domenica 30 novembre 2025

C’è ancora una bella gioventù da qualche parte. L’umanesimo contro la brutalità.


 

Questa sera devo elogiare i giovani che sono andati molto lontano da casa per sostenere i palestinesi inermi vilmente maltrattati, spesso anche ammazzati da energumeni che ripetono le gesta obbrobriose dei criminali razzisti.

Ammiro molto le ragazze e i ragazzi generosi che impiegano il loro tempo e le loro vite per aiutare i più poveri, i più deboli che nessuno difende. Ho scritto parole di elogio dirette ai giovani della flottiglia e le confermo ma per questi ragazzi malmenati ieri le scrivo con ammirazione ancora maggiore perché gli argonauti avevano comunque alle spalle un’organizzazione e delle difese.

Oggi invece abbiamo visto persone del tutto sprotette cercare di soccorrere altre persone esposte a una violenza brutale che dopo le violenza sui Palestinesi se l’è presa anche con loro .

Vedere giovani di tale levatura morale mi rende fiducia nell’umanità e mi spinge a fare tentativi di collaborazione contro la brutalità quotidiana scrivendo con l’aiuto dell’umanesimo che mi ha sempre aiutato e può soccorrere tante persone disgustate e desolate dagli orrori che si vedono ogni momento senza che le istituzioni diano risposte adeguate.

Bologna 30 novembre 2025 ore 20, 30 giovanni ghiselli

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Ifigenia XXXII L’assemblea studentesca. La pessima svolta nella seconda metà degli anni Settanta.


 

Non si deve dare troppa importanza al nuovo preside: non è stato il genio creatore del riflusso nel liceo classico meno antico tra i due della città, ma soltanto l’uomo messo nel posto giusto  al momento giusto dal punto di vista della reazione alla vivacità culturale e politica degli studenti e di alcuni insegnanti.

Verso la metà degli anni Settanta dopo un lustro di stragi, come ho già scritto nella storia di Päivi, era cominciata la reazione alla “moda” della sinistra che dal   j68 era seguita da gran parte del mondo delle scuole; dopo l’uccisione di Aldo Moro e il fallimento del compromesso storico tra i due partiti popolari  si era imposta del tutto questa era difettosa della solidarietà, della cultura, e su tale strada veniva metodicamente annichilito tutto il meglio dell’umanesimo, ossia dell’amore per l’umanità.

Ricordate la finlandese Helena che nel 1971 mi disse di amare di amore umanistico ogni persona?

Ebbene, alcune sere or sono ho visto un servizio televisivo che documentava ragazze e ragazzi finlandesi armati fino ai denti e addestrati alla guerra anche dentro le scuole.

Nei primi anni Settanta dunque erano di moda l’amore e la solidarietà globale, oggi la guerra e la violenza.

 

Ma veniamo all’assemblea degli studenti del novembre 1978

Molti tra i ragazzi del Minghetti provavano a contrastare la tendenza  intesa a diffondere intanto l’egoismo e il menefreghismo, ma in prospettiva di tempo l’imperativo trasmesso ai burocrati locali dal potere centrale era quello di penalizzare lo spirito critico: i giovani dovevano perdere la capacità di contestare chi trasmetteva ordini anche iniqui.

Nel 1977 nella zona universitaria di Bologna erano comparsi i carri armati e l’11 marzo uno studente, Francesco Lorusso era stato ucciso dalla polizia.

Andai ai funerali con molti dei miei studenti. Questo sicuramente non piacque a diversi colleghi ma c’era ancora il preside che mi apprezzava e sosteneva.

Al successo della reazione contribuiva una scuola dove si studiava sempre  meno e meno bene. Gli studenti migliori, a mano a mano che i mesi passavano, perdevano gli strumenti per fermare tale caduta  nella palude dell’ignoranza. Rimaneva loro il vitalismo dell’età che però, non sorretto da un logos disciplinato, educato dallo studio, e da un pathos che ama la vita, non escludeva il caos, il disordine di vizi anche deleteri.

