sabato 10 gennaio 2026

Ifigenia CXCIX. La sciata sotto la Roda di Vael. Il gioco delle bocce al bar Maria di Moena. Micelotto bocciofilo.


 

Tornai alla Campagnola depresso. Avevo fatto un grosso sbaglio

aggredendola.

"D'altra parte-pensavo- non sono del tutto cretino né tanto portato

a commettere errori: quando voglio, li evito. Se non lo faccio,

significa che intendo utilizzarli per raddrizzare una

situazione storta. Domani vedremo".

Dopo questo pensiero mi riconciliai con me stesso e mi

addormentai.

La mattina seguente andai a sciare al Laurino. Salivo con un

bidone, adagio, tra le gelide ombre di un bosco, poi scendevo a

precipizio per un pendio scosceso e poco innevato. La pista, ripida

al pari di un tetto aguzzo, è sovrastata dalla Roda di Vael, una

roccia sottile e appuntita come una guglia. Più volte mi buttai giù

per la dirupata discesa invocando Ifigenia: se vacillavo perché

mi aiutasse a non cadere, se scendevo veloce perché mi infondesse

la forza e il coraggio di aumentare la velocità. Lo sci mi era abbastanza congeniale data la passione e la formazione  ciclistica.

 Sul mezzogiorno, quando il sole sembrò trovare il pertugio meno breve degli altri che cercava fin dalla mattina mi fermai sotto la rupe massima, tanto affilata e luminosa da sembrare una spada. Volevo abbronzarmi mentre mangiavo un panino. Presto però la luce benefica e rallegrante fu soverchiata  dalle nuvole; allora mi mossi per tornare a Moena.

 

Mentre entravo in paese, forai un pneumatico dell'automobile che dovetti lasciare a un gommista poiché era bucata anche la ruota di scorta.

Per quanto riguarda le macchine e i meccanismi sono un idiota e quasi quasi me ne vanto. La risposta che davamo  noi letterati, cultori della sapienza umana, quando ci ponevano  domande relative all’economia, agli  affari, al mercato e ad altri ambiti interessanti per i crhmastikoiv, gli affaristi appunto che Platone pone in fondo alla scala sociale, era questa: “che cosa  vuoi che ne sappia! Non so’ mica professor de scienz!”,  con tanto disprezzo per gli scienziati incapaci di parlare decentemente. Una sciocchezza giovanile ma rivalutabile se si pensa ai professoroni della bomba atomica o anche soltanto  a quelli dei droni.

 

 Aspettando che la Volkswagen avesse le gomme aggiustate, andai al bar Maria per vedere il gioco delle bocce, come facevo spesso quando ero

bambino. Vidi e riconobbi alcune persone di trent'anni prima.

Erano invecchiati, ma recitavano la stessa parte, dicendo parole e

facendo gesti simili a quelli di allora. Dopo avere lanciato, o

lasciato cadere di mano la boccia, la seguivano, la sgridavano, la

incoraggiavano, come si fa con una creatura. Notevole tra tutti era

Micelotto che gridava e si agitava in una farsa seguita dal pubblico

con grande piacere. "L'è bela, l'è bela", diceva spesso della propria

giocata, consapevole e soddisfatto di essere bravo.

Lo osservavo con attenzione e simpatia. "Quanti anni può avere?"

mi chiesi. "Allora era un ragazzo. Adesso una cinquantina. Però

gli piace sempre farsi guardare". Bocciava e recitava bene del

resto. La sua parte migliore nel mondo doveva essere quella: fare

vedere e sentire come sia bello giocare alle bocce.

 Certo: è molto meglio che giocare con le persone.

In fondo ciascuno di noi, quando si accorge di avere un’attitudine per un lavoro o un gioco che gli  piace e gli riesce bene, dopo tanto  esercizio praticato con lena  diventa bravo e vuole darlo a vedere.

Il mio genio si è  manifestato sin dalle elementari nelle lettere- l’ajnqrwpivnh sofiva- e nel pedalare la bicicletta.

 Micelotto era bravo a giocare le bocce. Accarezzava ognuna di quelle creature rotonde, la faceva uscire dalla mano, e la seguiva

incoraggiandola come un padre amoroso: se gli sembrava corta,

accennava il gesto di  spingerla; se lunga, di  trattenerla e

dissuaderla dal proseguire. Era un attore anche lui. Aveva un

repertorio limitato ma lo eseguiva con amore e con arte. Quando

piazzava un tiro ottimo, e gli riusciva spesso, lo ricompensavano

gli applausi del pubblico e un sorso di vino.

" Caro, simpatico Micelotto, mi piacevi quando io ero un bambino e

tu un giovane uomo, quasi un ragazzo ancora, un pò rincagnato a

dire il vero, ma dallo sguardo vivace, e mi piaci adesso, dopo che

sono passati trent'anni intorno a noi, come le nuvole sopra la valle

di Fassa”. Questo pensai

 

Bologna  10 gennaio 2026 ore 16, 37 giovanni ghiselli

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