L’apprensione durante il viaggio malinconico
Nelle vicende c’è qualche cosa che si ripete ciclicamente.
Il 28 ottobre del 1969 ricevetti la nomina di professore di Lettere a tempo indeterminato nella scuola media Ugo Foscolo di Carmignano di Brenta, un altro paese dal nome lungo, in provincia di Padova.
Ricordate Hajdúszoboszló il borgo dal nome lungo situato vicino alle porte di Debrecen? Lo avevo attraversato trepido e angosciato tre anni e 4 mesi prima.
Non avevo idea di dove precisamente fosse Carmignano, come nel 1966 non sapevo nulla di Debrecen.
Ma sentivo che il destino mi stava aprendo un’altra porta e non esitai a partire per la nuova meta fatale. La mamma, cui non garbava il mio mestiere di insegnante, provò a dirmi che, se volevo, mi avrebbe mantenuto a Roma dove avrei potuto studiare in una scuola di regìa. Mi fece piacere, però mi parve cosa troppo vaga e insicura. Non destinata a me dunque. In fondo avevo studiato per insegnare e mi ero laureato con la lode. Sicché partìi da Pesaro alle due del pomeriggio.
Era una bella giornata, ancora tipica di ottobre sebbene novembre fosse imminente: dolce, quasi serena, con il cielo appena velato. Quando fui nell’autostrada dentro la Mini Minor carica di libri e bagagli, mi invase il timore di iniziare un viaggio verso la vecchiaia, in direzione di un triste tramonto piuttosto che incontro a una nuova fase di vita più responsabile e attiva. Avrei varcato porte che non si sarebbero aperte mai più? Il mese seguente avrei compiuto 25 anni. Allora mi sembravano molti per quello che avevo combinato.
A Bologna l’occhio del giorno era già declinato parecchio nel rosa-grigio del cielo; a Ferrara, verso le cinque, il sole si trovava vicino alle foglie vizze degli alberi e mi fece venire in mente un aggeggio rotondo, il piumino, con cui la mamma si spargeva cipria sulle guance ormai stanche. Sicché il cielo intorno al sole mi pareva la carne impolverata di una donna non più giovane né sicura di piacere, sebbene di fatto ancora attraente.
Ho sempre trovato bella la madre mia, anche molti decenni più tardi.
Ricordo questo viaggio perché me ne tornano ancora in mente le speranze e le paure come da quello della migrazione precedente, quando, anche allora partito da Pesaro e diretto a Nord-est, andavo in cerca di una vita nuova. Tutte e due le volte sulla speranza predominava la paura. In questa replica magari al terrore era subentrata l’apprensione. Ero un po’ maturato e dopo tutto non avevo già compiuto i 25 anni.
Dovevo ancora fare il servizio militare rimandato a oltranza.
L’aria a occidente era rosa e farinosa proprio come una cipria che imbellettava il cielo, quindi scendeva appesantita dall’umidità e toccava la terra senza però riuscire a nasconderne i solchi, le rughe, le cicatrici conseguenze dei parti numerosi e dolorosi che avevano sfinito la grande madre esaurendo la sua potenza generativa.
Dopo Ferrara, il dio da arancione divenne rosso sangue, quindi si scolorì, mentre anche l’aria, la terra e le acque si stingevano e diventavano grigie, anemiche, spente come la faccia di un umano malato a morte. Intorno alle sei il sole si assimilò a quel grigiore, quindi scomparve. Subito dopo cominciò a fluttuare una nebbia leggera che confondeva e uniformava tutte le cose. Stava chiudendosi l’oscura palpebra della notte- nukto;~ t j ajfegge;~ blevfaron 1.
A San Pelagio, l’ultimo distributore prima di Padova, mi fermai.
Uscito dalla macchina, sentii gridare con voce acuta e strozzata un uccello che annunciava la lunga stagione del freddo, del buio, della mia solitudine in un paese sconosciuto, lontano. Per chissà quanto tempo. La nomina del provveditorato di Padova infatti era “a tempo indeterminato”. Un a[peiron che oggi farebbe felice un giovane laureato. Io invece ero inquieto.
Fulvio era stato nominato subito a Parma dove viveva, nel liceo classico Romagnosi. Non lo invidiavo. Io del resto venivo da una famiglia legata alla terra e non avevo il padre professore di filosofia. Ero contento per l’amico.
Il grido dell’uccello però mi parve sinistramente ominoso e mi si strinse il cuore. Mi confortai osservando le foglie gialle del granoturco che suscitarono nella mia mente il ricordo delle estati ungheresi con gli amici, le donne, la puszta, la luce, il calore.
Aprìi la carta stradale e la appoggiai su un muretto. Allora un gatto nero, macchiato di bianco sulla testa, verdi gli occhi, ossia con i colori simili a quelli della madre mia che, cinquantaseienne, iniziava a incanutirsi, venne a strofinare la schiena sulle mie gambe, quindi saltò sul muretto e con la fronte screziata mi accarezzò la mano destra, più volte. A un tratto si fermò e si mise a fissarmi. Sembrava chiedermi aiuto e affetto, ma io dovevo usare per me tutto quello che avevo, così solo al mondo, onde farmi coraggio e proseguire verso la vita arcana che mi aspettava e non era tanto bene auspicata. Ma neanche malissimo: l’accentuata decadenza della stagione era dolce, e se l'inverno era vicino, nemmeno la primavera poteva essere troppo lontana, il gatto era nero ma variopinto con il bianco e il verde, comunque era una creatura viva e bella e attirata da me, fiduciosa di me. Un giorno probabilmente avrei suscitato attrazione e fiducia in creature razionali, in giovani donne sensibili e intelligenti, speravo. Avevo ripreso coraggio: dovevo e volevo proseguire sulla mia strada, con metodo.
Nota
1Cfr. Euripide, Fenicie, 543
Bologna 7 novembre 2025 ore 10, 43 giovanni ghiselli .
p. s-
Statistiche del blog
All time1849277
Today475
Yesterday1140
This month6614
Last month24466
Nessun commento:
Posta un commento