martedì 7 aprile 2026

Ifigenia LXXIX L’amore nel mare colore del vino.


 

Mercoledì 4 luglio Ifigenia in forma splendente venne a Pesaro per fare l’amore con me. Non si poteva nella casa delle zie le quali del resto la accolsero decentemente. Quel giorno parlammo senza fraintenderci delle nostre vite e delle letture fatte nel frattempo, poi giocammo, nuotammo, remammo e verso la sera facemmo l’amore nel mare che al tramonto assumeva il colore del vino. Questa era l’attività che ci riusciva meglio di ogni altra.

La bella ragazza era piena di luce: scintillava sulla sabbia, rifulgeva sopra e dentro l’acqua salata, e dopo il tramonto mandava lampi di gioia nella notte ingentilita da uno spicchio sottile di luna. Alle otto di sera la spiaggia era quasi deserta: sulle cabine chiuse, sull’umida sabbia, sulle sdraie ripiegate, sui mosconi allontanati dall’acqua, si stendevano lunghe le ombre degli alberghi costruiti pazzamente a pochi metri dalla rena marina. Ifigenia aveva un costume di colore carneo che metteva in risalto l’abbronzatura e la compattezza  della sua pelle.

Mezz’ora più tardi sulla spiaggia non c’era anima viva e la ragazza propose: “Vieni, andiamo a fare l’amore nell’acqua simile al vino”.

L’invito mi piacque assai, però domandai:

“Come si fa?”

“Come fanno i pesci”.

Pensavo che poteva essere scomodo e difficoltoso un concubito subacqueo oltre che irregolare e proibito, però se non l’avessi fatto quella sera con la splendidissima giovane che me l’aveva chiesto, forse non avrei avuto un’altra occasione di provare tale esperienza che poteva allargare la mia coscienza.

 Sicché entrammo nell’acqua del mare che non era calda, anzi faceva accapponare la pelle.

“Hai la pelle d’ochina”, dissi per esorcizzare quel freddo con una canzonatura. Ridemmo, poi, per scaldarci, nuotammo fino agli scogli antistanti. Fare l’amore lì sopra non si poteva: era troppo scabroso.

Dove non toccavamo il fondo non era possibile, per mancanza di appoggio.

Allora tornammo verso la riva deserta. Il sole, tramontato dieci minuti prima dietro l’alta terrazza di un albergo sovrastante la spiaggia, era risorto a sinistra dell’edificio e aveva aggiunto un tocco di arancione al mare rimasto tuttavia cupo, denso e capace di tenere celata la nostra impudicizia che poteva spiacere a chi ci avesse visto dalla banchina o dagli alberghi vicini. Avrebbero potuto chiamare dei vigili che non sarebbero stati lenti a punirci.

 Ci fermammo dove l’acqua ci arrivava alle spalle: a metà strada tra  gli scogli scabri della scogliera irta di cozze e la rena asciutta.

Ci togliemmi i costumi sistemandoli intorno alle braccia. L’acqua ci dava carezze lascive: senza difficoltà pentrai nella giovane donna come un pesce boccheggiante, muto e senza pensiero.

Arrivato alla base del fianco occidentale dell’albergo follemente edificato in prossimità dell’acqua, il sole , sgonfio oramai di luce e calore, sembrava una palla rossiccia gettata via da un bambino, che stanco di giocarci, per spregio l’aveva lanciata da una finestra. 

 

 

 

 Il bagnino Virgilio. Portitor horrendus terribili squalore.

 

A un tratto l’aria immobile del crepuscolo fu attraversata da un urlo orrendo. Nell’oscurità che avanzava da oriente vedemmo avvicinarsi  a colpi di remi il vecchio bagnino Virgilio che alla fine degli anni Quaranta mi aveva insegnato a nuotare ma con il volgere delle stagioni il tempo lo aveva mutato, dal giovanotto simpatico che era, in un vecchio misantropo sempre arrabbiato. Si avvicinava maledicendo la nostra inverecondia sfacciata. La bocca lanciava  grida  minacciose e appariva come una squarcio nel viso deformato in  maschera tragica.

Ifigenia spaventata da quella figura infernale stava scivolando sott’acqua ma rabbrividiva anche per il  freddo ed evitò l’immersione afferrando il laccio di cuoio che lei stessa mi aveva cinto al collo come simbolo di legame amoroso. L’avrei tagliato all’alba del 13 giugno del 1981 quando il piccolo Alfredo moriva nell’orribile pozzo dove era caduto. Caduta dolorosa e significativa di tanti precipizi. Verso le tre di quella notte fatale sarei entrato nella cucina sporca di piatti unti e avrei tagliato quel vincolo oramai sfilacciato. Quindi, per schiodarmi del tutto dalla croce del mio pur necessario martirio,  avrei preso la bicicletta e sarei salito su per la Futa fino a Monghidoro dove sarei entrato in chiesa a chiedere di sopravvivere. Dio mi esaudì. Questo sarebbe successo due anni più tardi.

Il 4 luglio 1979 invece il nostro legame era ancora robusto, sia pure per poco, e non lasciò che Ifigenia cadesse sotto l’acqua.

“Ti amo-disse-. Se non ci fossi tu, perderei l’equilibrio” 

“Ma io ci sarò finché tu vorrai restare in piedi con  me”.

Parole che si dicono quando si sente la fine che si avvicina con piedi già piuttosto veloci.

Intanto il demente si avvicinava remando in posizione eretta. Mi venne in mente Caronte: traghettatore orrendo di terrificante squallore.

Era infuriato. Tendeva in avanti e piegava indietro freneticamente le braccia muscolose nonostante l’età. Già alquanto vecchio ma cruda e piuttosto verde la sua vecchiezza era ancora. Sembrava un grifone che agita le ali e apre il becco bramoso di sangue. A un tratto però giunse il disincanto, sicché demitizzai la figura primordiale e riconobbi il maestro di nuoto diventato con i decenni un vecchio mezzo matto, un sinistro rompiscatole. Rassicurai anche Ifigenia, quindi rimettemmo al loro posto i costumi e tornammo sulla riva oramai oscurata quasi del tutto. Virgilio stava tirando il moscone sulla sabbia, non lontando da noi. Alzai una mano in segno di saluto. Allora il volto del vecchio tornò a essere umano e abbozzò un sorriso benevolo che mi rese contento e contraccambiai.

