mercoledì 5 novembre 2025

L’apprendistato, capitoli XXVI e XXVII.


 

 L’apprendistato XXVI parte. La piscina bella, poi deformata.

Mi guardai in uno specchio per acconciarmi alla meno peggio. In effetti ero malconcio. Avevo nel volto e nel corpo le piaghe di chi ha fatto della propria vita un nodo atroce di doveri e  di colpe.

Solo i polpacci conservavano i muscoli belli dell’antico agonismo. Sopra il costume dunque indossai dei calzoncini che li lasciavano, mentre alzai  la cintola fino sopra la vita allargata  per nascondere almeno in parte il ventre obbrobrioso da punitore di sé stesso: ne avevo vergogna e rimorso. Quindi mi avviai in direzione della piscina. Attraversai di nuovo il bosco pieno di ombre, di enigmi non ancora risolti, e varcai il laghetto camminando adagio sul ponticello che, invece era assolato e cominciava a essermi familiare.

Un chiaro punto di riferimento in quell'intrico boschivo insomma.

 La piscina di Debrecen allora era bella, grande, ricca di alberi, prati, cespugli, fiori, chioschi e, naturalmente, di vasche. Queste avevano l’acqua fredda, o tiepida, o calda fino a scottare. Erano rettangolari, o circolari; grandi, piccole e medie; alcune avevano un trampolino per i tuffi, altre le onde artificiali per il gioco dei bambini, in altre ancora si poteva soltanto nuotare. Il prezzo del biglietto era solo simbolico come quello di tutto quanto era necessario: dal cibo all’affitto.

Insomma era un bel luogo, attrezzato bene, pulito, confortevole, e frequentato da persone rispettose le une delle altre.

Quando ci sono tornato 45 anni più tardi, in bicicletta, illudendomi di ritrovarlo qual era, vidi invece con dispiacere che, quel giardino d’estate aperto al popolo di Debrecen, era diventato parte di un albergo, ed era stato completamente  modificata in peggio: privo di vegetazione, di giochi per bambini, di varietà di vasche: da luogo di incontro e svago popolare quasi gratuito, era stato  ridotto a ritrovo squallido e costoso di borghesucci pretensiosi, trasformato in merce e in affare volgare.

Brutto assai dunquem quasi quanto l’Hungaria ridotto a MacDonald.

Nel 2011 era caduto già da diversi anni il muro che separava due Europe diverse.

 

L’apprendistato XXVII parte.  Il corteggiamento balordo

Quella prima volta che  entrai nella piscina mi diedi a cercare i contubernali temendo di non trovarli. A mano a mano che non li scorgevo la paura  di restare solo cresceva e diventava ansia. Dopo una decina di minuti cominciai a disperarmi.  Assidui terrori mi resero addirittura pensoso di gettare dentro l’acqua  la pena e il dolor mio. Ma non c’era nessuna vasca abbastanza profonda da affogarvi e continuai a cercare dovunque.

 

Dopo avere girato in lungo e in largo osservando la gente, soprattutto le donne giovani e belle, nel centro di una vasca circolare dall’acqua caldissima, sopra un’isoletta di pietra, vidi raggruppati Fulvio, Danilo, Ulderico, il  Romano nuovo arrivato, più un paio di sconosciuti, tutti intorno a una ragazza sola, bellina quanto si vuole, ma che non li  degnava  di uno sguardo. “Bella e sdegnosa!” pensai ricordando con ironia un luogo comune dell’epoca quando i maschi corteggiavano accanitamente le femmine umane e le riottosette dell’epoca, all’inizio mostravano riluttanza, come le femmine di molti altri animali.

 Dopo esserci ambientati a Debrecen, avremmo chiamato la vasca in questione “piscina dei sifilitici”, poiché il la sua acqua termale, quasi bollente, faceva bene a diversi malanni, e molti dei coricati là dentro erano un po’ malandati, smozzicati 1 perfino. Vincendo dunque la ripugnanza dell’acqua caldissima e zigzagando tra i mutilati distesi in quella bolgia rovente, resistendo anche al dolore iniziale dei piedi e dei polpacci lessati2,  che comunque mettevo in mostra sollevando gli stracci quando scendevano troppo, e tirando i tendini per evidenziare meglio la buona fattura dei muscoli da ciclista, l’unica cosa rimasta ben fatta nel mio corpo devastato dal cibo e dalla sventura, mi avvicinai ai miei contubernali e salii sull’isoletta del corteggiamento inopportuno.

Volevo osservare da vicino la scena che da lontano mi sembrava una recita di attori ebbri.

Danilo,  sonoro e rubicondo, gridava: “Bea tosetta, cara da Dio, perché non

rispondi, Dio caro? Rispondi, ugheresina bella!”

