sabato 10 gennaio 2026

Ifigenia CLX. La visione di due tramonti: prima dalla strada poi da casa. “Perché tardi son giunto”.


 

Tornai dal gommista: l'automobile non era pronta.

Per impiegare attivamente il tempo necessario, andai a camminare verso

Someda situata  sopra il rio San Pellegrino. Dall'altra parte del torrente

che scorre nel fondo della stretta convalle , sopra un declivio c'è La

Campagnola e la strada del passo che porta a Belluno.

 Da bambino, appena potevo sfuggire alla zia Mina, camminavo per di

là, in direzione del valico. Prima passavo davanti a una cisterna

d'acqua che rumoreggiava. Fantasticavo che fosse un deposito di

armi degli austriaci, i nemici della mia patria, come mi

insegnava il maestro fascista di quinta elementare, invece di parlarmi di Mozart, di Musil, di Freud, o almeno dell'ottima amministrazione asburgica

nel Lombardo-Veneto. Giravo con un ramo in mano,

impugnandolo come un fucile, che tuttavia non bastava per

conquistare l'armeria sorvegliata da una decina di quegli odiosi

soldati in divisa bianca, nitidi ma feroci oppressori; allora pensavo di farla saltare con delle mine. Ma poi ci ripensavo, poiché ammazzare in maniera così vile, sebbene coloro fossero tanto perfidi e crudeli da imporporare di sangue italiano l’erba dei prati e le zolle dei campi, mi ripugnava.

Allora proseguivo finché vedevo la fortezza nemica sorgere sulla

strada che percorreva l’altro lato della convalle, quello di Someda appunto. Decidevo di minarla mentre era sguarnita del presidio, uscito per vessare il paese italiano.

Però dovevo superare il vuoto compreso tra le due pareti della

stretta gola . Scendevo a precipizio per il declivio tetro, tutto ombreggiato da fitti rami di abeti. Arrivato in fondo, guadavo il torrente saltando sui sassi emergenti dall'acqua gelida e cupa nel pomeriggio inoltrato di fine agosto, quindi risalivo su per l'altro pendio, più scosceso ma soleggiato poiché volto a occidente e privo di alberi. Però c'era l'erba alta, dove potevano

stare nascosti in agguato serpenti e scorpioni. Tutto questo mi

faceva paura, mi emozionava, salvandomi dalla noia della  continua

solitudine, mi spronava a ribellarmi alle zie che mi volevano terrorizzato,

debole, sottomesso a qualsiasi forma di autorità.

Quando arrivavo in alto, osservavo la valle di Fassa. Facevo

attenzione all'ombra del Sas da Ciamp che sovrasta la malga

Panna: appena aveva oscurato il prato di Sorte e la chiesa con il

cimitero, dovevo tornare di corsa, poiché la zia voleva vedermi

prima del tramonto, sennò telefonava al soccorso alpino che

rintracciava i bambini dispersi, e li salvava dalla morte per freddo

o per lupi, ma li picchiava anche, e con mano pesante. Ero stato

avvertito. Andavo comunque di fretta fino al fortino austriaco per

farlo saltare in aria e liberare intanto i Moenesi.

Quando lo vidi da vicino la prima volta, rimasi deluso: invece di

mitragliatrici e cannoni, nel prato antistante c'erano pacifici arnesi

da contadino, tanto sterco di mucca, e un cartello con la scritta

"Proprietà privata ". Ad ogni buon conto io lo minavo e fuggivo a

gambe levate finché la strada era piana. Poi ripercorrevo le due

pareti della convalle: una scivolando sull'erba, l'altra

inerpicandomi tra le ombre del bosco e della sera.

Arrivavo alla Campagnola che il sole era appena tramontato e la zia diceva:

"Dove sei stato fino a quest’ora tarda per conciarti in quella maniera? Quando ti metterai tranquillo come i bambini normali? Oramai le vacanze sono finite!

Non sei ancora sazio di correre, scalmanarti, azzardare? Non sei

mai stato prudente!".

