"Nel
libro I è soprattutto l'humanitas che caratterizza Didone; una humanitas divenuta carattere e sensibilità oltre che
coscienza morale, consistente soprattutto nella capacità, da parte di chi ha
molto sofferto, di comprendere i dolori degli altri e nella disposizione a
soccorrerli".
Il verso espressivo di questo tw/' pavqei mavqo"
virgiliano è:" non ignara mali miseris succurrere disco ", I, 630, non
ignara del male imparo a soccorrere gli sventurati.
Tale
humanitas non verrà
contraccambiata da Enea. Eppure questo è
uno degli insegnamenti massimi dei nostri autori e dovrebbe esserlo nella scuola :"E infine, possiamo
imparare la lezione fondamentale della vita, la compassione per le sofferenze
di tutti gli umiliati, e la comprensione autentica".
"All'inizio
del libro IV Didone è già immersa nella sua passione tormentosa ed è
profondamente mutata; ma Virgilio non s'è preoccupato di farci seguire e capire
a fondo il mutamento, e dell'humanitas del libro I è difficile ritrovare tracce nel
libro IV: il nuovo punto di partenza del dramma è la sofferenza della donna
ferita d'amore...la metafora della ferita per significare l'amore (...)
proviene dalla poesia greca, specialmente da quella alessandrina, ed è spesso
associata con l'immagine di Cupìdo, il figlio di Venere, che ferisce con le sue
frecce. (da una freccia del dio, per es. , è ferita Medea nella scena
dell'innamoramento in Apollonio Rodio III 275 sgg...L'aggettivo (saucia ) ha una sua tradizione di pathos
erotico".
Una tradizione che va da Ennio a Catullo
cui Virgilio allude :"multiplices
animo volvebat saucia curas ",
64, 250, volgeva ferita nell'animo molti
pensieri affannosi. Si tratta di Arianna. La Penna-Grassi
menzionano pure Lucrezio:"idque petit corpus, mens unde est saucia amore "
(De rerum natura, IV, 1O48),
ed essa
cerca quel corpo da cui la mente è ferita d'amore.
Ricordo
anche Ennio: “La ferita d'amore appare
nella Medea exul di Ennio che traduce
questo verso della Medea di Euripide:" e[rwti qumo;n ejkplagei's' jIavsono"" (v. 8), colpita nel cuore dall'amore di
Giasone, accentuandone il pathos con l'allitterazione:"Medea animo aegro amore saevo saucia ", (v.
9), Medea dall'animo sofferente, ferita da un amore crudele.
Torniamo
al quarto canto dell’ Eneide.
"Multa
viri virtus animo multusque recursat/gentis honos haerent infixi pectore
voltus/verbaque nec placidam membris dat cura quietem" (Eneide, IV, vv. 3-5), il gran valore
dell'eroe e la grande gloria della stirpe le ricorrono al pensiero, le
sembianze e le parole le stanno ficcate nel cuore e l'affanno non concede alle
membra un riposo tranquillo.
Questi
primi versi, prefigurano la catastrofe finale e presentano l'amore come
tormento: le sembianze e le parole di Enea, invece di procurare gioia alla
regina, sono infissi nel petto come dardi dolorosi e Didone, al contrario di
Enea, non trova riposo. Diverso, sproporzionato è dunque l'investimento, e
questa è la prima causa che crea dolore negli amanti, tragicamente in uno dei
due. Gli strumenti seduttivi di Enea, oltre la virtus raccontata e
connessa pure etimologicamente al vir che ne è dotato,
sono l'aspetto bello (voltus, non per niente Enea è figlio e protetto di
Venere
che lo ha pure imbellito)
e le parole (verba).
Sono gli eterni mezzi del seduttore; gli
stessi che usa Odisseo, anche lui infatti reso più bello dalla sua dea che è
Atena.
Da
notare che voltus è la parte del viso dove stanno gli occhi che a detta di Properzio
sunt in amore duces.
L'amore è malattia, ansia e pure colpa: all'alba la
regina male sana Eneide, IV, (v.
