Metodologia 45. Il problema dell’attenzione.
L’attenzione degli studenti a noi e la nostra a lori sono entrambe dovute: “ non reddere viro bono non licet ”. Uno scrittore cinese. Alfonso Nitti (Una vita di Svevo). La componente affettiva: Settembrini e Naphta “i due avversari nello spirito”[1]. Montaigne e il dovere dell’ascolto. Paideia si associa a eros: Morin, Pasolini. Il ciarliero non ascolta. Biasimo della chiacchiera: Plutarco (De garrulitate), Orazio e il garrulus malefico (Satira I, 9).
L'attenzione, ossia "la pietà naturale dell'anima"[2], deve essere reciproca, e, da parte degli educatori, anche premurosa, incoraggiante, affettuosa: " Non reddere viro bono non licet"[3].
A proposito dell’attenzione e dell’affetto di cui lo studente ha bisogno, possiamo ascoltare Svevo sul fallimento pedagogico di Alfonso Nitti:"Quello che ad Alfonso mancava per essere un buon insegnante era la capacità di apprezzare come meritavano i piccoli sforzi della sua scolara. Lodava di rado e soltanto quando, pentitosi di una parola brutale, voleva risparmiarsi le lacrime che la fanciulla a stento ratteneva, ma mai per una risposta quasi giusta. S'era fatto illusioni sulla sua vocazione all'insegnamento e se gli piaceva d'insegnare non era per affetto allo scolaro. I progressi di Lucia poco o nulla gli importavano. Si sentiva offeso che ella non imparasse di più coi suoi insegnamenti e diveniva violento a sfogo di giornate uggiose nelle quali aveva dovuto da subire lui le ire altrui" [4].
Il giovane dà grande importanza alla componente affettiva, alle intenzioni di chi cerca di istruirlo. Ecco che cosa pensa Hans Castorp dei due pedagoghi, Settembrini e Naphta, che si contendono la sua anima: “Ma vai un po’, Satana pedagogico, con la tua ragione e la tua ribellione![5] D’altronde ti voglio bene. E’ vero che sei un chiacchierone pieno di frasi; ma le tue intenzioni verso di me sono buone, e tu mi sei più caro del piccolo, acuto Gesuita e terrorista, del difensore della tortura, con le sue lenti lampeggianti, quantunque egli abbia quasi sempre ragione, quando litigate…quando vi azzuffate pedagogicamente per la mia anima come nel medioevo si azzuffavano per l’uomo, Dio e il diavolo”[6].
D’altra parte i due non vengono stimati dal pupillo, proprio per l’eccesso di chiacchiera e per il fatto che erano entrambi umbratici doctores[7] : “Gli uomini del sole…nel mio intimo voglio tenere dalla loro parte, non dalla parte di Naphta, d’altronde nemmeno da quella di Settembrini, sono chiacchieroni tutti e due. L’uno è lussurioso e maligno, l’altro non fa che soffiare nel fischietto della ragione e si immagina perfino di poter fare rinsavire i pazzi: una cosa senza senso”[8].
Riguardo al precettore, Montaigne, dopo avere affermato di preferirlo con la testa ben fatta piuttosto che ben piena, aggiunge:"Non desidero che inventi e parli lui solo, desidero che ascolti il suo discepolo parlare a sua volta. Socrate e in seguito Arcesilao facevano prima parlare i loro discepoli, e poi parlavano loro"[9].
“I ragazzi non sono disattenti quando i maestri rimproverano loro di esserlo; essi sono attenti invece ad altre cose, forse più essenziali di quelle che possa desiderare la mentalità concreta dei loro educatori”[10].
Chi non ascolta, non ama e non è amato, mentre la paideia si associa a eros: “Essa richiede ciò che nessun manuale spiega, ma che Platone aveva già indicato come condizione indispensabile di ogni insegnamento: l’eros, che è allo stesso tempo desiderio, piacere e amore, desiderio e piacere di trasmettere amore per la conoscenza e amore per gli allievi…Là dove non c’è amore, non ci sono che problemi di carriera, di retribuzione, di noia per l’insegnamento”[11].
