sabato 1 agosto 2026

Ifigenia XXVII. Due colleghe: la megera e la mite. Parole come pugnali senza versamento di sangue. Imprese ciclistice sul Taigeto.


Ero nella sala degli insegnanti immerso nei miei ricordi quando una collega anziana, stanca di insegnare e probabilmente anche di vivere, claudicante ma pur sempre capace di scattare quando sentiva l’impulso di manifestare ossequio al potere qualunque esso fosse, una vecchia professoressa che durante i due anni del preside galantuomo e benevolo mi aveva trattato maternamente, mi aveva chiamato “giovane compagno educato e studioso, bravo ragazzo di belle speranze” e una volta mi aveva invitato a casa sua per darmi consigli, offrirmi un tè, perfino regalarmi dei libri, una insomma che si era comportata da amica maternamente affettuosa, a un tratto, improvvisa e inopinata tuonò dal suo seggio dicendo a voce alta per farsi sentire da tutti: “ascolta ghiselli, accetta un avvertimento da chi sta per andare in pensione: rimani al piano di sotto dov’è la tua classe. Il tuo posto non è più qui dove cerchi di mobilitare due classi contro il signor preside”.

Rimasi di stucco: avevo già visto che il suo atteggiamento nei miei confronti si era raffreddato, tuttavia non pensavo che sarebbe arrivata a tanto, anche perché era talmente vicina alla pensione che poteva non curarsi della benevolenza del nuovo dirigente. Ma l’impulso servile per alcuni è la spinta più forte.

 Prima di queste parole brutte avevo anche pensato che i sorrisi dei precedenti anni scolastici spariti dal suo viso o il volgere gli occhi dall’altra parte quando mi incrociava dipendessero dall’aggravarsi della zoppia dolorosa che quando l’accompagnavo a casa con la nera Volkswagen, e doveva salire nell’automobile o uscirne, le faceva gridare: “ahi, ahi! Aiutami gianni, per favore!”. Ci eravamo sostenuti a vicenda per due anni perché nessuno di noi poveri mortali può farcela senza un aiuto.

Quella mattina di novembre però l’anziana nutriva il proposito ignobile di fare una bella figura con il preside e la sua cricca, meditando forse di chiedere un lungo congedo che le anticipasse l’andata in pensione.

Ero dispiaciuto e pure incuriosito, sicché provai a domandarle: “Proprio tu mi dici questo? perché?”

“Come puoi fare una domanda tanto inopportuna tu,  ghiselli? Sai bene che qui al primo piano c’è il triennio: tu ora insegni in una quarta ginnasio e devi stare là sotto con i tuoi alunni”.

Deve esserci un bel mucchio di ossa sotto il Taigeto”, pensai

Un poco di Geografia e pure  di storia

Per chi non lo sapesse, il Taigeto è  la catena montuosa più alta del Peloponneso. Arriva a 2000 metri. Dal Taigeto gli Spartani gettavano i bambini deformi perché non diventassero anche cattivi.

 Questa è una cattiveria mia dovuta al fatto che frequentando i malvagi a lungo andare si diventa come loro. Chiedo scusa se a volte mi capita.

 Il  passo è situato tra Kalamata e Sparta. Due estati fa ho percorso di nuovo la salita in bicicletta da Kalamata alla cima (km 33, 12). 

Il mio record, del 1997, è di 2 ore, 14 minuti e 27 secondi, alla media di 14, 7 Km all’ora. Nel 2024 ci ho messo più tempo. Ero vecchio ormai e non vinsi più la gara con Alessandro. Ogni volta sono sceso a  Sparta quando arrivavo alla cima partendo , da Kalamata; facendo il tragitto contrario, da Sparta,  si arriva sulla costa marina a Kalamata ovviamente. Anche questo tragitto ho percorso più volte. Ne sono fiero.

 

Quindi la Sibilla decrepita abbassò il volume  della voce e disse:  “oltretutto gli ex allievi tuoi, cervelli balzani, potrebbero interpretare la tua presenza qui come un’istigazione a delinquere contro la docente che è stata messa al posto tuo”.