Infine Virgilio eseguì due passi di danza con grazia inusitata.

 Oggi ho cercato di rendere ogni mossa con parole assolutamente

 necessarie e abbastanza precise.

Bologna 7  aprile 2026  ore 10, 37 giovanni ghiselli

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L’età della pietra e del ferro. La compiuta peccaminosità.


 

Trump minaccia di far regredire l’Iran all’età della pietra. Sicuramente non sa che la civiltà persiana dalla quale gli iraniani almeno in parte discendono è antichissima e nobile. Erodoto nel V secolo avanti Cristo racconta che nel VI secolo avvenne tra i nobili persiani un dibattito costituzionale e uno di loro, Otane, propugnò l’isonomia ossia l’uguaglianza davanti alla legge,  prodromo della successiva democrazia ateniese.

L’età della pietra con gli stermini dei popoli, le carneficine di persone inermi compresi i bambini, le distruzioni di case, ospedali, musei sono opere di queste guerre volute e sostenute anche da Trump che minaccia l’età della pietra agli altri mentre la impersona lui stesso con i suoi complici, sostenitori e alleati che ora vanno diradandosi anche negli Stati Uniti.

L’età della pietra e quella del ferro, l’era della compiuta peccaminosità è già presente in tante parti del mondo.

Bologna 7 aprile 2026 ore 10, 19 giovanni ghiselli

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Ifigenia LXXVIII . La recita dei due mimi e i gusci vuoti della loro retorica a Misano.


 

Domenica primo luglio le zie mi aspettavano a Pesaro, Ifigenia a Misano, una trentina di chilometri prima.

Partìi da Bologna assai presto per l’impazienza di vedere non tanto le due aspre vegliarde mie benefattrici del resto, quanto la giovane amante e collega che mi aveva infuso via via amore, dolore, sospetto e pure la gioia della bellezza. A questo catalogo si sarebbe aggiunto un grumo aggregato in maniera talmente  disomogenea che non trovo una parola in grado di significarlo.

Intanto però ero certo che alle zie mancava la mia presenza ed ero sicuro di essere accolto bene. Le due sorelle di mia madre, le due più anziane figlie della nonna già morta, erano contente della mia visita a Pesaro: mi avevano aiutato come fossi stato il figlio che non avevano avuto, un nipote e pupillo di cui erano compiaciute perché simile a loro nel prendere la scuola a cuore come la prima delle mia amanti ; Ifigenia a sua volta mi aveva preso quale maestro che le indicasse un metodo per procedere sulla via della vita. Questo credevo e forse c’era qualcosa di vero, ma c’era anche altro. Non mi era chiaro che cosa fosse.

Mi ero svegliato presto: la novità della situazione, degli ambienti dove avremmo recitato per diversi giorni le nostre scene mi infondeva emozioni diverse e indefinite.  Le zie erano benefiche ma volevano condizionarmi, limitare la mia libertà; Ifigenia voleva essere amata e pure utilizzarmi: fino a spargere il mio sangue per terra, temevo. Ora so che  ne avevo ragione. Non era del tutto gratuita come Elena che voleva solo essere amata e amarmi per un mese in tutto. La bella finnica, coetanea, amante e amica, voleva prendere e darmi  amore e amicizia  non senza  eleganza e intelligenza.

 Questa mulier augusta è stata ed è sempre rimasta per me la donna ideale.

 

Partìi da Bologna che erano solo le sette ma il cielo era già allietato dalla luce e dai voli  degli uccelli vispi e canori .

L’appartamento preso in affitto da Ifigenia era al piano terreno: la piccola porta d’ingresso e le anguste finestre erano oscurate da una  scala a due rampe  addossate alla facciata verde della casetta: il sole nel mese di luglio, nei primi giorni di luglio, si affacciava con stento nei locali interni soltanto dalle dieci alle due del pomeriggio.

Gli odiatori della luce, dato che le loro opere sono malvagie, penseranno che quel buio era una fortuna d’estate; io invece vi lessi un annunzio di prossimi danni e ne fui rattristato. Il mio amore poteva appunto intristirsi in quell’ombra. Pensai che non l’avremmo fatto lì dentro.

Il fatto è che quella donna non mi convinceva del tutto.

 Ifigenia mi invitò a entrare nella camera dove si stese su un letto. Prese in mano il bambolotto, lo accarezzò e disse: questo non è un pupazzo bensì  il supplente vicario della tua presenza in questi giorni.

“Sono mezzo scolastico, mezzo papale”, pensai.

 “Ma ora tu sei qui grazie a Dio”, concluse. Dette queste parole, lanciò lontano il fantoccio che mi avrebbe sostituito, alzò un  trillo, poi mi  abbracciò e baciò. Mi strinse le spalle, poi appoggiò una mano mia sul petto suo per farmi sentire il palpitare affrettato del cuore, come del resto faceva ritualmente ogni volta che ci incontravamo dopo una separazione anche breve. Oramai era solo un gesto retorico.

 Disse che il desiderio assillante di vedermi arrivare non l’aveva lasciata dormire tutta la notte. Quindi aggiunse che quel bambolotto  era stato l’unica consolazione  sua durante la mia assenza.

Mi scrutava per vedere se mi lasciavo prendere dalla sua rete.

 

“Una rete (a[rku~) è la compagna di letto (hJ xuvneuno~)” ricordai[1].

 

 La osservavo anche io e riflettevo, e rammentavo, e confrontavo come faccio quando leggo i testi e li studio. Notavo che le sue fessure oculari erano delle feritoie: nascondevano qualcosa dietro le parole del copione recitato.  Ricordavo per contrasto più che per somiglianza le fessure tartare delle finlandesi e rimpiangevo il loro parlare significativo e l’ agire  privo di scene.

Vero è pure che c’era una perfetta simmetria nelle braccia, gambe, natiche e seni di Ifigenia. Anche troppa. Mi venne in mente che nemmeno  le colonne dei templi greci  presentano una regolarità assoluta, una concinnitas perfetta.  Ero maldisposto e malevolo verso la mia amante.

