L’apprendistato. XVIII Capitolo. La grande foresta di Debrecen.
Torniamo al giorno della scoperta della zona universitaria.
Dopo avere osservato il megaron delle feste dalle quali temevo di rimanere escluso, malmesso com’ero, uscìi dall’Università e mi incamminai per il bosco che da qualche sentiero era segnato. Era una grande foresta di querce dall’altissima chioma e di bassi cespugli. Nagyerdő la chiamano loro. Era davvero grande (nagy), folta e bella, tanto da farmi venire in mente “la divina foresta spessa e viva” del paradiso terrestre di Dante 1.
Uso l’imperfetto perché quando vi tornai in bicicletta nel 2011 molte cose erano già cambiate in peggio.
Nel 1966 dunque notai coppie di innamorati dai sorrisi contenti e dalle voci sommesse, quanto diversi dai rumorosi turisti coatti a mostrare come ci si diverte sulla riviera adriatica! Gli adulti “devono” sbellicarsi dalle risa ogni tre minuti, i ragazzi gridare a squarciagola. Per giunta devono mangiare spesso e fumare. Se no, che vacanza sarebbe? Mancava solo il cellulare in quel tempo.
Sicché non rimpiangevo più l’estate di Pesaro, confusa e assordata, pure assai meno delle spiagge romagnole strapiene di vacanzieri amanti del caos, discoteche e altri orrori del genere. Profane mecche dello stordimento.
Mi guardavo intorno con l’attenzione che si presta a un mondo nuovo nel momento della scoperta: osservavo gli alberi antichi dalle radici giganti, dal fogliame aereo, i cespugli bassi dalle ombre dense, l’erba fitta costellata di fiori variopinti, come le ragazze sul prato, del tutto ignare di me. Notai i gambi dritti come falli di maschi bisognosi di amore.
Non si udivano rumori molesti di automobili o motociclette che allora in Ungheria scarseggiavano e comunque erano escluse dalla grande foresta circondata dalla linea del tram numero 1, veicolo dai passaggi frequenti ma silenziosi.
Sicché si potevano ascoltare le voci della natura.
Gli uccelli fischiavano contenti, le cicale pazze di sole stridevano, i batraci gracidavano da un laghetto situato al centro di una radura assolata. Volavano sciami di farfalle dai vari colori e tante libellule azzurre danzavano disegni approntati dal coreografo supremo. “Sacra città è Debrecen”, pensai in quel momento anti vedendo quanto mi aspettava nei primi anni seguenti, “Bella è Debrecen”.
Come mi avvicinai all’acqua, vi saltarono svelte le rane scattando come molle non più compresse. Nel lago nuotavano piccoli pesci rossi e alcuni neri alquanto più grossi: gli uni e gli altri aprivano e chiudevano fequentemente la bocca muta, come tante persone vaniloquenti.
Quel laghetto brulicante di vita era accarezzato dalle foglie e dai rami sottili dei salici ai bordi, e varcato nel mezzo da uno stretto ponte di legno: vi sarei passato sopra tante volte con lieto rumore di passi, in compagnia degli amici, poi delle amanti, di giorno per andare nella piscina, di notte per entrare in un locale sull’altro lato: il Vecchio Vigadó da dove si diffondeva e aleggiava nel bosco la musica dei violini e dei cembali che si accordava con il versi tremuli dei grilli e delle rane lontane, mentre arpeggiavano i rami mossi dal vento che di tanto in tanto faceva oscillare la vasta chioma degli alberi antichi scoprendo la luna con le stelle del cielo. Ed erano tutti presagi d’amore.
Nota
1 Purgatorio, XXVIII, 2
L’apprendistato XIX capitolo. L’aiuto di due ragazze buone: Galla et Britanna. L’intermittenza mentale dei primi giorni.
La bellezza e bontà del mondo creato dall’ottimo demiurgo divino, il migliore di tutti gli artisti, arrivavi a notarla, apprezzarla e amarla a mano a mano che smettevo di spregiare me stesso. In questo processo di riabilitazione mi aiutarono alcuni umani incontrati in quella università estiva. Piccole cose eppure immensamente benefiche per me che venivo da anni di calpestamenti della mente e del cuore.
Avevo suscitato parecchi risentimenti negli anni dei successi liceali e ciclistici. Me ne ero inorgoglito e vantato troppo perché non avevo avuto altro di cui essere contento e andare fiero, fin da bambino.