8) che non sta bene, parla con Anna, la
sorella unanima, unita negli affetti:"Anna soror, quae me
suspensam insomnia terrent!/quis novos hic nostris successit sedibus hospes,/quem
sese ore ferens, quam forti pectore
et armis!/Credo equidem, nec vana fides, genus esse deorum./Degeneres animos
timor arguit. Heu quibus
ille/iactatus fatis! quae bella exhausta canebat! Si mihi non animo fixum
immotumque sederet,/ne cui me vinclo vellem sociare iugali,/postquam primus
amor deceptam morte fefellit;/si non pertaesum thalami taedaeque fuisset,/huic uni
forsan potui succumbere culpae" (vv. 9-19), Anna, sorella, quali
sogni tremendi mi tengono sospesa! Quale ospite straordinario è questo che
entrò nelle nostre dimore, quale si presenta nel volto, quanto forte nel petto
e nell' armi ! Credo davvero, e non è fede vana, che sia stirpe di dèi. La
paura denuncia gli animi ignobili. Ahi
da quali destini è stato agitato! Quali guerre compiute narrava! Se nel mio
cuore non ci fosse ferma e incrollabile la decisione di non volermi unire ad
alcuno con vincolo coniugale, dopo che il primo amore mi ingannò e deluse con
la morte; se non mi fossero venute in odio il talamo e le fiaccole nuziali, per
questo soltanto forse avrei potuto soggiacere alla colpa.
Commento
ai versi citati sopra
-insomnia: sono visioni notturne che turbano il sonno. Tali
sono quelle (o[yei" e[nnucoi) che
agitano il riposo di Io nelle sue stanze verginali (Prometeo incatenato,
v. 645). La ragazza di Eschilo è lusingata e terrorizzata dall'amore di Zeus.
Nelle
Argonautiche Medea inizia il
suo secondo monologo spaventata dai sogni
pesanti (me barei'" ejfovbhsan o[neiroi , III, 635).
-novos: arcaismo per novus.
Nuovo è un aggettivo inquietante nella letteratura antica, soprattutto nel
filone tradizionalista; è quasi un eufemismo per dissimulare
il male della novità.
Nel
Filottete (v.784), il protagonista malato, vedendo il
sangue gocciare dalla piaga, si aspetta qualche novità, certamente non
buona:"kai; ti
prosdokw' nevon", e mi aspetto qualche
nuova disgrazia.
-ore:
il volto, lo sguardo in particolare, mostra la spiritualità della persona. Os però è la parte del volto dove sta
la bocca, con la parola.
La bocca dunque è portatrice del pensiero.
Secondo Bettini i Romani guardandosi l'un
l'altro "in primo luogo…vedevano una bocca:"os è infatti
l'espressione più comune in latino per designare il volto. La comparazione
indoeuropea mostra che il significato primario di os è quello di bocca…In
effetti os si presenta come una parola fortemente connotata, la sua
menzione evoca subito una delle capacità che meglio distinguono l'uomo dal
resto dei viventi: il linguaggio
".
-quam
forti pectore et armis: lett.=di quanto forte petto e armi.
-Degeneres: formato da de e genus indica
l'individuo ignobile. Il contrario è generosus, di buona razza: tale
creatura infatti è coraggiosa, non conosce il timor :" Continuo
pecoris generosi pullus in arvis/altius ingreditur et mollia crura reponit;/primus
et ire viam et fluvios temptare minantis/audet et ignoto sese committere
ponti/nec vanos horret strepitos. Illi ardua cervix" (Virgilio, Georgiche, III, vv.
75-79), subito il puledro di buona razza avanza sui campi sollevandosi
piuttosto in alto e fa cadere flessuosamente le zampe; per primo osa procedere
nella via e affrontare i fiumi minacciosi e affidarsi a un ponte sconosciuto e
non ha paura di vani strepiti. Ha il collo eretto.
Questa
affermazione probabilmente deriva dall'Elettra di Sofocle: Oreste elogia
il fedele pedagogo paragonandolo a un i{ppo" eujgenhv" (v.
25), un cavallo di buona razza il quale, anche se vecchio, nei pericoli non
perde l'ardore ma drizza l’ orecchio ("ojrqo;n ou\" i{sthsin" (v. 27).
arguit:"questo verbo significa in primo luogo ostendere, patefacere,
manifestare, e dunque
presuppone un processo, in qualche modo, di rivelazione…argumentum
dunque è qualcosa che realizza il processo dell'arguere, produce quella
rivelazione che il verbo implica…Una buona via per scendere più in profondità
nel significato di queste parole è costituita dagli usi dell'aggettivo argūtus
che ad arguo è ugualmente correlato. In molti casi infatti l'aggettivo argutus
indica ciò che va a colpire i sensi con particolare forza…Parole
come arguo, argumentum, argutus, non possono che ricollegarsi a una
forma *argus che significa "chiarità" o "chiarezza".
