venerdì 7 novembre 2025

L’apprendistato capitoli XLIV e XLV.


 

 L’inappagato, doloroso bisogno di giustizia del giovane pincipiante.

 

Andai a cercare l’ufficio da dove mandare il telegramma che il preside mi aveva imposto, senza dirmi dove si trovasse. Domandai a un bidello, un uomo più educato e cortese di lui. Avevo capito che il capo della scuola del mio debutto era contrario al mio stile,  alla mia persona e mi sarebbe stato nemico a lungo anche perché oltretutto  avevo tolto il lavoro a una sua protetta, non laureata ovviamente.

Per strada ripetevo un ritornello del movimento studentesco che mi aveva aperto la mente: “Ce n’est qu’ n début, continuons le combat”. Avrei dovuto lottare contro quel dirigente malevolo.

 Non era  una previsione e una presofferenza sbagliata: in cinque anni che ho lavorato nella  scuola di tale capo istituto, colui tutte le volte che ha potuto mi ha dato dei fastidi. All’inizio è stata una prova dura per me. Ero giovane allora, ero del tutto solo nel Motel di Cittadella: non avevo altro che la scuola, i ragazzi tutti molto cari, i colleghi, in gran parte buoni, e quel preside, un cinquantenne democristiano che poteva essermi padre e avrebbe dovuto aiutarmi, per carità se non altro cristiana, invece di ostacolarmi. Di questa ostilità soffrivo come di un’ingiustizia tremenda. Ancora non ero abbastanza disincantato sui rapporti umani. Ne rimasi deluso e ferito. Avrei potuto volergli bene come a un padre e lavorare meglio. Per fortuna quando iniziai a insegnare nel liceo classico trovai due presidi galantuomini: Davide Ciotti al Rambaldi di Imola, poi Piero Cazzani al Minghetti di Bologna. Il primo mi incoraggiò a studiare con tutte le forze dicendomi che la scelta di insegnare latino e greco dopo i diversi anni di oblio dei quali mi ero autodenunciato, mi faceva onore siccome stavo iniziando bene, con impegno serio;  il secondo mi affidò due classi da preparare per l’esame di maturità, siccome era sicuro, disse, che le avrei informate e formate bene. Aggiunse che i ragazzi mi avrebbero ammirato, e ancora di più le ragazze in quanto ero studioso e avevo un mio stile non ordinario.

Li vissi come due figure paterne.

 

 A Carmignano per fortuna, quando mi ebbe conosciuto quale ero, mi aiutò la vicepreside della scuola, Antonia Sommacal,  che mi fece da  mamma vicaria. Siamo rimasti amici finché visse. E’ stata anzi l’amica più cara che abbia mai avuto. Più cara e generosa di tante amanti poco o per niente amiche.

Avevo bisogno di affetto e aiuto dai presidi e dai colleghi. Ho voluto bene a quanti mi hanno dato una mano. Mentre ho detestato e contraccambiato con mercede adeguata quanti hanno ferito la mia persona e offeso il mio senso della giustizia. Ora, a distanza di decenni, ho imparato a soffrire di meno perché mi sono incallito, e so perdonare di più, siccome impietosito davanti a tanta miseria; nei furori giovanili invece ricorrevo al contrappasso, quello formulato dai miei autori

 

 Ne riferisco tre esempi perché non posso fare a meno di insegnare-educare anche quando scrivo.

Nel canto che precede l'epilogo dell'Agamennone di Eschilo il Coro dice queste parole:"paga chi uccide (ejktivnei d j oJ kaivnwn)./Rimane salda la norma, finché Zeus rimane sul trono/che chi ha fatto subisca: infatti è legge divina"( mivmnei de; mivmnonto~   jen qrovnw/ Diov~-paqei`n to;n e[rxanta: qevsmion gavr”, vv. 1562-1565).

 

 C’è una ripresa di questo nelle Coefore: dravsanta paqei'n,- trigevrwn mu'qo" tavde fwnei' (313-314), subisca chi ha agito, un  detto tre volte antico suona così.

 

Nell’Eracle di Euripide Anfitrione indirizza queste parole al tiranno Lico inconsapevolmente incamminato verso la morte: “prosdovka de; drw'n kakw'"-kakovn ti pravxein” (727-728), aspettati facendo del male di averne del male.

 

 

Non ho mai inflitto violenza a nessuno, sia chiaro, ma usando solo l’arma della parola, ho sottolineato l’ingiustizia e l’ignoranza dei malfattori “uomini a mal più che a ben usi”[1]. Li ho provocati, li ho fatti cadere pubblicamente nel ridicolo e nel discredito. Non è stato difficile poiché le persone cattive non sono intelligenti. Mai fino in fondo.