Ifigenia parlò all’assemblea in modo efficace. Riferì alcune idèe che aveva discusso con me e seppe farlo con precisione non priva di grazia. Seppe recitare le nostre idèe con magnifico pathos illuminato dal suo splendido aspetto. Mi sentìi innamorato di lei più che mai. Le attrici belle e brave mi sono sempre piaciute, fin da bambino. Anche la mamma e la zia più importante, la madre “badessa” Rina, tendevano a recitare e mi hanno trasmesso tale vocazione del resto necessaria in un insegnante.

 

Ora so che a formare il mio sentimento amoroso e quasi paterno verso Ifigenia contribuirono in parti non minime il narcisismo, la vocazione di educatore e il desiderio di una figlia frustrato dall’abortimento di quella che Päivi aspettava da me dopo un mese di amore nell’estate del 1974.

 

Il narcisismo era stimolato dal fatto che in questa giovane collega vedevo riflessa la mia stessa immagine ringiovanita e imbellita; la vocazione di educatore mi faceva credere che avrei fatto una cosa egregia impiegando buona parte delle mie forze per aiutarla a crescere.

 

Ora che ne narro la storia so che il destino, disponendo il fallimento di questo amore, dopo quelli con  le tre finlandesi e l’aborto deciso dalla terza, mi spingeva a scrivere quanto state leggendo e quanto leggerete.

 

Intanto era entrato il preside che si stropicciava le mani come un usuraio.

Mi torna in mente questo particolare perché in fondo anche io avevo qualcosa del fenerator:  quanto meno l’utilizzo della ragazza per i miei scopi. Lei d’altra parte aveva i suoi.

 

Non che avessi intenzioni cattive, però non ero capace di amare e comprendere quella radiosa creatura quale persona indipendente e distinta da me, e se potevo ammirarne la bellezza e la vitalità, in quanto mi infondevano forza e salute attraverso il piacere, ne temevo le incertezze eppure  osservavo con sospetto il suo desiderio  e bisogno di svilupparsi diventando se stessa, chiunque ella fosse: giudiziosa o sventata, santa o demoniaca, docile e mite o piuttosto bipede leonessa, feroce quanto Päivi, sebbene non rossa. Una pantera nera .

Ora so che avrei dovuto aiutarla a diventare quello che era, come facevo con i miei studenti e con me stesso. Ma ne avevo paura: temevo che fosse lei a strumentalizzarmi. E non mi sbagliavo. La cosa più arcanamente temuta accade sempre.

 

La mattina  buia di giovedì 30 novembre 1978 dunque avevo confuso il senso della scena e dello spettacolo di cui Ifigenia era dotata e che nell’affollata assemblea poté esplicare, con una somiglianza dei nostri scopi che già allora probabilmente non c’era.

In ogni caso il suo recitare con efficacia le mie convinzioni mi affascinò al punto che quando l’adunata si concluse tra gli applausi le andai vicino con riverenza, quasi con timore, come ci si può accostare a una prima donna, una diva, e dissi: “Brava, sei stata magnifica. Io ti amo. Non scappare da casa, non mancare qui a scuola. Non posso sopportare l’idea di passare un giorno senza di te”.

Mi guardò con aria compiaciuta. Io allora, per piacerle ancora di più, aggiunsi: “Questa sera lascerò la buona Pinuccia. Voglio stare solo con te”.

 

Allora Ifigenia fece un sorriso che le impresse due piccole fossette festevoli, sibaritiche,  sulle guance. Come quando, dopo un giorno di pioggia, un raggio di sole imporpora le nuvole disaggregate nel trepido occidente da dove i mortali donne, uomini e uccelli  contenti traggono  auspici lieti con la promessa di un giorno luminoso dopo quello già tetro che si compie finalmente inviando un sorriso alle creature buone.

 

 

Lo dissi a Ifigenia che chinò la testa in segno di assenso. Adnuit mihi oranti. Eravamo felici. Al marito scimunito avrebbe raccontato una qualunque storia credibile. Gliel’avrebbe fatta credere. Il suo volto assunse un’espressione da menade festevole dopo essere stata triste poi anche tremenda.