Quella non solo non rispondeva ma non gli rivolgeva nemmeno una rapida occhiata. Fulvio provava a interessarla con cenni del capo e ammiccamenti vari; Ulderico, le agitava davanti al volto le mani con alcune dita drizzate, forse per suggerirle un appuntamento appartato a una certa ora.  

Gli sconosciuti della seconda fila parlavano tra loro e ridevano: dovevano essere ragazzi autoctoni divertiti dalla comicità della scena. I mezzi impiegati dai miei connazionali  erano del tutto inadeguati al fine.

Io,  ragazzo disgraziato assai, non avevo esperienza di corteggiamento, ma desideravo talmente tanto le femmine umane, da capirle ancora prima di conoscerle, e da comprendere che quel modo di procedere non aveva alcuna possibilità di successo.

Conoscevo la psicologia femminile per essere stato allevato dalla mamma tre zie e la nonna, cinque nutrici tutte intorno a me per molte ore di ogni giornata. I maschi non c’erano quasi mai e quando c’erano non contavano niente: venivano zittiti appena aprivano bocca.

Sapevo come funzionava la testa di molte donne, e per quanto avevo visto in casa sapevo che tanti uomini erano più sprovveduti di loro.

Quindi, spinto dai ricordi delle imperiose matriarche  e dalla inadeguatezza di quei ragazzi contubernali, eravamo diventati quattro con Ulderico, osai intromettermi con forza, e atteggiandomi a intenditore, dissi: “Salve, ragazzi, è un piacere grande incontrarvi, però, se permettete, state facendo un grosso errore: non si corteggia una sola donna in tre alla volta e in tale maniera goliardica, per non dire infantile o addirittura ferina”.

Danilo mi guardò bieco, e disse: “Cossa vu to? Stai poco bene? Se vuoi, vieni avanti a darci una mano, se no, tirati indietro, o tirati su con una graspa. Cosa c’è che non va? Non vedi che bea che xe? Non sarai mica finocio anca ti? Non vedi che bea, cara da Dio? Non è il tuo tipo?”

“Sì-risposi- è bellina assai, è cara da Dio, piace molto anche a me, è quasi il mio tipo, però io sto dicendo tutt’’altra cosa”.

“Cossa vu to dire” gridò il veneto, sempre più rosseggiante e sfavillante tra i vapori dell’acqua rovente e i fumi interni dell’alcol.

Temevo una sua invettiva; invece la voce emessa dalla faccia trascolorata3,  si contrasse in un singhiozzo, poi tacque. Quindi con miglior labbia4,  il giovane infatuato  prese una grossa borsa messa al riparo sul vertice dell’isoletta lapidea, l’aprì, tirò fuori una bottiglia di palinka, ne bevve un paio sorsi, poi me l’allungò, dicendo quietamente: “ Manco male che non sei finocchio. Me saria dispiaso!  Non fare storie, bevici sopra anca ti, pesarese caro da Dio!”.

Pensai che la piscina calda nel pomeriggio offuscato eruttasse una oscurità capace di ottenebrare le menti dei miei compagni di stanza, ma non lo dissi. Anzi, assaggiai la palinka all’albicocca offerta da quel ragazzo di Bassano del Grappa che dopo tutto trovavo simpatico: il liquore ungherese mi sembrò più caldo dell’acqua rovente che mi aveva scottato le gambe. Più avanti purtroppo tale brace liquida arrivò a non dispiacermi. Però per fortuna, mi emancipai presto da quella strana consolazione. Grazie alle donne mie benedette.

Dopo avere letto questo capitolo potreste domandami: come è possibile che tu attraversando il bosco di Debrecen per andare in piscina ti sia trasformato in questo modo?.

Si vede che era arrivato il momento,  che un demone buono e benefico  mi aveva dato la sveglia dopo tre anni di sonno. Stavo entrando nel dormiveglia. Quando tornerò a Debrecen nell’estate del ’68, oramai sveglio quasi del tutto, grazie alla Pasqua di Praga passata molto bene con Helena, la boema ventenne,  una studentessa di Padova che avevo conosciuto nel 1966 mi disse: “come hai fatto gianni a trasformarti così? Ti ricordi com’eri? Ci facevi una gran pena”.

“La sorte dolorosa e pure generosa-risposi-mi è stata maestra”.

 

Note

 

1Cfr. Dante, Inferno, XXIX, 6.

2Cfr. Dante, Inferno, XXI, 135.

3 Cfr. Dante, Paradiso, XXVII, 21.

4Cfr. Dante, Inferno, XIV, 67.

Bologna 5 novembre  2025 ore 11, 37

giovanni ghiselli

p. s.

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