Ricordo che mi inondò l’anima di gioia una biondina francese che mi fece un sorriso mentre cantavamo in corriera durante “gita scolastica” nei dintorni di Debrecen. Basta poco per aiutare un disgraziato. La fanciulla della Gallia mi infuse coraggio lanciandomi quel leggero, istantaneo segno di simpatia.
A volte, pedalando la mia bicicletta da solo, ripeto quella canzone- Chevaliers de la Table Ronde- e, ripensando al sorriso amabile, spontaneo e gratuito della compagna di corso, piango, piango di consolazione e di gioia. Non mi sazio di lacrime. Anche tu ragazzina ventenne, creatura benedetta da Dio e da me, sei viva nei canti dell’aedo di Debrecen.
Poi la già ricordata Britanna che mi permise addirittura di baciarla dopo il film. Che tu sia benedetta Elizabeth cara. Dal tuo bacio ho tratto succhi che hanno contribuito a salvarmi la vita. Questo avvenne nei primi giorni di agosto quando procedevo metodicamente sulla strada della salvezza.
Chi è per strada? Chi è per strada? Chi? [1]
Io ero per strada e alcune persone buone erano con me. Anche Fulvio, Danilo e Luigi, non solo le donne.
Tornato a Pesaro, mezzo rinsavito, ogni giorno dal tocco alle due, invece di desinare correvo digiuno sulla sabbia della costa in direzione di Fano. A sinistra il fragore del mare, a destra si allungavano ogni giorno di più le ombre del monte Ardizio. Era già autunno quando, con lo spuntare del grano, inizia la resurrezione, ritorna la vita. Ogni anno, con il volgere delle stagioni, sempre più vita e meno morte.
Appena giunto a Debrecen invece, l’oscuro velo dell’angoscia poteva ancora calarmi sugli occhi e discolorare, almeno con intermittenza, le cose belle della natura e della vita. Il laghetto in certi momenti, quando terminava l’ intervallum insaniae, mi appariva quale palude fetida sotto un ponte sgangherato e rumoroso di cigolìi sinistri: una specie di lago morto dove la vegetazione priva di succhi vitali si dissecca e disintegra in una cenere nera che il vento disperde 2.
Nei tramonti che tanto amavo e sarei tornato ad amare come annunci di resurrezione e segni di eternità, vedevo altrettante uccisioni del sole.
Attraversato il ponticello, camminai fino al regi Vigadó, un locale contiguo alla piscina, un ristorante dall’aria antica, quasi nobile, con un giardino coperto da un tetto di legno incoronato di edera come le baccanti seguaci di Dioniso: “ ejpi; d j e[qento kissivnou"-stefavnou"”3.
L’amore della letteratura per lo meno era ancora vivo dentro di me.
Bevvi una birra e ne rimasi stordito, ma non mi dispiacque: in quel tempo la mia lucidità era spesso falsa e maligna, volta a denigrare me stesso, il prossimo mio e la vita intera. Un orientamento negativo, un carattere guasto, uno sguardo bieco nel ceffo reso deforme da pensieri sciagurati e dalla mancanza di amor proprio. Chi non ama se stesso, tanto meno ama il prossimo.
Il sopravvenuto rimbambimento da birra, ostacolando la lucidità maligna dello spirito che invaso dal mio demone malato e cattivo voleva negare ogni cosa buona, rivalutava viceversa la vita opponendosi a quel demonio perverso.
Ma lo stordimento derivato dall’alcol, se concede un momento di pausa, poi passato quell’istante, invecchia gli infelici e aggrava le loro miserie.
Note
1Cfr. Euripide, Baccanti: “tiv~ ojdw` ; tiv~ oJdw/` ;tiv~ ;” (v. 68), chi è per strada?, chi è per strada? Chi?
2Cfr. Tacito, Historiae, V, 7: “atra et inania velut in cinerem vanescunt”
3 Euripide, Baccanti, 702-703, poi si posero sulla testa corone
di edera
Bologna 4 novembre 2025 ore 17, 27
giovanni ghiselli
p. s.
Stanno già calando le tenebre. “Miserando e implacabile (…) “Giornate corte!, giornate corte!”, disse fra sé, scese dalla slitta e andò verso l’osteria. (Kafka, Il castello, fine del primo capitolo e inizio del secondo)
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