domenica 15 marzo 2026

Ifigenia XXVI. Il metodo comparativo. Il balsamo beato per me la Grazia appresti.


 

In verità il lavoro cui invogliavo i ragazzi era duro: ne davo l’esempio preparando lezioni ricche di citazioni memorizzate che mi costavano  ore e ore di preparazione. Ogni giorno affrontavo io stesso l’esame dell’efficacia educativa di quanto avevo imparato con un impegno quasi crudele per il tempo e l’acume mentale  impiegati. I ragazzi lo capivano e mi ripagavano con l’attenzione scolastica e lo studio domestico. Comprendevano che studiare li rendeva più forti, più buoni e più belli. Ecco perché si era formata una solidarietà e quasi un sodalizio tra me e loro.

Questa intesa didattica benefica  però aveva provocato del risentimento in diversi adulti dell’ambiente scolastico. Dava fastidio a molti non solo il mio metodo di insegnamento, inattuale in quel tempo, ma anche lo stile inusuale della mia vita. Il percorso didattico da me intrapreso era già comparativo: non lo conosceva nessuno tra i colleghi di greco e latino tanto nei licei quanto nell’Università da me frequentati.  Mi era congeniale e lo avevo riconosciuto nel poemetto The Waste Land di T. S. Eliot.

Il docente universitario di letteratura inglese Carlo Izzo è stato quello che mi ha dato di più in termini di cultura e di educazione. Dopo l’esame mi diede trenta e lode, aggiunse complimenti a voce e mi consigliò di biennalizzare il suo esame in modo che avrei potuto insegnare inglese. Risposi che volevo insegnare greco e latino, comunque lo ringraziai. Gli sono ancora grato. Gli altri mi hanno fatto leggere e studiare dei libri; Carlo Izzo mi ha fatto capire e amare gli autori che lui stesso amava e presentava con amore: Shakespeare e T. S. Eliot in prticolare.

 Come vedete li cito spesso. Sarò sempre grato a questo bravo educatore e a questa cara persona. Mi ha aiutato a crescere culturalmente e umanamente. 

I colleghi  malevoli dunque trovarono l’appoggio del potere presidenziale, quindi misero insieme  la forza necessaria per togliermi il lavoro che era diventato grande parte della mia vita siccome avevo imparato a farlo bene sacrificando per tre anni consecutivi tanta parte delle capacità mentali, del mio tempo, e  trascurando di conseguenza ogni altra passione: la bicicletta, financo le donne amate che  da quando ero bambino erano state il massimo oggetto dei miei desideri.

In pratica mi degradarono dal liceo al ginnasio togliendomi 90 studenti per darmene 30 di età inferiore. Sarei tornato nel triennio liceale solo 13 anni più tardi  e dopo altri otto  sarei entrato nella SSIS dell’Università a cinquantacinque anni, oramai docente annoso, per insegnare  ai giovani neolaureati come si devono presentare  le opere degli  autori in modo da farle amare dagli studenti. Ora scrivo ogni giorno per centinaia di lettori e tengo un paio di conferenze al mese.

Nei primi giorni della retrocessione  provai un dolore enorme temendo di dovermi limitare a ripetere i tecnicismi delle lingue antiche. Poi capìi che  il greco e il latino si possono insegnare fin dal ginnasio anche    attraverso gli autori piuttosto che con la sola grammatica, e poiché dovevo informare gli studenti sulla letteratura moderna, mi diedi a studiare i grandi romanzi europei dell’Ottocento e del Novecento  che ancora non conoscevo. Sicché mi feci piacere questo nuovo lavoro. Tuttavia mi tormentava l’ingiustizia subita in un ambiente dove per due anni avevo avuto il trattamento buono meritato con tanto studio ragionato e amato. Quel dolore però ebbe subito il  balsamo beato  che la grazia di Ifigenia mi apprestò offrendomi stimoli non meno accrescitivi di quelli ricevuti per tre anni dagli studenti liceali di Imola e di Bologna. Se non avessi fruito di questa compensazione alla perdita del lavoro amato, avrei non solo smarrito bensì perduto quella fiducia nella giustizia e nella stessa vita che avevo trovato insegnando. Forse sarei ricaduto nella depressione dove ero cascato alla fine dello studio liceale nel  1963, come ho  raccontato nel volume precedente[1].

Ma anche quell’abisso di dolore dell’estrema adolescenza mi aiutò a crescere: la sofferenza accrebbe la mia intelligenza, la deformità mi rese più comprensivo, il malessere mi spinse a diventare più forte.

Allora mi aiutò Fulvio; questa volta fu Ifigenia a tirarmi fuori dal pantano dello sconforto infondendomi  della gioia e della forza; tuttavia la relazione con la giovane collega adultera peggiorò la mia  reputazione presso i docenti malevoli: come la relazione peccaminosa divenne nota, io oltre che libertario divenni un libertino dissoluto, e la bella Ifigenia non era più altro  che una poco di buono, la donna degna di me, la mia ganza. Da alcuni era soprannominata Messalina o addirittura Pasife; Ifigenia  del resto non aveva trovato un toro come drudo ma si era accontentata di un cane rabbioso come me, dicevano i malevoli più spiritosi.

 

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Bologna 15 marzo novembre 2026 ore 19, 16 giovanni ghiselli

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[1] Si trova nella biblioteca Ginzburg di Bologna. Potete chiederlo in prestito. Si intitola Tre amori a Debrecen. Lo presentrerò il 16 giugno 2026 nella biblioteca. Se Dio vorrà.


Ifigenia XXV Il risveglio. Il cielo e la strada. La scuola e la sua atmosfera. Didattica e politica.


 

La mattina seguente, il 30 novembre, mi alzai ancora assonnato. Aperta la finestra, vidi confortevoli segni della terra e del cielo: la grande nevicata era finita e la massa bianca liquefacendosi permetteva consentiva di transitare da casa al lavoro con qualsiasi mezzo. Anche il cielo si stava schiarendo: tra le nuvole che a mano a mano si rarefacevano apparivano alcuni pezzi di azzurro. Questo, aiutato da un vento non freddo, apriva la strada ai cavalli del sole che, usciti dal mare Adriatico, galoppavano verso l’alto del cielo. Una nube nera ma squarciata nel mezzo e sbrindellata sui fianchi non poteva nascondere l’immagine luminosa, divinamente compatta che risaliva rotonda con i raggi ancora irrorati dalla spuma marina, portando conforto, con l’augurio di un dì più sereno, a me e agli altri mortali oppressi dal buio inquieto della lunga notte nevosa. Nutrivo nell’anima ancora qualche apprensione per le difficoltà che avrei dovuto affrontare insieme con la giovane collega e amante , tuttavia non avevo angosce quella mattina poiché, dopo aver riposato e mentre osservavo la faccia santa e luminosa del primo fra tutti gli dèi, pensavo che la bella ragazza fosse disposta a lottare con me per seguitare a incontrarci nel talamo nostro dalle cinque alle sette di sera, e confidavo che per noi due ci sarebbe stato un futuro pieno di cose belle e utili da fare insieme.

