domenica 1 febbraio 2026

Viaggio in Grecia aprile 1982 – Undicesima parte. Delfi. Omaggio a Sofocle, il maestro più egregio tra tutti.


 

Lunedì 12 aprile mi trovo nella corriera che ci porta a Delfi, l’ombelico della terra. Occupo il sedile panoramico di fianco alla porta d’ingresso.

Vedo bene la strada, il paesaggio e la vista ne gode, mentre l’orecchio è disturbato e pure incuriosito dal chiacchierare di alcune persone profane.

“Non è che mi sono solo annoiata io. Sono proprio stufa. Perché lei si sta divertendo?

Scherzagna?  Tante ore in corriera senza mangiare per andare a vedere quelle rovine”

“Sì, sono solo delle pietre in pessimo stato. Io ammiro i grattacieli, gli edifici maestosi, efficienti della grande mela.  E i supermercati. Per l’amor di Dio questa roba!”

Procul o procul este, profani” ricordo[1]

Del resto penso che ascoltare anche gente siffatta non sia inutile. Si impara come si può diventare se non si leggono gli autori buoni, non si vedono i film migliori, non si va all’opera, e  ci si lascia invece influenzare dalle menzogne della pubblicità e delle propagande. Così si diventa ripetitori di menzogne, e transiti di cibo tra due sfinteri.

Per fortuna tra i genitori dei ragazzi di un liceo classico costoro sono una minoranza.

Il Papa polacco afferma che il tempo della contestazione è finito, eppure dovrebbe essere il vicario di Cristo che è stato ammazzato quale agitatore  politico. L’ottimo Gesù falsificato da tanti pseudo cristiani, come l’onesto e decollato Giovanni, il mio demone buono.

Mi dico: “Tu dunque che sei stato e sei ancora giovanni peccatore, guardati dalle mannaie preparate per mozzare il capo anche a te che sei in ogni modo diverso dalla norma costituita dagli idolatri.

Non contestare l’attuale culto del denaro significa essere complici di tale teocrazia rovesciata in satanocrazia”.

Attraversiamo Tebe, la polis di Edipo, la città nemica di Atene rappresentata come anticittà da Sofocle nell’Edipo a Colono e pure da Euripide nelle Baccanti.  Un nido dell’ u{bri~  che è madre della tirannide.

  La peccaminosità   se diventa una moda, un’abitudine diffusa,  capovolge l’ordine sacro del mondo sottomettendo lo spirito e la bellezza alla  brutalità, l’anima alla materia. Acta retro cuncta, tutto va a rovescio, denuncia la tragedia Oedipus di Seneca.

Al punto che un genocidio culturale e perfino razzista viene spacciato come opera di bene. Sofocle  aveva capito che si deve reagire a questo tramonto dello spirito e della cultura venticinque secoli fa.

Il coro dell’ Edipo re del poeta di Colono, nel secondo stasimo deprèca lo scetticismo religioso, proclamato da Giocasta (857-858)  prodromo del nichilismo quale perdita di tutti i valori morali, estetici, culturali:

 “Se infatti tali azioni sono onorate eij ga;r aij toiaivde pravxei" tivmiai,/ perché devo eseguire la danza sacra? tiv dei' me coreuvein; "(vv.895-896).

"Non andrò più all'intangibile/ ombelico della terra a pregare,/ né al tempio di Abae,/ né a Olimpia, /se queste parole indicate a dito/ non andranno bene a tutti i mortali" (vv.897-902).

Se gli oracoli rimangono deserti e desolati, se Apollo è negletto, tutto il divino tramonta e vanno in malora gli dèi ( e[rrei de; ta; qei'a v.910).

 In questo caso la stessa rappresentazione tragica, che fa parte della liturgia religiosa, perde ogni significato e diviene assurda.

 

Bologna primo  febbraio 2026  ore 10, 35  giovanni ghiselli

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[1] Parole della Sibilla cumana in EneideVI, 258


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