Nel romanzo Anna Karenina (1873-1877) la
protagonista eponima si uccide mentre il pur problematico e angosciato Levin
resta al mondo. In questo scritto autobiografico è menzionata la tentazione del
suicidio. L’autore trova la via della salvezza nella semplicità e naturalezza
della fede contadina, proprio come Levin.
Tolstoj rinnega la vanità dei primi decenni
della sua vita e ripudia le astrattezza di tanta filosofia. Capisce di dover
vivere non per il proprio egoismo che lo rende infelice ma per
Come Engels e don Lorenzo
Milani. Sono i ricchi che vogliono il paradiso e cercano di passare per la
cruna di un ago. Ci metto il comunista
ricco e aristocratico Luchino oltre il
comunista ricco Engels.
Fallace e insoddisfacente per
Tolstoj è la vita dei suoi anni giovanili, ingannevole anche tanta filosofia
come vedremo. Quindi si veste da contadino.
si fa crescere la barba come un religioso, tiene la camicia fuori dai
calzoni come un mušik. Rifiuta tutti gli ingannevoli privilegi delle persone
ricche oziose, parassitarie. Rifiuta il progress
che corrisponde allo “sviluppo” denunciato come un male da Pasolini. Gli piace
il popolo lavoratore che non è parassitario e non pensa al suicidio
Ma vediamo Le confessioni (prima parte)
La prima fede era rivolta al
perfezionamento che significava diventare migliore degli altri. Quando cercavo
di essere buono venivo disprezzato mentre mi elogiavano e incoraggiavano quando
mi abbandonavo a ripugnanti passioni. Una zia lo spingeva all’adulterio, poi al
matrimonio con una ricca, infine diventare aiutante dello Zar. Andò a uccidere nella guerra di Crimea
(1854-1855). Sfidava a duello, perdeva al gioco, sfruttava il lavoro dei
contadini. Cominciò a scrivere per vanagloria e superbia. Se aveva delle
aspirazioni al bene, le nascondeva sotto l’ironia. Frequentando gli scrittori
si accorse che sono persone immorali e cattive. Voleva scrivere per educare ma
non sapeva risolvere il più semplice
problema della vita: che cosa è il bene e che cosa è il male.
Leggeva Hegel e identificava
il reale con il razionale. Andò in Europa e credette nel progress (sviluppo).
Poi comprese che questa è la
superstizione tipica del nostro tempo.
Lo è ancora.
Nessuna teoria della
razionalità dell’esistente e dello sviluppo può giustificare la pena di morte.
Lo capì assistendo a un’esecuzione capitale a Parigi. Quindi decise che arbitro
del male e del bene doveva essere il suo cuore. Vide morire suo fratello
giovane e buono e capì che non tutto si
può spiegare razionalmente.
Questo anche in Dostoevskij.
Iniziò a insegnare ai figli dei contadini ma
si accorse che non sapeva che cosa fosse necessario. Sicché andò nella steppa a
meditare, a bere latte di cavalla e a fare una vita animale.
Si sposò fece dei figli e riprese a insegnare. Insegnava che bisogna avere il
meglio per sé e per la propria famiglia. Poi ebbe dei dubbi. Non sapeva perché
viveva e aveva voglia di uccidersi. Pensava che si può vivere solo fino a
quando si è ubriachi di vita ma una voòta passata l’ubriacatura si capisce
l’inganno. La vita aveva perduto la sua attrattiva. Anche la famiglia era un
inganno. La vita non aveva più senso: è una parte incomprensibile
dell’incomprensibile tutto. Per avvicinarsi alla verità bisogna allontanarsi
dalla vita. Schopehauer gli insegnava che
Socrate dice: La vita del
corpo è male e menzogna.
Vediamo come, Nel Cratilo Socrate identifica il corpo- to; sw`ma- con la tomba- to; sh`ma-, il sepolcro
dell’anima.
Nel Fedone poco prima di morie Socrate dice ai discepoli che la morte è
la liberazione da questo carcere e che i cigni in punto di morte cantano per la
contentezza della vicina libertà.
Gli Epicurei consigliano di godersi la vita dando una
testimonianza della loro ottusità.
In realtà il piacere epicureo
è l’eliminazione di ogni sofferenza. Il piacere reale è l’ hJdonh; katasthmatikhv, la voluptas in
stabilitate, non quello ejn kinhvsei
voluptas in motu che è un piacere inficiato dal divenire.
Le titillationes (gargalismoiv), il solletico
accresce il bisogno del piacere, mentre il
vero piacere è l’eliminazione di questo bisogno, è l’ ajponiva, l’assenza di dolore, vacuĭtas doloris, indolentia.
L’ajponiva è l’equilibrio della carne; l’ajtaraxiva è l’assenza
di turbamento, il piacere dell’animus pensante. Ai dissoluti non si
potrebbe rimproverare niente se i loro piaceri fossero capaci di appagarli. La scelta dei piaceri va riferita ejpi; th;n tou' swvmatoς uJgiveian kai;
th;n th'ς yuch'ς ajtaraxivan (A Meneceo, 128), alla salute del corpo e all’assenza
di turbamento dell’animo.
Pavnta pravttomen, o{pwς mhvte
ajlgw'men mhvte tarbw'men, facciamo tutto
per non avere dolore e non avere paura. Soffriamo per il bisogno del piacere
che è il bene primo e a noi connaturato prw'ton ajgaqo;n tou'to kai; suvmfuton (A Meneceo,
129), ma dobbiamo tralasciarne molti se ad essi segue un incomodo maggiore (plei'on to; duscerevς) e addirittura a
volte scegliamo dei dolori quando ce ne consegua un piacere maggiore (ejpeida;n meivzwn hJmi'n hJdonh;
parakolouqh`/). Ogni piacere ci è
congeniale ma non è sempre da eleggere, i dolori sono un male ma non sono tutti
da evitare. Conviene giudicare in base al calcolo (th/' summetrevsei), a una valutazione comparativa, una commisurazione degli
utili e dei danni. A volte un male per noi può essere un bene, e un bene un
male.
Torniamo a Tolstoj che dunque
non aveva letto bene Epicuro
La via del piacere malinteso
di Epicuro dunque è scartata, poi c’è quella della distruzione: uccidersi, poi
quella della debolezza: fare niente, continuare a trascinare la vita. Infine la
soluzione è guardare il popolo semplice. Continua
Bologna 21novembre 2025 ore
8, 35 giovanni ghiselli
p. s.
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