Nella carta stradale vedevo il paese, ma non sapevo individuare la strada migliore per arrivarci , sicché mi rivolsi al benzinaio, uno del luogo che peraltro non si raccapezzava, non sulla carta mia. Quindi andò a prendere la sua, più particolareggiata.
“Oddio-pensai- come deve essere piccolo e immensamente sperduto questo Carmignano di Brenta”-pensai.
Tornato, il benzinaio mi suggerì di passare per Cittadella : non era la via più breve ma la più facile e mi conveniva, dato che non ero pratico della povincia. Sicché uscìi dall’autostrada, mi aggirai dentro Padova, trovai l’indicazione e mi avviai verso nord. Percorsi quei trenta chilometri con la paura costante di fuorviarmi, come mi era accaduto nella vita, finito il liceo. Seguitavo ad avvilupparmi nei contorcimenti dei miei pensieri.
Finalmente lessi il nome della piccola città murata. Poi una scritta luminosa: “Caron”. Le mura merlate di Cittadella erano illuminate.
“Ecco la città di Dite e le sue meschite vermiglie” [1], pensai.
Entrai nel borgo invero piuttosto oscuro e domandai di Carmignano.
“Vada verso Vicenza per cinque chilometri” mi dissero, facendo segni coi dossi della mano. “Gesto purgatoriale” [2], pensai come la mattina dell’arrivo all’ospedale di Debrecen . Mi chiesi pure da quali vizi e peccati dovevo mondarmi in quella terra di relegazione.
Passai il ponte sul Brenta o “la Brenta” come la chiama Dante [3].
Avrei dovuto insegnare soprattutto italiano a dei bambini in un paese dove si parlava dialetto come avevo capito dai Veneti interpellati. Forse per questo mi veniva spesso in mente il primo maestro della lingua nostra. Finalmente vidi il cartello con su scritto il nome lungo del paese che andavo cercando. Mi sembrò lungo anche il borgo stesso disteso nel buio. Percorsi una strada rettilinea di due o tre chilometri. Era fiancheggiata da case scure, non accostate tra loro ma spaziate da orti e giardini. In fondo c’era una piazza buia, quasi tutta occupata da una chiesa dalle porte chiuse: una cupa fortezza di Dio con la scritta VENITE ADOREMUS stampata sul frontone a lettere giganti. “Congiuntivo esortativo, quasi imperativo; cercherò di insegnare anche un po’ di latino per non dimenticarlo” Poi agginsi: “ non scordarti nemmeno il greco; dai l’abilitazione il prima possibile, altrimenti dovrai rimanere qui per tutta la vita”.
Speravo di non restare a lungo in quel paese di frontiera. Mi venne in mente Giovanni Drogo e la fortezza Bastiani prospiciente il deserto dei Tartari. Dalle elementari non mi sono mai svestito dell’abito letterario. Senza i miei autori educatori e amici sarei stato solo come un cane quella sera e quasi tutte le altre. So che posso farti pena lettore, e tu sappi che arrivato a 81 anni meno pochi giorni non mi cambierei con Alessandro Magno, né con Cesare, né con Dante.
Anzi non era e non è un vestito: è la parte fondante e decisiva della mia identità.
Fuori non c’era anima viva. “Gli uomini hanno rinchiuso le donne in casa o nella chiesa, poi sono andati a bere e giocare a carte in osteria” pensai ricordando i luoghi comuni sentiti sui Veneti.
In effetti ne avrei incontrati diversi parecchio differenti da questo stereotipo. Nella piazza confluivano altre due vie.
Imboccai una strada larga e dopo cento metri vidi un edificio piuttosto piccolo con la scritta “Scuola Media”. Non era illuminata ma potei leggerla perché sull’altro lato c’era una costruzione più grande con molte lettere luminose che rischiaravano il buio: “Albergo Bar Ristorante Centrale”.
Mi venne in mente la luce delle lettere Aranybika che mi accolsero a Debrecen tre anni e quattro mesi prima. “Buon segno, pensai, qui farò altri progressi. Crescerò ancora”. Non mi sbagliavo.
Entrai nel bar. Era pieno di uomini che parlavano la lingua dolce, bonaria e un poco ebbra del caro Danilo. Mi piaceva ascoltarla: era del tutto comprensibile: sembrava una caricatura simpatica dell’italiano letterario.
Segno di apertura ai “foresti”. Il dialetto bolognese per esempio mi risultava incomprensibile. l'Adige ha fermato i barbari mi avrebbe spiegato una sera il caro Tullio De Mauro.
Insomma linguisticamente mi trovai subito a mio agio. Alla barista alquanto carina chiesi se avessero una stanza singola per una notte.
Rispose che era tutto occupato e gentilmente se ne scusò.
La guardai con aria interrogativa, forse anche un poco implorante.
Allora la donna, per sua umanità, mi consigliò di andare a Cittadella, non lontano, dove avrei potuto dormire in un albergo grande, alto quasi quanto un grattacielo: lì c’era posto di sicuro. Non potevo sbagliarmi: era sulla strada, a sinistra, poco prima delle mura. Motel Palace.
Non so perché ma ripartire da Carmignano non mi dispiacque.
Ripercorsi la via in senso inverso. Ero incoraggiato dalle coincidenze con l’arrivo a Debrecen dove nel luglio del ’66 era iniziata una vita nuova per me. “Comincia un nuovo ciclo- mi dissi- rebus cunctis inest quidam velut orbis [4]. Quando si ha del carattere, ci si ripete, eppure ci si rinnova. Dovevo farlo: l’irreparabile fuga del tempo mi spingeva. Verso la tomba direte voi. Sì, ma prima ci sarebbero state diverse tappe intermedie e mi sentivo in dovere di trarne diversi suggerimenti e insegnamenti.
Note
[1] Cfr. Dante, Inferno, VIII, 70-72
[2] Cfr. Dante, Pugatorio, III, 102
[3] Inferno, XV, 7
[4] Tacito, Annales, III, 55. In tutte le vicende c’è qualche cosa di ciclico
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