 Non solo lussuriosi, libidinosi e dissoluti eravamo entrambi, ma anche capaci di creare nel bello secondo l’anima. Ifigenia queste speranze le aveva dichiarate più volte e quella mattina volevo condividerle mettendo via la stanchezza, rinunciataria, senile che talora mi assaliva.

Quando per le strade non più ingombre fui arrivato al liceo ed ebbi parcheggiato la nera Volkswagen nel cortile della scuola, entrai nel piano terreno e lo percorsi tutto senza incontrare la bella compagna, quindi salìi le scale ed entrai nella sala dei professori.

In settembre avevo iniziato il terzo anno di insegnamento al Minghetti che nei due precedenti era stato guidato dal preside gentiluomo Pietro Cazzani, democratico, colto, intelligente e ancora di bell’aspetto pur dopo i sessanta. Una figura paterna e quasi un modello per me.

Quest’uomo mi aveva aiutato nella difficile circostanza dell’inserimento nel nuovo ambiente piuttosto prevenuto nei confronti dei colleghi giovani e non deformi. Cazzani aveva incoraggiato con parole umane la mia laboriosa crescita culturale e professionale ancora in fìeri dopo l’esordio imolese dove un altro preside galantuomo Davide Ciotti, una cara persona, mi aveva aiutato. Altri incoraggiamenti decisivi li avevo ricevuti dalle ragazze e dai ragazzi miei studenti.

Il preside nuovo arrivato non era bello né buono, nemmeno educato era. Quando andai a salutarlo per vedere chi fosse e farmi conoscere, mi respinse pregiudizialmente dicendo: “Io non l’ho fatta chiamare”. Tornai indietro assai disgustato da quel modo di fare. Mi tornò in mente l’esordio alla scuola media di Carmignano di Brenta che tu, lettore, conosci .

“E’ un prepotente e un villano”, pensai anche questa volta.

Il nuovo preside bolognese mi era ostile come quello della scuola media di Carmignano dove avevo debuttato nel 1969, ma là per fortuna c’era  una collega autorevole che mi difendeva: la vicepreside Antonia Sommacal che sarebbe poi diventata un’amica, l’amica migliore che abbia mai avuto, molto migliore e più amica di tante amanti.

Nel liceo Minghetti di Bologna invece non avevo difensori decisi e sicuri tra i colleghi.

Il gruppo, o piuttosto il gregge degli apolitici, inutile peso alla terra, per non avere noie si conformava agli umori del preside e al suo malvolere nei miei confronti; a fascisti non ero mai piaciuto, ma finché c’era il preside a me favorevole si limitavano a evitarmi, ma  dopo l’avvento del nuovo dirigente, lo aizzavano contro di me rendendolo sempre più malevolo e ostile alla mia persona.

E i comunisti?

Nemmeno quelli che avevo immaginato quali compagni politici mi approvavano del tutto per la varietà delle idèe che traevo da autori diversamente disposti non solo negli scaffali: dai “religiosi” arcaici Pindaro e Sofocle, come dal “sacrilego Euripide” e dai razionalisti Democrito, Epicuro, Lucrezio; per giunta mi piacevano Nietzsche e T. S. Eliot, Pound e Céline, autori che per alcuni di loro andavano addirittura messi all’indice.

Tra i denigratori, i più rancorosi, ipocriti e tristi tutori dell’ordine piccolo borghese e fascista,  mi calunniavano accusandomi  di estremismo, e istigavano il preside perché mi cacciasse una volta per tutte. Che cosa facevo di male secondo il loro pensiero che presentavano confusamente attraverso metafore e allegorie maliziose?

Insegnavo a pensare, a non credere, a non obbedire prima di averci pensato; estirpavo l’erba cattiva dei luoghi comuni dall’anima dei ragazzini invogliandoli a leggere i testi degli autori-accrescitori; stimolavo a confrontare gli autori tra loro, a esaminare idèe contrapposte-dissoi; lovgoi appunto-, a verificare o smentire attraverso le loro esperienze le letture fatte, a raccogliere e ricordare le espressioni efficaci e belle, a utilizzare la cultura per potenziare la natura, come avevano insegnato a me gli autori egregi che mi avevano accresciuto.

Abituavo i ragazzi a considerare la grammatica e la sintassi quali mezzi necessari per arrivare a leggere i testi, a capirli, a conoscere bene i significati veri, cioè etimologici delle parole. Dagli autori che presentavo, citavo e spiegavo, i miei allievi dovevano imparare a parlare e a scrivere con chiarezza, brevità e forza, a trovare uno stile di studio e di vita, elegante e pure produttivo di risultati buoni. I ragazzi del liceo che mi erano stati tolti seguitavano a chiedere la mia presenza perché si erano sentiti aiutati a maturare da un giovane insegnante impegnato a crescere con loro, a diventare uomo lui stesso con una disciplina severa e un entusiasmo che sapeva trasmettere.

Ma la cricca invidiosa metteva su il nuovo preside contro di me e gli dicevano che io plagiavo gli studenti seducendoli per politicizzarli con artifici e astuzie indegne di un docente.

Una vecchia collega simpatica mi disse: “i ragazzi ti amano perché li attrai con i mezzi non comuni che hai, diversi colleghi ti odiano perché non hanno le tue doti né le capacità tue”.

I simpatizzanti con il mio metodo e la mia persona però erano pochi, si facevano sentire di rado e assai flebilmente.

 

Avvertenza: il blog contiene una nota.

Bologna 15 marzo 2026 ore 18, 32 giovanni ghiselli

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Ifigenia XXIV. Il taxi della salvezza. Le Maddalene di sesso maschile.


Non sapevamo come fare. A un tratto, sebbene non si vedessero automobili in giro, ci venne in mente l’esistenza dei taxi. Finalmente una voce rispose al telefono. Supplicai di mandarne uno al più presto : mia moglie, incinta di sette mesi , doveva ricevere la benedizione estrema della madre soggetta a sua volta all’estrema unzione, dissi.

Mi era venuta in mente Filumena Marturano.

La voce fredda o raffreddata rispose che si sarebbe  fatto il possibile. Quindi ci vestimmo e ci attaccammo alla finestra che risponde alla strada schiacciando contro il vetro i nasi abbastanza pronunciati, e già geneticamente e un poco ornitologicamente incurvati, per  antivedere l’arrivo sotto casa dell’autoambulanza necessaria al salvataggio del nostro amore in pericolo serio.