Due anni e mezzo più tardi la parte dello scimunito sarebbe toccata a me. Si recita sempre.

 


 

Bologna 30 novembre  2025 ore 19, 50   giovanni ghiselli

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Conferenza di Teramo Didone- Enea III parte. Didone si innamora e si ferisce.


 

"Nel libro I è soprattutto l'humanitas  che caratterizza Didone; una humanitas  divenuta carattere e sensibilità oltre che coscienza morale, consistente soprattutto nella capacità, da parte di chi ha molto sofferto, di comprendere i dolori degli altri e nella disposizione a soccorrerli"[1]. Il verso espressivo di questo tw/' pavqei mavqo" virgiliano è:" non ignara mali [2]miseris  succurrere disco ", I, 630, non ignara del male imparo a soccorrere gli sventurati.[3]

Tale humanitas  non verrà contraccambiata da Enea.  Eppure questo è uno degli insegnamenti massimi dei nostri autori e dovrebbe esserlo  nella scuola :"E infine, possiamo imparare la lezione fondamentale della vita, la compassione per le sofferenze di tutti gli umiliati, e la comprensione autentica"[4].

"All'inizio del libro IV Didone è già immersa nella sua passione tormentosa ed è profondamente mutata; ma Virgilio non s'è preoccupato di farci seguire e capire a fondo il mutamento, e dell'humanitas  del libro I è difficile ritrovare tracce nel libro IV: il nuovo punto di partenza del dramma è la sofferenza della donna ferita d'amore...la metafora della ferita per significare l'amore (...) proviene dalla poesia greca, specialmente da quella alessandrina, ed è spesso associata con l'immagine di Cupìdo, il figlio di Venere, che ferisce con le sue frecce. (da una freccia del dio, per es. , è ferita Medea nella scena dell'innamoramento in Apollonio Rodio III 275 sgg...L'aggettivo (saucia ) ha una sua tradizione di pathos erotico"[5]. Una tradizione che va da Ennio a Catullo cui Virgilio allude :"multiplices animo volvebat  saucia curas ", 64, 250, volgeva  ferita nell'animo molti pensieri affannosi. Si tratta di Arianna. La Penna-Grassi menzionano pure Lucrezio:"idque petit corpus, mens unde est saucia amore "  (De rerum natura, IV, 1O48), ed essa[6] cerca quel corpo da cui la mente è ferita d'amore.

Ricordo anche Ennio: “La ferita d'amore appare  nella Medea exul  di Ennio[7] che traduce questo verso della Medea[8]  di Euripide:" e[rwti qumo;n ejkplagei's'  jIavsono"" (v. 8), colpita nel cuore dall'amore di Giasone, accentuandone il pathos con l'allitterazione:"Medea animo aegro amore saevo saucia[9] ", (v. 9), Medea dall'animo sofferente, ferita da un amore crudele.

 

Torniamo al quarto canto dell’ Eneide.

"Multa viri virtus animo multusque recursat/gentis honos haerent infixi pectore voltus/verbaque nec placidam membris dat cura quietem" (Eneide, IV, vv. 3-5), il gran valore dell'eroe e la grande gloria della stirpe le ricorrono al pensiero, le sembianze e le parole le stanno ficcate nel cuore e l'affanno non concede alle membra un riposo tranquillo. 

Questi primi versi, prefigurano la catastrofe finale e presentano l'amore come tormento: le sembianze e le parole di Enea, invece di procurare gioia alla regina, sono infissi nel petto come dardi dolorosi e Didone, al contrario di Enea, non trova riposo. Diverso, sproporzionato è dunque l'investimento, e questa è la prima causa che crea dolore negli amanti, tragicamente in uno dei due. Gli strumenti seduttivi di Enea, oltre la virtus raccontata e connessa pure etimologicamente al vir che ne è dotato[10], sono l'aspetto bello (voltus, non per niente Enea è figlio e protetto di Venere[11] che lo ha pure imbellito[12]) e le parole (verba).