 

 

 

XLV La canzonatura culturale del principiante al preside aguzzino

 

I primi tempi l’iniqua ostilità del preside Umberto Zanini mi tolse parte dell’ ottimismo relativo alla scuola come istituzione, ma non il mio entusiasmo educativo. Non ero inesperto del male, e negli anni del liceo, poi in quelli dell’università, avevo imparato a difendermi dai malevoli.

Talora la sera dopo avere ripassato la lezione per il giorno seguente, spengendo la fioca lampada della terrazza che rispondeva alla pianura veneta, ripetevo le parole sentite nel film Fuoco fatuo che il regista Louis Malle ha tratto dal romanzo di Pierre Drieu La Rochelle.

 “Domani mi uccido”, mormoravo.

Per scherzo, certo. Mi veniva in mente quando lo facevo nel collegio di Debrecen, ad alta voce, e Claudio ribatteva: “perché non ti uccidi subito, borsa!”. Nel Motel di Cittadella aggiungevo un antidoto tratto da Virgilio: “O passus graviora, dabit deus his quoque finem[2]. Né tralasciavo di aggiungere: “ revoca animum  maestumque timorem- mitte; forsan et haec olim meminisse iuvabit (…) dura et te rebus serva secundis”[3]

L’ultima pillola contro lo sconforto di tanta solitudine  in sì verde età me la forniva Ovidio:  Perfer et obdura: dolor hic tibi proderit olim/saepe tulit lassis sucus amarus opem[4].

La buona letteratura degli ottimi autori ha sempre avuto un effetto anche terapeutico su di me. Poi il sentimento della natura. E, importantissime, le donne. Queste sono state le sponde della salvezza quando il naufragio incombeva.

 

Andai dunque alla posta per il telegramma da inviare. Scrissi “Carmignano sul Brenta”. L’impiegata mi corresse: “di Brenta; sul Brenta è Piazzola”. Sbagliavo anche il nome. Forse aveva ragione il preside che non mi voleva: nemmeno io volevo restare. Comunque non ci sarei rimasto tanto a lungo. Dovevo tornare a Bologna, nel mio ambiente.

 Il preside venne a ispezionarmi più volte. Entrava in classe senza bussare e rimaneva qualche decina di minuti a fissarmi, ad ascoltarmi, senza togliersi il cappello. Infine riconobbe che ero preparato “anca masa”-aggiungeva- per questi putei

Tuttavia alla fine dell’anno mi diede la qualifica di Valente invece di Ottimo, togliendomi in questo modo due punti. Volli vedere la motivazione. Era di fatto un giudizio politico: aveva scritto che assumevo atteggiamenti che non si confanno alla dignità della scuola.

Di fatto nei pomeriggi di maggio, il maggio odoroso e sereno del 1970, feci alcune gite ciclistiche a Marostica con gli allievi della mia terza media:  nel prato verde smeraldo del castello alto ripetevo con loro il programma che dovevano presentare all’esame di giugno.

Andavamo e tornavamo in bicicletta. Per strada talora cantavamo Bella ciao o canzoni di Fabrizio de Andrè.  Con noi veniva il collega di matematica, l’amico Peppino Graziani, un uomo buono e intelligente, anche lui amato dagli allievi.

Una mattina di giugno il preside mi convocò nel suo ufficio rallegrato di luce in questo mese, come tutto il nostro emisfero.

Ma lui con gravità tetra e riprovazione disse: “Professore, il paese mormora contro di lei e contro di me che non intervengo”

“Che cosa ha da mormorare ?”, domandai   

“Mormora, mormora. Voci. Una paroa qua una à. Lei, Graziani, le vostre gite a Marostega con le ragazze in bicicletta. Professore la gente qui non è cieca, non è sorda, non è stupida. Noi ne abbiamo piene le tasche della sua politica e della sua sicologia”.

 “La scienza dei fichi” pensai.

“Immagino che lei ha votato Psiup”,  continuò.

“Sì è il partito più a sinistra nel parlamento della Repubblica italiana. Non sono un extraparlamentare ”.

Cossa vu to. Carmignano non è la Russia, non è nemmeno la rossa, dissoluta Bologna. Ci torni, Qui noi siamo religiosi e morali. Torni da dove viene, appena possibile. Comunque lasci stare queste passeggiate ciclistiche ambigue”.

“Ma che ambigue!-replicai- Io e il professor Graziani teniamo alcune lezioni supplementari all’aperto. Io amo la bicicletta da almeno venti anni, da quando ne avevo cinque. Le ragazzine della scuola media tra l’altro non hanno niente a che vedere con le donne spartane biasimate da Peleo nell’Andromaca di Euripide![5]

Cossa vu to!”

Canticchiai dentro di me: “Ah! chi mi dice mai quel barbaro cos’è?”[6]

Quindi risposi:

“ Voglio Sapere che cosa hanno da mormorare i furfanti bigotti di questa Vandea refrattaria. E lei in sostanza che cosa vuole impormi contro la libertà di insegnamento?”

