Avevo dunque deciso di
lasciare intanto Esculapia. Le telefonai verso l’ora di cena dicendole
direttamente: “vediamoci domani, se puoi: ti devo parlare”. Usai un tono serio,
quasi severo perché questa donna tendeva a ridicolizzare la mia volontà di fare
chiarezza tra noi, ossia di liberarmi dal giogo che cercava di mettermi sul
collo per fare di me la maxima victima
sebbene io sia tutt’altro che un taurus.
Spirito delicato come Ariel di
Shakespeare vorrei essere.
La dottoressa comunque non si lasciò
impressionare.
Rispose: “Va bene Ghiso,
divina creatura!”. Era più attempata di me e tendeva a vezzeggiarmi
giovanilmente, cioè impropriamente.
Quindi spiattellò la propria generosità di
nutrice: “Ti aspetto domani sera a cena. Cucinerò per te”. Per giunta viveva
con i suoi genitori. Diceva di essere divorziata ma non credo fosse vero.
Con una cena semiufficiale
voleva rendermi più problematico il congedo che sentiva nell’aria. In ogni caso
io avevo deciso: ardebam abire.
La sera dell’addio dunque,
suonato il campanello con un tocco leggero, aspettavo davanti alla porta con aria
stanca, preoccupata e infelice. Una
maschera per la commedia che mi ero proposto di recitare: personata infelicitas.
Venne ad aprire la madre, una
donna non vecchia, loquace, dai biondi
capelli avvelenati. Trattava la figlia, oramai quarantenne, come una bambina
prodigio poiché era già diventata direttrice di una clinica.
“Buona sera professore, venga
avanti”, disse contrastando il mio ardente proposito di una fuga retrograda e quasi precipitosa.
Quindi mi guidò nella sala da
pranzo dove mi fece sedere e mi domandò come stessi.
“Non c’è male, grazie. E lei
signora?
“Io benissimo, ma lei perché
dice solo non c’è male? Mi sembra in ottima forma” In effetti lo ero, grazie a
Ifigenia però, non ad altri.
“Sono un poco stanco di
alcune cose” dissi per prepararla alla novità che volevo annunciare.
“Come può essere
stanco-replicò renitente ad accogliere l’inappellabile sentenza che sospettava-dopo appena due mesi
di scuola? Poi lei ha quasi tutti i pomeriggi liberi per riposarsi. Pensi alla
figlia mia che lavora dall’alba al tramonto in questa stagione e quando torna a
casa mi aiuta: tra poco, per fare un esempio, mangeremo delle tagliatelle fatte
da me e condite con un sugo dove ha messo tutta la sua perizia: farebbe
risuscitare i morti. Tra poco lo sentirà: c’è dentro tutto l’estro della sua ragazza”
Queste ultime parole mi
fecero paura. “Quale ragazza e quale mia?”, pensai. Per sdrammatizzare aggiunsi
un pesaresismo al mio pensiero renitente alla
madre subdola e imperiosa “ma
daver davera?”
La osservavo accentuando con
l’espressione del viso la tristezza che tutta la situazione spiacevole mi
stampava addosso ma non riuscivo a bloccare la compiaciuta retorica
gastronomica tipica delle casalinghe della grassa Bologna. L’aspirante suocera
mi squadernava l’elenco degli ingredienti.
Cercai di smontare questa
allegrezza fasulla: “No, non è della scuola che sono stanco e annoiato. Anzi,
insegnare mi piace”
“Oh bella! Allora di cosa?
Non sarà mica stanco di vivere?” domandò con una sfumatura aggressiva sperando di
dissuadermi dall’intento che oramai aveva capito.
“Sono stanco di deludere
persone migliori di me. Mi sopravvalutano, si aspettano troppo e mi danno sensi
di colpa”.
Appena ebbi detto queste
parole cui non era facile rispondere con una banalità elusiva, mentre la madre
dava segni di imbarazzo, entrò la figlia arzilla come una ragazzina, e fervente
di una contentezza chiaramente forzata. Sospettava anche lei la fine di tutto.
“Ciao Ghiso-trillò- Oggi ho
chiuso i conti di un reparto. Il personale
va tenuto d’occhio. Tu che cosa hai fatto di inutile e bello nel
pomeriggio, divina cratura? Hai corso,
pedalato o studiato?”
“Tutte e tre queste cose che
devo ogni giorno a me stesso”
“E a me non devi niente?”
“Sì certo. Ti devo
gratitudine per quanto c’è stato tra noi e la verità sulle mie intenzioni”.
Esculapia non raccolse le
ultime parole, anzi le ignorò o finse di ignorarle perché non voleva sentire
subito tutta quanta la verità. Preferiva l’oscura latenza.
Sicché riprese a parlare ritornando alle corse e alle
pedalate che avevo dichiarato: “adesso dunque avrai una gran fame. Chiamo il
babbo e cominciamo la cena” . Non disse ultima cena , eppure doveva avere
capito che non ce ne sarebbero state altre per noi due insieme.
“Vuoi lavarti le mani?”,
aggiunse e se ne andò senza aspettare risposta. Era una donna restìa ad
ascoltare. Preferiva parlare cercando sempre di imporsi. Cosa antierotica al
massimo. Me ne ribellavo già da bambino rispetto alla mamma biologica e alle
zie mamme vicarie. Tutte e quattro imperiose. Ho imarato da loro a non voler ricevere
né dare ordini prentori.
La madre di Esculapia era già
in cucina. Rimasi qualche minuto da solo, senza impazienza. Il babbo era la
persona più interessante della famiglia: faceva il maestro elementare e parlava del nostro lavoro di educatori con entusiasmo e vivo interesse per la
formazione mentale dei bambini. Il lavoro dei maestri mi ha sempre incuriosito,
per via delle zie maestre elementari all’estero nel ventennio, e mi dispiace il
fatto che nei miei tanti decenni di insegnamento non abbia mai avuto occasione di educare anche
i bambini delle elementari. L’unica scuola dove non ho mai insegnato.
