XLII. I propositi per il tirocinio che sarebbe durato tutta la vita.
Avuta la stanza dunque, andai a posarvi i bagagli, poi uscìi per mangiare. Una cena non meritata dopo tutte quelle ore seduto. Mi proposi perciò la frugalità. Ero già in buona parte guarito dalla frenesia alimentare, dall’appetito disonesto dell’obeso. Nel cardo maximus di Cittadella vidi una scritta: Ristorante il Gobbo. Accipio omen, mi dissi: è di buon auspicio. Ordinai un secondo: bollito misto con zucchine; non patate e senza pane, per carità. Non senza un quarto di vino però. E acqua minerale gassata.
Mentre aspettavo la cena, triste ma non deformante, pensavo: “ domani comincerò a insegnare. Sono a una svolta a gomito della mia vita. Avrò uno stipendio di 118 mila lire al mese”.
Pochi giorni più tardi avrei saputo che era quanto prendeva Pinelli, il ferroviere anarchico ammazzato. La defenestrazione di Milano.
“Altre 80 mila me le dà generosamente la zia Giulia grata forse perché andavo tutte le estati a Moena con lei, priva e desiderosa di figli. Quando vi ci recammo in automobile per l’ultima volta passammo per Cittadella appunto, quindi facemmo la Valsugana fino a Trento. Tutte le vicende della vita sono imparentate tra loro.
“Ora questa zia- nutrice-pensavo- vorrebbe che facessi carriera nella scuola. Come studente sono stato bravo, soprattutto nel triennio liceale quando si traducevano gli autori greci e latini: devo tornare al liceo.
Quello era l’ambiente più adatto e congeniale a me. Anche qui alle medie del resto non dovrò limitarmi a insegnare la grammatica, l’analisi logica e quella del periodo. Lo farò come propedeutica alla lettura e al commento degli autori, quelli più bravi e più capaci di colpire la sfera emotiva dei ragazzini, quindi più memorabili. Anche i Greci e Latini potrò presentare tradotti da me. Essenziale sarà interessare gli allievi: farmi ascoltare. Non basterà ciarlare a vanvera o genericamente di ogni cosa anche mal conosciuta: bisognerà citare pure a memoria gli autori, in modo che i ragazzi sentano la loro bellezza, la loro importanza e se ne approprino imparando come funziona bene la lingua nostra, la nostra koinh; divalekto~, la bella lingua toscana, oltre il loro idioma, e li aiuti a gustare l’eleganza della vita. Dovrò studiare molto ogni giorno.
Non è più tempo di chiacchierare a vuoto, e di vivere a casaccio.
Tutti i pomeriggi di quell’inverno remoto, più le mattine dei dì di festa, studiavo: la geografia e i tecnicismi della lingua italiana per dovere; poi
rileggevo con gioia Omero, Sofocle, Euripide, Catullo, Orazio, Dante, Machiavelli, Leopardi. Nei primi tempi però mi concentrai su Foscolo che mi pareva il più capace di entrare nel cuore e nella mente dei ragazzi, con l’eco dei classici del resto. Con il carme Dei Sepolcri, solo nella mia stanza del Motel Palace, mi commuovevo fino alle lacrime. Piangevo perché nei versi splendidamente musicali del maestro educato anche lui dai Greci, figlio di madre greca per giunta, trovavo il grado eroico dell’esistenza umana che cercavo anche dentro di me; poi mi commuovevo siccome ci trovavo il culto della bellezza, delle donne, della poesia, dell’amore, le illusioni gagliarde cui avevo sempre aspirato anche io considerandole valori veri e scopi più congeniali a me di quelli meschini della gente ordinaria, fangosa nel loro pantano, intesa al lucro, alla menzogna, a mettere al mondo altri individui dello stesso stampo.
Potevo insegnare quelle realtà squisitamente umane mentre parlavo a dei giovanissimi ancora cerei in virtutem flecti, capaci come la cera di prendere impronte buone se sapevo lasciarle. Volevo farlo.
Questi erano i propositi per il mio tirocinio che del resto sarebbe continuato per tutta la vita.
Gli insegnanti e ogni persone per bene, non dovrebbe smettere mai di migliorare imparando:"semper homo bonus tiro est ", l'uomo onesto fa tirocinio per tutta la vita[1].
Capitolo XLIII. L’impatto con il preside della scuola media.