In Pasolini troviamo una versione radicale, e discutibile, di questo eros pedagogico: “Inoltre, il libertinaggio non esclude affatto la vocazione pedagogica. Socrate era libertino: da Liside a Fedro, i suoi amori per i ragazzi sono stati innumerevoli. Anzi, chi ama i ragazzi, non può che amare tutti i ragazzi (ed è questa, appunto, la ragione della sua vocazione pedagogica)”[12]. Vedremo (64. 1) che Nietzsche interpreta Socrate in tutt’altro modo.
I ragazzi, dopo qualche tempo, smettono di ascoltare l'insegnante che non li ascolta. Fanno bene. Infatti chi non sa ascoltare è assimilabile ai ciarlieri biasimati da Plutarco nel De garrulitate: costoro, mentre vogliono essere amati, vengono odiati ( filei'sqai boulovmenoi misou'ntai 16, 510D)[13].
Il garrulus, il loquax, il chiacchierone, afferma scherzosamente Orazio, può uccidere con più alta probabilità di pur terribili malattie :"hunc neque dira venena nec hosticus auferet ensis,/nec laterum dolor aut tussis, nec tarda podagra;/garrulus hunc quando consumet cumque: loquaces,/si sapiat, vitet, simul atque adoleverit aetas "[14], Questo né atroci veleni né spada nemica porterà via/né pleurite o tisi né la podagra che attarda;/un chiacchierone questo una volta o l'altra lo finirà: i ciarlieri/se ha giudizio, eviti, appena si sarà fatto adulto.
L’ascolto ha bisogno della parola e anche del silenzio.
“La parola risuona solo nel silenzio…La parola comunica se è attesa, se non annulla l’ascolto…Si parla dei media, della televisione: capita che la televisione annulli l’ascolto perché è implacabile, non fa ascoltare il silenzio e quindi non può sorgere la domanda: “è vero?” In tal modo si sviluppa la mimesi performativa per cui quella parola è sempre un ordine e non è mai una verità, un sapere ascoltare, un sapersi ascoltare. Allora la comunicazione ha bisogno dell’interrogazione, deve risuonare nel silenzio, perché solo nel silenzio la parola può essere accolta come una semente e meditata, altrimenti si vanifica in un brusio, in rumore”[15].
Sentiamo Stobeo[16] che riferisce parole di Zenone Stoico:” A uno che voleva chiacchierare (lalei`n) più che ascoltare, disse: “ragazzo, la natura ci ha dotato di una sola lingua e di due orecchie, perché ascoltassimo il doppio di quel che diciamo”.
Ascoltare con attenzione vera o simulata che sia è anche segno di buona educazione
La troviamo in Anna Karenina del conte Tolstoj: “Levin riconobbe le maniere piacevoli della donna del gran mondo, sempre calma e naturale… Non soltanto Anna parlava con naturalezza e intelligenza, ma con un'intelligenza noncurante, senza attribuire alcun pregio ai propri pensieri e attribuendo invece gran pregio ai pensieri dell'interlocutore"[17]
Metodologia 46-
Metodologia 46. Lo stupore suscita attenzione.
Dal meravigliarsi nascono la filosofia e la poesia. Aristotele.
Contro i filosofI: Socrate ricorda “l’antica ruggine” tra poeti e filosofi. Musil e Leopardi.
La poesia: Sofocle (Filottete), Pascoli Il fanciullino .
Le critiche anomale o eretiche vanno evidenziate, come abbiamo fatto sopra, poichè possono suscitare lo stupore dei giovani, un effetto che favorisce l'apprendimento, in quanto tiene desta l'attenzione. Lo stupore si confà all'attenzione, e dal meravigliarsi nasce la filosofia: "Principio di ogni filosofia è il meravigliarsi, dice Platone e deduce dal fatto che il giovane Teeteto si meraviglia la sua attitudine al filosofare"[18].
Quindi Aristotele afferma che gli uomini hanno cominciato a fare filosofia, sia ora sia in origine, a causa della meraviglia: "dia; ga;r to; qaumavzein oiJ a[nqrwpoi kai; nu'n kai; to; prw'ton h[rxanto filosofei'n"[19].
