Alle due partiamo da Atene. Le sponde del canale corinzio sono gialle di fiori. Mi attirano molto queste creature figlie del sole ma quando scendiamo per una sosta le lascio vivere e crescere dove si trovano senza coglierne nemmeno una.
Forse non avrei dovuto farlo neanche con le amanti impreparate e inadatte a me. Ricordo una bell’avvertimento di Tolstoj: “Se tu cogli la mela quando è verde, rovini il frutto, sciupi l’albero e ti si allegano i denti. Quando sarà matura, ti verrà in mano da sola”[1].
Del resto se non cogli il frutto o l’amante, lo farà qualcun altro.
Ifigenia non era matura a 25 anni e non lo è diventata nei due anni passati con me. Non ho saputo educarla. Non era facile. Le mie fatiche sono state spese umanamente? Forse no, ma più di così non potevo. Pensieri vani di un cervello stanco.
Ripartiamo. Nel tratto Corinto Patrasso in direzione ovest c’è il vento a favore. Come quando, nell’agosto de 1978, lo percorrevo in bicicletta gareggiando con la prua di una nave che filava sul Sinus Corinthiacus.
Questo agone prefigurava la corsa che feci verso Ifigenia quando nel novembre successivo si spogliò la prima volta davanti ai miei occhi umidi di desiderio e di gioia.
Avevo vinto la gara con la nave dalla prora veloce spinto dal vento di poppa e questa ragazza fu il premio, la medaglia che sembrava tutta di oro nei primi tempi. Poi con lo sfregamento e gli urti l’orpello è diventato nero.
Nell’estate del 1981 sono tornato sullo stesso percorso su Ifigenia. Ma i venti contrari forieri di indugi funesti, di liti penose, di brutti presagi ci avvertivano che non si doveva procedere sulla medesima strada. Non eravamo più congeniali l’uno all’altra. Quando sentiamo e soffriamo la fatica di fare una cosa, significa che quanto facciamo non ci piace, che non siamo dotati per quella attività. Se insistiamo, subentrano le malattie.
Arriviamo a Patrasso. Alcune persone del gruppo ripetono luoghi comuni e mi danno fastidio. Non posso comportarmi con naturalezza quando sento frasi che paiono annunci pubblicitari. Mi libero e cammino da solo per il centro osservando la gente. Varietà delle facce, dei tipi umani. Sorrisi ambigui di prosseneti e pure espressioni di occhi che indagano rivolti all’esterno o anche all’interno.
Ogni volta che una donna mi guarda sono felice. “Salve” –penso- benedetta creatura, tu non immagini quanto bene mi fai!”- Non mi sono mai rifatto completamente dell’oppressione subita per anni da quanti volevano sottomettermi e colonizzarmi.
Ogni tanto qualcuno ci prova ancora. Nel lavoro e nell’amore. A trattarmi come il paria privo di aiuti e del tutto sprotetto. Ho dovuto difendermi per tutta la vita, quasi sempre con le mie forze soltanto.
Dopo la passeggiata attenta e pensosa torno nel porto. Il cielo sopra Patrasso si è annuvolato e oscurato. I ragazzi giocano a palla.
Penso alla madre e alle zie del re di Tebe nemico di Dioniso, punito dal dio:
“Una portava via un braccio,
un’altra un piede con lo stivaletto calzato: erano denudate
le costole per le lacerazioni: ognuna coperta di sangue.
pa`sa d j hJ/matwnevnh
nelle mani giocava a palla con la carne di Penteo cei`ra~ diesfaivrize savrka Penqevw~
(Euripide, Baccanti, 1133-1136).
Ci hanno provato con il mio cuore e pure con la mia testa. Questa non sono riusciti a staccarla. Nemmeno a Ifigenia l’ho permesso sebbene mi abbia dato per qualche mese il piacere maggiore più grande. Poi però anche tanta noia e parecchi dolori.
Ho fame ma non mangio: prendere peso è perdere potenza: è u{bri~.
Ci imbarchiamo verso le 22. Si è fatta l’ora della cena frugale: un’insalata greca senza pane e senza sciupare la linea. Non ho fatto abbastanza moto oggi per potermi permettere altro. Una birra piccola magari sì.
La mattina seguente mi sveglio. La nave è davanti a un’isola: Corfù o Leucade. Non vi andrò mai. Nemmeno trascinato da otto balene. La vera Grecia non è quella delle isole affollate di turisti. Da Mykonos scappai a gambe levate. Anche da Santorini che pure è bella. Ma l’ambiente orribilmente vacanziero di tali luoghi è come quello di Riccione.
La Grecia per me significa il Peloponneso con Olimpia, il Taigeto, Micene Epidauro; oppure Dodona, Delfi, il Parnaso, l’Olimpo; o l’acropoli di Atene; o Efeso e Troia e perfino il Museo di Pergamo a Berlino o il British Museum con i marmi del Partenone.
Il mare di Grecia è bello ma va bene anche quello di Pesaro. Nell’Ellade cerco altro: pedalando e pensando ripercorro tutta la mia vita di studio e di amore per l’antico.
Non c’è il sole, però la mia faccia ne conserva le vestigia che non si sono dileguate come le mie amanti una dopo l’altra. Meglio per me: erano troppo diverse dal sole benefico e fedele. E pure da me che con il sole ho sempre avuto forti legami.
La nave costeggia una terra desolata. Fiorita da poco ma orbata della luce solare, sembra una ragazza giovane e bella però abbandonata dall’uomo che amava. Una desolata, infelice. O una moglie ridotta a fare la serva.
Il cielo ferrigno mortifica ogni cosa bella. Quando vado al mare e vedo persone che cercano l’ombra, che pagano per un pezzetto di sabbia aduggiato dall’ombrellone sento l’impulso di biasimare questi profani che rifiutano la grazia di Dio, ma faccio finta di niente.
A me basta il capanno per posarvi le scarpe e cambiarmi il costume bagnato, poi corro o nuoto o passeggio, comunque mi beo nel sole. L’ombra mi avvolgerà da morto. Vorrei che il suburbano avello mio tuttavia fosse colpito dai raggi solari dall’alba al tramonto.
Senza il sole perfino i volti delle ragazze e dei ragazzi assumono un aspetto funereo. Il sole porta significazione di Dio e imprime alcunché di divino nei corpi umani che copre di grazia.
I riccioli di una ragazza vivi e rugiadosi come un’erba del paradiso quando vengono illuminati, qui sulla nave ansimante sotto un povero cielo orbato dell’occhio del giorno e tormentato dai cupi ululati del vento che fa schizzare l’acqua agitata sul ponte, sono diventati simili a cordicelle aggrovigliate e incrostate di sale.
Arriviamo a Brindisi. La Puglia ci accoglie con una minaccia di temporale. Nuvole cupe e lampi nel cielo. Ma la terra rosseggia di papaveri freschi. Questo viaggio in Grecia e ritorno è finito. Uno dei tanti nella mia vita mortale.
Avvertenza il blog contiene una nota e il greco non traslitterato
Bologna 2 febbraio 2026 ore 10, 35 giovanni ghiselli.
Nota
[1] Guerra e pace, trad. it. Garzanti, 1974, p. 1541
p. s
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Fine del viaggio in Grecia del 1982
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