giovedì 6 novembre 2025

L’apprendistato XXXII. Il 1968. Bologna e Praga. Il Sessantotto.


 

Nell’aprile del ’68 dunque andai a Praga attraverso uno scambio di posti  con gli studenti cecoslovacchi che alloggiavano nel collegio Irnerio di Bologna mentre noi “irneriani” eravamo in uno  studentato della città magica.

Passai le notti  comprese tra il 10 e il 20 aprile,  in una stanza del collegio di Praga facendo l’amore con Helena, la fanciulla onesta che mi donò tutta sé stessa senza chiedere nulla in cambio: non dico soldi o regali, ma nemmeno alcun impegno o rinuncia. Pur troppo poco mi chiese quella ragazza che mi piacque assai e le volli anche un poco di bene, ma interessato com’ero alla rivoluzione del nostro mondo e della mia persona, alla diciottenne in quel tempo non diedi tutta l’importanza che aveva e avrebbe avuto più tardi,  beninteso per me.

La ripensai e l’ho riconosciuta soltanto alcuni anni dopo, riconsiderandola e rimpiangendola, invano, quando tornai a Praga, per cercarla, nella primavera piovosa del ’72 mentre qui in Italia ero impegolato in una relazione sciagurata.

 Nel frattempo da noi erano iniziate le stragi di Stato.

Quando le telefonai, Helena, rimasta onesta, mi tenne lontano poiché nel frattempo aveva stretto un legame con un compagno di università.

La indico quale modello a quante fanno mercato della loro gioventù, oppure, dopo avere preso un impegno con un uomo, appena questo si volta, si intrigano con altri che sanno lusingarle suscitando nelle labili menti vani sogni, folli speranze, morbosi ricordi. Oppure una libidine pazza. Meno riprovevoli queste. Agiscono male,  sed non propter nummos , ma non per i miseri quattrini né per il  potere fallace.

 

Helena Schejbalova mi ha aiutato a uscire del tutto dall’abisso di vuoto identitario in cui ero caduto dopo il liceo.

 

In quella primavera fatata tutti noi giovani universitari  si pensava e parlava politicamente. Il 1968 fu uno degli anni in cui la gioventù ebbe fiducia in sé stessa e nel proprio futuro.

Ogni discorso era politico: ossia relativo alla polis, alla comunità. Si viveva da comunisti, nel senso più vero cioè etimologico, non da egoisti. Aiutarsi a vicenda era perfino una moda per molti. Costoro sono tornati egoisti appena la moda è passata

 Io no: avevo capito che politicamente significa anche umanamente e felicemente. Nelle assemblèe del movimento studentesco cui partecipai a Bologna, a Roma, a Milano, non avevo i mezzi culturali per parlare, siccome mi mancava la preparazione necessaria. La mia era limitata ai tecnicismi del greco-latino e alle date della storia antica, insomma a quanto avevo studiato senza gioia per superare gli esami. Altro non mi avevano insegnato né mi avevano invogliato a imparare per mio conto .

Nelle assemblèe  non prendevo la parola che non avevo, però ascoltavo quelli già preparati a parlare politicamente appunto. Mi sensibilizzai alla filosofia e alla storia e cominciai a studiarle bene per capirle, non soltanto impararle a memoria. Avevo finito gli esami, e l’Università di Bologna, dopo l’estate non l’avrei più frequentata: dovevo preparare la tesi sulla poesia ungherese del Novecento.  Mi laureai nel marzo successivo.

 In aprile   feci delle supplenze a Pesaro, e  dopo l’estate ebbi l’incarico a tempo indeterminato nel Veneto profondo, a Carmignano di Brenta, in provincia di Padova e vicina a Cittadella, Bassano, Vicenza e Treviso.

Il cuore dunque del Veneto bianco.  Ora so che la mia generazione fu fortunata per quanto concerneva il lavoro che si trovava subito dopo la laurea.

Durante le assemblèe studentesche dei primi mesi del ’68  mi sensibilizzai anche al problema del prossimo insegnamento , il metodo la via (odós) da seguire per educare alla letteratura e alla vita, una strada sulla quale avrei proceduto fino alle  lezioni universitarie tenute nel primo decennio del millennio seguente.