 Sono gli eterni mezzi del seduttore; gli stessi che usa Odisseo, anche lui infatti reso più bello dalla sua dea che è Atena[13].

Da notare che voltus è la parte del viso dove stanno gli occhi che a detta di Properzio sunt in amore duces. [14]

 

L'amore  è  malattia, ansia e pure colpa: all'alba la regina male sana  Eneide, IV, (v. 8) che   non sta bene, parla con Anna, la sorella unanima, unita negli affetti:"Anna soror, quae me suspensam insomnia terrent!/quis novos hic nostris successit sedibus hospes,/quem sese ore ferens, quam forti pectore et armis!/Credo equidem, nec vana fides, genus esse deorum./Degeneres animos timor arguit. Heu quibus ille/iactatus fatis! quae bella exhausta canebat! Si mihi non animo fixum immotumque sederet,/ne cui me vinclo vellem sociare iugali,/postquam primus amor deceptam morte fefellit;/si non pertaesum thalami taedaeque fuisset,/huic uni forsan potui succumbere culpae" (vv. 9-19), Anna, sorella, quali sogni tremendi mi tengono sospesa! Quale ospite straordinario è questo che entrò nelle nostre dimore, quale si presenta nel volto, quanto forte nel petto e nell' armi ! Credo davvero, e non è fede vana, che sia stirpe di dèi. La paura denuncia gli animi ignobili. Ahi da quali destini è stato agitato! Quali guerre compiute narrava! Se nel mio cuore non ci fosse ferma e incrollabile la decisione di non volermi unire ad alcuno con vincolo coniugale, dopo che il primo amore mi ingannò e deluse con la morte; se non mi fossero venute in odio il talamo e le fiaccole nuziali, per questo soltanto forse avrei potuto soggiacere alla colpa.

 

Commento ai versi citati sopra

-insomnia: sono visioni notturne che turbano il sonno. Tali sono quelle (o[yei" e[nnucoi) che agitano il riposo di Io nelle sue stanze verginali (Prometeo incatenato, v. 645). La ragazza di Eschilo è lusingata e terrorizzata dall'amore di Zeus.

 

Nelle Argonautiche Medea inizia il suo secondo monologo spaventata dai sogni pesanti (me barei'" ejfovbhsan o[neiroi , III, 635).

-novos: arcaismo per novus. Nuovo è un aggettivo inquietante nella letteratura antica, soprattutto nel filone tradizionalista; è quasi un eufemismo per dissimulare[15] il male della novità.

Nel Filottete  (v.784), il protagonista malato, vedendo il sangue gocciare dalla piaga, si aspetta qualche novità, certamente non buona:"kai; ti prosdokw' nevon", e mi aspetto qualche nuova disgrazia.

-ore: il volto, lo sguardo in particolare, mostra la spiritualità della persona. Os però è la parte del volto dove sta la bocca, con la parola.

La bocca dunque è portatrice del pensiero.

 

Secondo Bettini i Romani guardandosi l'un l'altro "in primo luogo…vedevano una bocca:"os è infatti l'espressione più comune in latino per designare il volto. La comparazione indoeuropea mostra che il significato primario di os è quello di bocca[16]…In effetti os si presenta come una parola fortemente connotata, la sua menzione evoca subito una delle capacità che meglio distinguono l'uomo dal resto dei viventi: il linguaggio[17] "[18].

-quam forti pectore et armis: lett.=di quanto forte petto e armi.

-Degeneres: formato da de e genus indica l'individuo ignobile. Il contrario è generosus, di buona razza: tale creatura infatti è coraggiosa, non conosce il timor :" Continuo pecoris generosi pullus in arvis/altius ingreditur et mollia crura reponit;/primus et ire viam et fluvios temptare minantis/audet et ignoto sese committere ponti/nec vanos horret strepitos. Illi ardua cervix" (Virgilio, Georgiche, III, vv. 75-79), subito il puledro di buona razza avanza sui campi sollevandosi piuttosto in alto e fa cadere flessuosamente le zampe; per primo osa procedere nella via e affrontare i fiumi minacciosi e affidarsi a un ponte sconosciuto e non ha paura di vani strepiti. Ha il collo eretto.

