La Fama pietatis di Enea. Una fama falsamente attribuita secondo Ovidio
Una reputazione consolidata di pietas può essere criticata, o derisa.
Come da Ovidio riguardo alla fama del pius Enea. "Tra gli amanti infedeli è menzionato Enea, che causò la morte di Didone; e tuttavia egli “famam pietatis habet “ (Ars III 39): giocosa polemica con Virgilio che aveva giustificato il suo pio eroe"[1].
Nel proemio dell'Eneide [2] in effetti Virgilio domanda con meraviglia:"Musa, mihi causas memora, quo numine laeso,/quidve dolens regina deum tot volvere casus/insignem pietate virum, tot adire labores/impulerit. Tantaene animis caelestibus irae?" (vv, 8-11), o Musa, dimmi le ragioni, per quale offesa volontà divina, o di che cosa dolendosi la regina degli dèi abbia spinto un uomo insigne per la devozione a passare per tante peripezie, ad affrontare tante fatiche. Così grandi sono le ire nell'animo dei celesti? Cfr. le critiche di Euripide agli dei, particolarmente l’Andromaca contro Apollo e l’oracolo delfico
Ebbene Ovidio trova una ragione delle grande ira divina contro Enea: dopo avere affermato che gli uomini ingannano spesso, più spesso delle tenere fanciulle (saepe viri fallunt, tenerae non saepe puellae, Ars, III, 31) il poeta aggiunge Enea al duetto dei seduttori perfidi, il fallax Iaso (Ars, III, 33) e Teseo[3]: "et famam pietatis habet, tamen hospes et ensem[4]/praebuit et causam mortis, Elissa, tuae" (Ars, III, 39-40), ha la nomèa di uomo pio, tuttavia da ospite ti offrì la spada e il motivo della morte tua, Elissa.
In A midsummer-night’s dream di Shakespeare Hermia accoglie questa interpretazione di Enea e lo menziona come amante infido: “when the false Troyan under sail was seen” (I, 1), quando il Troiano falso fu visto alzare la vela. associato
All'interno del nostro percorso incontreremo alcune altre valutazioni negative della figura di Enea, insieme con diverse positive.
La critica però va letta dopo i testi[5] dei quali presenterò un'ampia scelta.
La storia di Didone.
Nell'Eneide[6] l'amore non solo è associato alla guerra, una guerra tra popoli, ma la fa pure perdere a chi ne è troppo implicato: Turno, prima di affrontare lo scontro decisivo, viene confuso e abbagliato dall'amore:"Illum turbat amor figitque in virgine voltus " (Eneide , XII, 70), lo turba amore e fissa lo sguardo sulla ragazza[7].
Nella storia virgiliana di Didone il dio Amore è associato al dolore attraverso ferite, incendi, fiamme, follia, colpa e rovina.
Fin dal primo canto dell'Eneide, Venere invia il figlio Cupido a Cartagine : "ut faciem mutatus et ora Cupido/ pro dulci Ascanio veniat donisque furentem/ incendat reginam atque ossibus[8] implicet ignem " ( I , 658-660) affinchè, mutato nell’aspetto e nel volto, vada al posto del dolce Ascanio, con i suoi doni infiammi la regina alla follia e faccia penetrare nelle ossa il fuoco d'amore.
La fobia del sesso fa parte della propaganda di molti regimi.
Tante volte deriva dalla storia personale e, quando è espressa da autori maschi, deve essere collegata alla paura delle donne. Faccio un esempio che accosta, addirittura, Aristofane a Manzoni.
Nelle Rane il personaggio Eschilo si vanta di non avere mai fatto agire nei suoi drammi Fedre né Stenebee puttane (povrna", v. 1043) e anzi di non avere mai creato una donna in amore (" ejrw'san pwvpot' ejpoivhsa gunai'ka", v. 1044).
Il personaggio Euripide, cui la critica è diretta, ribatte maliziosamente che nei drammi del rivale in effetti non c'è nulla di Afrodite (1045), ossia non c'è grazia.