Volevo andare via e forse anche lei. La commedia era finita ed era stata un fiasco. A nessuno dei due era venuta la voglia di comunicare sul serio. Un segno brutto assai. Le parole dette erano gusci vuoti.

Camminammo verso la riva marina mentre il sole saliva su per la ripida erta del cielo mattutino e faceva retrocedere tutte le ombre riempiendo di luce e calore ogni strada. Pensai che l’Olimpo ha le  radici nel buio dell’Ade. Quando fummo arrivati sulla spiaggia, la distesa marina che rifletteva quel fulgore abbagliante mi sembrò un grande scudo disteso dalle Nereidi per proteggersi dai raggi canicolari mentre danzano imprimendo sulla rena le bellissime orme dei loro agili piedi.

“Devo partire: “ a Pesaro mi aspettano le zie per il desinare del tocco”.

Significa per il pranzo dell’una. Usai il toscanismo di casa per significarle che con quelle donne avevo comunque molto in comune e mi stavano a cuore.

 Finalmente Ifigenia disse parole sensate: “non permettere che diano giudizi sul mio conto”

“Nemmeno sul mio ”, risposi, “ma consigli  possono darne”

 

Bologna 7 aprile 2026 ore 9, 36 giovanni ghiselli

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[1] Eschilo, Agamennone,  1115)

 


Ifigenia LXXVII. L’innamorato impazzito aspetta chi lo fa aspettare perché non lo ama e vuole sottometterlo


Ifigenia è un nome circondato da un alone letterario;  quello di Helena,  la finlandese amata nel 1971, è anche sacro.

Mi accingo a procedere nel racconto della storia con la bella italiana. Cercherò di rendere interessante quanto di personale scrivo, in modo che nei miei amori ogni lettore esperto di eros possa riconoscere qualche cosa dei propri.

La sera del 30 giugno Ifigenia con una coppia di amici suoi e con il suo bambolotto più caro, chiamato giannettino, partì per Misano dove avrebbe passato il mese di luglio in una casetta presa in affitto, e sulla spiaggia gremita.

Rammento bene quella piccola casa perché ci sono stato un paio di volte, poi mi tornava in mente quando ero a Debrecen dove non cercavo l’amore come negli anni passati, bensì affaticavo il cervello chiedendomi perché Ifigenia non mi scrivesse, o per quale altra ragione non arrivasse l’espresso promesso.

Ora so che l’innamorato aspetta sempre con ansia chi lo fa aspettare perché non è innamorato. “Fare aspettare: prerogativa costante di qualsiasi potere”[1].

Ho imparato a non aspettare più quello che non dipende da me.

Allora pensavo  all’amante nella sua stanza, o nella cucina a bere il caffè dopo il riposo nel letto, non agitato, speravo, e scosso  dall’amante o gli amanti delle vacanze.

A quella casetta prossima al mare indirizzavo la posta ogni giorno  senza ricevere mai l’agognata risposta. Come succedeva con la mamma bella e bruna negli anni Cinquanta quando ero a Moena con la zia Giulia, e la madre mia si trovava a Pesaro dove spedivo lettere e cartoline senza ricevere mai nulla da lei. Accadrà di nuovo con Päivi dopo la mia visita in Finlandia nel settembre del 1974 e l’aborto mai comunicato.

“La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta[2]. Dopo Päivi e la figlia mancata non mi sono più innamorato.

Helena Augusta invece mi scrisse presto  e mi rese conto di quanto aveva deciso.  Lasciandomi solo, libero e con buoni ricordi del nostro amore.

 Ecco perché è diventata la suprema, la sublime tra le donne amanti incontrate in questa vita mortale. Non mi ha mai ingannato. Un’eccezione.

 

A mano a mano che i giorni passavano e la posta promessa non arrivava, si ripeteva l’antico dolore del bambino che si sente abbandonato, sicché  il silenzio ostinato  riapriva la ferita, e l’amore per Ifigenia diveniva ogni giorno più brutto, ulcerato con un’infezione che generava  dolore, risentimento, rancore. Sapevo già, ma non volevo ancora ammetterlo con tutto me stesso, che non rispondere  significa non amare la persona in attesa, siccome ci sono altri piaceri da ricevere e dare.  Avrei dovuto approfittarne per fare altre esperienze anche io, se fossi stato meno demente. A Debrecen in luglio e agosto c’era una tedesca di Berlino est che mi corteggiava assiduamente e mi piaceva, ma la frequentavo solo da amico. Tra l’altro questa ragazza aveva un eloquio, pur in inglese, più ricco di contenuti interessanti, ossia politici, dello sciocchezzaio sentimentale, falso oltretutto, cui mi ero assuefatto negli ultimi mesi.

Le donne che ci piacciono solo o soprattutto per motivi carnali, dobbiamo prenderle come sono, senza soffrire se non sono colte né intelligenti né oneste come la ragazza madre di Cristo, o Maria Goretti da Corinaldo l’idolo dell’amico evaso dal seminario di Cesena.

Le femmine non sante sono incarnazioni della carne. Volerle diverse da come sono è u[bri~, è dismisura mentale e morale. Al ritorno Ifigenia voleva continuare con me: se avessi avuto una relazione con la germanica, la bionda Silvia,  avrei ripreso a fare l’amore con Ifigenia senza rimuginare troppo. Ma ero mezzo pazzo. E scemo del tutto: in quel mese caddi in balìa del mio côté deficiente evidenziato dalla zia Rina. Sono ancora pentito di non avere trescato con quella ragazzona tedesca che anche solo parlando mi insegnava tanto.

Del resto nei due anni seguenti con Ifigenia ho imparato molto altro sul male da tale maestra esperta di tanti accorgimenti  e di tutte le coperte vie.

 

Bologna 7 aprile 2026 ore 9, 09. giovanni ghiselli-

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[1] Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, L’attesa

[2] Roland Barthes, Op. cit. ibidem


lunedì 6 aprile 2026

Ifigenia LXXVI. Le due carissime amiche di Carmignano di Brenta.

 

Il 29 giugno  andai a Carmignano di Brenta senza curarmi dei santi  del giorno: il Pescatore e  Polo [1], dato che io venero l’onesto Giovanni non quale immagine già impressa nel fiorino di Firenze, città di cui era ed è tuttora patrono, bensì quale profeta  che criticava  il potere con tanta efficacia che questo lo trasse al martirio.