Dovevamo predisporci a scendere nella strada.

 Tuttavia ogni tanto staccavamo i nasi dalle lastre fredde per darci dei baci, scaldarci e incoraggiarci a vicenda. Ifigenia faceva domande allarmate: “Se la neve che cade da ore causando incidenti avesse ostruito e bloccato ogni strada?”. La guardavo allargando le braccia in segno di impotenza disperata, ma pensavo che lei invece  sperasse di essere costretta dalle circostanze a una rivelazione, quindi a una rottura con il marito.

Io al contrario temevo che se il nostro rapporto avesse preso la strada piatta della legalità avrebbe perso quel gusto piccante del proibito, del momentaneo rubato alla consuetudine noiosa. Per me era importante che si conservasse e durasse il più possibile a lungo quel tanto di furtivo che eccita il desiderio e innalza, potenzia la sensualità fino a prestazioni veramente olimpiche.

 

Finalmente scorgemmo un taxi in arrivo. Era bianco e giallo. “Ecco la Margherita della salvezza!”, esultò Ifigenia. “Bellina,  monella!” pensai tutto contento che potesse tornare a casa sua e mi lasciasse solo a riflettere in pace e in silenzio.

 

L’ascensore era occupato sicché scendemmo i cinque piani di scale saltando precipitosamente i gradini a due o tre per volta ma senza cadere.

La frattura del mio femore destro distava decenni.

 

Poi finalmente la ragazza entrò nel taxi. “Ti abbraccio forte ” le gridai, quindi pregai il tassista di fare presto. L’uomo indicò la neve senza dire parola. Risalìi adagio le scale.  Ero in contraddizione con me stesso: da una parte mi garbava che Ifigenia tornasse  nel legittimo talamo, dall’altro temevo  che il nostro castello fatato svanisse prima del tempo. In effetti non aveva fondamenta valide né solide mura. Intanto eravamo fuori pericolo. Erano le sette e un quarto di quel 29 novembre.

 

Ora so che la mia paura era interna: un sentimento di colpa che si aspettava un castigo. Oscuri terrori superstiziosi o piuttosto scrupoli morali per i nostri inganni?

Ora so  che Cristo salvò la vita all’adultera e perdonò la peccatrice: “dico tibi: remissa sunt peccata eius multa quondam dilexit multum; cui autem minus dimittitur minus diligit.  Dixit autem ad illam: “Remissa sunt peccata tua” - N. T. Luca, 7, 47- 48).

 Parole santissime. Valgano anche per me e per Ifigenia che del resto non si trova più in questa dimensione. Non so se dal cielo o dovunque si trovi mi benedica. Credo di no. E’ stata una formidabile amante piuttosto a lungo però quasi mai un’amica.   

 Se ho peccato fu in diversi paesi e oramai le donne sono tutte morte, quasi tutte.  Impiegherò il tempo che mi resta a onorarle scrivendo, e a pregare per loro.

Chiudo il racconto di quel 29 novembre lontano con questa piccola ma devota orazione : “Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis. Requiescant in pace. Amen”.

 

p. s

Cristo salvò la vita all’adultera e perdonò la peccatrice.

Tolstoj ci scherza sopra con intelligenza:" I libertini, queste Maddalene di sesso maschile, hanno un segreto senso della propria innocenza, né più né meno come le Maddalene femminili, e basato sulla medesima speranza di perdono:"Tutto le sarà perdonato, perché ha molto amato; e a lui tutto sarà perdonato, perché si è molto divertito"[1].

La peccatrix-ajmartwlov~ non era Maria Maddalena  e nemmeno l’adultera ma va bene lo stesso.

Nella letteratura le adultere femmine come Madame Bovary e Anna Karenina finiscono suicide, mentre gli adulteri maschi come Stiva, il fratello di Anna Karenina se la spassano impuniti. Non mi sembra giusto.

 

 

Bologna 15 marzo  2026 ore 18  giovanni ghiselli

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[1]Guerra e pace ,  libro II, parteV, 10. p. 855.


La mia conferenza di domani.

Il link per l'incontro di marzo: Alle origini del Novecento: voci e visioni della grande letteratura europea. Marcel Proust, parte II

 

Lunedì, 16 marzo · 5:00 - 6:45PM
Informazioni per partecipare di Google Meet
Link alla videochiamata: https://meet.google.com/soz-owfm-ehs

 

e qui il link per il sito della biblioteca dove ci sono tutti gli appuntamenti e dove alla voce "clicca qui" è cliccabile per andare direttamente all'incontro online:

https://www.bibliotechebologna.it/events/alle-origini-del-novecento-voci-e-visioni-della-grande-letteratura-europea

 

Biblioteca "Natalia Ginzburg"

Settore Biblioteche e Welfare culturale | Comune di Bologna

Via Genova 10 - 40139 Bologna 

tel. 051/2196074 sezione ragazzi
tel. 051/2196080 sezione adulti

www.bibliotechebologna.it

 

E’ del  tutto gratuito ma è consigliata la prenotazione per la predisposizione del pubblico.

 

 


Ifigenia XXIII L’amore non è solo “impeto di cupidità”. L’eterno garzoncello.


Nei primi tempi si faceva molto l’amore e ci piaceva assai farlo ogni giorno più volte. Ci sentivamo due atleti o due eroi, perfino due santi del sesso. Tuttavia sentivamo che mancava qualcosa. Allora non sapevo che cosa fosse. Poi ho constatato e ora so che l’emozione fondato sul piacere sessuale, magari associato all’orgoglio e al vanto della forza, della bellezza e della gioventù, pur se dura più a lungo del tempo necessario a sfogare la prima libidine, anche se può prolungarsi per diversi mesi quando la voglia è resa più piccante e tosta dal gusto di trasgredire le regole dei mediocri e di scandalizzare i furfanti bigotti, entro due o tre stagioni esaurisce il suo vigore ascendente se l’ammirazione della bellezza non si associa alla prassi e alla conoscenza del Bene che è il sapere più alto, che è la sapienza vera, quella che giunge all’ajrchv, al principio di ogni fatto buono, e chi ama tale Sofiva si sente frustrato, infelice se non riesce a salire su questa vetta che offre una larga visione dall’alto su tutta la vita umana.

Ora comprendo come comprese Admeto, il marito che dopo avere mandato a morire la propria moglie Al cesti, si rammarica e dice : “a[rti manqavnw” . Ma quell’ora arriva spesso che è già troppo tardi.

