La secessione dalla compagnia che “in due si scema”. L’infelicità sessuale dei ventenni della mia generazione. Ricordi degli anni di Pesaro.
Sorseggiata la palinka, conclusi la mia lezione di pedagogia erotica dicendo con aria professorale: “ le ragazze non amano il chiasso e le scene infantili; apprezzano le parole precise, corrispondenti a fatti concreti. Cercano sicurezza non priva di tenerezza e ciascuna vuole sentirsi prescelta, anche se di fatto scelgono loro, quando ne hanno la possibilità”.
Non avevo ancora quasi nessuna esperienza di femmine umane amanti, ma le donne ero già predisposto a capirle: mi avevano fatto scuola quelle di casa: matriarche esigenti, dure, di quelle che non perdonano l’insuccesso del maschio.
La più attempata Rina, matriarca senza figli che impersonava la madre più esigente e severa con me, e recitava pure la parte del padre, quando tornavo da scuola mi chiedeva sempre quale voto avessi preso in una prova. Se per caso la mia non era stata la più egregia di tutta la classe, mi biasimava aspramente. Nei compiti di greco e latino invero questo non accadeva mai.
Era comunque difficile che non primeggiassi, ma se capitava mi sentivo in dovere di stravincere la volta successiva,
A Bologna invece per tre anni mi ero trovato senza stimoli né pungoli. Del resto lo scritto di greco non c’era e primeggiare non era difficile perché bastava studiare molto e magari anche capendo poco o quasi niente per prendere trenta. Scolasticamente ero diventato uno dei tanti con grande avvilimento. Politicamente e socialmente non ero nemmeno questo.
Davanti alle donne di casa dunque ero stato uno scolaro che deve trovare e difendere un’ identità capace di supremazia con una lotta continua e strenua. Tale palestra era un luogo non soltanto di fatica ma anche di addestramento e ammaestramento.
Avevo smarrito per tre anni la volontà di riuscire a diventare quello che davvero sono e volevo ritrovarla nel nuovo ambiente dove ero apena arrivato ma già mi stimolava.
Ecco perché avevo detto parole non prive di senso riguardo ai gusti delle femmine umane.
Danilo però se ne risentì, e, perduta la pacatezza acquisita durante il breve simposio, gridò: “Tu sei proprio malato mio caro, caro da Dio. Hai studiato troppo. Oppure non hai bevuto abbastanza. Non vedi che bea che xe?”
Le sue parole mi parvero ebbre e non seppi cosa rispondergli.
Fulvio, che aveva ascoltato con attenzione quanto avevo detto, mi diede ragione disse: “ Non hai torto, Gianni. Anzi, facciamo una cosa: andiamo a cercarne due da un’altra parte. La piscina è grande e pullula di ragazze. Noi qui perdiamo tempo “curando”1 in quattro una che nemmeno ci degna”.
“E’ ovvio-replicai- sempre più incoraggiato- non può rispondere a tutti. Vieni Fulvio: andiamo in giro a “puntare” come si deve, da ragazzi studenti, non quali cani in fregola”.
Veramente non sapevo come si fa, ma oramai avevo preso la posa del logico, dell’intenditore, e dovevo sostenere la parte. Intanto improvvisavo bluffando, poi l’avrei imparata sul campo.
Così Fulvio e io cominciammo a muoverci, mentre Danilo, rivolto a Ulderico gridava: “Cosa hanno quei due da bravare? Dimmi tu se con una toseta tanto bea, e una bocia di graspa a disposission, si deve criticare facendo i fighetti saccenti! Borghesi emiliani, uno anzi è addirittura Pesaro. Non sanno cosa significhi vivere un’esistenza marxista leninista! Io bevo palinka magiara, vodka russa, tutt’al più polacca, e fumo solo roba albanese!”.
Poi si placò un’altra volta e con labbia rabbonita di nuovo, ripresa in mano la bottiglia diletta, concluse: “Be’, d’altra parte facciano come gli pare, cari da Dio, benedeti putei. Adesso qui c’è più spassio e meno concorrensa”. Non so se si riferisse alla fresca ragazza o alla palinka all’albicocca. “Beviamoci sopra”. Quindi s’attaccò alla bottiglia e tacque.
Mentre ci allontanavamo da lì, Fulvio mi domandò se avessi già avuto esperienze di sesso. Non l’avevo, e non volevo simulare con lui né dissimulare, anzi aggravai il peso che mi opprimeva rispondendogli: “No, mi fanno troppa paura”. Poi, con aria desolata, gli chiesi: è grave?”.
Fulvio, per sua umanità, mi rispose senza irrisione né biasimo: “No, non avrai ancora incontrato una congeniale. Ma qui ti rifarai. Guarda che mare di passera c’è in questa piscina”.
Così cominciammo a scrutarle, ad avvicinarle, ad abbordarle, per invitarle a uscire con noi, magari di sera.
Eravamo goffi però e, per avere successo, contavamo, tristissimamente, sul fascino dello straniero, occidentale per giunta e dotato di un’automobile: la scassata Seicento che nell’Ungheria di quegli anni era comunque cosa rara. Del resto tra noi e le ragazze della piscina Debrecen, non c’era dialogo alcuno per la diversità degli idiomi.
Compresi subito che per il “puntaggio” era terreno più adatto quello delle studentesse, le compagne di scuola dell’università estiva. L’educazione accademica favoriva le intese. Allora gli studenti universitari d’Europa conoscevano quasi tutti il latino. Inoltre la lingua più diffusa, la nostra koinh; dialekto~ era l’inglese che, grazie a Guglielmo il Conquistatore, pur essendo una lingua germanica è piena di sinonimi neolatini.