 

Tornavo nel paese della scuola media dove avevo insegnato per cinque anni: dal 1969 al 1974. Anni contrassegnati dai termini estremi  del primo quinquennio segnato da stragi: quella di Milano dico, e  quella di Brescia.

Per me tuttavia non fu un periodo di regresso.

A Carmignano di Brenta conobbi due belle persone Luciana e Antonia, una figlia spirituale e una mamma vicaria. Con entrambe c’è stato un rapporto di affetto, di intelligenza, di generosità durato decenni. Insomma ci siamo voluti  bene e aiutati  a vicenda.

 

Quando iniziai a insegnare quasi  10 anni prima della giornata che sto per raccontare io avevo 25 anni ancora da compiere, Luciana era una scolara di prima media, la più intelligente della classe, una bambina di 11 anni già capace di pensare in modo originale. In novembre compresi il suo genio quando scrisse non banalmente un tema dal titolo banale: “Tue impressioni sull’autunno”. La piccola allieva seppe trovare mito e poesia nella stagione che per me è sempre stata la più difficile da vivere.

Descriveva la caduta di alcuni chicchi di uva nel fango di una pozzanghera dove imputridivano, come ogni cosa se non viene impiegata per il bene dell’uomo. Non ricordo le sue parole una per una, ma formavano un quadro che raffigurava una visione, un’ ijdeva. Provai ammirazione per l’alunna geniale.

Ora la vedo con gli altri bambini di quella mia classe più antica e cara in una fotografia del giugno 1970: era l’ultimo giorno di scuola e noi siamo allineati davanti al grande tempio cristiano nella lunga piazza assolata. Luciana è una biondina chiara di pelle come molti da quelle parti, tanto che gli allievi maschi mi chiamavano affettuosamente “ marochin” per il mio essere niger tamquam corvus nei capelli, nei baffi e nella pelle molto abbronzata. L’allieva assai dotata di mente si trova accanto a me alla mia sinistra per chi guarda la foto. Io sono vestito di lino bianco, snello, in ottima forma. L’estate mi potenzia al punto che in questa stagione, la meno dolente, sono me stesso molto più che nelle altre. Guardo la macchina fotografica, sorrido cosa che faccio di rado davanti al fotografo, e sono piacente se non proprio bello, un lepido moretto sono solito definire il mio aspetto prima dell’incanutimento del resto iniziato dopo il traguardo dei Settanta anni  e non ancora compiuto grazie all’eredità genetica  del nonno materno Carlino Martelli da Borgo Sansepolcro. Dicono che la lunga persistenza del colore giovanile risalga alla stirpe etrusca che colonizzò la Toscana.

Mi rivedo in mezzo agli allievi, grato a quei bambini di avermi fatto imparare più di quanto avevo insegnato. Disco dum doceo. Nella piazza piena di sole a mezzo il giorno dalle ombre minime, sono contento.

Ho il volto illuminato dalla vita.

 Ho la coscienza giovanilmente fiera di avere insegnato la dignità dell’uomo, la bellezza della letteratura e della nostra stirpe umana, il dovere della nobile lealtà, della semplice e solida onestà, della preziosa gratitudine, del generoso impegno in favore del prossimo, del rispetto per ogni creatura, e di avere imparato da loro che l’amicizia affettuosa è il valore supremo della nostra esistenza, che l’ignoranza e l’egoismo sono nemici dell’umanità.

 Un giorno, pensavo quel 10 giugno, un giorno non troppo lontano, una donna geniale mi amerà ricambiata e insieme faremo qualcosa di bello, di nobile e grande per il genere umano. Allora avevo già conosciuto una ragazza ventenne di buon formato,  un’Elena  studentessa di Praga dove ero andato nel maggio meraviglioso del 1968 grazie uno scambio di collegi universitari.

Noi giovani in quella primavera fatata avevamo fiducia nel futuro.

Avevo dunque già amato un’Elena. Ma il tempo e la distanza me la tolsero. Altre donne del mio stampo però contavo di incontrare. Tale presentimento non era vano. Infatti due anni più tardi incontrai un’altra Helena, finnica questa e più matura. Eravamo circa coetanei: tra i 26 e i 27 anni. I casi della vita mi avrebbero tolto anche questa Helena, una domina Augusta. Poi altre due finlandesi, Kaisa e Päivi, come sa chi mi legge. Poi diverse altre. Diverse italiane tra queste.

 Luciana con il tempo sarebbe diventato un’amica benvoluta e stimata.

 Nel giugno del 1969 dunque - aveva 21 anni- andai a trovarla e le parlai della mia relazione problematica, instabile, spesso angosciosa con la bella collega di Bologna. Disse che non sarebbe durata. “Perché?” domandai. Non era  una domanda retorica. “Perché non ha l’intelligenza né la sensibilità, né l’educazione che tu cerchi, hai sempre cercato in ogni donna. Se avesse queste qualità tu non avresti l’angoscia. Inoltre sai bene che l’amore quando pone dei dubbi non funziona. Me l’hai insegnato tu”.

 

“E tu come stai?” le chiesi. Sapevo che studiava architettura a Venezia ed era brava. Mi disse che faceva di tutto per conseguire la bellezza e la bontà che proponevo alla  classe quando era bambina.

“Anche io non dimenticherò mai quanto ho imparato da te” promisi.

Siamo sempre rimasti in  un contatto di vera amicizia  da allora. La bella copertina del mio libro Tre amori a Debrecen è sua, di Luciana.

 

Quindi andai a trovare un’altra carissima amica: Antonia.

Era ancora la vicepreside della scuola media dove mi aveva aiutato e protetto dalla malevolenza del preside. Per fortuna il factotum della scuola era lei. Ma non fu solo per questo che diventammo amici. Sebbene fosse una donna di una generazione precedente la mia, e fosse sempre vissuta in quella Vandea che era allora il Veneto profondo, e nonostante discordasse dalle mie idèe  politiche, aveva un’intelligenza e una sensibilità tali che le consentivano di  capire e apprezzare le mie qualità ancora solo abbozzate, quindi  mi aiutò a svilupparle, mentre  con i suoi consigli appropriati poneva un freno al mio esibizionismo alle mie intemperanze giovanili. Nei primi tempi mi ribellavo, poi la ascoltai. Questa amica mi ha fatto del bene più di tante amanti.