L’amore non è solo impeto di cupidità quando gli amanti si appetiscono ma non si amano. Poi, saziato l’appetito, si nauseano uno dell’altro. Manifestai amore generoso a una donna soltanto una sera dell’agosto del 1971 quando lasciai perdere l’occasione ghiotta di una ragazza francese e chiesi scusa a Elena per avere corteggiato la fanciulla fresca come una prugna umida di rugiada pimaverile e agile e graziosa come una rondine. Allora la donna matura mi disse: “io non sono materia”, e finalmente la stimai e l’ammirai oltre desiderarla. Dovetti farmi perdonare per toccarla di nuovo. Elena è la donna augusta che ricordo con maggior gratitudine e ammirazione siccome ci siamo scambiati non solo piacere ma anche rispetto . Se avessimo avuto più tempo saremmo arrivati a una trasfusione di anime. Aggiungo che induce al rispetto la persona che rispetta: quella che recita simulando e dissimulando costringe a mettersi sulla difensiva, quindi si giunge alla guerra, alle offese reciproche.

A un tratto mi alzai, guardai l’orologio e il tempo di fuori. Per Ifigenia era già tardi: mancavano pochi minuti alle sette e la neve che cadeva fittissima da quattro ore aveva formato in terra una difficoltà per il ritorno della sposa infedele in tempo utile e tale da non provocare burrascose scenate da parte del marito cerbero.

Ifigenia mi venne vicino e le feci notare che lo spessore bianco era talmente alto, compatto e scivoloso che dove copriva l’erta rampa di uscita dal mio garage poteva impedire la salita della nera Volkswagen.

Intanto vi scivolavano dei ragazzini distesi sopra delle slitte. Nessuno di noi due era capace di montare le catene da neve; per giunta non sapevo neanche se le avessi e dove potessi trovarle.

L’ultima volta che le avevo usate era il febbraio del 1969 quando, depositata la tesi di laurea nella segreteria dell’Alma Mater ero andato a San Martino di Castrozza per festeggiare. Avevo tradito Moena, meno rinomata e prestigiosa, perché in quel tempo mi atteggiavo a signorotto e pure a comunista aristocratico senza sapere che cosa significasse precisamente. Ora lo so. L’ho imparato da Platone, da Engels, da Brecht, e da Visconti, bravi maestri.

Ora mi piace presentarmi come “il poverello di Pesaro”. Oppure “l’aedo di Debrecen” o anche “il pesarese Omero”. Sempre un po’ garzoncello scherzoso nonostante l’età. Comunista aristocratico mi piace ancora ma forse non è di facile comprensione. E non è uno scherzo.

La mancanza di abilità manuale e il disordine nel tenere le cose, con il tempo ci avrebbe dato non pochi fastidi. Sembra un particolare irrilevante rispetto alla grandezza di una passione amorosa, invece deficienze siffatte e pure più piccole possono generare seri imbarazzi e gravi disturbi in un rapporto. Se la sintonia non è totale, la minima difficoltà si associa subito al malumore e a un meschino spirito competitivo, accusatorio, denigratorio. Se la fiamma erotica iniziale non viene alimentata dallo spirito della generosità e dell’altruismo reciproco, l’ardore amoroso prima languisce nella ripetitiva, noiosa routine, poi con il tempo diventa un tizzone languente alimentato solo dal rancore reciproco. Andrà a finire così ma questa fine non era vicina. Del resto ogni cosa segretamente temuta accade sempre. Prima o poi. Basta pensare alla morte.

 

Avvertenza: il blog contiene 2 note e il greco non traslitterato.

Bologna 15 marzo 2026 ore 17, 03 giovanni ghiselli.

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Ifigenia XXII. Ora, da vecchio affamato, comprendo. Il contrappasso.


 

Ifigenia rimase sconcertata da questa mia volontà evasiva rispetto al suo  desiderio di un chiarimento sentimentale. Mi fece un sorriso malinconico che manifestava  delusione. Sicuramente le dispiaceva il mio rifiuto della  sua richiesta lasciandola senza risposta per deresponsabilizzare me stesso e ridurre quel nostro incontro a un’abbuffata di sesso. Ora comprendo che le facevo del male e so che questo mi sarebbe tornato addosso per il contrappasso che non consente di colpire senza riceverne il contraccolpo.

Ha scritto bene Erodoto: “c'è in Arcadia una Tegea, in luogo piano,/dove due venti soffiano per possente necessità,/ e colpo e contraccolpo, e male su male si posa" (kai; tuvpo" ajntivtupo", kai; ph'm j ejp j phvmati kei'tai, I, 67, 4).

Questo luogo è dappertutto, non solo in Arcadia.

Ifigenia aveva ragione dicendo che sarebbe stata cosa buona credere nella durata del nostro amore: lo avrebbe reso più forte, persino più gustoso, e la nostra gioia sarebbe stata più grande, più pulita, più bella.

Ora capisco che quella ragazza vivace e venusta, la giovane donna che mi stava davanti, che mi piaceva tanto mentre ne ammiravo il fiorire rigoglioso dei seni, la potenza delle cosce lisce, sode e tornite, il luccicare dagli occhi vivaci, il lampeggiare dei denti voraci di vita, cercava il mio appoggio e io avrei dovuto aiutarla a trovare un equilibrio, uno stile suo, una forza morale da coniugare con l’ordine mentale e sentimentale che dovevo imporre prima a me stesso dopo tante pose e scene erotiche, estetiche e culturali, tutte imparate senza essere davvero sentite e capite.

Il più immaturo tra i due, il più spaventato dalla vita ero io.

L’aiuto senza riserve sarei forse stato capace di darlo a una figlia mia, a questa però la madre fulva non aveva permesso di venire alla luce quattro anni prima, e la mia complicità nel misfatto mi avrebbe negato ogni forma di paternità carnale nei secoli dei secoli. Sono padre però delle parole che scrivo e seguo con ogni cura nella loro crescita. Correggo ogni pagina come una figlia educanda. E così sia.

 

Bologna 15 marzo 2026 ore 16, 45 giovanni ghiselli

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Oggi è freddo

Sul mio corpo non sento il riscaldamento globale, quindi credo che sia una menzogna funzionale alla vendita di condizionatori e automobili elettriche. Soffro il freddo.

Arrivato a 81 anni e quattro mesi lo scopo ultimo è la salute fisica e mentale. Il freddo non cede il passo e non c’ è verso di andare in bici o di correre dopo la bronchite della fredda primavera scorsa e la rottura del femore in luglio. Sicché bisogna ridurre le razioni dei ranci e ritardarli, posticiparli il più possibile per non prendere peso e perdere snellezza con quel briciolo di salute recuperata. Eppure per scrivere, leggere e ricordare è necessaria la lucidità che richiede del cibo, almeno “un cuncén” come si dice a Pesaro. Ma l’affamato, se assaggia una briciola, poi si butta sulla pagnotta intera e la divora avidamente, bestialmente. Basta un’abbuffata a prendere un paio di chili, poi, a questa età, ci vogliono due settimane di sola insalata scondita per perderli.