 

 Questa affermazione probabilmente deriva dall'Elettra di Sofocle: Oreste elogia il fedele pedagogo paragonandolo a un i{ppo"  eujgenhv" (v. 25), un cavallo di buona razza il quale, anche se vecchio, nei pericoli non perde l'ardore ma drizza l’ orecchio ("ojrqo;n ou\" i{sthsin" (v. 27).

 

arguit:"questo verbo significa in primo luogo ostendere, patefacere, manifestare[19], e dunque presuppone un processo, in qualche modo, di rivelazioneargumentum dunque è qualcosa che realizza il processo dell'arguere, produce quella rivelazione che il verbo implica…Una buona via per scendere più in profondità nel significato di queste parole è costituita dagli usi dell'aggettivo argūtus che ad arguo è ugualmente correlato. In molti casi infatti l'aggettivo argutus indica ciò che va a colpire i sensi con particolare forza[20]…Parole come arguo, argumentum, argutus, non possono che ricollegarsi a una forma *argus che significa "chiarità" o "chiarezza". Si tratta infatti della stessa radice *arg- che ritroviamo nel greco ajrgov" "chiaro, brillante" e nell'ittita hargi " chiaro, bianco". In latino, da questa stessa radice derivano anche argentum (metallo brillante)  argilla "("terra bianca")    [21].

Cfr. anche l’inglese to argue, “provare”.

 

Heu: quibus ille iactatus fatis: cfr. Otello[22] di Shakespeare:"My story being done,/she gave me for my pains a world of sighs:…She loved me for the dangers I had pass'd, And I loved her that she did pity them " (I, 3), finita la mia storia, ella mi diede per le mie pene un mondo di sospiri…ella mi amò per i pericoli che io avevo passato, ed io l'amai perché ella ne aveva avuto pietà.

"iactatus : cfr. Eneide I, 4:"multum ille et terris iactatus et alto ", egli molto fu sbattuto tra le terre e in alto mare.

-exhausta: da exhaurio  che significa "vuotare", "portare a termine con affanno".-Si mihi non animo fixum[23] immotumque sederet: protasi di un periodo ipotetico della irrealtà.-

taedaeque[24]: la fiaccola è latrice di significato simbolico ambivalente: evoca le nozze ma anche i funerali, come risulta da questo verso di Properzio dove Cornelia dice :"viximus insignes inter utramque facem" (IV, 11, 46), sono vissuta nella luce tra l'una e l'altra fiaccola (quella delle nozze e quella del rogo funebre).

 

 Tale fax ambigua  si ritrova nei Remedia amoris[25] di Ovidio dove il poeta dice al dio Amore:"non tua fax avidos digna subire rogos (v. 38), la tua fiaccola non si merita di stare sotto i roghi ingordi. Talora la mancanza della fax crea dolore: nel Satyricon Circe spera di avere una relazione con Encolpio soprannominandolo Polieno, come le Sirene avevano chiamato Odisseo (Odissea, XII, 184) per facilitare l'unione con l'espediente scaramantico del nomen omen:"nec sine causa Polyaenon Circe amat: semper inter haec nomina magna fax surgit " (127, 7), non senza motivo Circe ama Polieno: sempre tra questi nomi guizzi una grande scia di fuoco. Invece il povero Encolpio verrà colpito dall'ira di Priapo con grande scorno e dolore degli amanti mancati.

 

"Nel teatro shakespeariano una fiaccola in scena serve da didascalia, indica che l'azione si svolge di notte (Romeo e Giulietta, atto I, scena 4 "io reggo il candelabro e me ne sto a vedere").

Nel teatro greco la fiaccola contrassegna la festa solenne, il rito, come nelle Eumenidi, v. 1005, nell'Elena, v. 865, nell'Ifigenia in Tauride, v. 1224: e sarà tenuta ben ferma, in alto.

 

Ma può anche essere mossa, venir agitata, connotare uno stato di turbamento e di furore, come nelle Troiane, vv. 308 sgg., quando Cassandra irrompe in scena come una pazza, con tede rituali di nozze"[26]. 