Su Ifigenia però quel giorno fece un errore. Disse che non dovevo sciupare quell’amore pur difficile con un’avventura estiva di poche settimane a Debrecen perché l’inverno a Bologna sarebbe stato triste e desolato  senza il luminoso calore della ragazza che aveva potenziato il mio tono vitale e migliorato il mio aspetto.  L’ottima amica però questa volta sbagliava perché la mia fedeltà mantenuta a Debrecen nel mese di agosto in qualche modo non venne contraccambiata, e l’inverno successivo a Bologna sarebbe stato cupo e desolato proprio per l’assidua presenza al mio fianco di quella giovane donna non più radiosa e ridente come era stata nei momenti migliori, bensì triste, spenta, noiosa e deprimente. Tanto che mi sarei invaghito di un’altra supplente.

 

 

Nota

 1 Io ho fermo il disio/ sì a colui che volle viver solo/ e che per salti fu tratto al martiro/ ch’io non conosco  il pescator né Polo” Dante, Paradiso, XVIII, 133-136

 

 

Bologna Pasquetta 2026 ore 19, 20 giovanni ghiselli.

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[1] Io ho fermo il disio/ sì a colui che volle viver solo/ e che per salti fu tratto al martiro/ ch’io non conosco  il pescator né Polo” Dante, Paradiso, XVIII, 133-136


Le Metamorfosi- Ovidio, Apuleio, Machiavelli, Kafka.


 

Ovidio ha scritto il poema cosmologico in esametri Metamorfosi in quindici libri (2-8 d. C.)

La somma dei tanti versi di questo lungo poema si trova nell’ultimo libro: “…nihil est toto, quod perstet, in orbe./ Cuncta fluunt, omnisque vagans formatur imago” (XV, 177-178), non c’è niente che resti fermo nell’intero universo. Tutto scorre e ogni immagine si forma fluttuando. Le trasformazioni dunque sono un fatto di natura e avvengono kata; fuvsin.

 

Nell’Asino d’oro, Metamorfosi di Apuleio (seconda metà del II secolo d. C.) la trasformazione di Lucio in asino è reversibile: Lucio torna a essere uomo dopo avere rivolto una preghiera a Iside: L’asino si sveglia di notte e vede la luna, immagine di Iside e la prega, attribuendole molti nomi. Chiede di deporre diram faciem quadripedis e di renderlo a se stesso redde me meo Lucio (11, 2), rendimi al Lucio che sono.

 

Anche Machiavelli ha scritto un Asino d’oro (L’Asino, 1517) .

Qui troviamo un uomo trasformato in un porcellotto grasso che potrebbe riavere la forma umana ma non la vuole più.

 

“Alzò quel porco al giunger nostro il grifo

Tutto vergato di meta e di loto

Tal che mi venne nel guardarlo schifo.

Mi conosceva e si mosse verso me mostrandomi i denti

Io fui cortese e dissi “Dio ti mantenga se tu ti contenti”.

 

Poi gli dissero che una donna poteva farlo ritornare uomo.

 

“E fe’ questa risposta-tutto turbato il fangoso animale”

Il quale rifiuta l’offerta: “vanne a tua posta”, per i fatti tuoi.

Vi sbagliate per amore di voi stessi credendo  che non ci sia niente di meglio della vita umana

Noi animali giriamo e andiamo dove stiamo meglio, voi uomini

Voi, infelici assai più che non dico,

gite cercando quel paese e questo,

non aere per trovar freddo od aprico

ma perché l’appetito disonesto

de l’aver non vi tien l’animo fermo

nel viver parco, civile e modesto;

e spesso in aere putrefatto e infermo,

lasciando l’aere buon, vi trasferite;

non che facciate al viver vostro schermo.

Noi l’aere sol, voi povertà fuggite,

cercando con pericoli ricchezza,

che v’ha del bene oprar le vie impedite.

Siete più deboli di tanti animali: un toro, un fer leone, un leofante.e ‘nfiniti di noi molti sono coraggiosi e generosi. Molti sono temperanti

“In Vener noi spendiamo e breve e poco-tempo; ma voi, senza alcuna misura, -seguite quella in ogni tempo e loco-

Mangiamo cose naturali mentre voi “volete quel che non può far natura

Per soddisfare voglie ingorde  andate fino in oriente

Non basta quel che ’n terra si ricoglie, /ché voi entrate a l’Oceano in seno/ per potervi saziar de le sue spoglie” (L’Asino, VIII, vv. 100 ss.).

La nostra incontentabilità.

 

Massimo Cacciari: “ Questa colpa è iscritta tragicamente nella costituzione del nostro esserci, fino a farci apparire gli infelicissimi tra tutti i viventi. Dirà l’amarissimo porco incontrato dall’Asino machiavellico (Asino d’oro, che attraverso la sofferenza viene iniziato al duro sapere, non afflitto dalla ‘asinità’ bruniana): “Non basta quel che ’n terra si ricoglie, /ché voi entrate a l’Oceano in seno/ per potervi saziar de le sue spoglie” (L’Asino, VIII, vv. 100-102). la nostra natura è la vera matrigna, la sua ontologica stultitia che mai ti rende di alcuna natura contento né sazio”. Questa colpa è iscritta tragicamente nella costituzione del nostro esserci, fino a farci apparire gli infelicissimi tra tutti i viventi” (Cacciari, La mente inquieta Saggio su l’Umanesimo, capitolo  quarto, p. 58).

 

Ogni animal tra noi nasce vestito…”sol nasce l’uom d’ogni difesa ignudo-e non ha cuoio, spine o piume o vello,-setole o scaglie, che li faccian scudo (121-123)

Nasce piangendo, poi la sua vita è poca”al paragon di quella-che vive un cervo, una cornacchia, un’oca.

La natura vi ha dato la mano e la favella ma l’ambizione e l’avarizia cancellano quel bene. L’avarizia genera scabbia-rogna

“Nessun altro animal si trova ch’abbia

Più fragil vita e di viver più voglia,

più confuso timore o maggior rabbia.