Ogni età, come vedi lettore, ha i suoi problemi.

Quando vado a fare la spesa alla Conad, se vedo una cassiera carina mi incanto e se appena mi sorride mi infatuo, trasecolo tutto, trasogno e dimentico il codice del bancomat. Poi mi riprendo e finisce lì. Deve finire lì: per forza.

Fulvio dopo i nostri Settanta anni diceva: la nostra sfiga, caro gianni, è che ci piacciono le donne giovani. “No-ribattevo- caro amico quanto me vecchierello e stanco: il fatto è che la nostra età più bella è passata quasi del tutto oramai e le ragazze ancora sane e snelle non ci prendono più in considerazione. Questa è la nostra sfiga nel senso, etimologico, della parola. E così sia”.

 

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Tanti lettori però non li avevo prima degli Ottanta anni. Sicché vale la fatica di vivere ancora per scrivere dell’altro. Per lo meno. Il resto è tutta grazia di Dio.

Baci gianni

 

 


Ifigenia XXI. Viltà e buffoneria.


 

Facemmo l’amore raddoppiando la sufficienza.

Fuori nevicava nel buio. Era uno dei giorni più lontani dal cammino del sole.

Eppure noi due dentro il talamo nostro eravamo contenti della fusione dei corpi. La situazione era bella e favorevole alla felicità ma il mio passato di assidui terrori mi spinse di nuovo verso la demolizione della gioia di cui pure avevo fruito e goduto.

“Ifigenia sei un’amante speciale. Peccato che il nostro amore non possa durare a lungo”.

Parole che non avevo mai detto a nessuna delle mie finlandesi pure amatissime, ma con loro non ce n’era bisogno perché sapevo che se ne sarebbero andate per forza di cose e magari mi sentivo viceversa propenso a trattenerle. Ma questa? Che cosa avrei fatto di lei se avesse lasciato il marito? Avrei dovuto occuparmene io? Come avrei potuto?

Non dovevo responsabilizzarmi troppo se non volevo rattristarmi e diventare ansioso. Per una figlia mi sarei potuto prendere delle responsabilità o per la madre mia, per la nonna, perfino per le zie e la sorella, ma con una senza legami di sangue il rischio era enorme: era fuori dalla mia norma, eccedeva le mie capacità.

Ifigenia ribattè con il suo buon senso: “Perché fai così il guastafeste dopo che ce la siamo spassata tanto bene? Non ti sembra inopportuno rovinare questa serata splendida di neve e di gioia con una previsione funesta? Lasciati andare all’ottima sorte che ci ha accarezzato. Per me, ma anche per te è una fortuna! Sono pensieri malati quelli che vogliono mortificare la felicità. I nostri nemici invidiosi dicono che il dislivello di nove anni tra noi è eccessivo, che tu per giunta sei un donnaiolo attempato, un libertino, un corruttore di giovani donne, un guastatore di matrimoni, poi  aggiungono sul mio conto che sono una poco di buono, una che  vuole adescarti e sfruttarti mentre rompe la fede matrimoniale, eppure  noi  due non abbiamo mai fatto l’amore con l’ardore che ha ci ha fusi insieme in questo crogiolo meraviglioso. Ne sono sicura ”.

Aveva ragione ma io non volli lasciar passare un’affermazione così compromettente senza ribattere

“Come fai a essere tanto sicura? Che cosa sai di preciso della mia vita amorosa passata?”

“Lo sento-rispose senza esitare un istante.- E lo vedo nel tuo comportamento del tutto contrario alle tue parole da scettico blu.

Da come mi guardi, mi baci, mi tocchi sento il tuo amore. Hai pure lasciato una donna che ti faceva comodo, a quanto dicevi”.

“E l’altra?”

“La lascerai presto per dedicarti soltanto a noi due. Stai diventando ogni giorno migliore: meno egoista, opportunista, meno pretificato e gesuitico, anche se ora fai il cinico perché hai paura dell’amore che senti per me e che io ti contraccambio con la potenza aggiunta del mio entusiasmo e la forza della mia giovinezza. Noi due ci miglioriamo a vicenda. Io ti ho fatto provare che cosa è l’amore privo di calcoli, elucubrazioni e remore, e tu mi fai capire che cosa schifosa è l’ignoranza, perciò da quando ti conosco studio sul serio e cerco una via di progresso, di ascesa con te”

Ifigenia aveva ragione, però io non avevo ancora deciso di lasciare presto l’altra amante bolognese, Pinuccia, la mite che mi faceva comodo assai e non chiedeva niente: non era mai inopportuna e sempre del tutto gratuita. Non lucrava su niente, non mi rubava nemmeno i minuti. Dovevo temporeggiare. Ho sempre fatto tesoro del beneficio del tempo, procrastinando.

Come Quinto Fabio Massimo con Annibale e Kutuzov con Napoleone: dopo tutto anche l’amore è una forma di guerra

Il magister Ovidio ha scritto:"Militat omnis amans, et habet sua castra Cupido;/Attice, crede mihi, militat omnis amans " .

Sicché cambiai atteggiamento e tono: guardai Ifigenia con occhio lascivo, le accarezzai la parte interna delle cosce odorose, le baciai l’arteria femorale e dissi: “carissima, questa sera dobbiamo aggiungere un’altra trilogia erotica e arrivare a comporre un’enneade più bella di quelle plotiniane”.

“Buffone, esibizionista e cialtrone”, penserai tu affezionato lettore.

Il fatto è che ero giovane allora e non abbastanza autocritico, disincantato verso me stesso.

 

Bologna 15 marzo 2026 ore 13, 47 giovanni ghiselli

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Ifigenia XX. L’amore d’inverno. Un ricordo dell’amore d’estate.


Mercoledì ventinove novembre, fin dalle prime ore del pomeriggio, su Bologna, dove lunghi sono gli inverni, fioccava la neve, che in poco tempo rese canuta la terra.

Ifigenia fece suonare il campanello verso le cinque, quando era già buio; corsi ad aprire il portone, siccome ero impaziente di fare l’amore; ma, come la vidi, mi fermai stupito, senza toccarla, senza invitarla a entrare, né dire parola: non avevo mai visto una tale unione di inverno, colore e calore di vita: i capelli bruni bruni, bagnati, a tratti innevati, le scorrevano giù per le spalle come un ruscello montano cupo di gelide ombre , e aspro di pietre biancastre, facendola rabbrividire, ma gli occhi splendenti mi versavano addosso una morbida luce che fluiva calda dal cuore. La osservavo in silenzio, mentre i fiocchi larghi continuavano a caderle addosso, evidenziandosi sulle ciocche scure, come sulle chiome perenni degli abeti montani, e trasformando la luminosa ragazza in una creatura dei boschi: una dolce cerbiatta dalla pelle screziata, oppure una bella baccante che dopo la dolce fatica della corsa sui monti si riassetta la nebride multicolore onorando il dio suo, Bacco, signore della gioia di vivere, della festa lieta, delle grazie tutte, del desiderio.