Per suscitare meraviglia è necessario lo xenikovn, il peregrino, lo strano oltre la chiarezza. Quanto è banale non ci meraviglia
Riportiamo allora il giudizio, sui filosofi, di Musil che suscita meraviglia per quanto è malevolo: “Egli non era un filosofo. I filosofi sono dei violenti che non dispongono di un esercito e perciò si impadroniscono del mondo rinchiudendolo in un sistema”[20].
Leopardi afferma addirittura che la filosofia causò la fine della grandezza di Roma: “Or bene che giovò a Roma la diffusione, l’introduzione della virtù filosofica , e per principii? La distruzione della virtù operativa ed efficace, e quindi della grandezza di Roma (11 Dicembre 1821)”[21].
Nella Repubblica di Platone, Socrate manifesta la sua diffidenza nei confronti di Omero e della poesia che non consista in “inni agli dèi” ed “elogi dei buoni”, attaccando in particolare la Musa drogata (th;n hjdusmevnhn[22] Mou`san, 607) dei canti lirici o epici che insediano piacere e dolore nel trono della città. Poi però il filosofo abbozza una scusa, dicendo che tra la poesia e la filosofia c’è un’antica ruggine (palaia; mevn ti~ diaforav, 607b) e cita alcuni sberleffi nei confronti dei filosofi, probabilmente dedotte dai comici. Ne riporto una: “mevga~ ejn ajfrovnwn keneagorivasin”, grande nelle vuote ciance degli stolti.
Del resto filosofia e poesia potrebbero essre sorelle: anche la poesia nasce dalla meraviglia: nel primo Stasimo del Filottete di Sofocle il Coro di marinai dice di essere preso da stupore (qau'ma m j e[cei, v. 687) davanti all'uomo abbandonato nell'isola deserta: come sostenne una vita piena di lacrime udendo in solitudine l'assalto dei flutti da tutte le parti?
Dalla poesia nasce la Storia secondo Vico, sicché anche la Storia è nipote della meraviglia
Ricordo anche la poetica di Pascoli il quale teorizza la sussistenza del fanciullino-poeta, capace di meravigliarsi, nell'adulto arrugginito:"Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello…Il poeta, e e quando è veramente poeta, cioè tale che significhi solo ciò che il fanciullo detta dentro, riesce ispiratore di buoni e civili costumi, d’amor patrio familiare e umano" (Il fanciullino, 1897; 1902).
Bologna 23 gennaio 2024 ore 10, 24 giovanni ghiselli
[1] T. Mann, La montagna incantata, II, p. 263.
[2] G. Steiner, Vere presenze, p. 151.
[3] Cicerone, De officiis, I, 48. All'uomo onesto non è consentito non contraccambiare.
[4] I. Svevo, Una vita (del 1892), p. 71.
[5] In italiano anche nel testo originale di Der Zauberberg. Settembrini è un carducciano.
[6] T. Mann, La montagna incantata, II, pp. 148- 149.
[7] Cfr. cap. 46.
[8] T. Mann, La montagna incantata, II, p. 169.
[9] Saggi, p. 197.
[10] T. Mann, Giuseppe e i suoi fratelli, Il giovane Giuseppe, p. 43.
[11] E. Morin, La testa ben fatta, p. 106.
[12] Scritti corsari, p. 258.
[13] La citazione mi è stata suggerita dalla relazione della collega Celentano al convegno di Lamezia Terme.
[14] Sermones, I, 9, 33-34.
[15] S. Natoli, Op. cit., p. 51.
[16] Giovanni di Stobi (Macedonia) V sec. d. C. Ha composto un’Antologia fatta di citazioni.
[17] Anna Karenina (1873-1877), trad. it. Milano, 1965, pp 703 e 704.
[18] Sono le prime parole de La Stoa di Pohlenz che si riferiscono a Teeteto , 155d.
[19] Metafisica , 982b.
[20] Musil, L’uomo senza qualità, p.243.
[21] Zibaldone, 2246.
[22] Da hJduvnw, “condisco”.
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