa bellandi est, cupido profunda imperi et divitiarum "( Epistula Mithridatis, 2), infatti i Romani hanno un solo e oramai vecchio e famoso motivo di fare guerra a nazioni, popoli, re tutti: una brama senza fondo di dominio e di ricchezze. Quindi aggiunge:" an ignoras Romanos, postquam ad Occidentem pergentibus, finem Oceanus fecit, arma huc convortisse?  neque quicquam a principio nisi raptum habere, domum coniuges, agros imperium?" ( 4), come, non sai che i Romani dopo che l'Oceano ha posto termine alla loro marcia verso Occidente, hanno rivolto le armi da questa parte? E che fin dal principio non hanno nulla, patria, mogli, terra, potenza, se non frutto di rapina?

Venendo al Novecento. Nel romanzo di Musil il perdonaggio Diotima “improvvisamente sparò l’asserzione che la vera Austria era tutto il mondo” (L’uomo senza qualità, II, 73). La bella donna madrina dell’Azione Parallela intende “che lo spirito come tale ha nell’Austria una patria” ma sappiamo che anche le patrie  dello spirito tendono a estendere il loro territorio.

Bologna primo giugno 2026 ore 11, 47 giovanni ghiselli

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[1]’W SÒlwn, SÒlwn, “Ellhnej ¢eˆ pa‹dšj ™ste, gšrwn d “Ellhn oÙk œstin, Timeo 22b4.

[2] Del 98 d. C.

[3] Le quali prendevano in esame il periodo 78-67 a. C. Furono composte fra il 40 e il 35. Ci sono giunti solo dei frammenti.

[4] Dovrebbe risalire al 68 a. C.


Grecia 1981 Capitolo II. La pedalata dal Metauro all’Esino. Le soste rituali nel bar di Senigallia e nella bettola ungherese tanti anni prima.


 

Volevo imparare dell’altro dalla bellezza e dal dolore. Sapevo che non avrei sofferto più di quanto era necessario al mio scopo di apprendere.

Prima del dolore però veniva la bellezza, quella corporea della compagna di viaggio che ai miei occhi preponderava su tutto il resto.

Arrivati a Senigallia, facemmo una breve sosta in un bar dove negli anni futuri mi sarei fermato decine di volte andando poi tornando dall’Ellade con gli amici o da solo. Alcuni luoghi, certi fatti la prima volta insignifìcanti, se ripetuti con il volgere delle stagioni, diventano ricchi di molte annunciazioni poi verificate o vanificate  e assumono un’importanza storica pur nella nostra vita mortale. Diventano riti religiosi.

 

Breve Excursus La bettola di Abony

Ricordo, caro lettore, l’osteria di Abony a metà strada tra Budapest e Debrecen, e la prima vota che ci entrai, desolato  come un mendicante,  nel luglio del 1966. Ero un ventunenne invecchiato anzi tempo e,  uscito dalla mia scassata Seicento Fiat, barcollavo, quasi brancolavo come un mendicante cieco, tanto che un ubriaco, forse un tedesco, uscendo da quella taverna si avvicinò e mi domandò: “bist du Homerus?”.

Per vincere almeno il sonno, entrai nella bettola. Volevo  bere un caffè e domandare se procedevo sulla via giusta.   Non ne ero sicuro. Tanto meno prevedevo che in quel locale avrei fatto una fermata trionfale, più volte tornando dall’Università estiva di Debrecen, ogni volta con una donna diversa, ma sempre bella, fine e innamorata di me.

 Quelle soste sarebbe diventate riti celebrativi di altrettanti trionfi dell’amore

Sperarlo quella prima volta sarebbe stata follia.

Questo è il mio  mito di Abony.

Il passato gioioso ma anche quello doloroso va conservato come forza vivente che si è trasformata nell’avvenire e seguita a crescere sempre[1].