Si tratta infatti della stessa radice *arg- che ritroviamo nel greco ajrgov" "chiaro,
brillante" e nell'ittita hargi " chiaro, bianco". In
latino, da questa stessa radice derivano anche argentum (metallo
brillante) argilla
"("terra bianca") .
Cfr.
anche l’inglese to argue, “provare”.
Heu:
quibus ille iactatus fatis: cfr. Otello
di Shakespeare:"My story being
done,/she gave me for my pains a world of sighs:…She loved me for the dangers I
had pass'd, And I loved her that she did pity them " (I, 3), finita la
mia storia, ella mi diede per le mie pene un mondo di sospiri…ella mi amò per i
pericoli che io avevo passato, ed io l'amai perché ella ne aveva avuto pietà.
"iactatus : cfr. Eneide
I, 4:"multum ille et terris iactatus et alto ", egli molto fu
sbattuto tra le terre e in alto mare.
-exhausta: da exhaurio che significa "vuotare",
"portare a termine con affanno".-Si mihi non animo fixum immotumque sederet: protasi di un periodo ipotetico della irrealtà.-
taedaeque: la fiaccola è latrice di significato simbolico
ambivalente: evoca le nozze ma anche i funerali, come risulta da questo
verso di Properzio dove Cornelia
dice :"viximus insignes inter utramque facem" (IV, 11, 46),
sono vissuta nella luce tra l'una e l'altra fiaccola (quella delle nozze e
quella del rogo funebre).
Tale fax ambigua si ritrova nei Remedia amoris di Ovidio dove il poeta dice al dio
Amore:"non tua fax avidos digna subire rogos (v. 38), la tua
fiaccola non si merita di stare sotto i roghi ingordi. Talora la mancanza della
fax crea dolore: nel Satyricon Circe spera di avere una
relazione con Encolpio soprannominandolo Polieno, come le Sirene avevano
chiamato Odisseo (Odissea, XII, 184) per facilitare l'unione con l'espediente scaramantico del nomen omen:"nec sine causa
Polyaenon Circe amat: semper inter haec nomina magna fax surgit " (127, 7), non senza motivo Circe ama
Polieno: sempre tra questi nomi guizzi una grande scia di fuoco. Invece il
povero Encolpio verrà colpito dall'ira di Priapo con grande scorno e dolore
degli amanti mancati.
"Nel teatro shakespeariano una fiaccola in
scena serve da didascalia, indica che l'azione si svolge di notte (Romeo e
Giulietta, atto I, scena 4 "io reggo il candelabro e me ne sto a
vedere").
Nel teatro greco la fiaccola contrassegna la festa
solenne, il rito, come nelle Eumenidi, v. 1005, nell'Elena, v. 865, nell'Ifigenia in Tauride, v. 1224: e sarà tenuta
ben ferma, in alto.
Ma può anche essere mossa, venir agitata, connotare
uno stato di turbamento e di furore, come nelle Troiane, vv. 308 sgg., quando
Cassandra irrompe in scena come una pazza, con tede rituali di nozze".
-pertaesum…fuisset (sottinteso me).
Il piuccheperfetto indica la lunghezza del tempo passato dalla lontananza del
talamo nuziale che comunque rimane sempre il mobile più importante della
dimora.
-culpae: c'è da notare che da
Virgilio non viene altrettanto gravato da senso di colpa l'amore omosessuale:
Niso ardeva per il bell' Eurialo "amore
pio " (Eneide , V, 296) di
un amore santo. Oggi succede lo stesso: gli omosessuali sono ben reputati gli
eterosessuali maschi considerati tutti dei violenti. Eppure tanti
eterosessuali-quorum ego- amano la delicatezza.
Didone
era una donna libera, non stava scivolando verso un adulterio, ma "Le
vedove in Roma, pur essendo loro concesso dalla legge un nuovo matrimonio,
ritenevano degno d'onore mantenersi univirae,
cioè donne che avevano un solo marito".