La mattina seguente il preside mi ricevette nel suo ufficio : una stanza oscurata da un albero enorme che protendeva i rami ancora frondosi davanti all’unica finestra non grande, esposta per giunta a nord. Mi presentai. Avevo camicia, giacca, calzoni, calze, mocassini e un impermeabile di buona marca. I capelli erano corti. Voglio dire che non avevo assunto un abbigliamento che poteva dare nell’occhio né alcun atteggiamento povocatorio per un benpensante come immaginavo fosse un preside del Veneto bianco, refrattario alla rivoluzione studentesca dalla quale venivo e avevo fatto parte. Quella mattina avevo mutato la mia immagine di “icona del ’68” come mi avrebbe definito una collega siciliana di estrema destra.
Il preside mi trattò comunque con una diffidenza vicina all’ostilità.
Mi chiese di dargli la nomina. Appoggiò gli occhiali sul naso, la guardò piuttosto a lungo, mi osservò con aria severa e contrariata, poi disse che ero arrivato in ritardo, che lui aveva già chiamato una supplente annuale, una di sicuro affidamento, una brava che a lui andava vene.
Mi venne in mente l’ agrimensore del romanzo Il castello di Kafka.
“Burocrazia ottusa, intrigante e prepotente”, pensai.
Quindi parlai “ A me no - replicai- a me, con rispetto parlando, non va bene. Ho ricevuto ieri mattina l’incarico dal Provveditorato di Padova e l’ho accettato subito. Nella nomina che lei ha sotto gli occhi sta scritto che ci sono tre giorni di tempo per presentarsi. Dunque sono arrivato qui per iniziare il mio lavoro in anticipo casomai, non in ritardo”.
“Ah si?” fece con aria da finto tonto sornione, come se non avesse voluto provarci a rimandarmi indietro.
“Sì, è proprio così”, ribattei.
Quindi mi rivolse un’occhiata severa e ordinò: “Allora vada subito a spedire un telegramma. Cosa aspetta?”
“Facciamo finta di niente”, pensai.
Poi gli domandai: “Dove?”
“ Lo chieda al bidello”, rispose seccato.
“Non dov’è la posta è quanto vorrei sapere, ma dove e a chi devo inviare il telegramma e che cosa ci devo scrivere. Come le ho detto, ho già telegrafato ieri da Pesaro che accetto l’incarico, pur con la riserva che se ne riceverò un altro da Bologna, rinuncerò a questo. Non ci tengo a rimanere qui più del necessario, e meno che mai dopo avere visto di essere poco gradito da lei, preside!”
“Cossa vu to”, fece. Era un idiotismo che usava per chiudere le discussioni, Credo che significhi: “ ma lascia perdere!”
“Dunque a chi devo telegrafare e che cos’altro scrivere?”
“Telegrafi di nuovo al provveditorato di Padova. Scriva che è appena arrivato qui. Ieri pomeriggio ho comunicato che lei non si era presentato: la verità. E che avevo dovuto nominare una supplente. Una non ancora laureata ma con una lunga pratica di insegnamento. Lei ha mai insegnato?”
“Ho fatto solo una un paio di supplenza questa primavera”
“Val più la pratica che la grammatica. Poi che lei sappia la grammatica non è detto, tanto meno che sappia insegnarla. Vedremo. Verrò a controllare. Dunque vada subito a telegrafare, che cosa aspetta? La spesa non gliela posso rimborsare ma saranno pochi sghei, cinquecento lire al massimo. Più tardi telefonerò: se l’avranno accettata, le affiderò due classi: una terza e una prima. Diciannove ore che nessuno ha voluto tra quelli nominati dal Provveditore”.
Ho capito, vado-risposi- ma sono io che accetto la nomina a tempo indeterminato dovuta al mio punteggio, non il provveditorato che accetta me. Tanto meno lei”
“Cossa vu to!”
Uscìi dalla presidenza pensando che una volta inserito nel nuovo contesto non avrei più obbedito a un dirigente del genere siccome non era più educato né più colto di me. Nemmeno più bello.
Bologna 7 novembre 2025 ore 18, 15 giovanni ghiselli
p. s.
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[1] Marziale, 12, 51, 2. Con questa citazione avrei iniziato lo scritto dell’esame che mi avrebbe aperto la porta dell’alma mater di Bologna nell’aprile del 2010.
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