Mentre nella fredda oscurità della notte precoce contemplavo la vivida fiamma della mia giovane amante, mi riempivo e scaldavo di gioia. Dopo qualche momento di stupito silenzio, la ragazza disse: “mi fai entrare? Sento un poco di freddo”.

Mi scostai dall’ingresso: Ifigenia entrò senza indugiare e, poiché l’ascensore non funzionava, cominciò a salire i cinque piani di scale spedita, facendo ondeggiare la testa, e le anche, sulle gambe robuste molleggiate dalle caviglie sottili, mentre i piccoli piedi, nello sforzo di ascendere i molti gradini di corsa, si appoggiavano e sollevavano con leggerenza, potenza e agilità. La seguivo ammirato e felice. Quando fummo davanti alla porta dell’appartamento, la aprìi con la destra un poco tremante, poi con la sinistra feci segno di entrare. Ero pieno di desiderio amoroso. Lo sentiva concordemente anche lei, poiché procedette fino alla sponda del mio grande letto dove si svestì con rapide mosse. Mentre, con le vesti cadeva sul pavimento la neve, la splendidissima amante mi chiese di spogliarmi subito e di abbracciarla senza i preamboli solitamente graditi: il marito, assai sospettoso, non poteva crederla a spasso nel caos bianconero della notte nevosa, né, tanto meno, doveva immaginarsi che passasse il tempo nell’alcova di un uomo: perciò era necessario che rientrasse non oltre mezz’ora dopo la lezione di yoga, che finiva alle sei e distava un chilometro circa da casa sua. Ci eravamo spogliati. L’abbracciai senza dire parola: il seno già intiepidito conservava gli odori della terra fiorita, variopinta, lietificata dal cielo estivo: pensai che non era il tepore domestico a renderla così calda e vivace appena si era sottratta all’iniqua, mortificante stagione, ma il suo giovane sangue fervido sotto la pelle ancora abbronzata e profumata dal sole che durante la nuda estate l’ aveva baciata con lucida forza amorosa, lasciandole addosso indelebili segni di bellezza, di salute e di gioia. La baciai anche io per succhiare una parte di quel calore celeste e pure terreno; quindi la distesi sul letto inclinando il mio corpo avido, scuro e magro su quello armonioso di lei: ne trassi piacere e voglia di vivere, eppure pensai a quando le sue magnifiche membra, coperte dall’ultima veste, la nera terra, l’avrebbero fatta fiorire di sanguigni papaveri, o di rose rosse, odorose della sua carne.

Bologna 15 marzo 2016 ore 11, 30 giovanni ghiselli

p. s.

Questa pagina mi sta a cuore. Racconta e mitizza una delle ore più belle di questa mia vita mortale. La avvicino alla notte dell’agosto del 1971 quando mi giustificai con Helena Augusta che mi perdonò, mi amò, poi, giunta l’alba, andammo a passeggiare nell’orto botanico dell’Università tra i fiori e gli alberi strani dove gli uccelli battevano gioiosamente le ali plaudendo all’aurora che tingeva di rosa l’oriente. Helena cantava Summer time, when the living is easy e io sentivo la pienezza della felicità nella vita mia e nella sua di magnifica ragazza madre.

Ma questo l’ho già raccontato. Potete trovare tutta la storia di Helena nel libro Tre amori a Debrecen. Non compratelo: si trova in prestito nella biblioteca Ginzburg di Bologna dove domani dalle 17 terrò la seconda conferenza sulla Ricerca di Proust.

 

 Lunedì, 16 marzo · 5:00 - 6:45PM
Informazioni per partecipare di Google Meet
Link alla videochiamata: https://meet.google.com/soz-owfm-ehs

 

e qui il link per il sito della biblioteca dove ci sono tutti gli appuntamenti e dove alla voce "clicca qui" è cliccabile per andare direttamente all'incontro online:

https://www.bibliotechebologna.it/events/alle-origini-del-novecento-voci-e-visioni-della-grande-letteratura-europea

 

Biblioteca "Natalia Ginzburg"

Settore Biblioteche e Welfare culturale | Comune di Bologna

Via Genova 10 - 40139 Bologna 

tel. 051/2196074 sezione ragazzi
tel. 051/2196080 sezione adulti

www.bibliotechebologna.it

 

E’ del  tutto gratuito ma è consigliata la prenotazione per la predisposizione del pubblico.

 

 

 

 

 

 

 

 


Ifigenia XIX. Il corteggiamento inverso, ossia fatto per lasciare un’amante o essere lasciato da lei. L’addio a Esculapia.


 

Avevo dunque deciso di lasciare intanto Esculapia. Le telefonai verso l’ora di cena dicendole direttamente: “vediamoci domani, se puoi: ti devo parlare”. Usai un tono serio, quasi severo perché questa donna tendeva a ridicolizzare la mia volontà di fare chiarezza tra noi, ossia di liberarmi dal giogo che cercava di mettermi sul collo per fare di me la maxima victima sebbene io sia tutt’altro che un taurus.  Spirito delicato come Ariel di Shakespeare vorrei essere.

 La dottoressa comunque non si lasciò impressionare.

Rispose: “Va bene Ghiso, divina creatura!”. Era più attempata di me e tendeva a vezzeggiarmi giovanilmente, cioè impropriamente.

 Quindi spiattellò la propria generosità di nutrice: “Ti aspetto domani sera a cena. Cucinerò per te”. Per giunta viveva con i suoi genitori. Diceva di essere divorziata ma non credo fosse vero.

Con una cena semiufficiale voleva rendermi più problematico il congedo che sentiva nell’aria. In ogni caso io avevo deciso: ardebam abire.

La sera dell’addio dunque, suonato il campanello con un tocco leggero, aspettavo davanti alla porta con aria stanca,  preoccupata e infelice. Una maschera per la commedia che mi ero proposto di recitare: personata infelicitas.

Venne ad aprire la madre, una donna non vecchia,  loquace, dai biondi capelli avvelenati. Trattava la figlia, oramai quarantenne, come una bambina prodigio poiché era già diventata direttrice di una clinica. 

“Buona sera professore, venga avanti”, disse contrastando il mio ardente proposito  di una fuga retrograda e quasi precipitosa.

Quindi mi guidò nella sala da pranzo dove mi fece sedere e mi domandò come stessi.

“Non c’è male, grazie. E lei signora?