Per fortuna non aspettava che rispondessi, ma continuava a

rimproverarmi per un pezzo; sicché non dovevo dirle la verità, né

una bugia. Quando si era placata, tornavamo a casa, in via

Damiano Chiesa. In agosto, alle sette di sera, dalle finestre del

tinello, se non c'erano nuvole, si vedeva ancora un poco di luce

solare che illuminava le rocce più alte. Era fredda e leggera, come se vi  fosse

stata dipinta, o cosparsa, quale polvere rosa. Più a lungo che

altrove resisteva sulla cima del Sassolungo, all’estremo nord del Catinaccio.

Osservare gli ultimi raggi raccolti dalle vette infreddolite, era

come fruire di un secondo tramonto.

La luce trascolorante tardava a scomparire tutta, e, mentre

assumeva le tonalità più delicate, sembrava intenerire le aspre

pietraie dove i palpiti estremi del dì indugiavano come bambini

che non vogliono andare a dormire quale ero io, o come vecchi renitenti a

morire quale sono diventato oggi.

 

Tali ricordi rimuginavo il 16 marzo del 1981 mentre camminavo

sopra il rio San Pellegrino.

 

Ero dunque salito fino a Someda il paesino posto sulla pendice del Pizmeda volta verso sud ovest.

Qualche ora più tardi sarei andato alla stazione di Trento, a

prendere ifigenia.

A un tratto mi aggredì il pensiero malato della verginità. Dovevo

respingerlo. Camminavo sulla strada stretta e sterrata che si affaccia sull’erto pendio che scende e termina sul Rio San Pellegrino. A un tratto mi fermai a osservare quel torrente che scorre circa un chilometro sotto. Notai un piccolo

ponte di legno che una volta non c'era. Vi giunsero alcuni bambini

che cominciarono a giocare: gettavano palle di neve e pezzi di

ghiaccio nell'acqua corrente che li trascinava verso l'Avisio

 Li sentivo strillare ma ma non riuscivo a capire le parole.

Allora mi sorprese il ricordo del pomeriggio di un agosto remoto, verso la metà degli anni Cinquanta.

Mi trovavo sullo stesso sentiero, e pure allora osservavo dall'alto lo scorrere

eterno del rio San Pellegrino. Quand'ecco che sul greto vidi

arrivare un gruppetto di bambini della mia età che subito dopo si misero a giocare con l'acqua e con i sassi. Mentre li guardavo, mi

accorsi che uno di loro era Gianluca, un amico dell'anno

prima. Insieme eravamo scesi giù per diversi prati con una slitta di

legno, avevamo seguito le partite di bocce, e avevamo parlato

 dei nostri parenti  in un giorno di pioggia, riparati sotto un

castagno dalle foglie grandi, lucide, scure, simili a ombrelli. Mi

piaceva passare il tempo con lui. Quell'estate però, sebbene fosse

già la fine di agosto, non lo avevo ancora incontrato. Come lo vidi,

provai gioia. Cominciai a chiamarlo, ma non mi sentiva. Mi diedi

ad agitare le braccia, mentre gridavo il suo nome con tutta la mia

esile e acuta voce di bimbo. Ero troppo lontano, troppo in alto, e

Gianluca non guardava in su siccome era tutto  impegnato a giocare

con gli altri e con i ciottoli del greto.

Dopo  alcuni tentativi, fui certo che  di lì non potevo attirare la sua

attenzione; allora mi precipitai giù per il pendìo. Correvo, saltavo,


mi rotolavo: mi graffiai, mi sbucciai inciampando su un sasso perfido, aguzzo che tuttavia non mi ferì come sarebbe accaduto il 7 luglio scorso quando caddi su l’orlo sbrecciato di un marciapiede rompendomi il femore

 Volevo arrivare presto, il prima possibile entrambe le volte, ma il destino aveva progettato le due cadute in modi diversi.

 Da bambino, a Moena, desideravo tanto parlare con quell'unico amico, e conoscere gli altri. Ma quando fui giunto, non c'era più

nessuno. Mi trovai solo, a fissare il torrente che con la schiuma

lamentosa tormentava le pietre. Girai per tutta la zona, poi per

l'intero paese cercando quella lieta brigata: invano. Ne fui addolorato: dovetti

passare in solitudine anche quel pomeriggio e  gli altri che

rimanevano prima di tornare a Pesaro.