Ebbene lo stesso merito, dubbio assai, se lo attribuisce Manzoni nel Fermo e Lucia :" Non si deve scrivere di amore in modo da far consentire l'animo di chi legge a questa passione. Di amore ce n'è seicento volte di più di quanto sia necessario alla conservazione della nostra riverita specie. Io stimo dunque opera impudente l'andarlo fomentando con gli scritti".
Sentite come si comporta e quali sentimenti prova Lucia nel giorno che doveva essere del suo matrimonio: “ Lucia stava stretta al braccio della madre, e scansava dolcemente, e con destrezza, l’aiuto che il giovane le offriva ne’ passi malagevoli di quel viaggio fuor di strada; vergognosa in sé , anche in tal turbamento, d’essere già stata tanto sola con lui, e tanto familiarmente , quando s’aspettava di divenir sua moglie, tra pochi momenti. Ora, svanito così dolorosamente quel sogno, si pentiva d’essere andata troppo avanti e, tra tante cagioni di tremare, tremava anche per quel pudore che non nasce dalla triste scienza del male, per quel pudore che ignora sé stesso, somigliante alla paura del fanciullo, che trema nelle tenebre, senza saper di che” (I Promessi Sposi, capitolo VIII). Sono parole di un maniaco diventato tale forse per la vergogna di non essere figlio del marito di sua madre mentre ne portava il cognome
A queste parole dell'autore aggiungo alcune frasi prese da una tesi di abilitazione all'insegnamento secondario di una giovane laureata della SSIS di Bologna:"Il carattere di Lucia è architettato sulla base d'un sistema che uccide il pensiero…Le sue aspirazioni, il suo voto incontrano freddezza nel lettore di cuore sano; essa appare o insipida o egoista e tutta la maestria della disposizione non basta a infondere sangue a quella creazione…Lucia fa olocausto di sé sull'altare di un sistema"[9].
Manzoni è maniaco dell'antisesso, è un furibondo integralista della castità, tuttavia si noti, non è un talibano bensì uno che passa per moderato e che si professa cristiano. Eppure il Cristo disse bene della peccatrice :"Remissa sunt peccata eius multa, quoniam dilexit multum, cui autem minus dimittitur, minus diligit " (Luca, 7, 47), le sono perdonati i suoi molti peccati poiché ha amato molto, quello invece cui si perdona meno, ama meno.
E' una di quelle splendide pagine del Vangelo che sono ignorate o fraintese dai furfanti bigotti i quali adulterano le parole sante.
Ricordo anche l’episodio del salvataggio dell’adultera nel Vangelo di Giovanni dove Cristo disse:"chi di voi è senza peccato scagli la pietra per primo contro di lei, oJ ajnamavrthto" uJmw'n prw'to" ejp j jaujth;n balevtw livqon (N.T., Giovanni, 8, 7).
Gli scribi e i farisei portarono al tempio una donna còlta in adulterio (mulierem in adulterio deprehensam ) e domandarono al Cristo, che insegnava in quel luogo, se dovesse essere lapidata secondo la legge mosaica. Lo dicevano per metterlo alla prova e magari poterlo accusare. Gesù allora si diede a scrivere con il dito sulla terra. E siccome lo incalzavano, il Redentore rizzatosi disse loro:" qui sine peccato est vestrum, primus in illam lapidem mittat ". E riprese a scrivere per terra. Tutti gli altri uscirono, e il Cristo, rimasto solo con la donna, la assolse, come tutti gli altri, aggiungendo:"vade et amplius iam noli peccare " (8, 11), vai e non peccare più.