“Io benissimo, ma lei perché dice solo non c’è male? Mi sembra in ottima forma” In effetti lo ero, grazie a Ifigenia però, non ad altri.

“Sono un poco stanco di alcune cose” dissi per prepararla alla novità che volevo annunciare.

“Come può essere stanco-replicò renitente ad accogliere l’inappellabile  sentenza che sospettava-dopo appena due mesi di scuola? Poi lei ha quasi tutti i pomeriggi liberi per riposarsi. Pensi alla figlia mia che lavora dall’alba al tramonto in questa stagione e quando torna a casa mi aiuta: tra poco, per fare un esempio, mangeremo delle tagliatelle fatte da me e condite con un sugo dove ha messo tutta la sua perizia: farebbe risuscitare i morti. Tra poco lo sentirà: c’è dentro tutto l’estro della sua ragazza”

 

Queste ultime parole mi fecero paura. “Quale ragazza e quale mia?”, pensai. Per sdrammatizzare aggiunsi un pesaresismo al mio pensiero renitente alla  madre subdola e imperiosa “ma daver davera?”

 

La osservavo accentuando con l’espressione del viso la tristezza che tutta la situazione spiacevole mi stampava addosso ma non riuscivo a bloccare la compiaciuta retorica gastronomica tipica delle casalinghe della grassa Bologna. L’aspirante suocera mi squadernava l’elenco degli ingredienti.

Cercai di smontare questa allegrezza fasulla: “No, non è della scuola che sono stanco e annoiato. Anzi, insegnare mi piace”

“Oh bella! Allora di cosa? Non sarà mica stanco di vivere?” domandò con una sfumatura aggressiva sperando di dissuadermi dall’intento che oramai aveva capito.

“Sono stanco di deludere persone migliori di me. Mi sopravvalutano, si aspettano troppo e mi danno sensi di colpa”.

Appena ebbi detto queste parole cui non era facile rispondere con una banalità elusiva, mentre la madre dava segni di imbarazzo, entrò la figlia arzilla come una ragazzina, e fervente di una contentezza chiaramente forzata. Sospettava anche lei la fine di tutto.

“Ciao Ghiso-trillò- Oggi ho chiuso i conti di un reparto. Il personale  va tenuto d’occhio. Tu che cosa hai fatto di inutile e bello nel pomeriggio,  divina cratura? Hai corso, pedalato o studiato?”

“Tutte e tre queste cose che devo ogni giorno a me stesso”

“E a me non devi niente?”

“Sì certo. Ti devo gratitudine per quanto c’è stato tra noi e la verità sulle mie intenzioni”.

Esculapia non raccolse le ultime parole, anzi le ignorò o finse di ignorarle perché non voleva sentire subito tutta quanta la verità. Preferiva l’oscura latenza.

Sicché  riprese a parlare ritornando alle corse e alle pedalate che avevo dichiarato: “adesso dunque avrai una gran fame. Chiamo il babbo e cominciamo la cena” . Non disse ultima cena , eppure doveva avere capito che non ce ne sarebbero state altre per noi due insieme.

“Vuoi lavarti le mani?”, aggiunse e se ne andò senza aspettare risposta. Era una donna restìa ad ascoltare. Preferiva parlare cercando sempre di imporsi. Cosa antierotica al massimo. Me ne ribellavo già da bambino rispetto alla mamma biologica e alle zie mamme vicarie. Tutte e quattro imperiose. Ho imarato da loro a non voler ricevere né dare ordini prentori.

La madre di Esculapia era già in cucina. Rimasi qualche minuto da solo, senza impazienza. Il babbo era la persona più interessante della famiglia: faceva il maestro elementare  e parlava del nostro lavoro di educatori  con entusiasmo e vivo interesse per la formazione mentale dei bambini. Il lavoro dei maestri mi ha sempre incuriosito, per via delle zie maestre elementari all’estero nel ventennio, e mi dispiace il fatto che nei miei  tanti decenni  di insegnamento  non abbia mai avuto occasione di educare anche i bambini delle elementari. L’unica scuola dove non ho mai insegnato.

Il  bravo maestro dunque entrò  nella sala da pranzo e ci salutammo con simpatia. Sentivamo di essere persone dello stesso stampo. Parlammo per diversi minuti di buona scuola. Quindi fecero il loro ingresso le due nutrici: la madre portava sulle mani, trionfalmente, il vassoio colmo di pastasciutta fumante. La figlia teneva sulle braccia il secondo ricco di carne e contorni vari. Il pane e le bevande erano già sulla tavola.

Cominciammo a mangiare. Il sughino in effetti era buono: non oscenamente grasso come usa a Bologna. Osservando e ascoltando il maestro che parlava di scuola e di educazione con intelligenza e competenza pensai che Esculapia si era interessata a me per una certa somiglianza spirituale che avevo con il padre suo.

Quando interrompemmo il nostro discorso per lasciare spazio alle donne che non sembravano interessate a parteciparvi, il dialogo cambiò tono del tutto: che tempo faceva, quant’era buona la pasta, se il formaggio ci stava bene, quanto crescevano i prezzi: perfino le patate erano rincarate terribilmente. Mi sembrava di essere passato dal Simposio platonico alla cena di Trimalchione.

A un certo punto però Esculapia mi obbligò a prendere una posizione precisa nei popri confronti davanti al babbo e alla mamma.

“Bene, Giovanni Ghiselli-cominciò solennemente dopo un momento di generale silenzio-dimmi quali sono i tuoi piani per il nostro futuro”

“Temo che non abbiamo un futuro insieme-risposi- siccome non ci sono  interessi comuni tra noi: per giunta io voglio darmi completamente allo studio dei classici e all’educazione degli adolescenti”

“E questo dedicarsi tutto alla scuola basterà a riempirle la vita?” intervenne la madre

“Sì, mi terrà occupato ogni pomeriggio feriale e le giornate festive dalla mattina alla sera esigendo tutto il mio tempo. Per diventare un educatore di ottimo formato come suo marito, adesso devo rivendicarmi a me stesso”.

La citazione di Seneca, che il maestro conosceva, voleva sottolineare il  significato morale della mia scelta.

Il babbo allora mi domandò: “come mai lei e la mia figliola in tre mesi di frequentazione non avete trovato uno scopo comune? Forse non vi piacete o non vi stimate abbastanza”.

 “I nostri rispettivi interessi sono talmente lontani tra loro che non troviamo argomenti comuni, e questo a lungo andare ci ha allontanati l’uno dall’altro”

“Allora smettete di frequentarvi presto e del tutto” -suggerì il padre-

“ perché in tale rapporto perdete tempo e vi rendete peggiori a vicenda”.

“E’ proprio così, ma di questo voglio parlare più tardi da solo con la vostra figliola  se permettete”.