In quel mese lontano capii molte cose sulle donne e pure sugli uomini. Volevo imparare a qualsiasi costo: anche pagando con grandi dolori, se necessario, pure esponendomi al ridicolo suscitato dall’ostensione dei miei grossi difetti, se volevo emendarli per giungere alla conoscenza delle creature senza le quali sentivo di non poter vivere umanamente e felicemente qui sulla terra. Fulvio mi fece capire subito che non potevo bluffare a lungo e del resto comprendevo da me che il bluff comunque non paga.
Nella mia casa di Pesaro quando un maschio , marito, cognato o fratello che fosse provava a darsi qualche importanza, le donne lo mettevano a tacere sbeffeggiandolo. La Rina dava il via dicendo: “il perfetto imbecille!”. Allora, già alle elementari, capivo che dovevo sottrarmi a tale giudizio portando a casa i voti più alti. La zia Rina apprezzava fino a un certo punto. Una volta mi disse: a scuola sei bravo, capisci e impari, ma nella vita sei mezzo deficiente!”
Tale atmosfera mi aveva messo in guardia e spinto da una parte a primeggiare per essere approvato dalle donne, dall’altra a temerle come se avessero avuto una natura più crudele di Scilla, la satanessa primordiale con 12 piedi, tutti pronti sferrare dei calci, 6 colli lunghi e invasivi, 6 teste spaventose, con capelli viperei, 6 bocche ciascuna con tre file di denti fitti e numerosi pronti a infliggere morsi mortali. Avevo letto questa descrizione nel XII canto dell’Odissea e l’avevo fatta mia.
Tutte le estati, quando nella casa di Pesaro arrivava la quarta zia e una loro cognata, le matriarche diventavano sei. A tutte ora conservo affetto e gratitudine perché a lungo andare mi hanno fortificato.
I maschi dopo averli visti maltrattati e incapaci di reagire mi sono apparsi deboli, da non imitare, anzi da prendere quali contromodelli.
L’unico che si salvava era lo zio acquisito di Moena e nel mese di agosto quando la zia Giulia mi portava lassù imparavo qualcosa di buono da lui.
Quando poi con il volgere delle stagioni, ho visto tanti uomini adulti passare il tempo libero giocando a carte o a biliardo e guardando le partite di calcio, ho pensato che il genere maschile fosse quello più fiacco e più vile, sicché ho cercato le donne con tutte le forze che avevo, mi sono identificato con loro, senza fatica perché erano state i miei modelli da quando ero bambino. Acquisita altra forza con il tempo, mi sono potuto permettere di assumere anche la mitezza del nonno materno Carlo che era decaduto da giovin signore di Sansepolcro a povero e per questo veniva maltrattato, però mi ha lasciato l’eredità più bella: il talento ciclistico, l’amore per la vita e una signorile bontà d’animo.
Tra i ventenni della mia generazione sessualmente infelice, molti non avevano avuto esperienze erotiche; i maschi però vantavano gran copia di amori e di femmine. Si gloriavano delle prostitute prezzolate e della fidanzata vergine che non si lasciava toccare, perciò da sposare.
Capivo che la miseria e l’infelicità sessuale ci riguardava tutti più o meno, maschi e femmine, perciò, mentre mi esponevo al ludibrio degli altri pitocchi del sesso con l’epifania e l’apocalisse della mia infelicità estrema, li compativo siccome avevo capito che loro, negando le debolezze e le angosce comuni, dovevano averle ancora più grosse delle mie: immense dovevano essere, ossia non più misurabili né attraversabili per giungere a spiagge e porti di salvezza. Io invece volevo varcare quell’oceano di tempestoso dolore, anche se avevo a disposizione soltanto un canotto bucato, o una zattera dal legno infradiciato e rischiavo non uno ma cento, mille, diecimila naufragi.
Per l’esame di “greco uno” avevo dovuto leggere tutta l’Odissea e avevo imparato dal “poeta sovrano che sovra li altri com’aquila vola” non solo i tecnicismi linguistici richiesti dai professori dell’epoca. Mi interessava molto Ulisse che senza essere bellissimo piaceva assai alle femmine umane e perfino a quelle divine.
Insomma volevo percorrere, a qualsiasi costo, qualunque tragitto mi avrebbe portato prima dentro il corpo, poi nella mente e nel cuore delle ragazze belle e fini.
La mia Itaca era un’isola con tante donne amorevoli nei miei confronti.
Come la mamma, la nonna e le zie dopotutto. E con un uomo buono come mio nonno Carlo Martelli. Non troppo tardi li raggiungerò tutti nella tomba di Sansepolcro se mia sorella mi ci porterà del tutto trasognato.
Nota alla parola “curando” attribuita a Fulvio.
1 Un vocabolo rivelatore della parmensitas mai dissimulata dall’amico, anzi rivendicata.
In questo contesto significa “corteggiare” che però è meno espressivo.
Fa parte del carattere sano la fedeltà alla propria appartenenza linguistica. Vivo a Bologna da quasi 60 anni ma conservo la mia pisaurensitas nel parlare. La riconoscono dal fatto che allunghiamo le vocali, tipo : “cosa diiici, cosa faai, come staai?”.
Sono i plebei mentali quelli che dopo un paio di mesi di trasferimento in età adulta scimmiottano penosamente e ridicolmente la pronuncia della nuova città per sentirsi integrati e “arrivati”. E’ un segno di miseria. Un’affettazione evidente e spregevole. Ho attribuito anche a Danilo un forte accento veneto per simpatia verso l’amico nato e cresciuto sotto il monte Grappa. Chiedo agli amici veneti che mi leggono di correggermi se ho fatto degli errori di grafia veneta come è probabile. Saluti e baci a tutti.
Bologna 5 novembre 2025 ore 17, 14 giovanni ghiselli
p. s.
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