    

 -pertaesum…fuisset (sottinteso me). Il piuccheperfetto indica la lunghezza del tempo passato dalla lontananza del talamo nuziale che comunque rimane sempre il mobile più importante della dimora.

-culpae: c'è da notare che da Virgilio non viene altrettanto gravato da senso di colpa l'amore omosessuale: Niso ardeva per il bell' Eurialo "amore pio " (Eneide , V, 296) di un amore santo. Oggi succede lo stesso: gli omosessuali sono ben reputati gli eterosessuali maschi considerati tutti dei violenti. Eppure tanti eterosessuali-quorum ego- amano la delicatezza.

 

Didone era una donna libera, non stava scivolando verso un adulterio, ma "Le vedove in Roma, pur essendo loro concesso dalla legge un nuovo matrimonio, ritenevano degno d'onore mantenersi univirae, cioè donne che avevano un solo marito"[27].

Il fatto che, uomini e donne,  si accontentino di un solo coniuge corrisponde  al costume antico dei Romani secondo quanto racconta Valerio Massimo[28]:"Quae uno contentae matrimonio fuerant, corona pudicitiae honorabantur. Existimabant enim eum praecipue matronae sincera fide incorruptum esse animum , qui, depositae virginitatis cubile egredi nesciret, multorum matrimoniorum experientiam quasi legitimae cuiusdam intemperantiae signum esse credentes. Repudium inter uxorem et virum a condita urbe usque ad centesimum et quinquagesimum annum nullum fuit " (Factorum et dictorum memorabilium, II, 1, 3), quelle che si erano accontentate di un solo matrimonio venivano onorate con la corona della pudicizia. Consideravano infatti che fosse in particolare puro per schietta fedeltà l'animo di una matrona che non sapesse uscire dal letto dove aveva lasciato la verginità, poiché credevano che l'esperienza di molti matrimoni fosse segno di una per così dire legittima sfrenatezza. Non ci fu nessun divorzio tra moglie e marito dalla fondazione di Roma per centocinquant'anni.

Anche per gli uomini romani unum matrimonium è motivo di lode: Tacito fa l'elogio funebre di Germanico, morto avvelenato in Siria da Pisone nel 19 d. C.,  riportando l'opinione di chi lo anteponeva ad Alessandro Magno: avevano in comune il bell'aspetto, la stirpe nobile, la morte precoce tra genti straniere dovuta a insidie familiari, "sed hunc mitem erga amicos, modicum voluptatum, uno matrimonio, certis liberis egisse " (Annales , II, 73), ma questo era stato gentile con gli amici, temperante nei piaceri, sposato con una sola donna, con figli legittimi.  

Questi dunque erano gli antiqui mores al cui ripristino Virgilio voleva  contribuire.

 

Ma sentiamo Seneca:"Numquid iam ullus adulterii pudor est, postquam eo ventum est, ut nulla virum habeat, nisi ut adulterum inrītet? Argumentum est deformitatis pudicitia [29]. Quam invenies tam miseram, tam sordidam, ut illi satis sit unum adulterorum par, nisi singulis divisit horas? et non sufficit dies omnibus, nisi aput alium gestata est, aput alium mansit. Infrunita et antiqua est, quae nesciat matrimonium vocari unum adulterium " (De Beneficiis[30]  III, 16, 3), c'è forse più un poco di vergogna dell'adulterio, dopo che si è arrivati al punto che nessuna donna ha il marito, se non per stimolare l'amante? La pudicizia è indizio di bruttezza. Quale troverai tanto meschina, tanto spregevole che si accontenti solo di un paio di amanti, se non ha diviso le ore per ciascuno di loro? e non basta la giornata per tutti se non è stata trasportata da uno, non si è fermata da un altro. E' insulsa e arretrata quella che non sa che un unico adulterio si chiama matrimonio

Fine commento dei versi citati sopra (Eneide IV, 9-19)

Bologna 30 novembre 2025 giovanni ghiselli

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[1]. A. La Penna-C. Grassi (a cura di) Virgilio, Le Opere, Antologia , p. 352

[2] Locus similis nell'Antigone, (del 442 a. C.) quando Euridice si prepara a ricevere la notizia della morte del figlio Emone:"kakw'n ga;r oujk a[peiro" " (v. 1191), infatti non sono inesperta di sventure. 