Non dà un porco a l’altro porco doglia,

l’un cervo a l’altro; solamente l’uomo

l’altr’uomo ammazza, crocifigge e spoglia

Pens’or come tu vuoi ch’io ritorni uomo,

sendo di tutte le miserie privo,

ch’io sopportava nentre che fui uomo

E s’alcuno infra gli uomin ti par divo

Felice e lieto, non gli creder molto.

Ché in questo fango più felice vivo,

dove senza pensier mi bagno e volto” 

(139-151- Fine)

 

 

Infine La Metamorfosi di Kafka (1915)

 Questa è una mostruosità assoluta: senza causa, senza scopo, senza scampo. Gregorio Samsa è trasformato in uno “immenso insetto” che non tornerà mai uomo e verrà lasciato morire dalla sua famiglia. Tutta l’opera di Kafka costituisce più radicale negazione della vita che abbia trovato nella letteratura europea. Magari ci torneremo.

Bologna Pasquetta 2026 giovanni ghiselli.

 

p. s.

 

Ricordo ai miei lettori che lunedì  prossimo, 13 aprile dalle 17, presenterò l’opera di Kafka nella biblioteca Ginzburg di Bologna.

 

 

Questo p  il link per partecipare da lontano al prossimo incontro del 13 aprile: https://meet.google.com/soz-owfm-ehs

 

questo il link della pagina sul sito della biblioteca: https://www.bibliotechebologna.it/events/alle-origini-del-novecento-voci-e-visioni-della-grande-letteratura-europea

 

Biblioteca "Natalia Ginzburg"

Settore Biblioteche e Welfare culturale | Comune di Bologna

Via Genova 10 - 40139 Bologna 

tel. 051/2196074 sezione ragazzi
tel. 051/2196080 sezione adulti

 

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Ifigenia LXXV. Una serata storta.


Disse: “qui non mi terrà Cristo” e corse via”(Machiavelli, L’asino d’oro,  84) 

 

Il 28 giugno andai con Ifigenia a casa di una mia conoscente che ci aveva invitati a cena con altri. Eravamo una decina in tutto. Ci trovammo a passare la sera tra persone quasi medie nella graduatoria socio economica, e meno mediocre in quella culturale: insegnanti, bottegai, proprietari di due o tre appartamenti. Erano infarciti di luoghi comuni e frasi fatte, di pregiudizi e prevenzioni ma credevano di possedere tanta roba, cultura e talento.

Se mi capita ancora, assai raramente, di trovarmi tra persone del genere dichiaro di essere povero, incolto, decrepito, e mezzo pazzo, non senza vantarmi di tale  diversità da quanti sono reputati  normali. Sno piuttosto uomini e donne usuali, persone ordinarie.

Un mendicante dell’amore e della bellezza credo di essere.

 

Questa razza priva di ogni stranezza rispetto a quanto è ordinario ignora i classici. Chi li conosce e li ama secondo loro è un  antiquato, un rottame. Io li prevengo presentandomi come un rifiuto della loro specie.

Borghese secondo me non è , come affermano molti, l’uomo o la donna tradizionale che offre e pretende fedeltà: il valore della lealtà è omerico, è quello della fides latina.

Il borghese tipico è piuttosto l’ a{mouso~   janhvr, l’uomo privo di bisogni spirituali, l’ostile allo spirito. Questo è forse un mio pregiudizio e lo era già allora. Del resto i borghesi non sono tutti uguali e per giunta oggi la borghesia migliore, quella educata se non pure colta, va sparendo. Il suo posto è preso da una razza di affaristi e profittatori semianalfabeti guardati come modelli da una plebe ignorante, la borghesia infima che teme di essere raggiunta dai poveri e li odia. In altri tempi costoro sono stati il braccio armato del regime fascista. La piccolissima borghesia dei penultimi scatenata contro gli ultimi: i poveri comunisti sbeffeggiati a lungo da una ministra con il volto rifatto dal bisturi e indagata per altri imbrogli.

Quanti stanno poco al di sopra degli ultimi e li aborriscono sono la parte peggiore dell’umanità. I borghesi di quella cena antica era gente mediocre, poco significativa ma innocua. Volevo osservarli e studiarli. Ma Ifigenia fin dall’inizio della serata cercò di  impedirmelo richiedendo per sé tutta la mia attenzione: i miei sguardi, il mio udito, senza pause.

Per ottenere alcuni intervalli da quella insana oppressione dovevo scontrarmi contro il suo egocetrismo maniacale senza dare in escandescenze. Mi limitavo a muti rimproveri fatti di occhiatacce e altre espressioni di riprovazione del suo egoismo ottuso e maleducato. Le parole dei commensali a dire il vero non erano interessanti: alcuni dei più loquaci parlavano genericamente o addirittura a vanvera.

 I meno associati mentalmente agli affari e alla roba ragionavano di politica , ma la politica per loro non era tanto interesse per la polis e il bene comune dei cittadini, quanto per il potere e per i potenti tanto ammirati.

 

Mi tornò in mente Sallustio che considera l’ambizione un vizio meno lontano dalla virtù rispetto all’avidità: “Sed primo, magis ambitio quam avarizia animos hominum exercebat, quod tamen vitium propius virtutem erat” (Sallustio, Bellum Catilinae, XI), in un primo tempo più che l’avidità  tormentava gli animi l’ambizione la quale però era un vizio più vicino alla virtù. Si tratta comunque di virtù nel senso machiavelliano poi nicciano: capacità di prevalere senza morale.

 

Ifigenia era disinteressata al modo di pensare di quella gente mentre avrebbe dovuto rivolgerle l’attenzione in maniera che la sua insofferenza divenisse un giudizio cosciente che l’avrebbe salvata dal diventare come loro. Io li osservavo perché volevo giungere a convalidare con un giudizio critico l’avversione istintiva che sentivo per quella razza distante da cultura, buon gusto e pietas. Quia religiosi non sunt [1]. Il  borghese tipico, il vero borghese non tollera l’assoluto.