Il bravo maestro dunque entrò nella sala da pranzo e ci salutammo con
simpatia. Sentivamo di essere persone dello stesso stampo. Parlammo per diversi
minuti di buona scuola. Quindi fecero il loro ingresso le due nutrici: la madre
portava sulle mani, trionfalmente, il vassoio colmo di pastasciutta fumante. La
figlia teneva sulle braccia il secondo ricco di carne e contorni vari. Il pane
e le bevande erano già sulla tavola.
Cominciammo a mangiare. Il
sughino in effetti era buono: non oscenamente grasso come usa a Bologna.
Osservando e ascoltando il maestro che parlava di scuola e di educazione con
intelligenza e competenza pensai che Esculapia si era interessata a me per una
certa somiglianza spirituale che avevo con il padre suo.
Quando interrompemmo il
nostro discorso per lasciare spazio alle donne che non sembravano interessate a
parteciparvi, il dialogo cambiò tono del tutto: che tempo faceva, quant’era
buona la pasta, se il formaggio ci stava bene, quanto crescevano i prezzi:
perfino le patate erano rincarate terribilmente. Mi sembrava di essere passato
dal Simposio platonico alla cena di
Trimalchione.
A un certo punto però
Esculapia mi obbligò a prendere una posizione precisa nei popri confronti
davanti al babbo e alla mamma.
“Bene, Giovanni
Ghiselli-cominciò solennemente dopo un momento di generale silenzio-dimmi quali
sono i tuoi piani per il nostro futuro”
“Temo che non abbiamo un
futuro insieme-risposi- siccome non ci sono interessi comuni tra noi: per giunta io voglio
darmi completamente allo studio dei classici e all’educazione degli
adolescenti”
“E questo dedicarsi tutto
alla scuola basterà a riempirle la vita?” intervenne la madre
“Sì, mi terrà occupato ogni
pomeriggio feriale e le giornate festive dalla mattina alla sera esigendo tutto
il mio tempo. Per diventare un educatore di ottimo formato come suo marito,
adesso devo rivendicarmi a me stesso”.
La citazione di Seneca, che
il maestro conosceva, voleva sottolineare il
significato morale della mia scelta.
Il babbo allora mi domandò:
“come mai lei e la mia figliola in tre mesi di frequentazione non avete trovato
uno scopo comune? Forse non vi piacete o non vi stimate abbastanza”.
“I nostri rispettivi interessi sono talmente
lontani tra loro che non troviamo argomenti comuni, e questo a lungo andare ci
ha allontanati l’uno dall’altro”
“Allora smettete di
frequentarvi presto e del tutto” -suggerì il padre-
“ perché in tale rapporto
perdete tempo e vi rendete peggiori a vicenda”.
“E’ proprio così, ma di
questo voglio parlare più tardi da solo con la vostra figliola se permettete”.
Quindi lasciammo cadere
questo argomento e seguitammo a cenare parlando del più e del meno.
L’Addio a Esculapia
Uscimmo da casa sua insieme
per l’ultima volta. Quando finalmente riebbi sopra la testa la grande apertura
del cielo, le dissi che non me la sentivo più di fare l’amore con lei perché mi
ero innamorato di una collega con la quale avevo più interessi in comune, più
parole da dire e cose da fare.
Dissimulai tacendole il fatto
che Ifigenia era più bella, più fresca in tutti i sensi e mi piaceva molto di
più.
Esculapia ribattè che sarebbe
stata felice se avessi contraccambiato il suo amore. L’aveva sperato perché una
volta quando le ero accanto nel letto, avevo sussurrato “tesoro”.
Quindi si intenerì e versò
alcune lacrime.
Probabilmente quella volta pensavo a Ifigenia ma non glielo dissi.
“Non te la prendere- cercai
di consolarla- non eravamo fatti l’uno per l’altra. Siamo orientati in direzioni
diverse”.
“Sarà così Ghisus, ma io
volevo il tuo amore perché tu non sei una canaglia”.
“Credo che il mio bello stia
nel fatto che non do importanza al denaro. Mi basta lo stipendio statale per
modesto che sia: non ho mai fatto ripetizioni pagate togliendo tempo alla preparazione
delle lezioni che devo ai miei studenti della scuola pubblica. Io sono sono per
il bene pubblico, non sono capace di una vita familiare”.
“In effetti su questo non mi
trovo d’accordo con te”
“Per me invece la vita
politica è una scelta irrinunciabile. Sono proprio incapace di una vita
privata”.
“Ho capito-concluse-addio:
sei una persona cara e pure gratuita”.
La accarezzai e salutai. Me
ne andai senza rimorsi né rimpianti.
Pensavo ai miei studenti
quattordicenni, a Ifigenia venticinquenne, giovani ancora educabili,
recuperabili a una vita bella e morale. Dovevo educare anche me stesso:
eliminare i residui di meschinità lazzarona che mi rimanevano addosso dagli
anni precedenti, passati non tutti santamente come sai bene lettore che mi segui da tempo. I giovani che si
affidavano a me sarebbero diventati creature, opere mie e dovevo farne dei
capolavori. Ne avrei potenziato le qualità naturali, li avrei condotti ad amare
la vita. “Questa è l’etica senza la quale non può darsi felicità né pace”,
pensavo.
Fu un momento di lucidità che
verrà offuscata diverse volte nel tempo a venire, come vedrai, caro lettore,
amico e quasi complice mio.
Bologna 15 marzo 2026, ore
11, 11 giovanni ghiselli
p. s.
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