Fine dell’ excursus ungherese

 

La  colazione a Senigallia in tanti degli anni seguenti, adesso  significa non tanto  l’amore di Ifigenia ma la breve sosta rituale con i tre migliori amici della mia vita: Fulvio oggi amico celeste, Maddalena e Alessandro presente, vivo, e benefico, durante la pedalata ciclistica dell’estate  2024 che racconterò dopo questa. Spero che non sia stata l’ultima. Per il luglio 2025 avevamo già in programma, anche con Maddalena, la pedalata fino a Delfi, il Parnaso, Tebe con il Citerone,  Atene e Patrasso dove avremmo ripreso il traghetto.  Avremmo fatto di sicuro un’altra sosta a Senigallia. Ma il fato, la parola di Dio non ha voluto e  questi due amici carissimi sono venuti a trovarmi nel sanatorio delle ossa rotte a Villa Fastiggi di Pesaro. Del resto ora  pensiamo già al viaggio ciclistico dell’anno prossimo, se Dio vorrà. Mi sto allenando sui colli di Bologna.

Ma torniamo all’agosto del 1981.

 Dopo il caffè riprendemmo le biciclette. Pregai Ifigenia di starmi davanti. Non volevo tanto risparmiare energie sfruttando la sua scia quanto esaminare una per una le sue belle membra in movimento, per coglierne l’esemplarità, per sottrarle alla rovina del tempo irremeabile, alle offese crudeli degli uomini, delle malattie, dei fallimenti, e, dopo tutto questo, all’annientamento corporeo della morte, l’unico evento del tutto sicuro e inesorabile della nostra vita scoscesa.

Esorabile però e procurabile è il prolungamento del ricordo di noi dopo la nostra morte.

Osservavo i movimenti del corpo di Ifigenia che pedalava. Quindi consideravo una per una le membra dove nei primi mesi del nostro amore avevo visto l’idea del bello e quella del bene incarnate: un somatizzarsi della luce del Sole che è nel visibile quello che è Dio nell’ intellegibile.

Ifigenia  mi aveva dato una spinta sovrumana verso l’amore e l’arte. Poi quello splendore si era offuscato e l’immagine sua di forza e dignità fidiaca era diventata meno fiorente di grazia prassitelica, anche se materialmente era rimasta  quasi perfetta.

La piccola testa, incorniciata dai capelli ondulati, sorretta dal collo lungo e sottile, oscillava sulle spalle forti e rotonde; gli occhi scuri e grandi, incastonati tra gli zigomi in rilievo, ogni tanto si volgevano indietro per vedere se tenevo il ritmo delle giovani gambe che spingevano i pedali. Quegli occhi interrogativi, circondati dai folti capelli nerissimi, sembravano laghi montani circondati da una cupa foresta,  densi di inquietanti misteri. I seni cospicui fendevano l’aria come prue fornite di aplustri e si accordavano con i movimenti di tutto il busto agile senza perdere la loro rilevata  compattezza .

Avrei voluto succhiarli per trarne la forza di parlare alla magnifica donna con il suo stesso linguaggio che non capivo più da quando nuovi incontri, dai quali non aveva ottenuto  quanto sperava, le avevano torto la mente con la favella.

Tuttavia continuavo ad ammirarla.

La vita sottile connettendo con la sua snellezza le superbe sporgenze superiori e inferiori, le metteva in risalto; le natiche tornite e sode poggiate sullo stretto sellino di cuoio, non si schiacciavano né deformavano; quando ifigenia si rizzava sopra i pedali per superare le brevi salite dei ponti, la carne dei glutei, parzialmente visibili sotto i calzoncini succinti, non faceva una piega. Come tornava a pedalare seduta, usava soprattutto la forza delle cosce per imprimere un’energica spinta al veicolo: allora la carne fiorita e lievitata copiosamente sopra le ossa sottili, si tendeva con  vigore abbronzandosi al sole già alto nel cielo; il piccolo disco delle ginocchia connetteva  e armonizzava la tensione della coscia robusta con il turgore del forte polpaccio in deciso rilievo sopra la caviglia snella. Questa trasmetteva la spinta di tutta la muscolatura complessa ai piccoli piedi calzati di scarpette rosse.

Avvertenza: il blog contiene una nota

 

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1 1Racconto questo viaggio nel mio romanzo Tre amori a Debrecen. non compratelo: si può chiedere in prestito alla biblioteca Ginzburg di Bologna.