Allora questo non mi era del tutto chiaro e volevo studiare tale specie. Dovevo però lottare con Ifigenia che cercava di impedirmelo. Ho sempre allontanato chi cerca di ostacolare i miei studi, la principale delle opere laboriose che devo a me stesso. Sicché cercavo di sottrarmi alla molesta ragazza che mi incalzava, pretendeva ogni mio sguardo e parola per sé, impedendomi di rivolgevo domande a questo o a quella.

Rispondevano ripetendo gli stereotipi allora di moda.

Faccio un  esempio:  un tale rispose a una mia domanda sulla felicità  dicendo che essere felice  significa vivere e morire senza rimpianti né rimorsi.

“In greco è eujdaimoniva- provavo a ribattere- un buon rapporto con il proprio demone o destino, cioè con sé stesso”.

“Che cosa c’entra il greco?” obiettava costui, senza capire né chiedere spiegazioni. Come potevo controbattere? Non rimaneva che l’ironia  “Niente, dicevo, il greco non c’entra: è solo la mia malattia professionale. To chiedo scusa”.

Le finniche erano interessate al greco, e il latino sapevano anche parlarlo. Mi mancava l’educazione accademica delle ragazze dell’Università estiva magiara. Un luogo lontano e un’età remota,  il paradiso terrestre della mia beatitudine.  Questi personaggi temevano la diversità dalla norma e volevano mostrare di essere persone normali appunto.

L’ essere romito,  strano e a[topo~, fuori posto,  mi è costato molto già fin dagli anni di Pesaro, ma non ho potuto rinnegarlo perché fa parte del mio daivmwn appunto, del mio destino e carattere. Come la solitudine.

 Prima delle undici Ifigenia volle essere riaccompagnata a casa.

 Come fummo soli si mostò stupidamente affranta e disse che  non ne poteva più, mentre le sembrava che  io volessi assimilarmi a quelli, i non artisti . Pensai che una donna benevola non dovrebbe accentuare la mia solitudine ma non glielo dissi. Non replicai nemmeno dicendo che mi interessa osservare le persone tanto diverse da me.

Iniziavo a capire che quella giovane donna si comportava così perché era così, e nemmeno Cristo l’avrebbe trattenuta dall’agire in quel modo. “Non c’è Cristo che tenga” diceva la madre mia. E’ un toscanismo  espressivo. L’ho ritrovato nel Machiavelli, autore “mariolo sì, ma profondo” [2] e dalla parola efficace.

Con certe persone c’è poco da fare: possiamo considerarle come un fenomeno della natura e imparare qualcosa da loro. Educarle è quasi impossibile se sono già adulte.

Rimasi dunque in silenzio fino alla porta di casa sua. Mentre usciva dall’automobile le dissi che il giorno seguente sarei andato nel Veneto a trovare le mie amiche. Rispose che non poteva né voleva venire a trovare quelle donne che mi piacevano tanto”.

Quindi entrò in casa.

 “Io non ti avevo invitata” pensai, quindi misi subito  in moto e tornai nella casa mia piena di libri. Mi venne in mente con soddisfazione che in luglio sarei andato ancora una volta a Debrecen dove avrei conosciuto persone del mio stampo.  Quelle che conoscono e respirano kalokajgaqiva. Ne sentivo la mancanza dopo questa serata storta.

 

Avvertenza: il blog contiene due note e il greco non traslitterato

 

Bologna Pasquetta 2026 ore 11, 56 giovanni ghiselli    

 

p. s

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[1] Cfr. Satyricon, 44.

[2] Cfr. Manzoni, I promess sposi, capitolo XVII.


La torta del presidente. Un film da vedere.


 

Ieri sera ho visto un film molto bello: La torta del presidente di Hasan Hadi. E’ un film iracheno ambientato nell’Iraq di Saddam Hussein al tempo della guerra scatenata dall’Occidente che accusava il dittatore di accumulare armi distruttive. Si vede un paese oppresso dalla miseria provocata dalle sanzioni e sconvolto dalla corruzione .

Ciò nonostante le bambine e i bambini vanno nella scuola elementare insieme, una mescolanza positiva della quale la mia generazione non ha fruito prima del liceo.

In una terza elementare dunque c’è una bambina bella, brava e intelligente, Lamia di 9 anni,  che vive con la nonna e riceve da un funzionario l’incarico di preparare una torta per il cinquantesimo compleanno del dittatore. Nonna e nipote  vivono in una povertà dignitosa che tuttavia non consente di comprare gli ingredienti che scarseggiano e sono molto cari. La piccola ha per amico un gallo che porta sempre con sé. Quindi affronta una serie di peripezie finché,  con la tenacia e l’intelligenza che l’aiuta anche a schivare diversi pericoli,  riesce nell’intento con l’aiuto intermittente di un compagno di classe. La nonna intanto muore. Il bello del film è la denuncia delle sofferenze che le guerre infliggono ai bambini, un fatto che ora viene taciuto o minimizzato dai criminali fautori delle guerre spacciate come sante.

Belle sono anche le visioni del traffico di canoe sul grande fiume mesopotamico. Pure Lamia ne ha una e la guida da sola.

Ma l’immagine più bella e più costante è quella del volto di questa bambina pieno di intelligenza e sofferenza mai rassegnata, sempre reattiva. Mi ha fatto venire in mente tre versi della parodo dell’ Edipo re di Sofocle:

"  il peana lampeggia/ e la voce lamentosa del flauto concorde,/per cui, o aurea figlia di Zeus,/ manda un aiuto dal bel volto- eujw`pa pevmyon ajlkavn" (vv.186-189).

 

Niente fa capire l’orrore delle guerre quanto le immagini delle sofferenze che queste causano a bambine e bambini.

 La penultima scena mostra i due piccoli compagni di scuola che durante un bombardamento si rifugiano sotto un banco e si guardano negli occhi cercando di tenerli aperti.

L’ultima scena fa vedere per contrasto Saddam Hussein che festeggia il compeanno. Questo poi, come sappiamo, è stato impiccato.

Credo e spero che anche quanti hanno causato e quanti hanno giustificato le sofferenze di intere popolazioni in questi ultimi anni e quanti hanno lucrato sul sangue versato ne paghino il fio prima o poi. Non dico della pena di morte che aborrisco ma uno sbugiarda mento delle tante  menzogne propinate, fatte bere al mondo, e la galera fino al pentimento.

Approvo le maledizioni di Papa Bergoglio e Papa Leone contro costoro.