La poverina, che era di fianco a me e aveva sentito, si scusò dicendo che non aveva chiesto lei di venire al mio posto e che capiva benissimo le ragazze e i ragazzi  che si erano trovati così bene con me da rimpiangermi. Era stato il preside a imporle il cambiamento.

Seppi poi da un altro collega che la trama dannosa per due docenti, decine di studenti e contraria alla giusta  distribuzione e scansione didattica, era  stata ordita  dalla vicepreside, un’altra anziana intrigante, la quale aveva una nipote. Questa, finito il ginnasio, aveva sentito alcune voci sul metodo mio e aveva temuto che le lezioni tenute da me fossero troppo difficili per le sue  capacità. La nipotina aveva avuto al ginnasio la collega messa al mio posto e si era abituata al  suo metodo: ripetizione di manuali e della grammatica finalizzata a se stessa. Sicché ne aveva parlato alla zia che aveva sistemato la faccenda d’accordo con il capo dell’Istituto che non si sentì di opporsi alla sua vice, una specie di factotum dopo il pensionamento del preside bravo e gentiluomo: Piero Cazzani.

Del resto la professoressa promossa dal ginnasio al liceo non  era una persona cattiva né aggressiva, anzi era una mite: si era scusata diverse volte con me e perfino con gli studenti. Diceva che il nostro spostamento aveva penalizzato entrambi. Lei funzionava meglio al biennio e io al triennio. Era proprio così.

Rivolto alla vecchia strega mi limitai a dire: “:" uJmei'~ me;n oujc oJra'te

tavsd  j, ejgw; d  j oJrw'”, voi non le vedete queste, ma io le vedo". E’ Oreste che grida tali parole nelle Coefore di Eschilo  (1061) quando le Furie lo incalzano.

Sicché aggiunsi: “ejlauvnomai de; koujkevt j a]n meivnaim j ejgwv” (v. 1062), sono sospinto e non posso più restare io.

Sicuro che la megera non avesse capito il greco aggiunsi la versione inglese: “:" You don’t see them, you don’ t-But I see them: they are hunting me down, I must move on[1].

Quindi mi alzai e me ne andai contento di avere detto parole dirette, taglienti e feroci come pugnali senza tuttavia essermi sporcato le mani di sangue.

 

Avvertenza: il blog contiene una nota.

 

Pesaro primo agosto 2026 ore 16, 34 giovanni ghiselli

 

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[1] T. S. Eliot pone questi versi quale epigrafe di Sweeny agonista (1930),

 


Ifigenia XXVI. Il metodo comparativo. Il balsamo beato per me la Grazia appresta.


 

In verità il lavoro cui invogliavo i ragazzi era duro: ne davo l’esempio preparando lezioni ricche di citazioni memorizzate che mi costavano  ore e ore di studio. Ogni giorno affrontavo io stesso l’esame dell’efficacia educativa di quanto avevo imparato con un impegno quasi crudele per il tempo e l’acume mentale  impiegati. I ragazzi lo capivano e mi ripagavano con l’attenzione scolastica e lo studio domestico. Comprendevano che imprare li rendeva più forti, più buoni e più belli. Ecco perché si era formata una solidarietà e quasi un sodalizio tra me e loro.

Questa intesa didattica benefica  però aveva provocato del risentimento in diversi adulti dell’ambiente scolastico. Dava fastidio a molti non solo il mio metodo di insegnamento, inattuale in quel tempo, ma anche lo stile inusuale della mia vita. Il percorso didattico da me intrapreso era già comparativo: non lo conosceva nessuno tra i colleghi di greco e latino tanto nei licei quanto nell’Università da me frequentati.  Mi era congeniale e lo avevo riconosciuto nel poemetto The Waste Land di T. S. Eliot.