[3]Tale dichiarazione di umanesimo viene  echeggiato  dalle prime parole del Decameron (composto tra il 1349 e il 1353):"Umana cosa è l'aver compassione degli afflitti", i quali, nella fattispecie, sono in particolare le donne innamorate

[4] E. Morin, La testa ben fatta, p. 49.

[5]A. La Penna-C. Grassi (a cura di) Virgilio, Le Opere, Antologia , p. 364.

[6] Cioè la voluntas eicere , il desiderio di eiaculare dove si indirizza la dira libido , la brama funesta (vv. 145.1046)  

[7] 239-169 a. C.

[8] Del 431 a. C.

[9] Un aggettivo che diverrà topico per indicare le piaghe inflitte da Venere o da suo figlio.

[10] Appellata est enim ex viro virtus: viri autem propria maxime est fortitudo, cuius munera duo sunt maxima: mortis dolorisque contemptio " (Cicerone , Tusc., 2, 43), la virtù infatti deriva da vir ed è soprattutto propria dell'uomo la fortezza i cui principali compiti sono due: il disprezzo della morte e del dolore. Enea disprezzerà sì la morte e il dolore, non i i propri, bensì quelli dell'amante Didone.  

[11] R. Graves  nel pamphlet antivirgiliano citato sopra sostiene che "Virgilio è avverso al principio femminile sino al punto di non voler vedere in Venere altro che la Vergine e la madre  apparse successivamente, nel primo libro (v. 327 e vv. 405-406), a Enea" (M. Barchiesi, I moderni alla ricerca di Enea, p. 15).

[12] Eneide I, 588-593.

[13] Odissea, VI, 232-235)

[14] T. Mann (1875-1955) spiega, a ragione, che l'amore è suscitato e mantenuto soprattutto dall'attrazione del volto, e in questo degli occhi, siccome significativi del carattere della persona: "C' era stato uno spazio non più lungo di due palmi fra il suo viso e quello di lei, quel viso dalla forma strana eppure nota da tanto tempo, una forma che gli piaceva come null'altro al mondo, una forma esotica e piena di carattere...ciò che lo aveva colpito ancora maggiormente erano stati gli occhi, quegli occhi sottili, quegli occhi da Kirghiso dal taglio schiettamente affascinante, occhi d'un grigio azzurro o d'un azzurro grigio come i monti lontani, che, a volte, con un curioso sguardo di traverso non destinato certo a vedere, potevano oscurarsi, fondersi in una tinta velata notturna" La montagna incantata (del 1924), vol., I, p. 163.

. Molto più avanti si legge :" Quando il desiderio carnale...s'è fermato sopra una persona con un determinato viso, allora si parla d'amore.Io non desidero soltanto il suo corpo, la sua carne; anzi dico che se nel suo viso qualche cosa anche piccola fosse diversamente conformata, probabilmente non desidererei più neppure il suo corpo...Questo dimostra che amo l'anima sua e l'amo con l'anima. Poiché l'amore per il viso è amore spirituale".P. 304 del II volume.

[15] Leopardi nello Zibaldone (44) scrive:"Del resto è cosa pur troppo evidente che l'uomo inclina a dissimularsi il male, e a nasconderlo a sé stesso come può meglio, onde è nota l'eujfhmiva degli antichi greci che nominavano le cose dispiacevoli ta; deinav con nomi atti a nascondere o dissimulare questo dispiacevole".

[16] Cfr. Ernout e Meillet, Dictionnaire étymologique de la langue latine, pp. 56 sg.

[17] Si veda ad esempio Cicerone, De legibus, I, 9, 27:"moderatione vocis, orationis vim, quae conciliatrix est humanae maxime societatis".

