Nel maggio odoroso, il cielo era solcato da voli di creature festose: gli uccelli tutti contenti nel cielo che è loro, e, assai più vicini alla terra sebbene aerei comunque, gli insetti dal ronzio lieto, quasi musicale, almeno finché non venivano mangiati dalle rondini o da altri pennuti lieti eppure affamati.
Spesso noi due facemmo l’amore nel nostro talamo grande.
Diverse altre volte in quel mese benedetto dal Sole, ci sdraiammo per concubiti stravaganti durante le passeggiate sui colli coperti di nuova vegetazione già folta che ci serviva da talamo accogliente e profumato.
Erba e fior ricoperti dalla sua gonna leggiadra. C’era pure l’angelico seno che profumava di vita.
Per fare l’amore con tale frequenza e tanto ardore, doveva esserci un buon accordo anche mentale. Non ci latrava contro il molosso prosodico nequiquam che Lucrezio mette accanto alla comunione dei corpi, un invano che vuole annientare la gioia perché dalla sorgente dei piaceri fa pullulare l’angoscia pure in mezzo ai fiori. In questo prelude a Kafka.
Noi due non avevamo ostacoli a compiere quanto ci piaceva più di ogni cosa, però, dopo la razione ridondante di questo mese da atleti del sesso, si cominciava a sentire la voglia di esperienze diverse da vivere insieme oltre il talamo, la scuola e l’acquattarci sull’erba tra i cespugli come passeri, fringuelli o altri volatili allegri.
L’argomento scuola, scolari e colleghi cominciava a diventare obsoleto; le camminate erano sane ma l’erba dei nostri talami cominciava ad appiattirsi e diradarsi in seguito al frenetico premere dei corpi unificati.
I nostri impegni non ci consentivano di viaggiare e il sesso era meraviglioso ma aveva bisogno di nuovi argomenti.
Un pomeriggio vennero a trovarmi due amici di Debrecen: il povero Alfredo con Ezio. Una visita inaspettata e gradita. Si parlò delle belle estati passate insieme nell’Università della cittadina magiara. Ricordavamo con qualche rimpianto le conversazioni, le baldorie, i giochi e le burle delle brevi notti d’estate quando la vita era facile come cantava Elena.
Non potemmo tacerne. Quindi gli amori, le amicizie, le gare di vario tipo, insomma gli episodi più simpatici delle vacanze ungheresi con tanto di borse di studio. Vittu e alloggio diceva Alfredo non senza rimpianto. Parlandone ci sentivamo ancora ragazzi, nonostante Ezio avesse trent’anni compiuti, io trentaquatto e mezzo e Alfredo quaranta. Ma non eravamo ancora pronti a rinunciare alla gioventù spensierata, e anche un poco cialtrona.
Proprio così: “ che fratello cialtrone!” aveva esclamato mia sorella quando nel settembre del 1974 mi rivelò che era incinta e io le annunciai che Päivi aspettava una bambina da me, però poi aggiunsi che non mi sentivo abbastanza maturo per quel passo assai periglioso. Nemmeno trenta anni avevo compiuto. Ben due mesi mancavano ancora.
“Cialtrone?” Obiettai. “Sì- rincarò- Margherita, anzi arcicialtrone”.
La mia cialtronaggine di allora, quando ero oramai trentenne è confermata dal fatto che oggi a 81 anni compiuti immagino spesso che quella bambina sia nata e che venga a cercarmi, ora che la creatura mancata avrebbe già oltrepassato da un decennio abbondante l’età sinodale.
Eppure nei miei sogni di vecchio cialtrone che fantastica ancora la corteggio lo stesso dicendole che assomiglia tanto a sua mamma la donna più amata di tutte da me. Il che non è vero per giunta.
Alfredo intanto è morto e mi dispiace, Ezio non so, Päivi è viva ma peggiorata assai nell’aspetto. Più tragicamente di me sebbene abbia 5 anni e 5 mesi di meno. Così impara commento da vecchio cialtrone qual sono.
Solo nel campo amoroso invero poiché quando ero piccino non mi hanno insegnato ad amare e non l’ho imparato da me.
Bologna primo aprile 2026 ore 17, 38 giovanni ghiselli
p. s.
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