Il
fatto che, uomini e donne, si
accontentino di un solo coniuge corrisponde
al costume antico dei Romani secondo quanto racconta Valerio Massimo:"Quae
uno contentae matrimonio fuerant, corona pudicitiae honorabantur. Existimabant
enim eum praecipue matronae sincera fide incorruptum esse animum , qui,
depositae virginitatis cubile egredi nesciret, multorum matrimoniorum
experientiam quasi legitimae cuiusdam intemperantiae signum esse credentes.
Repudium inter uxorem et virum a condita urbe usque ad centesimum et
quinquagesimum annum nullum fuit " (Factorum et dictorum
memorabilium, II, 1, 3), quelle che si erano accontentate di un solo
matrimonio venivano onorate con la corona della pudicizia. Consideravano
infatti che fosse in particolare puro per schietta fedeltà l'animo di una
matrona che non sapesse uscire dal letto dove aveva lasciato la verginità, poiché
credevano che l'esperienza di molti matrimoni fosse segno di una per così dire
legittima sfrenatezza. Non ci fu nessun divorzio tra moglie e marito dalla
fondazione di Roma per centocinquant'anni.
Anche
per gli uomini romani unum matrimonium è motivo di lode: Tacito fa
l'elogio funebre di Germanico, morto avvelenato in Siria da Pisone nel 19 d.
C., riportando l'opinione di chi lo
anteponeva ad Alessandro Magno: avevano in comune il bell'aspetto, la stirpe
nobile, la morte precoce tra genti straniere dovuta a insidie familiari, "sed
hunc mitem erga amicos, modicum voluptatum, uno matrimonio, certis liberis
egisse " (Annales , II, 73), ma questo era stato gentile con
gli amici, temperante nei piaceri, sposato con una sola donna, con figli
legittimi.
Questi
dunque erano gli antiqui mores al cui ripristino Virgilio voleva contribuire.
Ma
sentiamo Seneca:"Numquid iam ullus
adulterii pudor est, postquam eo ventum est, ut nulla virum habeat, nisi ut
adulterum inrītet? Argumentum est
deformitatis pudicitia . Quam invenies tam miseram, tam sordidam, ut illi satis
sit unum adulterorum par, nisi singulis divisit horas? et non sufficit dies
omnibus, nisi aput alium gestata est, aput alium mansit. Infrunita et
antiqua est, quae nesciat matrimonium vocari unum adulterium " (De
Beneficiis III, 16, 3), c'è forse più un poco di
vergogna dell'adulterio, dopo che si è arrivati al punto che nessuna donna ha
il marito, se non per stimolare l'amante? La pudicizia è indizio di
bruttezza. Quale troverai tanto meschina, tanto spregevole che si
accontenti solo di un paio di amanti, se non ha diviso le ore per ciascuno di
loro? e non basta la giornata per tutti se non è stata trasportata da uno, non
si è fermata da un altro. E' insulsa e arretrata quella che non sa che un unico
adulterio si chiama matrimonio
Fine
commento dei versi citati sopra (Eneide IV, 9-19)
Bologna
30 novembre 2025 giovanni ghiselli
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Leopardi
nello Zibaldone (44) scrive:"Del
resto è cosa pur troppo evidente che
l'uomo inclina a dissimularsi il male, e a nasconderlo a sé stesso come può
meglio, onde è nota l'eujfhmiva
degli antichi greci che nominavano le
cose dispiacevoli ta;
deinav con nomi atti a nascondere o
dissimulare questo dispiacevole".
Ci sono parole e sentimenti sprofondati nella mente da dove vanno
stanati come un cervo dal suo covo (cfr. Elettra
di Sofocle, vv.567-568:"ejxekivnhsen...e[lafon", di Agamennone che stanò la cerva in Aulide). Freud parla di fissazioni al trauma,
per le quali esistono appunto persone
"fissate a un determinato periodo del loro passato" tanto da
"non sapersene liberare" e da essere "perciò estraniate dal
presente e dal futuro. Esse sono rinchiuse nella loro malattia". La
terapia psicoanalitica "opera trasformando in conscio ciò che è
inconscio...la nostra tesi, che i sintomi svaniscono con la conoscenza del loro
significato, rimane comunque esatta. Bisogna solo aggiungere che la conoscenza
deve basarsi su un cambiamento interiore dell'ammalato" Introduzione alla psicoanalisi, in Freud Opere
, vol.VIII, p.435 e ss.