Già in quella primavera fatale mi resi conto che il metodo mio non doveva essere coercitivo, dogmatico, autoritario, ma educativo e accrescitivo, basato sul rispetto della persona che non andava sospettata come avevano fatto con me alcuni insegnanti di scarso valore  proiettandomi addosso le loro insufficienze. Dal movimento del ’68 dunque presi a riconoscere e valorizzare la parte bella e buona della mia persona come, tanto per fare un esempio  somatico e stravagante, con la bicicletta ho valorizzato le gambe ereditate da mia madre e da mio nonno materno che vinceva le gare ciclistiche, e ho tenuto da conto i capelli che non erano diventati bianchi nemmeno a 70 anni come quelli  della zia materna Giulia.  Uno scrittore sardo disse che questo privilegio deriva dall’origine etrusca.

Fin da bambino ho sempre detestato i controlli sadici, l’autorità irrazionale e inautorevole dei conformisti ignoranti che ripetono i luoghi comuni continuamente ripetuti dal chi non è capace o non ha il coraggio di pensare con la propria testa, di crescere fino a diventare se stesso, a rivelarsi qual è sotto la scorza dei pregiudizi e delle superstizioni che le mode sfacciate, la pubblicità ingannevole e ogni autorità disumana vogliono imporre a tutti e a ciascuno. In una certa fase della vita è necessaria una rivolta anche contro le imposizioni ricevuta in famiglia fin dall’infanzia. Poi, trovata  l’identità propria e posseduta con sicurezza, si possono e devono recuperare gli affetti per chi ci ha messo al mondo e comunque allevato. Infine quando siamo ormai vecchi e i nostri cari sono morti, possiamo valorizzare tutto il bene e il bello che ci hanno lasciato e pensare che le loro ossa si son fatte  coralli1

 

Nelle assemblèe studentesche compresi che mi mancava del tutto una  cultura politica e critica indispensabile alla vita che volevo fare. Ancora non conoscevo Tucidide, ma più avanti,  insegnando greco dal 1975, avrei avuto  conferma della mia convinzione che chi non prende parte alla vita politica va considerato non pacifico bensì inutile (oujk ajpravgmona, ajll j ajcrei'on) 2

Eppure quando iniziai nel Veneto, il preside vandeano, retrivo e refrattario, mi disse: “ricordi professore che a scuola non si deve fare politica”. Io non gli diedi retta e lui non mi diede “ottimo”, ma solo “valente” un giudizio politico negativo che mi penalizzava nel punteggio, sebbene fossi stato l’unico tra i giovani insegnanti della sua scuola a superare lo scritto del concorso per passare alle superiori.

Nel ’68 dunque ancora non conoscevo il logos epitafios attribuito da Tucidide a Pericle, ma in quei giorni lessi la meravigliosa Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana di quel prete e uomo sublime che fu Don Lorenzo Milani, il ricco andato in paradiso passando per la cruna di un ago. Mi aiutò a comprendere che educazione è vicendevole promozione umana e culturale tra docente e discente3, è reperimento di spirito critico nei confronti di ogni moda, luogo comune, dogma contrario alla vita, è apprendimento innanzitutto della lingua 4 che ci permetta di parlare in modo chiaro e profondo. Nel ’68 avevo capito che dovevo procurarmi questi mezzi di educazione e di crescita.

 

 

 

Note

1Cfr. Shakespeare La tempesta, I, 2.

2 Tucidide, La guerra del Peloponneso, II, 40, 2 

3 Mutuo ista fiunt, et hominess dum docent, discunt (Seneca Ep.,  7, 8). Anche questo l’ho imparato insegnando

4 Don Milani insegnava tra l’altro che "bisogna sfiorare tutte le materie un po' alla meglio per arricchirsi la parola. Essere dilettanti in tutto e specialisti nell'arte della parola"Lettera a una professoressa (p. 95)     

 

Bologna 6 ottobre 2025 ore 11, 37 giovanni ghiselli

 

p. s

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