Quindi, per spiazzarlo di nuovo citai una frase della Buona Novella: “oJ ojfqalmov" sou ponhrov" ejsti, o{ti ajgaqov" eijmi;[7]”. Così in greco gli diedi del tu.

Quel barbaro non capì di nuovo e bofonchiò un’altra volta: “Cossa vu to”.

Poi disse: “Professore, lei è perseguibile da me 24 ore su 24.

Et persequemini de civitate in civitatem[8], pensai

 “La smetta di andare a Marostega con gli alunni se non vuole che le mandi una censura scritta, una nota di biasimo che può rovinarle la carriera scolastica”

Dat veniam corvis, vexat censura columbas[9] replicai

Cossa vu to” borbottò

 

Note

1 Cfr. Eneide, 1, 199. O tu che hai sostenuto difficoltà più pesanti, un dio porrà fine anche a queste

2 Cfr. Eneide, 1, 202 sgg, chiama di nuovo il coraggio e caccia il timore che ti rattrista, forse un giorno ti piacerà ricordare anche questo.

 In effetti avrei incontrato difficoltà assai più gravi nei due licei di Bologna con due presidi molto più malevoli e malefici di questo e me la sarei cavata bene di nuovo. Forse più avanti le racconterò.

3 Amores, III, 11, 7-8, sopporta e tieni duro, un giorno questo dolore ti servirà: spesso una pozione amara ha portato aiuto agli affaticati

4 Peleo, il nonno di Neottolemo, esecra le Spartane e i loro costumi: neppure se lo volesse potrebbe restare onesta ("swvfrwn", v. 596) una delle ragazze di Sparta che insieme ai ragazzi, lasciando le case con le cosce nude ("gumnoi'si mhroi'"",  v.598) e i pepli sciolti, hanno corse e palestre comuni, cose per me non sopportabili " (Andromaca, vv.595-600).

Plutarco dà un'interpretazione non malevola dello stesso fatto: il legislatore volle che le fanciulle rassodassero il loro corpo con corse, lotte, lancio del disco e del giavellotto (…)per eliminare poi in loro qualsiasi morbidezza e scontrosità femminile, le abituò a intervenire nude nelle processioni, a danzare e a cantare nelle feste sotto gli occhi dei giovani (Vita di Licurgo , 14). E' interessante il fatto che   Erodoto  (I, 8)  viceversa fa dire a Gige:"la donna quando si toglie le vesti, si spoglia anche del pudore". 

5Cfr. Mozart -Da Ponte , Don Giovanni, I, 5.

-6 N. T., Matteo, 20, 20. Il tuo occhio  è cattivo perché sono buono?

-7 N. T., Matteo, 23, 34 E perseguiterete di città in città.

-8 Giovenale, II, 63. La censura perdona i corvi e tormenta le colombe.

Bologna 7 novembre 2025 ore 18, 37 giovanni ghiselli

 

p. s.

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[1] Cfr. Dante, Paradiso, III, 106.

[2] Cfr. Eneide, 1, 199, o tu che hai provato difficoltà più pesanti, un dio porrà fine anche a questa.

[3] Cfr. Eneide, 1, 202 sgg. Riprendi il coraggio e caccia via il timore che ti rattrista, (…) tieni duro e mantieniti in forma per la vicende propizie.

[4] Amores, III, 11, 7-8, sopporta e tieni duro, un giono questo dolore ti gioverà: spesso una pozione amara ha portato aiuto agli affaticati.

[5] Peleo, il nonno di Neottolemo, esecra le Spartane e i loro costumi: “neppure se lo volesse potrebbe restare onesta ("swvfrwn", v. 596) una delle ragazze di Sparta che insieme ai ragazzi, lasciando le case con le cosce nude ("gumnoi'si mhroi'"",  v.598) e i pepli sciolti, hanno corse e palestre comuni, cose per me non sopportabili " (Andromaca, vv.595-600).

Plutarco dà un'interpretazione non malevola dello stesso fatto: il legislatore volle che le fanciulle rassodassero il loro corpo con corse, lotte, lancio del disco e del giavellotto (…) per eliminare poi in loro qualsiasi morbidezza e scontrosità femminile, le abituò a intervenire nude nelle processioni, a danzare e a cantare nelle feste sotto gli occhi dei giovani (Vita di Licurgo , 14). E' interessante il fatto che   Erodoto  (I, 8)  viceversa fa dire a Gige:"la donna quando si toglie le vesti, si spoglia anche del pudore". 

[6] Cfr. Mozart -Da Ponte , Don Giovanni, I, 5.

[7] N. T., Matteo, 20, 20. Il tuo occhio  è cattivo perché sono buono?

[8] N. T., Matteo, 23, 34 E perseguiterete di città in città.

[9] Giovenale, II, 63. La censura perdona i corvi e tormenta le colombe.


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