Il docente universitario di letteratura inglese Carlo Izzo è stato quello che mi ha dato di più in termini di cultura e di educazione. Dopo l’esame mi diede trenta e lode, aggiunse complimenti a voce e mi consigliò di biennalizzare il suo esame in modo che avrei potuto insegnare inglese e magari a collaborare con lui. Risposi che volevo insegnare greco e latino, e lo ringraziai per l’educazione ricevuta. Gli sono ancora grato. Gli altri mi hanno fatto leggere e studiare dei libri; Carlo Izzo mi ha fatto capire e amare gli autori che lui stesso amava e presentava con amore: Shakespeare e T. S. Eliot in prticolare.

 Come vedete li cito spesso. Sarò sempre grato a questo bravo educatore e  cara persona. Mi ha aiutato a crescere culturalmente e umanamente. 

I colleghi  malevoli del liceo dunque trovarono l’appoggio del potere presidenziale, quindi misero insieme  la forza necessaria per togliermi il lavoro che era diventato grande parte della mia vita siccome avevo imparato a farlo bene sacrificando per tre anni consecutivi tanta parte delle capacità mentali, del mio tempo, e  trascurando di conseguenza ogni altra passione: la bicicletta, financo le donne che da quando ero bambino erano state il massimo oggetto dei miei desideri.

In pratica mi degradarono dal liceo al ginnasio togliendomi 90 studenti per darmene 30 di età inferiore. Sarei tornato nel triennio liceale solo 13 anni più tardi  e dopo altri otto  sarei entrato nella SSIS dell’Università a cinquantacinque anni, oramai docente annoso, per insegnare  ai giovani neolaureati come si devono presentare  le opere degli  autori in modo da farle amare dagli studenti. Ora scrivo ogni giorno per migliaia  di lettori e tengo almeno una conferenza al mese da ottobre a giugno.

Nei primi giorni della retrocessione  provai un dolore enorme temendo di dovermi limitare a ripetere i tecnicismi delle lingue antiche. Poi capìi che  il greco e il latino si possono insegnare fin dal ginnasio anche  attraverso gli autori piuttosto che con la sola grammatica, e poiché dovevo informare gli studenti sulla letteratura moderna, mi diedi a studiare i grandi romanzi europei dell’Ottocento e del Novecento  che ancora non conoscevo. Sicché mi feci piacere questo nuovo lavoro. Tuttavia mi tormentava l’ingiustizia subita in un ambiente dove per due anni avevo avuto il trattamento buono meritato con tanto studio fatto con intelligenza e buon gusto. Quel dolore però ebbe subito il  balsamo beato  che la grazia di Ifigenia mi apprestò offrendomi stimoli non meno accrescitivi di quelli ricevuti per tre anni dagli studenti liceali di Imola e di Bologna. Se non avessi fruito di questa compensazione alla perdita del lavoro amato, avrei non solo smarrito bensì perduto quella fiducia nella giustizia e nella stessa vita che avevo trovato insegnando. Forse sarei ricaduto nella depressione dove ero cascato alla fine dello studio liceale nel  1963, come ho  raccontato nel volume precedente[1].

Ma anche quell’abisso di dolore dell’estrema adolescenza mi aiutò a crescere: la sofferenza accrebbe la mia intelligenza, la deformità mi rese più comprensivo, il malessere mi spinse a diventare più forte.

Allora mi aiutò Fulvio; questa volta fu Ifigenia a tirarmi fuori dal pantano dello sconforto infondendomi  della gioia e della forza; tuttavia la relazione con la giovane collega adultera peggiorò la mia  reputazione presso i docenti malevoli: come la relazione peccaminosa divenne nota, io oltre che libertario divenni un libertino dissoluto, e la bella Ifigenia non era altro  che una poco di buono, la donna degna di me, la mia ganza. Da alcuni era soprannominata Messalina o addirittura Pasife; Ifigenia  del resto non aveva trovato un toro come drudo ma si era accontentata di un cane rabbioso come me, dicevano i malevoli.

 

Avvertenza: il blog contiene una nota.

 

Pesaro primo agosto 2026 ore 11, 44 giovanni ghiselli

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[1] Si trova nella biblioteca Ginzburg di Bologna. Potete chiederlo in prestito. Si intitola Tre amori a Debrecen. Lo presentrerò il 16 giugno 2026 nella biblioteca. Se Dio vorrà.