giovedì 2 aprile 2026

Ifigenia LXIII. Gratitudine eterna alle benemerite: amanti, amiche e consanguinee. L’ingratitudine stigmatizza i plebei.


Uscivo dall’aula dove avevo tenuto una lezione bolsa, quasi distratta: mi rodeva l’ingiusta degradazione subìta. Rimpiangevo i due presidi gentiluomini dei tre anni precedenti : Davide Ciotti del liceo Rambaldi di Imola e  Piero Cazzani del Minghetti che mi incoraggiavano e valorizzavano avendo compreso  quanto ardore di studio c’era dentro di me  e suscitavo negli studenti delle tre classi che mi erano state affidate.

 Il preside sopraggiunto in ottobre  mi aveva invece ostacolato fin dal primo giorno, messo su dalla sua vice cui non ero mai piaciuto. Ricordavo con nostalgia la vicepreside della scuola media di Carmignano, Antonia Sommacal che  mi aveva difeso da un altro preside pregiudizialmente malevolo.

Antonia fu una seconda mamma per me, poi sarebbe diventata la mia migliore amica. La gratitudine a chi ci ha fatto del bene non deve morire mai, anzi quel bene va reso fecondo e restituito moltiplicato a chi ne ha bisogno. L’ingratitudine stigmatizza i plebei. L’ho imparato da Teognide e l’ho verificato vivendo.

Dall’ottobre del 1978  dunque la mia situazione lavorativa era cambiata in peggio.

Con l’ottimismo necessario alla sopravvivenza pensai che prima o poi ogni cosa sarebbe cambiato di nuovo: questa volta in meglio.

“Conosci quale ritmo tiene la vita degli uomini” mi dissi, ricordando Archiloco. Quindi: “cuncta fluunt” di Ovidio.

 

L’ottimismo dovuto a me stesso trovò quasi subito una conferma: il cupo edificio lucifugo a un tratto si spalancò e fece entrare la luce del cielo.

Ifigenia aspettava me a metà del corridoio: appena mi vide, si mosse per abbracciarmi avanzando con fiammeggiante splendore, al pari di una cometa dalla chioma brillante. Tutto luceva in lei: i capelli pieni  di gioventù e di bellezza, le spalle già molto abbronzate, il vestito rosso,   l’amabile sorriso dei denti bianchi come avorio tagliato, le labbra vermiglie come le fragole e i lamponi che raccoglievo a Moena da bambino succhiandoli subito avidamente, e  il volto dove si incastonavano gli occhi neri che balenavano scintille di gioia e voluttà nel deprimente mortorio di via Nazario Sauro.

Come le fui vicino accostando la mia faccia alla sua, disse: “Gianni, sei bello!”

“Tu sei bella davvero” ribattei- io tutt’ al più sono un lepido moretto.

Tu qua dentro sei un segno del cielo e della fiorita stagione. Ti amo quanto la luce del Sole che è il primo fra tutti gli dèi da adorare”.

 

Proferite queste parole, diedi un’occhiata all’ambiente che ci attorniava: i docenti uscivano dalle classi con aria stanca, il preside gironzolava sospettoso, arcigno e maligno, i bidelli sgridavano i ragazzi troppo rumorosi che lasciavano cadere sul pavimento pezzetti di pizza o di carta unta. Lì dentro sarei stato annoiato e  depresso, magari pure ingrassato, canuto o calvo, deriso e spregiato, e molto malato  se non mi avesse illuminato e incielato la luce di Ifigenia.

Questa annunciazione di gioia  mi fece dedurre che  il prossimo mese di Debrecen non sarebbe bastato a intorbidare lo splendore con cui quella ragazza da novembre in poi  mi illuminava la mente e la vita .

Invece quel raggio divino, la luce più bella discesa dal cielo dopo quella di Elena Augusta, non riuscì a superare l’estate e si oscurò, si spense ancora prima che calassero invidiose e fredde le brume a paralizzare la terra dopo averne incanutito e diradato le trecce verdissime.

Gli amori durati un mese soltanto come quelli con le tre finniche dagli occhi da Tartara; o anche soltanto il tempo di un tripudio notturno, come quello con una collega sposata, conosciuta alla prova scritta di un concorso superato da entrambi; o pure quelli nemmeno iniziati ma soltanto sognati come l’ infatuazione per  la  ragazzina bruna bruna Marisa nella scuola media Lucio Accio di Pesaro negli ultimi anni Cinquanta,  sono questi che  lasciano ricordi più belli. Io amo baciare chi se ne va.

Una ex onesta quando la lasciai confessandole che mi ero innamorato di un’altra donna mi disse non malevolmente che non ero un uomo bensì una puttana, poi disse alla madre che ero stato comunque il più onesto dei suoi amanti. L’anziana signora me lo riferì con una telefonata quando la figlia, Gianna, morì. Ricordo con gratitudine anche te, ragazza morta ante diem.

Ricordo sempre l’amante che se ne va. Chi vorrebbe restare invece mi mette in allarme. Perché sono fatto male, forse. Tuttavia non ho fatto del male. Ognuna se ne è andata via quando e come ha voluto, tutt’altro che ostacolata da me. Per lo più benedette nell’ora dell’addio. Ho come fatto Odisseo con Nausicaa che l’aveva aiutato: l’ha benedetta giurandole gratitudine eterna e se ne è andato. Io scrivo di loro, le donne amate. Sto allungando le loro vite con questa gratitudine eterna, vive o morte che siano ormai fuori da queste mie pagine lette in tutto il mondo grazie a Dio.

 

Bologna 2 aprile  2026 ore 9, 53 giovanni ghiselli

p. s.

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