[18] M. Bettini, Le orecchie di Hermes, p. 317.

[19]  Thesaurus linguae latinae, II, 551, 19.

[20] Cfr. Thesaurus linguae latinae, II, 557, 48 sgg,

[21] M. Bettini, Le orecchie di Hermes, p. 297 e p. 299.

[22] Del 1604-1605.

[23] Ci sono parole e sentimenti sprofondati nella mente da dove vanno stanati come un cervo dal suo covo (cfr. Elettra di Sofocle, vv.567-568:"ejxekivnhsen...e[lafon", di Agamennone che stanò la cerva in Aulide). Freud parla di fissazioni al trauma, per le quali esistono appunto persone "fissate a un determinato periodo del loro passato" tanto da "non sapersene liberare" e da essere "perciò estraniate dal presente e dal futuro. Esse sono rinchiuse nella loro malattia". La terapia psicoanalitica "opera trasformando in conscio ciò che è inconscio...la nostra tesi, che i sintomi svaniscono con la conoscenza del loro significato, rimane comunque esatta. Bisogna solo aggiungere che la conoscenza deve basarsi su un cambiamento interiore dell'ammalato" Introduzione alla psicoanalisi, in Freud Opere , vol.VIII, p.435 e ss.

Il Tiresia di Sofocle, al pari di uno psicoanalista moderno, sblocca queste fissazioni (ajkivnhta), anche se è doloroso farlo: nell'Edipo a Colono   il cieco dice:"ajll j ouj ga;r aujda'n hJdu; tajkivnht j e[ph" (v. 624), ma infatti non è piacevole dire le parole immote.

[24] Cfr. greco daivw, "accendo" e da/v" , "fiaccola".

[25] I Remedia amoris, un poemetto di 814 versi (412 distici elegiaci), appartengono all'ultimo periodo della prima parte della produzione ovidiana, quella elegiaco- amorosa che  arriva al 2 d. C.

[26] U. Albini, Nel nome di Dioniso, p. 112.

[27] Giordano, Piazzi, Tumscitz, Integros accedere fontis , p. 105.

[28] I sec. d. C.

[29] . Si ricordi l'irrisorio "casta est quam nemo rogavit di Ovidio (Amores, I, 8, 44), è casta quella cui nessuno ha fatto proposte.

[30] Terminato nel 64 d. C.


Sofocle Edipo a Colono versi 761-775 con un poco di commento,


 

Edipo

Oh tu che ardisci tutti i misfatti e che trai da ogni discorso

un’appariscente invenzione di giustizia,

perché tenti questi tranelli e vuoi per la seconda volta

impadronirti di me in circostanze nelle quali una volta catturato dovrei soffrire?

Prima, mentre stavo male in mezzo alle mie sciagure, 765

quando per me era un diletto venire bandito dalla terra

non volevi accordare la grazia desiderata,

ma quando ormai ero stanco di essere infuriato

e  sarebbe stata cosa gradita vivere in casa mia,

allora mi hai espulso e gettato fuori, né a te  770

questa comunanza di stirpe era in nessun modo cara;

e ora, quando vedi che la città e tutta la stirpe

è benevola con me, tenti di strapparmi via dicendo

dure parole ammantate di morbidezza.

Ebbene, quale piacere è questo di accogliere ospitalmente chi è renitente?775

 

E’ come mandare le armi perché continuino le guerre dove andranno a morire a decine o centinaia di migliaia giovani militari e tanti civili di tutte le età, mentre i mercanti e i trafficanti di armi si arricchiscono.

Aristofane nella commedia Pace rappresentata nel 421, anno di una pace detta  malsicura da Tucidide,   chiama “pestelli” i capi  della guerra dove portano a morire i giovani concittadini costretti a combattere. Questi due erano Cleone ateniese e Brasida spartano che morirono in battaglia e sono molto meno spregevoli dei volonterosi di oggi che  non vanno a morire con i combattenti bensì mandano altri al macello.

Bologna 30 novembre 2025 ore 17, 10. giovanni ghiselli

p. s.

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