"Sono stato molto solo a Moena", pensavo il sei marzo del 1981

ricordando l'episodio antico. "In quelle estati lontane, tra questi

monti, si prefigurava la mia vita di adulto: Da monachello e verginello a consumato curiale,  non proprio casto, anzi piuttosto libertino per fortuna".

Volli riprovare a percorrere quel pendio per avvicinarmi ai

bambini, per ascoltarli e raccogliere segni del volere divino

attraverso le loro voci. Voces puerorum dirigit deus, come il volo degli uccelli.

 Mentre scendevo, continuavo a guardarli. Ebbene, quando fui a metà, i fanciulli andarono via di corsa.

Allora mi domandai: "Che cosa significa questo?"

"La mia tendenza a giungere tardi" risposi.

Mi vennero in mente alcuni versi di un poeta magiaro , Juhàsz

Gjula, morto suicida nel  1937:

"Perché tardi son giunto.

So già il peso della mia sorte,

la segreta tristezza e perché non v'è speranza,

perché è pallido l'arcobaleno sul cielo del mio destino

e presto viene la notte. Perché tardi son giunto...

Perciò nessun dizionario mi dà nuovi verbi

perché tardi son giunto.

Perciò non ebbi nella schiera delle fanciulle

un cuore a me devoto...Perché tardi son giunto"

Juhàsz si era ammazzato con il veronal, ci disse un professore a Debrecen, in quanto non era riuscito a rompere il cerchio della solitudine.

"Devo farlo anche io?" Mi domandai. "No", mi risposi. "Dal mio

arrivare tardi posso trarre un senso positivo. Significa, è vero,

restare solo, talora penosamente,  ma questo mi porta anche a riflettere

sul mio essere strano, sulle mie sofferenze, fino a farne mezzi di

crescita personale e di solidarietà umana. Se negli anni Cinquanta

a Moena non fossi stato tanto solo, non mi sarei abituato fino da


allora a indagare me stesso, ed ora non avrei coscienza di me: sarei un'altra

persona, e non credo migliore.

Più tardi, con le donne, il mio giungere tardi si è ripetuto.

Helena era incinta di un altro, Kaisa aveva già un figlio e un marito, Päivi abortì quando ero stato trasferito già quasi trentenne a Bologna e dovevo organizzare una vita nuova in ritardo, e  Ifigenia, se l'avessi

incontrata con qualche mese di anticipo, forse avrebbe cambiato la

mia vita da solitario saltabeccante tra giovani femmine umane ancora più irrequiete di me. Ifigenia aveva detto che quando mi vide la prima volta,

 le ero piaciuto assai, ma lei allora non ebbe il coraggio  di farsi avanti.

 Allora iniziò con un altro, e anche per questo non mi

sono sentito in dovere di fermarmi con lei. Mi vergogno ad

ammetterlo ma è  così. D'altra parte, se avessi sposato lei o un’altra, non sarei

andato avanti su questa mia strada che mi porta a educare i giovani

con tutta la forza, parlando e scrivendo, siccome avrei dovuto

affrontare problemi pratici che mi avrebbero impegnato e affaticato senza alcuna creatività. Sono nato per una vita simile a quella dei gigli dei campi lilia agri quae non laborant neque nen. Sono al mondo per creare bellezza e verità in pro del bene comune.

Il  ritardare dunque, lo stare in solitudine a  studiare, riflettere,  fantasticare,  ricordare, sono parti essenziali del mio fato e del mio carattere: mi sono state

indispensabili per comprendere e valorizzare il meglio di me.

Perciò non suicidio, ma accettazione del destino, anzi amor fati dove è insita una giustizia profonda eppure perscrutabile.

Ifigenia, una delle  migliori della ghirlanda, con i

problemi di cui mi onera, mi fa scoprire nuovi burroni di

solitudine e di sofferenza, però mi apre anche sublimi varchi di

luce sopra la testa. Sono ancora inquieto poiché non ho trovato la mia posizione naturale e mi sento una tartaruga rovesciata ".

 

Bologna 10 settembre 2026 ore 19, 10 giovanni ghiselli

p. s

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