Bologna Pasquetta 2026 giovanni ghiselli.

p. s.

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domenica 5 aprile 2026

Kafka e le donne. Alcune frasi scritte a Milena.


 

Argomenti

L’angoscia, il mondo rovesciato, il potere misterioso, l’impossibilità di vivere una vita “normale”

 

Le donne: Felice Bauer 1913-14,   Julie Wohryzek (1918-9) e  Milena Jesenka  e 1920-22 Grete bloch, Dora Dymant l’ultima che l’accompagnò fino alla morte. Poi la sorella minore Ottla Kafka. 

Kafka si sentiva in colpa verso di loro siccome aveva illuso Felice e Julie sulla possibilità di sposarle e aveva attirato a sé Milena senza avere nulla da offrirle.

Con atteggiamento vampiresco anzi tendeva a succhiare la loro vitalità.

Il personaggio di Frieda del Castello può essere stato costruito su Milena 

 

Kafka aveva conosciuto Milena a Praga nell’ottobre del 1919 quando la ragazza  aveva manifestato l’intenzione di tradurre in ceco i racconti di lui

Nell’aprile del 1920 Kafka si recò a Merano per curare la tubercolosi e iniziò a scrivere a Milena.

 

Vediamo una piccola antologia di queste lettere a Milena.

 

“ I miei 38 anni di ebreo, di fronte ai Suoi 24 di cristiana, dicono:”Tu hai 38 anni e sei stanco tanto quanto probabilmente non ci si può stancare per la sola l’età. O meglio, più che stanco sei irrequieto e hai paura di fare un solo passo su questa terra irta di tagliole. Non sei stanco ma hai paura dell’enorme stanchezza che seguirà questa enorme inquietudine” mercoledì

Claudio Magris nel bel libro L’anello di Clarisse (1984) scrive che era un atteggiamento tipico della classe dirigente asburgica durante gli anni della finis Austriae il timore di muovere passi in qualsiasi direzione.

 

“Mi lagno delle mie deboli forze, mi lagno del venire al mondo, mi lagno della luce del sole. Milena, tu sei una fanciulla, non ho mai visto nessuna che fosse tanto fanciulla, non oserò porgerti la mano, fanciulla, la mano sudicia, convulsa, unghiata, incerta e tremula, cocente e fredda” . Ancora sabato

 

 

“Il mio corpo ha paura e piuttosto di aspettare la prova della bontà altrui preferisce arrampicarsi lentamente su per la parete” Milena martedì

Cfr. La Metamorfosi

 

 

“Non amo te, ma piuttosto la mia esistenza donatami da te”. martedì un po’ tardi

 

Il non umano di Kafka è la sua incapacità di amare. Il suo mondo non è quello dell’amore bensì quello dell’angoscia. “angoscia significa ritirarsi dal mondo”  domenica

 

“Talvolta ho l’aria di essere un corrotto difensore della mia angoscia, ma la verità è che io sono parte di essa, anzi sono fatto di essa ed essa è forse la mia parte migliore. E la mia parte migliore è forse la sola cosa che tu ami”.  lunedì pomeriggio

 

“Non dormire significa domandare e non avere risposta: se uno avesse la risposta, dormirebbe” martedì

 

Il mondo rovesciato

  In un altra lettera a Milena scrive: “quando finalmente si raddrizzerà un poco il mondo rovesciato?” venerdì.

Cfr. acta retro cuncta dell’Oedipus di Seneca.

la profetessa Manto, figlia di Tiresia, dice:" Mutatus ordo est, sed nil propria iacet;/ sed acta retro cuncta ( vv. 366-367) , è mutato l'ordine naturale e nulla si trova al suo posto; ma tutto è invertito.

 

Altra lettera: giovedì “Milena, lei sta ritta accanto a un albero, giovane, bella, il lampo dei Suoi  occhi abbatte il dolore del mondo. Io striscio nell’ombra da un abero all’altro” Suo F.

 

Cfr. Nietzsche: “Il sole lo maledicono i fiacchi: per loro quel che conta di un albero è l’ombra”[1]

 

Nel 1922 inizia da stesura di Das Schloss. In quell’anno rinuncia a Milena Jesenkà, dopo Felice Bauer e Julie

“L’impedimento essenziale , purtroppo indipendente da ogni singolo caso, era che io, non v’è dubbio, sono spiritualmente incapace di sposarmi” scrive nella Lettera al padre.

 

Il potere misterioso

Lunedì

“ Io non voglio (Milena mi aiuti! Comprenda più di quanto dico!) , non voglio (non è balbettio) venire a Vienna perché non sopporterei spiritualmente lo sforzo. Sono malato di mente, la malattia polmonare è soltanto uno straripare della malattia mentale. Lei è tanto giovane, forse non arriva a 25 anni. Io ne ho 37, quasi 38, quasi una breve generazione in più, ho quasi i capelli bianchi dalle vecchie notti e dal mal di testa. La storia dei due fidanzamenti avevano questo in comune: che io avevo colpa di tutto, la colpa indubitabile, io ho reso infelici le giovani donne. Non sono adatto al matrimonio, non passerò per Vienna.

Faccio una prova: sul balcone c’è un passero e aspetta che gli butti del pane sul balcone. Invece lo butto nel mezzo della stanza. Da fuori il passero vede nella penombra l’alimento della sua vita e questo lo attira smisuratamente, esso si scrolla, è più qui che là, ma qui è il buio e accanto al pane sono io, il potere misterioso. Ciò nonostante saltella oltre la soglia, ancora un paio di salti, ma più non osa e per un improvviso spavento vola via. Ma quali forze albergano in questo misero uccello! Dopo un istante è qui di nuovo, studia la situazione, io butto ancora un po’ di pane per facilitargli la cosa e se con o senza intenzione  (così agiscono i poteri misteriosi) non lo avessi fatto fuggire con un piccolo movimento, sarebbe venuto a prendere il pane”

 

“Io sono nato nell’ 83, avevo dunque 13 anni quando sei nata tu” martedì

 

Bologna Pasqua  2026 ore 19, 31  giovanni ghiselli

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[1] La gaia scienza, Scherzo, malizia e vendetta, 46 Giudizi di stanchi