La storia dolorosa di Didone riprende dall'incipit del quarto canto dell'Eneide :"At regina gravi iamdudum saucia curā/volnus alit venis et caeco carpitur igni " (vv. 1-2) ma la regina, già da tempo ferita da pesante affanno, /ravviva nelle vene la ferita ed è divorata da un fuoco nascosto.
at: la congiunzione avversativa connette il primo verso di questo canto all'ultimo del terzo, con il quale Virgilio dichiara concluso il racconto di Enea, capace, come Odisseo, di sedurre attraverso le parole il cui lungo fluire ha messo in agitazione la regina, mentre ha dato finalmente quiete all'eroe che ha raccontato se stesso:"Conticuit tandem factoque hic fine quievit" (III, 718), tacque infine e, posto qui un termine, si riposò.
Nei primi versi del quarto canto si può leggere già il preludio della fine tragica nelle "metafore comuni del sermo amatorius (ferita, fuoco, malattia, veleno): esse appartengono tutte, oltre che a una tradizione letteraria antica e diffusa, a un altrettanto antica e diffusa psicologia popolare, che interpreta l'esperienza amorosa in termini prevalentemente pessimistici, e la giudica negativamente (l'amor è, insomma, amor insanus). Al primo verso, costruito su una struttura a chiasmo (a-b/b-a), il secondo contrappone una doppia allitterazione (volnus…venis; caeco carpitur)"[10]. -igni: "il poeta passa facilmente dalla metafora della ferita, a quella, ancora più diffusa, del fuoco...E' notevole che Apollonio Rodio nella scena dell'innamoramento (III 286 s.) unisca già le due immagini:"la freccia (scagliata da Eros) alla giovinetta bruciava sotto il cuore simile a fiamma"[11].
Bologna 29 novembre 2025 ore 17, 42 giovanni ghiselli
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[1] A. La Penna, Fra teatro, poesia e politica romana , p. 189.
[2] Scritta fra il 29 e il 19 a. C.
[3] Tanto perfido questo che, se fosse dipeso da lui, Arianna avrebbe nutrito gli uccelli marini (Ars, III, 35-36). La Fedra di Seneca entrando in scena, afferma che la fedeltà di Teseo è quella di sempre: “stupra et illicitos toros/Acheronte in imo quaerit Hippolyti pater” ( Fedra, vv. 97-98), cerca adulterii e letti illegittimi il padre di Ippolito in fondo all’Acheronte. Interessante è la versione dell’Odissea (11, 324-325) : Artemide uccise Arianna in Dia in seguito alle accuse di Dioniso abbandonato per Teseo che comunque rimane il seduttore principe.
[4] Spada lasciata da Enea ( Eneide, IV, 507) e impiegata quale dono funesto (non hos quaesitum munus in usus., Eneide, IV, 647, dono richiesto non per questo uso.
[5] Volvendi enim sunt libri, (Cicerone, Brutus, 298) i libri dobbiamo leggerli veramente, per non finire travolti dall'onda qualunquistica del didattichese applicabile nello stesso modo a qualsiasi materia.
[6] Poema epico in esametri. Consta di 12 libri. Fu composto tra il 30 e il 19 a. C., anno della morte di Virgilio.
[7] Si tratta di Lavinia che era promessa sposa di Turno ma sposerà Enea.
[8] L'ardore erotico che arriva alle ossa è un locus reperibile già in Teocrito:"wj" ejk paido;" [Arato" uJp' ojstevon ai[qet' e[rwti" (VII, 1O2), come Arato arda fin sotto le ossa per amore di un ragazzo.
Il fuoco d'amore è attestato fin da Saffo che anzi inaugura il topos della cottura amorosa:"o[ptai" a[mme" (fr. 38 Voigt), tu mi cuoci.
Così, ancora nel VII idillio di Teocrito, c'è Licida ojpteuvomenon (v. 55), cotto da Afrodite per Ageanatte.
[9] G. Morandini, La voce che è in lei ,Bompiani, 1997, p. 16. La tesi è di Alessandra Neri, alumna optima .
[10] G. B. Conte, Scriptorium Classicum 3, p. 262.
[11]A. La Penna-C. Grassi, op. cit., p. 365.
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