Quindi lasciammo cadere questo argomento e seguitammo a cenare parlando del più e del meno.

 

 L’Addio a Esculapia

Uscimmo da casa sua insieme per l’ultima volta. Quando finalmente riebbi sopra la testa la grande apertura del cielo, le dissi che non me la sentivo più di fare l’amore con lei perché mi ero innamorato di una collega con la quale avevo più interessi in comune, più parole da dire e cose da fare.

Dissimulai tacendole il fatto che Ifigenia era più bella, più fresca in tutti i sensi e mi piaceva molto di più.

Esculapia ribattè che sarebbe stata felice se avessi contraccambiato il suo amore. L’aveva sperato perché una volta quando le ero accanto nel letto, avevo sussurrato “tesoro”.

Quindi si intenerì e versò alcune lacrime.

Probabilmente quella volta  pensavo a Ifigenia ma non glielo dissi.

“Non te la prendere- cercai di consolarla- non eravamo fatti l’uno per l’altra. Siamo orientati in direzioni diverse”.

“Sarà così Ghisus, ma io volevo il tuo amore perché tu non sei una canaglia”.

“Credo che il mio bello stia nel fatto che non do importanza al denaro. Mi basta lo stipendio statale per modesto che sia: non ho mai fatto ripetizioni pagate togliendo tempo alla preparazione delle lezioni che devo ai miei studenti della scuola pubblica. Io sono sono per il bene pubblico, non sono capace di una vita familiare”.

“In effetti su questo non mi trovo d’accordo con te”

“Per me invece la vita politica è una scelta irrinunciabile. Sono proprio incapace di una vita privata”.

“Ho capito-concluse-addio: sei una persona cara  e pure gratuita”.

La accarezzai e salutai. Me ne andai senza rimorsi né rimpianti.

 

Pensavo ai miei studenti quattordicenni, a Ifigenia venticinquenne, giovani ancora educabili, recuperabili a una vita bella e morale. Dovevo educare anche me stesso: eliminare i residui di meschinità lazzarona che mi rimanevano addosso dagli anni precedenti, passati non tutti santamente come sai bene lettore  che mi segui da tempo. I giovani che si affidavano a me sarebbero diventati creature, opere mie e dovevo farne dei capolavori. Ne avrei potenziato le qualità naturali, li avrei condotti ad amare la vita. “Questa è l’etica senza la quale non può darsi felicità né pace”, pensavo.

Fu un momento di lucidità che verrà offuscata diverse volte nel tempo a venire, come vedrai, caro lettore, amico e quasi complice mio.

 

Bologna 15 marzo 2026, ore 11, 11 giovanni ghiselli 

p. s.

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Ifigenia XVIII. “Hai tre amanti e non ne ami nessuna”. Parole meritevoli di riflessione. Chi è l'Anticristo?


 

Durante il primo mese ci si incontrava nel pomeriggio in casa mia soltanto un paio di volte la settimana per brevi concubiti, pur arrivando sempre almeno alla sufficienza da noi assegnata a tre tripudi. Ciascuno condiviso: tre a testa dunque.

Ifigenia doveva eludere la sorveglianza sospettosa del cane tricipite  dai sei occhi che la sorvegliavano sospettosi. Quando costui era in casa e lei voleva uscirne, la bella moglie si inventava che doveva comprare un libro, o un quaderno, o del latte di cui aveva detto di soffrire la mancanza dopo averne versato una bottiglia intera nel cesso e aver tirato lo sciacquone non senza dire : “così impari!”

 Questo mi raccontava compiaciuta e io l’approvavo magari financo battendo le  mani. .

Si era persino cantato insieme: “Fatti mandare dal marito a prendere il latte”|

“Oh, l’empietà, quanto cinismo!” penserete voi, onesti lettori.

Di fatto questi erano ghiribizzi suggeriti dalla lussuria soddisfatta.

 A me quella donna piaceva assai, tanto che la trasgressione mi pareva giustificata. Invece non mi andavano più a genio le altre due  con le quali non raggiungevo nemmeno una sola replica quando, per abitudine, ne accoglievo  una in casa dove talvolta la visitatrice si fermava anche per un paio di ore.

I riti sacri a Venere dalle magnifiche natiche e cosce erano sempre più dedicati a Ifigenia. A parte la sua somiglianza con la dea callipigia, con lei avevo il maggior numero di interessi e scopi comuni, e, soprattutto, un desiderio di fare l’amore oramai quasi incapace di includere altre.

 Ogni giorno di più sentivo che mi sprecavo e contaminavo la mia identità di persona tendenzialmente logica continuando a condurre nel talamo dei tripudi entusiasti con Ifigenia,  due  figure che non mi piacevano più.

Non piangevo sulla riva del mare come Odisseo stanco di Calipso nell’isola Ogigia posta sull’ombelico del mare  solo perché a Bologna il mare non c’è.

Una sera dopo avere accompagnato a casa la più simpatica delle due mi dissi: “queste non mi convengono né mi si addicono. Non decet Ioannem talis triplex concubitus.  Unus est satis.  Vero è che per un paio di mesi Esculapia e Pinuccia mi hanno fatto comodo ma ora mi fanno solo perdere tempo, e mi sottraggono energie da dedicare alla più degna. Devo lasciarle, con le buone possibilmente”.

Questo proposito mi divenne ancora più chiaro quando una sera Ifigenia che sapeva delle altre due mi disse: “Tu, sei nervoso siccome hai tre donne e non ne ami nessuna.

Stavo per risponderle: “infatti non mi fido di nessuna” ma tacqui e mi limitai a un mesto sorriso che voleva significare: “cerca di compatirmi:  un pover’uomo sono.

 Rimasto solo  però, decisi che quella sera stessa avrei allontanato per sempre dal letto mio la meno simpatica delle due ganze  diventate superlue e noiose.

 

Bologna  15  marzo  2025 ore 10, 15 giovanni ghiselli

 

p. s.

Zefiro è tornato. Ora aspetto il garbino

E’ arrivata la luce dopo diversi mesi di carenza.

Ora aspetto il lieber Südwind che  noi Pesaresi chiamiamo “garbino”. Ai miei concittadini  generalmente non piace, al punto che ripetono: “Non si respira!” Io lo amo: penso che sia l’espirazione di un dio benefico che favorisce la vita. Ma gli uomini, si sa, preferiscono la tenebra e il freddo perché così possono celare i loro difetti e le loro opere non tutte né sempre buone.

L’Anticristo

Un tal Peter Thiel agita il problema dell’Anticristo. Chi è? Trump, Netanyahu, Zelensky, Putin? Lo è chiunque considera le  creature umane quali pezzi di materia da usare come combustibile per i loro affari. Lo sono atato anche io quando ero più giovane, molto più giovane e assai meno buono.

 

 

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